La Maddalena


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Com'era l'isola a cura di Andrea Mulas - "La scuola dei fari"

Com'era l'isola

Anche quel pomeriggio di quasi trent'anni fa, com'è mia abitudine, facevo due cose contemporaneamente: leggevo il giornale e ascoltavo, più che guardare, la televisione. E perciò mi ero perso l'inizio del programma. Quando ho alzato gli occhi dal giornale ho visto un tale, che non mi sembrava del tutto sconosciuto, che parlava dei Quaderni di Punta Filetto. Cosa? Punta Filetto? ma sta dicendo dell'arcipelago! lì c'è il faro di Santa Maria! O ma', se quello non è il maestro Zuncheddu! Beh, era proprio lui, il maestro Salvatore Zuncheddu, che era stato sindaco dell'isola nel 1960-1961. Questo l'avevo capito, dei Quaderni di cui parlava lui invece niente. Il maledetto vizio di fare troppe cose insieme, accidenti a me! La trasmissione non era neanche finita, si può dire, che già stavo telefonando a mezza Maddalena. Cosa sono questi Quaderni di Punta Filetto che stava dicendo adesso la televisione? L'hai mai sentiti tu? Quale televisione? La RAI! Quale televisione? Boh, mai sentiti… Punta Filetto è… Lo so, lo so dov'è Punta Filetto, a me m'interessavano i Quaderni! Mai sentiti. Ci ho pensato tanto tempo, poi mi sono rassegnato: pazienza! Peccato però! Il maestro Zuncheddu parlava di compiti di scuola, di disegni di bambini, in questi Quaderni… belli che devono essere, chissà che roba è però! Tanti e tanti anni sono passati, quando, non so come, un'estate, all'isola, mi capita tra le mani un vecchio articolo di Ciotta che parlava della Scuola dei fari, e di Punta Filetto, toh! Ci fosse stato ancora il Cancelliere, hai voglia tu, tra una chiacchiera e l'altra, e bevute interminabili al Bar Fiume, le cose che mi avrebbe detto! Ma il Cancelliere, ahimè, ci aveva lasciato da un pezzo, oramai, a patire soli le conseguenze dell'effetto Serra, nel senso delle conseguenze di troppe bevute al bar di Giacomino Serra. Ma di sicuro era dei Quaderni di Punta Filetto che stava parlando il Cancelliere nell'articolo, non avevo dubbi. E allora mi sono messo a cercarli, di persona, quell'estate, a Maddalena. Qualcuno ne aveva sentito parlare, lui pure, da altri. Esistevano, eccome! Fino a che una mia vecchia amica, che lavorava al Genio, mi dà la dritta e mi fa un nome: Franco Novelli, comandante di Marifari. Pronto, casa Novelli? Cercavo il Comandante… Ero già al telefono. No, papà non c'è, ritorna dopo il fine settimana. E' andato con mamma in un paese dell'interno, dove abbiamo casa, Luras, non so se la conosce… Luras, eh? Mi scusi: sua madre si chiama per caso Lucia? Sì, perché? e lei come lo sa? No, niente: sono anch'io di Luras, per parte di madre, e conosco sia suo padre che sua madre. Finalmente, quando ritorna a Maddalena sento Franco e ci diamo appuntamento. Se lo conosco? Sono due miei compagni d'infanzia, lui e Lucia, sua moglie. Suo padre, militare dell'Esercito a Luras in tempo di guerra, sposa una lurese e insieme si trasferiscono in Continente, dove Franco è cresciuto. Lo stesso è accaduto tra mio padre, sergente di Marina, e mia madre, lurese, quando l'Ospedale Militare, a seguito di un bombardamento, è stato sfollato da Maddalena a Luras. Poi, finita la guerra, i miei sono andati a stare all'isola, dove sono nato io. Strette di mani, abbracci. Ma tu sei il nipote di Chicchino! Sì, e tu sei il nipote di zia Giovannina del telefono! Eravamo proprio noi, e come potevamo sbagliarci? Senti Frà, cosa sono questi benedetti Quaderni di Punta Filetto, che dice che ce li hai tu? No, Andrè, ti spiego: non sono Quaderni, è un registro, pure bello grosso e in copertina c'è scritto Registro di cronaca, poi sotto, ma non si legge bene del faro, forse c'era scritto La scuola del faro, non so. Ma aspetta che te lo faccio vedere! Perché, ce l'hai tu? Sì, nella cassaforte alle tue spalle, alzati e piglialo tu! Davvero dici? E certo! Vai, la cassaforte è aperta! Non ci posso credere! Non è possibile! ripetevo a voce alta mentre sfogliavo il registro. Lo chiudo in cassaforte perché non vorrei che qualcuno