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Conoscere un territorio, significa comprenderne le peculiarità e amarlo per come è. Amarlo, vuol dire sentirsi posseduto da quel territorio tanto da farne parte integrante e sentirsi ad esso funzionale a tutti gli effetti. Fino a ieri, invece, si riteneva che il concetto di amore contemplasse unicamente il possesso, esercitato da parte dell’ego, nei confronti della natura. E a pensarci bene, anche il concetto di amore nei confronti di una donna ha valore soltanto nel momento in cui, noi, che tale amore professiamo, ci sentiamo parte integrante di lei.
Quando, invece, sbandieriamo il nostro amore ai quattro venti, dicendo che quella donna la sentiamo nostra, che ci appartiene, stiamo sminuendo il concetto di amore e stiamo esaltando il concetto di proprietà, di diritto padronale del maschio. Stiamo fondando una gerarchia. Io, su tutto, e grazie al mio amore nobilitante, vi presento la “mia” donna. Ben diverso è il discorso se abbiamo, invece, il coraggio di dire che io amo quella donna, dal cui amore dipendo e in cui mi sento totalmente integrato. Io devo essere funzionale al mio amore e non già il contrario. Nel primo caso io detterei le regole (anche se finalizzate alla presunta esaltazione delle qualità della “mia” donna) e la mia compagna, conseguentemente, le subirebbe, non fruendo neppure del diritto di recessione o di svincolo. Si spiegano, infatti, in tal modo, psicologicamente, una miriade di vergognose e stupide violenze persecutorie. Lo stesso vale per un territorio.
Avevo un amico (e sottolineo “avevo”) che, pur non essendo del mio paese, era solito millantare il suo amore per esso, convinto che amarlo significasse possederlo. Ne aveva le possibilità, quindi era solito comprarsi tutto quello che amava: un appezzamento di terreno, una casa, un palazzo, un esercizio commerciale. Più sosteneva di amare il territorio, più sentiva il bisogno di possederlo, per mostrare a tutti il proprio attaccamento all’ambiente. Naturalmente, possedendolo, riteneva di poterlo modificare, piegandolo al proprio tornaconto, alle proprie necessità, alla sua cultura, o incultura da innamorato folle. Ogni strampalata miglioria ipotizzata, che io contrastavo, era frutto di violenta discussione: da una parte lui, benefattore, quasi innamorato non compreso, e dall’altra io, conservatore egoista, retrogrado, invidioso delle sue possibilità finanziarie… Conoscere un territorio, dunque, significa andargli incontro, per esaltarne le prerogative, esaltandone le peculiarità, riqualificandole, magari, ma mai e poi mai alterandole pretestuosamente e per finalità goliardico-economiche.
La Maddalena è una fantastica miscela della natura. In questa miscela si è annidata, per oltre duecento anni, la storia militare dello Stato italiano e di molti dei suoi uomini di governo. Oggi, che la situazione storica e politica italiana e mondiale è cambiata, sulla storia si può intervenire, col bisturi o anche con l’accetta, per cambiare definitivamente pagina. Nulla vi è di incontrovertibile nella storia di un paese. Ma se l’intervento evolutivo storico comprende quel concetto di amore padronale, caro all’amico mio, da cui occorre, invece, prendere in qualunque modo le distanze, per la previsione di violenze cementificatorie sul territorio, per la modifica strutturale dell’isolamento geografico, per esempio, o per qualsivoglia altra intromissione invasiva, allora non siamo più d’accordo. Vi è, infatti, un punto cruciale di fronte al quale le nostre ambizioni padronali, di maschi possessori, si devono acquetare una volta per tutte. Questo punto cruciale è rappresentato dal rischio di consumare per sempre il bene patrimoniale della nostra comunità, che abbiamo per le mani. Mai abbassare la guardia, di fronte a questo rischio.
L’economia va rilanciata, ora che le Marine Militari hanno tagliato i loro cordoni ombelicali da cui storicamente i maddalenini traevano il loro principale nutrimento. Ma il nostro amore per l’ambiente che ci ha dato i natali, ci deve consentire di trovare (perché esiste) la formula del giusto equilibrio, tra profitto etico e profitto edonistico: tra il piacere dell’essere e quello dell’avere… Esaltando ciò che di buono la natura ci ha regalato, faremo opera meritoria per i nostri figli, e getteremo le basi per un turismo qualitativamente più redditizio. E potremo dire di amare il territorio, a cui apparteniamo e siamo funzionali.
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