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Questa città che ha una storia di appena duecento anni, possiede un centro storico ricco di architetture pregiate. E' simpatico girare per i "carrugi" che assomigliano abbastanza a quelli delle cittadine liguri. Il nostro centro storico disposto tutto attorno alla chiesa parrocchiale che è pure l'unica chiesa del centro. La caratteristica principale del centro storico è rappresentata dalle viuzze strette e tutte pavimentate con lastre di granito proveniente dalle numerose cavette attive in passato (oggi tutte chiuse) e ricchissime di granito. Lo stile architettonico è quello portato dai Corsi che come è noto, avevano ed hanno, le loro radici a Genova, per cui si possono ammirare i " carrugi " liguri, puliti,ordinati e ben tenuti. Oggi purtroppo molte di quelle case sono divenute di proprietà di forestieri i quali le abitano soltanto per brevi periodi di vacanza. Di conseguenza, durante la maggior parte dell'anno, il centro è praticamente un deserto.A causa di questo fatto sono andate un po' alla volta scomparendo tante abitudini e tante usanze che conferivano al paese le caratteristiche culturali che ogni comunità è fiera di possedere e di mostrare ai visitatori. Tutte quelle caratteristiche sono scomparse e con esse anche il dialetto. Un nostro conoscente che qualche anno fa, in occasione di una gita a Venezia chiese di comprare una casa presso la "Serenissima " si è sentito dire che in nessun caso un Veneziano avrebbe venduto una casa a chi, non essendo del posto, non l'avrebbe certamente abitata costantemente. Non ci sentiamo, in coscienza, di criticare quel Veneziano. In tempi recenti l'Amministrazione comunale ha dato incarico ad un Architetto del "continente" di realizzare un progetto di ristrutturazione del centro storico. Il progetto è stato esposto nell'atrio del palazzo comunale, lo abbiamo visto, e pur riconoscendo nel progetto un notevole buon gusto, possiamo riportare il commento di molte persone illuminate che lo hanno giudicato si un bel progetto, ma anche, totalmente estraneo a questo ambiente, soprattutto per la presenza di certe cupole-aguglie di dubbio gusto mediterraneo. Ma anche questo è un fatto che non ci meraviglia più di tanto, da sempre siamo abituati a vedere estranei venire a La Maddalena a " fare legna" sull'albero secco della nostra strana identità. Inoltre, non ci dobbiamo preoccupare più di tanto, poiché sappiamo ormai per esperienza che molti sono da sempre i progetti, ma difficilmente poi li vedi realizzati. Pensiamo che se soltanto si riuscisse a convincere la gente che una sola antenna centralizzata per ogni palazzo eviterebbe la bruttura di quegli orribili "cancelli" posti sui tetti a centinaia. Quasi tutte le case sono state restaurate e abbellite sia dagli indigeni che dai nuovi padroni, ben dipinte e tenute pulite, tutto sommato niente male, se non fosse per le porte e le finestre di alluminio anodizzato che hanno preso il posto di quelle in legno. Scalette e muretti in granito sostituiti con ringhiere sempre di alluminio e gradini di marmi sudamericani di gusto pacchiano e innaturale ma che esprimono molto bene la pinguedine del portafoglio dei loro proprietari che hanno fatto uno "status simbol" della loro nuova realtà di vita. Per una più ampia ed approfondita chiarificazione dei problemi urbanistici vi proponiamo una ricerca storica effettuata dall'Architetto Pierluigi Cianchetti.