lo prendesse per un registro qualsiasi e lo buttasse nell'immondizia, sai com'è! Frà, ma tu lo sai cosa ci hai qui, sì? lo sai cos'è questo registro? Beh, se lo chiudi in cassaforte l'avrai capito bene! qui c'è la storia della vita scolastica e quotidiana dei maestri dei fari, dei faristi, dei fanalisti, dei loro figli, delle loro famiglie… Il fatto è che io ho chiesto di andare in pensione il prossimo anno, e ho paura che il registro faccia una brutta fine… Me lo fai fotocopiare, almeno ne salviamo una copia? Guarda, nel corridoio c'è la fotocopiatrice, se hai bisogno fatti aiutare dal marinaio, ci vediamo dopo, quando hai finito. Davvero dici, Frà? Lo posso fotocopiare tutto? E certo: tutto. Tranquillo. E l'ho fotocopiato tutto, con l'aiuto del marinaio. Grazie, Frà! Però ti voglio chiedere un'ultima cosa: perché prima di andartene in pensione il registro non lo affidi in deposito, a lunga data, al Museo del mare che stiamo cercando di mettere su con Italia Nostra? Ci penso… Così è stato. Era il settembre del 2001. Nel 2002 il testo integrale del registro veniva dato alle stampe presso la Litografia della Scuola Sottufficiali de La Maddalena.

Santa Maria

"La mia casa ha ottocento trent'anni, e costruita vicino alla spiaggia. Anticamente ci abitavano i frati. Era una chiesa". Ha |'inizio di una favola, Ia "relazione" di Antonuccio Viggiani, classe IV elementare, alunno della Scuola di Punta Filetto, a Santa Maria. A partire infatti dall'anno scolastico 1956-'57, dopo tante richieste degli abitanti delle isole di Razzoli, Santa Maria e Spargi, viene istituita Ia Scuola popo/are volante per i figli dei fanalisti e dei pastori che la vivono.Vi insegnano giovani maestri, di solito non di ruolo, alla loro prima nomina. Questo registro di cronaca, come recita il titolo manoscritto in copertina, raccoglie appunto Ie difficolta, logistiche, didattiche, umane, di alcuni di essi, Ia loro solitudine, il loro incanto, la loro noia, interrotta per fortuna da qualche momento di notorieta: "sono stato, nientemeno, intervistato dalla radio squadra della RAI, che gira per Ia Sardegna. Durante I'intervista ho cercato di fare un quadro esatto della scuola e de|I'ambiente senza gonfiare 0 minimizzare niente. Chissa che fine ha gia fatto quelI'intervista!", scrive il maestro Masia. A compilare il registro di cronaca sono i maestri Franco Masia (aa.ss. 1956-'57; 1957*58); Roberto Mongia (a.s. 1959-'60); Virgilio Titti Ugazzi, (a.s. 1960-'61); Armando Naitana (a.s. 1960-'61). L'auIa di Santa Maria é un locale del faro, un tempo adibito a magazzino, tanto piccolo da non poter contenere neppure quattro banchi, che percio dovranno essere sostltuiti da un tavolo da ranclo della Marina, meno ingombrante, però sta ancora all'isola di Razzoli e bisogna andarlo a prendere laggiù. Manca ll materlale didattico necessario, quaderni e cancelleria, che il maestro cerca di ottenere dalla Marina, la lavagna e vecchia e rotta, il maestro tuttavia non dispera di farla rifllare da qualcuno per ricavarne una piu piccola, ma da chi? L'arredamento e scarno, manca il lume, ma soprattutto la stufa, che il maestro rimediera soltanto a gennaio, a La Maddalena, e una stufa, si sa, non e bene voluttuario nelle invernate fredde alle isole, sempre battute dai venti: "iI vento e in camera mia", annota ai primi di gennaio del '57, il povero maestro intirizzito dal gelo della tramontana. E quando poi Ia trova, questa benedetta stufa non la si puo neanche accendere, perché rnancano tubi e gomiti: altra tribolazione. II locale, insomma, non e pronto e, anche a causa del maltempo che impedisce di raggiungere le isole, l'anno scolastico tarda ad iniziare, con disappunto del Direttore del Circolo didattico di La Maddalena, professore Giovanni Battista Fabio, da cul Ie scuole dipendono. Come il tempo vuole, il 9 gennaio 1957 il maestro Masia sbarca a Santa Maria, e con il primo giorno di Iezione I'avventura della Scuola dei fari puo finalmente cominciare, ma non sara una romantica avventura in una landa trasognata. Certo molte cose la rendono assolutamente unica e irripetibile