La Maddalena


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Cosa era l'arsenale a cura di Stefano Boeri

Ex Arsenale

Nelle sue manifestazioni più note e diffuse, l'architettura militare è una rappresentazione funzionalista della geopolitica. Riduce all'essenziale i requisiti logistici, relazionali, simbolici che sempre caratterizzano una forma di presidio geopolitico su una porzione di territorio.

È un'architettura scarna, essenziale, perfino sobria e spesso - letteralmente - atopica, come dimostrano le centinaia di caserme ottocentesche e novecentesche che, simili nell'introversione e nelle proporzioni, giacciono incastonate nei tessuti delle nostre città.

Ma vi sono dei casi, rari e stupefacenti, in cui l'architettura militare compie un vero e proprio salto ontologico, fino a trasformarsi (inconsapevolmente) in un sistema diffuso di presidi territoriali: limpidi e sensibilissimi al loro contesto.

Questo salto non ha spiegazioni storiche, ma geografiche: non avviene ad un certo punto, ma in un certo punto. Accade in presenza di luoghi e territori particolari, che aggiungono un carattere inaspettato all'ossessione tipica della geopolitica militare: quella della visione non reciproca.Quando il principio insediativo del "vedere-senza essere visti", del controllo panoramico sul territorio esperito da un contenitore mimetizzato, reagisce a territori e paesaggi naturali dotati non solo di una posizione strategica, ma anche ricchi di variazioni geologiche e orografiche; quando i due dispositivi visivi della mimesi e del controllo si combinano con un paesaggio variegato e mirabile - come quello dei grandi complessi rocciosi di granito della Gallura costiera - l'architettura militare si trova di necessità a combinare la sobrietà con l'intelligenza insediativa, l'essenzialità con le tattiche di adattamento "visivo" al sito.

L'arcipelago di La Maddalena è il più straordinario "parco a tema" dell'architettura militare Mediterranea.

La variazione infinita di scavi e levigature nel granito poroso dell'arcipelago, modellati per secoli dalle raffiche di vento incanalatesi nelle Bocche di Bonifacio e dalle ondate trasportate dalle correnti marine profonde, è tale da aver quasi consumato lo spettro delle variabili formali. Per far fronte a questo eccesso plastico della roccia, le architetture militari sono state costrette a inventarsi tattiche di mimetizzazione e posizionamento visivo inusuali e sofisticate (nell'uso di materiali locali, nel selezionare le angolature prospettiche sul territorio, nel plasmare i percorsi di accesso), pur mantenendo inalterata la loro essenzialità costruttiva.

Infatti, il numero sorprendente di bunker, casematte, forti, osservatori, depositi di munizioni, torri di avvistamento, caserme, armerie, che si sono insediati negli ultimi 400 anni tra le case dell'arcipelago, lungo le coste, incastonate tra le rocce di granito, sui colmi delle isole, ha risposto all'eccesso plastico della natura con uno spettro ampissimo di soluzioni tipologiche e insediative.

Nel 1967, mia madre Cini Boeri ha progettato per la nostra famiglia una piccola casa di cemento a pianta quadrata lungo le coste settentrionali dell'Isola di La Maddalena. La piccola casa, che è ancora la nostra casa, è appoggiata alle rocce (senza fondazioni), distribuita su quote diverse e chiusa da pareti oblique in continuità con un tetto piano; forse per questo, è stata subito chiamata "il bunker" dagli isolani. Del bunker aveva - ed ha - la forma, il colore e soprattutto la relazione tra interno e esterno.

Un paesaggio mobile, di continuo cangiante nei colori e nella luce (il vento scompagina e mischia incessantemente i riflessi dei raggi solari sulle rocce), viene tagliato e circoscritto dalla cornice dei serramenti di legno e delle porte-finestra scavate nel cemento armato. Ogni taglio è un film per chi sta dentro e una fessura per chi sta fuori. Il principio di visibilità non reciproca che si manifesta nei quattro "monolocali con bagno" posti agli angoli del bunker, ha il suo punto di forza nel soggiorno/patio coperto della piccola casa. Il luogo dove convergono i movimenti e gli sguardi degli utilizzatori dei monolocali e dove soprattutto, grazie ad una grande porta vetrata arretrata rispetto al filo delle pareti perimetrali in cemento, si guarda fuori lo spettacolo del paesaggio senza essere visti.