Esempi recenti hanno dimostrato l'inadeguatezza degli strumenti urbanistici tradizionali di fronte alla complessità del controllo dei meccanismi di trasformazione del centro storico. Molte normative assumono solo un valore di vincolo diventando, volontariamente o meno, gli agenti di una conservazione passiva incapace di distinguere tra esigenze di trasformazione e spinte speculative. Il vincolo, poi, viene frantumato dai mille piccoli sotterfugi dell'abusivismo minimo, che nel tempo ne corrodono profondamente il tessuto. Occorre un nuovo progetto al quale attribuire il carattere di "quadro di coerenza" di obiettivi generali e di politiche di settore, le quali dovranno contare su di una strumentazione sufficientemente elastica e anti-ideologica, comunque in grado di rinnovarsi e adattarsi al contesto; esso deve costituire la fase di riferimento per quegli interventi puntuali, ovvero per quei piani di settore riferiti ad aree o tematiche già individuate e precisate, quanto meno nei vincoli e negli obiettivi specifici. A conferma della necessità di un nuovo progetto per il centro storico sta anche la considerazione che la diversità di quest'area dalle restanti parti della città non consiste solo in fatti di forma e qualità delle risorse, ma sta nella bassa e bassissima trasformabilità delle sue strutture che, per effetto dell'attribuzione di valore, non ha eguali nell'ambito urbano, con quel che segue in termini operativi: ossia che i problemi legati alle destinazioni d'uso non possono essere definiti se non partendo dalla disponibilità e dalla adattabilità dei manufatti e non viceversa. Da quanto detto, si comprende che il progetto di cui parliamo e dobbiamo parlare non ha alcun punto in comune con la forma dello strumento urbanistico tradizionale qual è il piano particolareggiato; non vi si adatta neppure quella singolare prefigurazione totalizzante che ci hanno restituito i tecnici incaricati, non solo per via dell'estensione dell'area, ma soprattutto per i contenuti. Infatti è caratterizzato da una elevata rigidità di strumentazione, inadatta a una pratica di controllo necessariamente diversificata nello spazio e nel tempo, per non parlare dei macroscopici travisamenti di impostazione storica e di tecnica-urbanistica, che ne sanciscono la pressoché totale inapplicabilità. D'altra parte si ricorre sempre meno a questo strumento per affrontare la questione dei centri storici, preferendo piuttosto riferirsi a piani immediatamente attuativi e finalizzati come quelli avviati dalla L. 457: i Piani di Recupero.
Il nuovo progetto, dunque, si dovrà attuare per interventi anche parziali, ma in grado di concorrere alle finalità generali e di indirizzare il comportamento sulle altre rimanenti aree da parte delle forze economiche e sociali interessate, attraverso:
1. uno sviluppo della conoscenza storica, adeguato al valore del patrimonio in esame;
2. la definizione degli interventi in rapporto alla salvaguardia ed alla valorizzazione del patrimonio edilizio, in quanto patrimonio culturale e patrimonio abitativo fisico;
3. interventi diretti a mezzo di progetti o piani di settore, di valore strategico, su aree particolari, per la loro disponibilità fisico-edilizia e o funzionale.
Il nostro primo compito è quindi quello di favorire il riconoscimento degli elementi significativi del quadro storico-evolutivo, che hanno portato all'attuale conformazione del centro storico, attraverso l'analisi della copiosa documentazione esistente, e/o che può ancora venire alla luce, e delle ricerche sistematiche di appassionati studiosi.
Il primo popolamento stabile; 1799 La Maddalena base della Marina sarda; l'insediamento militare e il sistema dei forti.
Sulla scorta di documenti d'archivio è possibile formulare l'ipotesi che i piemontesi, probabilmente in occasione o subito dopo la costruzione della nuova Chiesa, impongono una sorta di "piano regolatore", da attuare in modo razionale, come è avvenuto per Carloforte e Santa Teresa di Gallura.