altrove: qui, intanto, e la meteorologia e non scarne circolari ministeriali a stabilire I'inizio delle lezioni, che non avviene pratlcamente mai prima del mese di gennaio, quando tutti gli altri scolari invece vi tornano, dopo Ie vacanze natalizie. La stessa attivita didattica ha come laboratorio en p/ein air l'isola tutta, un po' perché non esiste biblioteca né altro sussidio didattico, molto per Ia particolare sensibillta e Io spirito innovatore e pionieristico del maestro: "seguo il programma, lasciando che ogni iniziativa che puo suggerirmi l'ambiente, dia i suoi frutti", annota. E cosi e il mare il maggiore campo di studio e di ricerca, per la flora e la fauna, le attivita che vi si svolgono, la storia dei fari e della navigazione: si allestisce un piccolo "museo di classe" che raccoglie insetti e minerali dell'isola, si appendono alle pareti dell'aula cartoncini sul quali sono incollati i vari tipi di conchiglie raccolte dai ragazzi e da essi stessi illustrati con brevi note. Si parte dalI'osservazione di una rana pescatrice, catturata con la nassa, per stendere una breve relazione e arrivare ad apprenderne anche la denominazione scientifica, laphius piscatorius; si studia con curiosa attenzione il paguro bernardo e se ne ricostruiscono vita e abitudini. Purtroppo non e possibile fare lo stesso con le diverse specie della vegetazione marina, non per cattlva volonta o mancanza di interesse: e che dopo un po' puzzano, peccato! E in questa sorta di insegnamento globale Io stesso docente apprende realta a lul sconosciute, "e stato portato anche un crostaceo di natura che non avevo avuto modo ancora di notare": ora e il maestro che impara. Molto importanti e impegnative anche le attivita manua/i e pratiche, come si diceva un tempo: si costruiscono minuscole nasse, strumento di lavoro dei padri, cesti di rametti di mirto intrecciati, ma soprattutto un gozzo di piccole dimensioni (50,5 cm di base x 85 cm dl altezza), che riproduce quelli in uso localmente. E' lo stesso Dlrettore didattico a sostenere e caldeggiare questo tipo di attivita, e anche il maestro dell'isoIa di Razzoli, Sergio Maestrale, sbarcato a Santa Maria, dara il suo qualificato contributo di maddalenino conoscitore delle tradizioni e della nomenclatura locale. Accanto a questa attivita di mastri d'ascia in erba, i ragazzi, che restano pur sempre scolari, fanno ricerche sui diversi tipi di imbarcazioni a partire dall'antichita, illustrandoli con una serie di acquerelli. I ragazzi hanno plantato anche un orticello e ne godono i primi frutti: "sono state raccolte, infatti, le patate e patatine che arrosolate già sono diventate un piatto saporito", dice il maestro soddisfatto. Ma siccome non c'è aula migliore di quella che non c'è, le lezioni più interessanti e più partecipate sono in una spiaggetta, i"diversi chilometri di sentieri " percorsi per raggiungerla non sono più neppure un ricordo, e quanto è triste il giorno di pioggia che impedisce l'uscita i ragazzi sono svogliati, delusi, non seguono, chiusi tra poche mura. Ma la scuola è la scuola, comunque, il maestro non lo dimentica mai, e l'isola non é il mondo: i ragazzi devono sapere che oltre il mare c'e una realtà che bisogna conoscere perché pur sempre li riguarda, anche se è distante molte miglia, che tuttavia li raggiunge, anche quando il rimorchiatore non arriva perché non può uscire per il mare grosso. Che lo si voglia ammettere o negare, il faro é però fuori dal mondo, lontano assai più delle miglia che lo separano dai modesti comodi di un'ordinaria, banale vita "civile". Se per il mare grosso il rimorchiatore non arriva, e può capitare anche per quindici giorni e oltre, i viveri scarseggiano, e allora neppure si pesca: questo vuol dire, se non fame fame, qualcosa che le somiglia molto, per tutti, maestro compreso, si capisce. E tra un viaggio e l'altro del mezzo della Marina, quand'anche il tempo è buono, tornare a La Maddalena, per qualsiasi necessità, non è impresa facile: fatti molti chilometri, s'arriva in puntata, e lì si aspetta che passi il gozzo di qualche pescatore uscito magari a salpare nasse: Musu Marté (Pasqualino Atzeni), Magrò (Luigi Spinelli), 'U Punzisiellu (Salvatore De Meglio), Tatò (Salvatore Giudice), di solito sono loro. Si accende un falò per segnalare la propria presenza, come fanno gli abitanti dell'isola, e si aspetta. Altro che mondo incantato: è dura la vita al faro, dura per tutti! Si, certo gli accenti fiabeschi non mancano: i membri della Commissione esaminatrice, (il Direttore Giovanni Battista Fabio, i maestri Mario D'Oriano e Romolo Bombagi), che arrivano in barca; i ragazzi che avvertono il maestro come un traumaturgo dotato del potere di far piovere per ridare cosi serenità e benessere ai loro genitori, la stessa cosa che i contadini chiedono al prete, lui che ha studiato e chissà quante magie conosce; e si potrebbe continuare. Tutto questo pero non deve trarre in inganno e dare una percezione falsata ad usum civis della vita nei fari: qui l'esistenza è difficile, difficile per tutti, nessuno escluso. E non solo per le difficoltà ambientali e logistiche che abbiamo già visto: c'è dell'altro, evidentemente. Qui tempo è spazio, le nostre nozioni di tempo e spazio, sono stravolti sino a non sussistere quasi più: non solo il faro è la casa e la casa il faro, la stanza del maestro è l|'aula e viceversa ("ho visto la mia cameretta, nonché aula scolastica"), ma il faro, il faro vero, è la scuola, è il maestro la sua luce, la vera luce del faro, e questi ragazzi che ora non intendono bene il senso di un giornata di classe che guarda troppo lontano per loro, lo capiranno meglio quando frequenteranno il Palazzo scolastico di via Giosuè Carducci, e io li avrò, compagni di classe, i Giulio Palomba, alle elementari, i Gennaro Morlé alle medie. Gli spazi dunque sono quello che sono, "qui nessuno vive in casa propria" lamenta il maestro, tutti sono costretti ad una coabitazione forzosa, privati di libertà e persino di intimità. Di giorno magari, tra la scuola, qualche passeggiata, una lettura, l'esame magistrale da preparare, una totanata, un'uscita in barca a salpare le nasse a zerri, il tempo ti passa, ma la sera? Dove vai la sera? O chiacchieri, alla luce del lume a petrolio, di tempaccio e nasse e rezzi perduti, oppure l'infili con qualche discussione di argomento sociale, e allora ti accorgi che viene fuori sempre un sordo disprezzo verso tutto quello che é lontano da qui, che loro sanno cos'è giusto e cosa no. O sè no, ti parlano di storie di litigi e di maldicenze tra famiglie, o di interessi, storie che non hanno mai fine né inizio. Solo quando gli spieghi i misteri dell'Universo o i progressi della Scienza ti ascoltano incantati, più dei loro ragazzi, che quasi non gli sembra vero. E allora capisci che sei maestro di tutti, a tutte le ore, e l'isola è la tua aula, e certo non solo per le 15 ore settimanali di lezione che fai coi ragazzi: a volte nè fai pure piu di 24! Ma al faro gli avvenimenti non sono molti: la visita ufficiale di autorità; la festa grande per la prima Comunione e Cresima di due figli dei fanalisti; l'arrivo inaspettato del maestro dell'altra isola, col quale finalmente discutere di argomenti non banali. Poi l'inseguimento delle capre fuggite e la cattura di una di esse che, lanciatasi a mare, viene recuperata dal maestro, la cui considerazione cresce perciò oltre misura. E' il grande spavento per inspiegabili, improvvisi rumori fantasmi? No, una bimba che gioca; i terrificanti lamenti lontani e le inutili ricerche: un povero naufrago o magari un fuggiasco oltre confine? E se fosse invece una berta maggiore? La baldoria di un memorabile pranzo a mare; il ricevimento dato dal giovane fanalista, sposino fresco, al ritorno dal suo paese: quattro ore di festa quattro! mica una, quattro! e lo sposino mezzo cotto, tanti bicchierini rotti, evviva gli sposi!. La sorpresa infine della visita inaspettata di cari amici venuti con una barca a motore: che domenica. Ci rivedremo presto, promesso? Promesso! No, non è facile la vita ai fari: certo è vero che "il diretto contatto con la natura fa si che il fanalista sia schietto", che a causa delle difficoltà di una vita isolata "la