Tale ipotesi spiegherebbe la centralità della posizione dell'edificio di culto e della piazza antistante, una sorta di fulcro, attraversata da est ad ovest dalle odierne vie Vittorio Emanuele e l.go Matteotti e da nord e sud dalla via Ilva e dalla via Italia. Tutto il territorio immediatamente retrostante alla costa viene quindi parcellizzato in funzione dell'accidentata orografia, dove le attività legate alla marina e le fortificazioni settecentesche assumono il valore di "poli" ed in funzione dei quali viene costruita la rete viaria, così detta "esterna". A chi osserva una " veduta della Maddalena del 1787 " pubblicata dal Garelli, non può sfuggire il fatto che l'abitato conta già numerosi palazzetti a due piani, denotando una situazione economica che relegava nei più tristi, sebbene non lontani ricordi, il tenore di vita condotto negli stazzi de La Villa. L'espansione urbana fu molto rapida e simultanea all'abbandono della Villa, ove nel 1779, erano " altri pochi, che ivi sono rimasti, per non voler abbassare alla marina ", come diceva il Vescovo di Ampurias e Civita, recatosi nell'arcipelago in visita pastorale. Le instaurate condizioni di sicurezza favoriscono il popolamento della costa, presso Cala Gavetta, ove comincia a svilupparsi il primo centro abitato, con una adeguata organizzazione economica ed organizzativa. Nel 1794, come si rileva da una lettera tra il Bailo Fravega e il Vicerè, viene concesso ai residenti nelle isole di "chiudere" i terreni per solo uso agricolo, lasciando "aperti" quelli destinati a pascolo. E chiaro l'intento di favorire la coltivazione dei terreni in modo tale che la popolazione residente possa rendersi quanto prima autosufficiente. Intanto va formandosi anche l'organizzazione amministrativa e La Maddalena ha il suo primo sindaco con Antonio Ornano. La vendita della Corsica alla Francia, le lotte tra Francia e Regno sardo e l'episodio del 1793 risoltosi con insperata fortuna, sono elementi che tendono a dare alla vita cittadina di La Maddalena un distacco sempre più netto da Bonifacio e un'affermazione sempre più efficace della propria individualità. Il tramite è fornito dal barone Giorgio Andrea Des Geneys che in qualità di capo squadra e comandante la Regia marina, soggiorna a La Maddalena durante il periodo napoleonico. Il 10 dicembre 1799 l'isola, per il sistema delle fortificazioni, per la sicurezza delle sue cale e per la fedeltà dimostrata dai suoi abitanti alle insegne savoiarde, viene definita "base marittima". All'epoca esistevano già la Torre di Santo Stefano, la Batteria Balbiano, il Forte Sant'Andrea con il Quartiere dei Cannonieri, la Batteria Sant'Agostino, il Forte San Vittorio ed il Forte Santa Teresa o Tegge. Dove è oggi il comando della Guardia di Finanza, venne costruita la residenza di tipo coloniale per il Bailo e per il comando marittimo. Ma l'arrivo del Des Geneys contribuisce in particolare a crescere le strutture necessarie per l'assistenza dei velieri militari. Sulla stessa scogliera, dove oggi sorge l'edificio della Capitaneria di Porto, ma orientato a Sud-Est per mettere al riparo la popolazione della Cala da eventuali contagi, venne costruito un disinfettore. Lungo la cosiddetta "passeggiata della Quarantena", vale a dire dal Comando della Regia Marina al cuore della Cala, si ricavarono, scavando nella roccia, alcuni magazzini per adibirli a "Regie carbonare". Poiché la prima nave a vapore venne acquistata dalla Reale Marina Sarda soltanto nel 1835 (il Guinara), c'è da immaginare che le "Regie carbonare" dovessero essere impiegate, almeno fino a tale data, come magazzini per cordami (gavette) e velature per bastimenti tradizionali. In questi anni, all'incirca dal 1800 al 1814, l'area urbana occupò interamente la penisoletta e risalì il declivio retrostante: tra le costruzioni allora iniziate ricordiamo l'ampliamento della chiesa parrocchiale, alla quale è legata la generosa sollecitudine del Des Geneys . Il gruppo maddalenino originario abitava allo Spiniccio, nelle case con stanze giustapposte possibilmente con un cortiletto retrostante, o nei piccoli e massicci palazzetti della Marina a due piani. Il gruppo napoletano si era invece esteso lungo la striscia costiera di Mangiavolpe, articolando il suo sviluppo lungo un antico gradino di battente, arretrato di una trentina di metri rispetto alla costa del tempo. Posizione molto opportuna e rispondente anche al tipo di casa " napoletana" che si completa di terrazzo, e al servizio che deve espletare il piano terra, adibito a deposito e a magazzino. Il piano superiore apparteneva in genere a commercianti e rivenditori; il piano inferiore ai pescatori, che spesso usufruivano di un immediato quanto opportuno riparo per le imbarcazioni. Il gradone anzidetto ha inoltre determinato l'andamento tortuoso di via Garibaldi, ove si fronteggiano case che, nonostante recenti adattamenti ed alterazioni, conservano ancora nella propria struttura complessiva elementi di netta distinzione. Uno di questi è la volta, che compare ancora in molte stanze delle case di Mangiavolpe e per la quale si utilizzava il tufo che portavano qui dall'isola di Santa Maria o da Capo Figari. Nello stesso Corso esiste ancora una casa con scala esterna di chiara derivazione ponzese. La scala esterna, poi demolita nel centro urbano per favorire la viabilità, era un altro elemento che distingueva i due tipi " etnici" di costruzione, ora omogeneizzati e scomparsi. Nella parte pianeggiante e più interna di Cala Gavetta furono costruiti già in precedenza, come abbiamo visto, baracche, capannoni e magazzini militari. Per iniziativa del Des Geneys, ma pare anche per suo disegno, vengono costruite due nuove fortificazioni: una a La Maddalena chiamata Forte Carlo Felice e l'altra nell'isoletta di Santo Stefano, denominata Forte San Giorgio. Sorge un "ospedaletto" militare, in parte tuttora in piedi, al confine col Lazzaretto, tra la via Domenico Millelire ed il cortile attualmente occupato dall'albergo "Flat House". Sulla riva opposta, nel frattempo, trasferitosi il Comando della Regia Marina a Genova, la dimora del Bailo era passata in un primo tempo alla Dogana; ma quando questo Ufficio, insieme al Dazio e in seguito alla Pretura, venne spostato prima nel Palazzo Azara e poi nel palazzo Roberts, (noto fino agli Anni '60 come "Palazzo degli Uffici"), i locali in questione passarono alle Regie Guardie di Finanza. Verso il 1820, per impedire che con le mareggiate di maestrale l'acqua raggiungesse l'interno delle "baracche", vengono costruiti i primi rudimentali bordoni di banchinamento. Intanto, grazie ad una serie di riempimenti, del primo vero scalo-arsenale (smantellato da diversi decenni, dopo il trasferimento della flotta) si era finito col perdere qualsiasi traccia. La via che ne risultava a lavori ultimati, anomala nel contesto viario del centro storico, sia per larghezza che per terrazzamenti laterali, veniva dapprima denominata Via Grande e quindi, per assimilazione di concetto, Via della Processione. Questo in effetti era il nome, in origine, del tratto di strada che, dalla porticina di ponente della Chiesa, immetteva i cortei religiosi direttamente nell'attuale via Zonza: una carta del XIX secolo segnala infatti i due toponimi.