psiche di questa gente acquista delle caratteristiche spiccatamente individualistiche", va tutto bene. Neanche il rapporto coi ragazzi pero é tanto facile: "con gli estranei sono molto riservati quasi selvatici, questo perché durante l'anno avvicinano pochissime persone"e i più piccoli "si nascondono e se un estraneo riesce ad avvicinarli si mettono a piangere". "Poari ziteddhi! ghi nn'é ancora pe'vvo'j a Santa Maria, i maschi a salpare nasse, per aiutare i genitori (e pure questo sarà argomento di lavoro a scuola, con studi e disegni); a Spargi le femmine a dare una mano in casa, a governare il bestiame, ed "è curioso vedere bambine di 7 e 8 anni trattare con grande confidenza delle bestie grandi come i buoi". Perché a Spargi il faro non c'è, e perciò pure i fanalisti: sono pastori, con una cultura e un'economia tutte differenti dalle altre due isole, ma il maestro é il loro maestro, e, a tempo perso (pieno?), pure dei loro genitori. Solo che si tratta di cercarsi un passaggio per tornare a La Maddalena, poi da qui trovarsi qualche pescatore che va a Spargi, uno scherzo da niente ! Scrive il maestro che agli alunni dell'isola "si terranno lezioni saltuarie, da farsi 1 o 2 volte alla settimana, a S. Maria o a Spargi, secondo le possibilità", ma ' che "causa il tempo e la disponibilità dei mezzi, i ragazzi di Spargi non hanno mai potuto raggiungere S. Maria e che solo una volta, nel mese di marzo, mi fu possibile visitare quel nucleo scolastico. Non si poteva pensare che mi recassi colà una settimana ogni mese non esistendo in tale località la benché minima possibilità di vita per l'insegnante. Il nucleo scolastico di S. Maria rimase praticamente l'unico centro di attività per me; e posso garantire che fu più che sufficiente ad assorbire il mio lavoro".

Spargi

"L'isola di Spargi è La più grande tra il gruppo di quelle isole che sono situate a nordovest dell'isola di La Maddalena. Vista dal mare da l'impressione che sia completamente montuosa. E' questa una caratteristica fasulla perché l'isola nella parte centrale forma un altopiano dove vi si trovano lunghe distese di terreno pianeggiante". Altra "buona caratteristica di quest'isola è quella di avere molta acqua, cosa molto rara da queste parti". Così la descrive Titti Ugazzi, supplente, al suo primo anno di insegnamento: è l'anno scolastico 1960-'61. Sono appunto queste due peculiarità morfologiche dell'isola a determinare la profonda differenza della vita che qui si conduce, rispetto a Santa Maria, e quindi del metodo didattico adottato per i ragazzi che la abitano. I maestri "volanti", in realtà, in molti mesi dell'anno non riescono neanche a navigare o ad attraccare, qui come nelle altre isole; lasciamo stare poi, quando oltre al mare ci si mette pure il tempo cattivo: allora bisogna arrendersi, per forza. E i passaggi dei pescatori sono sempre un'impresa: "18 marzo. In questa giornata mi è andata proprio bene infatti mentre venivo a La Maddalena con la barca di un pescatore chiamato il Cinghiale si è messo all'improvviso un fortunale. Le onde del mare venute ad un tratto altissime molte volte si sono imbarcate e solamente dopo una lunga lotta con il mare siamo riusciti a raggiungere La Maddalena bagnati come pulcini". Però bisogna fare scuola lo stesso, e di bagnate come questa, troppe ce ne saranno! Qui all'isola c'è solo una famiglia, nove persone: Giovanni Fancello, pastore a mezzadria, e il pater familias. Ruvido e di poche parole, come tutti quanti i sardi dell'interno, sa bene quant'é dura la vita dei pascoli e dei campi, e c'è poco spazio per sbagliare, meno ancora per sognare, nessuno per oziare. "Sa fare di tutto oltre che il suo mestiere di pastore è contadino, è infatti a volta delle necessita fabbro, maniscalco, falegname e pescatore, è molto bravo nella caccia. In questo campo mi ha insegnato molte cose", annota il maestro, e aggiunge "con quest'uomo ho fatto tesoro dl tutte le nozioni che avevo imparato durante il corso di agricoltura, e varie volte ho ringraziato il fatto di averlo seguito": di nuovo si trova a imparare anche Iui. Egll e un uomo lucido