Concluso il periodo napoleonico e trasferita a Genova la base della Marina Sarda nel 1814, La Maddalena perdette la sua importanza di piazzaforte militare e quindi quel benessere che ad essa derivava dalla permanenza di truppe a terra e di una squadra navale in rada. L'ampliamento urbano subì, per conseguenza, un arresto quasi totale in uno con l'arresto dell'incremento demografico, ed essa, come diceva Alberto Ferrero Della Marmora, "divenne una cittadina di vecchi, donne e bambini, perché la gioventù valida era nella flotta militare e commerciale della Marina Sarda". Lo stesso autore scriveva che " il borgo è ben fabbricato; tutto vi annunzia la proprietà, lo che offre un contrasto sorprendente con altri villaggi della Sardegna ". Nel censimento del 1871 la città appare articolata in due sezioni, evidentemente per utilità di rilevamento, ma anche per distinto aspetto topografico: sezione Marina e sezione Castelletto. Questa comprendeva il settore ad occidente della chiesa, che declina nell'attuale Via Cairoli. Una frazione di censimento, denominata Quarantena, comprendeva l'abitato sulla sponda occidentale di Cala Gavetta, là dov'è ora Piazza Saint Bon con i suoi diversi edifici. Come la frazione Marina si era sviluppata sotto la protezione della batteria Sant'Agostino anche la frazione Quarantena, cosi detta perché vi era il Lazzaretto, si era sviluppata sotto la protezione del Forte Balbiano. Il ristabilimento della piazzaforte nel 1887 condusse verso un rapido miglioramento generale, che la città registrò come un indice sensibilissimo nel suo ampliamento edilizio. Le costruzioni civili e militari si estesero lungo tutto il settore costiero meridionale dell'isola sino a Punta Moneta, circondando di banchine, di scali e di magazzini la Cala Mangiavolpe, Cala Chiesa, Cala Camiciotto, Cala Camicia, adattando, scavando e dragando la costa e il mare antistante. Gli alloggi per i militari e per i civili addetti all'arsenale, si svilupparono nelle aree immediatamente retrostanti, con un piano regolatore razionalmente attuato, con palazzine a più piani ed a più appartamenti, trasformando l'incolto e aspro paesaggio originario in una città giardino dalla folta e vivace fioritura subtropicale. Il nuovo impianto edilizio, considerato nel suo intero complesso plurifunzionale, estendeva improvvisamente di circa sei volte l'area urbana de La Maddalena, con un fervore di opere pieno di eccitato dinamismo. Naturalmente altro lavoro veniva febbrilmente svolto in altre parti della stessa isola e in altre isole dell'arcipelago, ove si costruivano basi appoggio per rifornimenti, forti di varia potenza, caserme di diversa grandezza, polveriere, ecc. Tutti questi apprestamenti, effettuati secondo un piano organico ed ovviamente rivolti ad un unico scopo, richiedevano una fitta rete di comunicazioni per mare e per terra. La viabilità interna, pur trattandosi di strade militari, si avvantaggiò notevolmente; non si trattò di strade che, una volta costruite, vengono poi trascurate, così che scompaiono in pratica dalla realtà e rimangono nel convenzionale simbolismo di una carta geografica, ma di strade con manutenzione sempre adeguata a rispondere agli scopi militari. Pur con qualche limitazione, le strade hanno servito anche il traffico civile ed hanno reso possibile la valorizzazione di alcune aree periferiche, con aumento del prezzo dei suoli, ma con l'evidente convenienza a costruire ed a rimanere "in campagna".
In questo periodo -1890 - Maddalena e Caprera furono collegate via terra con una diga bassa, lunga 600 m, interrotta da un ponte girevole. Mentre nell'ambito del perimetro cittadino del 1887 si riempiono i vuoti, e taluni edifici vengono provvisoriamente destinati ai nuovi uffici previsti, la città si amplia verso oriente. Si procede alla stabilizzazione ed alla colmata della parte più interna di Cala Mangiavolpe, formando così la vasta Piazza Renedda (poi Piazza Umberto I), circondata dalle palazzine del Comando. L'edificio postale costruito di recente (1958) ha tolto alla piazza parte della visuale, ed ha alterato lo stile umbertino della medesima. In realtà La Maddalena "borghese" termina in questa piazza; al di là tutto l'impianto edilizio è "militare" o in funzione del medesimo. La particolare funzione militare del settore orientale de La Maddalena, che è fornita di tutti i servizi e di tutti gli elementi di una città autonoma giustapposta e quella "borghese", spiega le anomalie che fattori artificiosi spesso determinano in forma transeunte o permanente. Moneta è oggi, urbanisticamente parlando, un nodo da sciogliere. Nello stesso tempo il centro abitato si è ampliato con edifici di minor volume. Il trasferimento del cimitero alla "Villa", ha consentito l'ampliamento della città risalendo la collina verso il cimitero vecchio, completando lo sviluppo assunto più ad occidente con il grande edificio scolastico (1903-1911) e con il campo sportivo. Un'altra direttrice " borghese " di ampliamento si è attivamente inserita nel settore occidentale, oltre Spiniccio. Qui, a fianco ad abitazioni nuove ma di stile tradizionale, sono sorti palazzi a più piani e graziose villette. Sulla costa, l'albergo Esit (Ente Sardo Industrie Turistiche), è l'emblema del nuovo tipo di costruzione che rinunzia al granito ed alla tradizione. E' importante osservare che la pianta cittadina è il risultato di una giustapposizione di due aspetti e funzioni molto diverse, ma ovviamente interdipendenti: ad occidente si estende la città borghese e ad oriente quella militare, che occupa una superficie poco più che doppia.
Le fortificazioni ottocentesche perdono di significato ; coinvolgimento delle altre isole dell' arcipelago e della costa sarda da Santa Teresa di Gallura a Olbia; terza dilatazione territoriale della città. Attorno a Cala Gavetta vengono quindi sorgendo : la Regia Caserma dei Carabinieri, insediatasi nella antica casa Azara; i Castelletti tra la stessa casa Azara e i vicoli che prenderanno i nomi di via Principessa Isabella, via Castelfidardo, via Cavour e via Magenta ; piazza Barone Des Geneys e, più tardi, via Agostino Millelire (già contrada di Cala Gavetta) e quindi via Cairoli. Il centro abitato si è ovviamente esteso, soprattutto verso levante, invadendo la piazza degli Olmi, soffocando la batteria Balbiano e facendo sparire il Forte Sant'Agostino. La stabilità economica, per quanti erano dediti ai mestieri della pesca ed alle attività ad essa collegate, andava esercitando un notevole richiamo per i più sfortunati pescatori dell'Italia meridionale, in particolare per quelli del litorale tirrenico. Il fatto che sulla piazza maddalenina si potesse far affidamento su un mercato decisamente stabile, grazie alla moneta che veniva immessa puntualmente dalla Regia Marina sotto forma di stipendi e pensioni, portava infatti i più avventurosi a trasferirsi in questo arcipelago, forti unicamente della loro barca, di alcuni "mestieri" e di rari oggetti personali.
Particolarmente forte verso il 1890, questa seconda immigrazione contribuisce a rigenerare, in un certo senso, il sangue della "maddaleninità" di quell'antico ceppo "autonomo" della Cala, ormai del tutto assimilato e dipendente dalle sorti delle strutture militari. Il trasferimento dell'Ammiragliato a Cagliari, avvenuto nel 1933, costituisce la prima menomazione per l'attività che di riflesso svolge la popolazione civile. l'Arsenale militare viene chiuso e comincia una massiccia e amara emigrazione in cerca di lavoro.
Tutte le fortificazioni vengono spogliate degli armamenti e rese inservibili, perdendo il loro significato storico e militare.
In questo periodo le abitazioni civili del settore orientale della città si sono sviluppate nel rione Due Strade, che presenta un allineamento di palazzine sul tipo residenziale "città giardino", mentre un altro incolato si sviluppa contemporaneamente a Moneta, tra Cala Camicia e Piticchia, con casette a un piano, destinate soprattutto agli operai civili addetti al cantiere navale militare. Quest'ultimo agglomerato figura per la prima volta con la qualifica di centro abitato nel 1936, ma in pratica esprime l'ampliamento più lontano dell'incolato rispetto al baricentro cittadino. Nel 1949 la Marina trasferisce da Venezia a La Maddalena la Scuola meccanici e poco dopo da Portoferraio la Scuola nocchieri; nel 1951 riprende a funzionare, sia pure con mansioni molto limitate, l'Arsenale.