e dignitoso: conosce la sua sapienza, ma avverte tutti l limiti del suo sapere, e percio e pronto ad ascoltare. Allora per Iui il maestro ritaglia un metodo su misura, ad personam, mai codificato in alcuna programmazione. didattica ufficiale, "per fargli intavolare un argomento qualsiasi e da questo lo trascinavo ad interessarsi di qualche cosa ed egli stesso mi chiedeva notizie ed io cosi potevo fargli lezione di storia, geografia, matematica, italiano ecc. senza che lui nemmeno se ne accorgesse". E' la sera, dopo cena, che maestro e pastore si parlano, e si raccontano storie, due amici che si stimano e si aiutano nel reciproci bisogni, scambiandosi informazioni sui rispettivi saperi, tanto diversi. Pure di Yuri Gagarin si mettono a chiacchierare, e poi delle meraviglie della scienza e della tecnica dl questi incantati anni '60, ora che si apre qualsiasi traguardo a tutta quanta l'umanità e a ognuno di noi, tutto é possibile, adesso! E mica s'accorgono delle illusorie, velenose promesse che nasconde questa "civiltà", che di là tenta la scalata alla luna e di quà non riesce a darti un mezzo per tornartene da Spargi a Maddalena, se ci pensi bene! E che ti lascia quattro poveri disgraziati dimenticati alle isole, e alla sera s'accendono il lume a petrolio, che manco la luce elettrica c'è, e stanno pure quindici giorni buoni senza che gli arriva niente da mangiare. Ah, i favolosi anni del boom! Che Albertina la sogna e lo dice nei temi, la luce elettrica, povera figlia!, e Vittorio G. Rossi poi ci fà un bel pezzo di colore, parlando di Razzoli sul Corrierone di via Solferino (Piccolo mondo antico e moderno. Sogna la luce elettrica Albertina, fanciulla sarda. Vita primitiva, modeste fantasie, commoventi speranze degli abitanti dello sperduto isolotto di Razzoli) ci fà, e se n'esce con "La stanza del maestrino" Ma va' va', qui pure andare a scuola é un lusso altroché: c'e da guardare le bestie, da zappettare l'orto, da lavare i piatti, da dare sempre una mano in casa, altro che sillabario! E a voglia a lamentarsi il maestro, lui fà il maestro, ma la vita di qua già la conosce bene, la sa eccome, anche se ne parla poco nel registro. Ma la relazione del maestro é una fotografia che manco Pensiero Bini! tutto c'è: e l'isola, è la casa del pastore, con mobili e pignatte, e attrezzi di lavoro lampati qua e là, e tutta la famiglia di Fancello Giovanni, di Dorgali, pastore a mezzadria dei Berretta, e di sua moglie Pasella Mariangela in Fancello, nativa di Arzachena, e di tutti quanti i figli, Agostina, Cipriana, Giovanna Maria, Michelangela, Salvatore, senza contare quegli altri due che non hanno ancora l'età per la scuola: non manca proprio niente.

Razzoli

"In quest'isola solamente rocciosa, in cui la caratteristica macchia è la flora e solo caproni selvatici la fauna", scrive il maestro Armando Naitana nella sua relazione per l'anno scolastico 1960-'61, "sono proprio lontano dal resto del mondo". A Razzoli, ultima piccola isola dell'arcipelago, la scuola e la più settentrionale della Sardegna: qui il 1° dicembre 1960 una barca con il nuovo maestro arriva in porto. Ad attenderlo, "un asinello intorno al quale fanno cerchio esultanti e festosi alcuni bambini, i quali domani saranno i miei alunni". Lo ospita "un grande palazzo sulla cui sommità c'è un faro": qui è la scuola e la sua casa, in comune con la famiglia di Albino Manzoni, fanalista. Difficile é la vita nell'isola, e la coabitazione forzata costringe ad una familiarità spesso soffocante, e non sono ammesse pause. I ragazzi sono molto indietro, perché sbarcare a Razzoli, per i maestri "volanti" é stato sempre un problema, e le lezioni saltate sempre troppe, per un buon profitto. Le lacune sono pesanti, e questo non promette niente di buono per i compiti da fare, magari saltando tutte le feste. Quando passa la primavera e l'anno si chiude, è tempo di bilanci: delusione per i traguardi mancati, per non aver suscitato altri interessi nei "grandi", presi come sono dai problemi quotidiani, e pure qualche rimprovero per non aver saputo smuovere tante idee bigotte dei fanalisti.