1970-1972 Programma di fabbricazione; zonizzazione relativamente indifferente agli elementi portanti della struttura urbana; espansione lungo la costa dell'isola madre; la Marina militare attenua il suo sviluppo; passaggio da ruolo centrale del sistema militare nazionale a ruolo nodale-periferico del sistema militare mondiale. Tra il '64 e il '66, come conseguenza dell'entrata dell'Italia nel sistema difensivo Nato, la zona marina tra Olbia e La Maddalena viene inclusa nella sfera di interessi delle forze navali americane.
L'isola di Tavolara è in gran parte espropriata per costruirvi una potente antenna radio, mentre una vasta area dell'isola di Santo Stefano, sulla costa di levante, di fronte a Caprera, viene destinata a base di appoggio per i sommergibili nucleari statunitensi e se ne iniziano i lavori di allestimento. L'arrivo della Nato coincide con il varo del Programma di fabbricazione vigente che normalizzava la naturale direttrice delle zone di completamento e di espansione residenziale verso levante, fino al quartiere Moneta, e verso la direttrice panoramica per lo Spalmatore, fino al quartiere Mongiardino. Verso ponente da Padule fino alla vallata di Nido d'Aquila, quartiere questo che, nonostante abbia una densità edilizia da zona di completamento, appare scollegato dal resto dell'abitato e incapace di assumere una fisionomia ed una funzione di grande valorizzazione di Villa Webber e del suo magnifico parco. Il restante territorio dell'isola veniva tutto destinato alla zone F e a tutela ambientale. Nel P. di F. non esiste la zona agricola, che peraltro sarebbe stata indispensabile alla vita sociale, culturale e anche economica. Il P. di F. prevedeva vaste zone di rispetto costiero e la possiblità di acquisizione di aree verdi al patrimonio comunale attraverso l'attuazione dei piani di lottizzazione. Si trattava, evidentemente, di aree lontane dal centro urbano, raggiungibili per lo più con le auto o con i mezzi pubblici di trasporto, ma certamente non disponibili nelle immediate adiacenze della città. Il mancato adeguamento ai decreti regionali dello zoning urbanistico ha favorito un utilizzo non corretto delle zone di completamento e di espansione, aggravando la carenza di infrastrutture e servizi, e favorendo per contro uno sconsiderato inurbamento. Nell'applicazione dei parametri previsti si dovrà oggi far fronte all'annoso problema del reperimento degli standards urbanistici e anche immaginando che una parte delle zone B2 potranno essere riclassificate C, è da supporre che si dovranno reperire ettari di verde pubblico, naturale e/o attrezzato. Resta il problema economico dell'acquisizione di tali aree, divenuto difficile a seguito dell'orientamento della legislazione relati- vamente alla valutazione dei costi di esproprio. Ulteriore nota negativa del P. di F. del 1972 è rappresentata dalla non realizzazione della viabilità progettata. L'aumento del traffico automobilistico, i collegamenti tra l'abitato e il porto, tra i diversi quartieri ed il centro e tra questi e le spiagge, si sovrappongono in modo eccessivo su alcune direttrici, in quanto la nuova rete (nata stretta e come risultante di frazionamenti) è stata, purtroppo, limitata al semplice accesso e non, invece, a servizio della collettività. Per contro, le arterie provinciali che lambiscono anche il centro abitato, nate per mere funzioni "turistiche", intervengono oggi, in molti casi, a risolvere problemi di smaltimento ed alleggerimento del traffico urbano, che nella stagione estiva raggiunge livelli insopportabili.
Tipologia e morfologia del centro urbano
L'indagine, illustrata brevemente nelle note precedenti, ha consentito di individuare alcuni luoghi e concetti spaziali che possono essere considerati particolarmente significativi per l'organizzazione dell'insediamento urbano. Essi possono essere denominati in tal senso "dominanti storico-ambientali dell'insediamento". Una fondamentale "dominante" dell'insediamento è rappresentata dal meccanismo evolutivo che configura un sistema di aggregazione di cellule elementari per la formazione del tessuto urbano. L'esito di tale processo e il processo stesso rappresentano elementi invarianti del tessuto insediativo e, al tempo stesso, le coordinate di un cammino urbano che troverà altri elementi generatori nella coerenza dell'organizzazione dello spazio connessa con la progressiva costituzione dell'abitato. La casa rurale dell'arcipelago, nel suo schema più semplice, è formata da un solo ambiente con tetto a due falde, una volta coperto con vegetali. Il forno è esterno, oggi lo si può vedere anche semiesterno, cioè con l'imboccatura nella cucina e con la volta che risulta esterna rispetto al muro perimetrale della casa. Materiale impiegato è il granito in pezzame, o, più spesso, in blocchi parallelepipedi, delle dimensioni di cm 30x15x60. Il muro è praticamente a secco, perché la malta impiegata - che è un semplice impasto fangoso - ha lo scopo di otturare gli interstizi. La calce è limitata all'indispensabile per il suo costo, dato che deve essere trasportata dalla Corsica. Con l'occupazione sarda la calce viene importata dall'isola di Tavolara, prima, e da Bonifacio, poi, perché viene reputata di qualità migliore e più economica di quella di Castel Sardo. Il successivo sviluppo, che in Gallura ha condotto anche alla costruzione di un secondo piano, qui è avvenuto a preferenza per giustapposizione laterale. Il tipo di casa "gallurese", divenendo cittadina, qui non ha potuto svilupparsi lungo un asse longitudinale come lo "stazzo"- evidentemente per il costo dell'area fabbricabile - e non ha perciò assunto quelle forme allungate tipiche della casa rurale, ma si è sviluppata in altezza. L'influenza dell'architettura gallurese non solo risulta evidente dall'aspetto edilizio della città, ma è anche confortata da documenti d'archivio, che testimoniano dell'arrivo di muratori galluresi. La scala esterna è di origine forestiera, molto probabilmente risultato della convergenza di maestranze napoletane e pugliesi, che hanno anche dato un notevole contributo all'edilizia isolana introducendo l'uso della costruzione a volta, del tufo calcareo e della calce idraulica. Le case di Cala Mangiavolpe costituiscono un pittoresco elemento forestiero, che va scomparendo per le frequenti ricostruzioni dei fabbricati avvenute in questi ultimi anni ed effettuate con materiali e tecniche differenti. L'uso del mattone cotto, ad esempio, si è affermato principalmente verso la fine del secolo scorso ed il granito resiste come pietra ornamentale, essendo ormai abbandonato l'uso come pietra portante. Dal punto di vista strettamente tipologico gli isolati sono frutto di una lenta stratificazione edilizia, avvenuta per sostituzione, che ha dato origine ad una struttura di "case a schiera aggregate", organizzate, quasi sempre, lungo due direttrici principali e parallele tra loro. Da una più attenta analisi si può rilevare che: il numero delle aperture esterne varia con l'ampiezza del modulo che prevede, di norma, una finestra per vano. Al piano terra, oltre al vano d'ingresso, si trova il vano della bottega e, generalmente una finestra; ai piani superiori, destinati quasi sempre alla residenza, due finestre per piano, allineate con le aperture del piano terra. Le pareti laterali sono generalmente cieche. Lo sviluppo in verticale dell'unità edilizia postula l'isolamento del corpo scala dall'area residenziale e questo è ottenuto aumentando di un mezzo modulo circa il fronte dell'edificio. L'affaccio su strada quindi oscilla da poco meno di quattro metri, per il tipo base, a un minimo di sei metri nel caso di tipo con vano scala indipendente. La profondità oscilla tra i nove e i quindici metri; l'altezza media dei piani è di circa tre metri e venti.
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