La gioia però di essere "il consigliere più fidato", l'istitutore, il precettore e grande assai, e ripaga di tante fatiche.

Capo d'orso

AI faro di Capo d'Orso, terra dei Lestrigoni, l'insularità non c'é più, ma l'isolamento però resta, eccome, con tutti i suoi problemi. E le note dolenti e le difficoltà che già conosciamo, si ripetono: identiche. Qui il maestro, sotto la pioggia, arriva in motoretta "la pioggia benché lenta scende interrottamente dal cielo interamente coperto di nuvole bagna il ciuffo dei miei capelli, che fa capolino da sotto il cappello impermeabile, bagna il mio viso, qualche goccia scende sugli occhi rendendomi impossibile la vista della strada. Sono costretto a rallentare, asciugarmi alla meglio ed evitare le pozzanghere infinite che di tanto in tanto fanno sobbalzare la mia moto". I futuri alunni si mostrano alquanto diffidenti: "vedo i miei alunni che dalla finestra mi seguono con lo sguardo. Mi studiano con attenzione, nel loro sguardi si legge l'ansia e la curiosità di sapere con chi avranno a che fare", mancano i sussidi didattici: "mi reco anche a La Maddalena, qui il Direttore mi dà tra le altre cose una cartina geografica dell'Italia". La preparazione degli alunni non è delle migliori: "sono quattro in tutto: Antonietta Filigheddu, che frequenta la prima classe, Anna Filigheddu e Tomaso Scolafurru che frequentano la terza classe, e Gabriella Scolafurru che frequenta la quinta classe. Sono tutti in condizioni disastrose". Le lezioni, quando è possibile, si svolgono all'aperto, e le difficoltà di raggiungere la sede di lavoro, seppure in condizioni mutate, restano tutte. Gli esami poi, per i ragazzi, sono sempre un'angoscia: "Dover rispondere a delle persone sconosciute non é per loro un piacere, ma mi hanno promesso di essere calmi e di non piangere, come qualche volta fanno con me". Infine, di nuovo il problema di come fare arrivare la Commissione ? "Ed ecco il giorno degli esami. Devo fare due viaggi con la moto per portare sul luogo della scuola, due miei colleghi, componenti la commissione". Si chiude qui, la storia della scuola dei fari, cosi come l'hanno narrata i maestri, con le parole delle ultime pagine del registro di cronaca del maestro Mannoni: "Oh come farei volentieri altre docce sotto la pioggia, volentieri cadrei dalla moto, pur di ritornare tra quei banchi e quei bimbi che sempre mi sorridono nel ricordo". Le microstorie di questi anni all'arcipelago lasciano la bocca amara, serra la gola una muta nostalgia per mondi d'incanto: noi lo sappiamo ora, ma loro, gli isolani isolati, l'avevano capito già allora, eccome, che niente più sarebbe stato come prima. "Posso dire che tutte le persone che vi sono giunte ne sono rimaste entusiaste e molti yachts ritornano tutti gli anni quasi come una visita di obbligo. Ho sentito- scrive da S. Maria Titti Ugazzi - molte persone fare delle grosse offerte per un pezzo di questa isola per potervi costruire una casa, ma per quanto queste offerte siano state vantaggiose non sono state accettate perché i proprietari sono molto gelosi della loro isola e non vogliono estranei". Ma se guardi bene, li vedi: sotto una ponentata terribile, il mare e in fumo, nell'aula il maestro è alla lavagna. Sono ancora là, tutti quanti. "Tira un vento furioso; tutto il mare intorno al faro è in subbuglio. La scogliera sottostante infrange il mare con suono che ripercuote l'ardita potenza del mare. La scuola di Punta Filetto è in attività". Nessuno conosce bene il finale, ma intanto la favola bella é finita.

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