Fuori, un mondo di energie naturali in continuo movimento; dentro, uno spazio limpido e razionale. Tra i due mondi, una crosta geometrica dura e protettiva (rivestita da una pelle di asfalto impermeabile di color piombo) che pur del tutto aliena rispetto alle forme organiche della penisola, promette - forse proprio grazie alla sua analogia formale con i fortini militari sparsi nell'arcipelago - una condizione di nascondimento nel paesaggio, oltre che una assoluta intimità. Una geometria limpida nel caos delle forme di pietra.
La crosta della piccola casa non servì in quegli anni a proteggere un matrimonio in crisi (l'esplosione, come ha scritto Jean Francois Chevrier "avvenne dentro il bunker stesso"), ma a diventare negli anni, per me, il riferimento più solido e convincente di un pensiero visivo sul paesaggio che non accetta facili compromessi.

Oggi sappiamo che a salvare nei prossimi decenni le architetture realizzate per un G8 che a La Maddalena non c'è mai stato, sarà la lungimiranza di chi fin dall'inizio le ha pensate come spazi destinati a sopravvivere all'evento.
Le intenzioni di Renato Soru e Guido Bertolaso erano del resto chiarissime. Il G8 era stato immaginato come un'occasione per accelerare la transizione da un'economia fondata per secoli sulle servitù militari ad un modello di sviluppo dell'Arcipelago basato su un nuovo tipo di turismo. Un turismo "leggero" e distribuito nel territorio, non chiuso in ènclaves, ma capace di assorbire e valorizzare le risorse del luogo - il vento, il paesaggio, il mare e naturalmente anche una professionalità artigianatale diffusa generata dalla storia di un grande Arsenale militare. Sfruttando i suoi vantaggi logistici (situato nel cuore dell'arcipelago, protetto dai venti dominanti e dalle correnti di superficie, dotato di fondali continui e adatti a grandi imbarcazioni) l'ex Arsenale sarebbe diventato l'epicentro di questo nuovo turismo diffuso: un polo nautico polifunzionale, dedicato prevalentemente alla vela; un luogo senza eguali per dimensioni e prestazioni (per qualità dei posti barca, numero di alaggi e di stalli di riparazione, metri di banchina) nel Mediterraneo occidentale.

L'origine delle nostre architetture è dunque in buona parte dovuta alla preoccupazione di offrire una doppia funzionalità (per il G8 e oltre il G8) agli spazi dell'ex Arsenale.

Ci siamo allenati a immaginare i nostri edifici come crostacei dal guscio costante e dal mollusco variabile: un grande centro per l'accoglienza e gli incontri tra i delegati destinato a diventare uno spazio commerciale ed espositivo; l'edificio per il Summit destinato a diventare uno spazio di eccellenza per la nautica; i padiglioni per la stampa e il catering destinati a trasformarsi in laboratori artigianali e in aree di cantieristica navale.

Ma oltre a questo doppio futuro - quello destinato al consumarsi del Rito e quello proiettato su una successiva Normalità - l'architettura dell'ex Arsenale ha vissuto e metabolizzato nel suo farsi (cioè nel tempo rapidissimo di 10 mesi) un altro passaggio radicale e inaspettato.

L'improvviso spostamento del G8 all'Aquila ha infatti seriamente minacciato di lasciare nell'arcipelago un'architettura dichiaratamente orfana. Orfana di un evento generatore e tuttavia non esperito, addirittura svanito. Un evento alla cui progettazione accurata e minuziosa (la logistica del G8, le sue impreviste variabili organizzative, il complesso governo dei flussi e degli spostamenti) era stato dedicato un impegno enorme. Ma se questo non è accaduto, e non accadrà, è proprio grazie alla potenza visiva e all'intelligenza tettonica dell'architettura militare dell'arcipelago. Perché è ad essa, piuttosto che alla celebrazione dei fasti di un evento internazionale ormai quasi inutile, che ci siamo fin dall'inizio ispirati.

Dai presidi costieri e dalle torri di avvistamento dislocate nell'arcipelago abbiamo cercato di acquisire quei requisiti di visibilità attiva e di mimetizzazione che ci hanno aiutato a ribaltare la logica insediativa dell'ex Arsenale - luogo storico di un'architettura militare introversa e atopica - immaginandolo come il posto di una architettura capace di selezionare viste sul paesaggio e di essere al contempo trasparente, visibile, permeabile allo sguardo di tutti. Se le principali architetture dell'ex Arsenale hanno ognuna un motivo tettonico diverso, è dunque perché ciascuna di esse declina singolarmente, in rapporto con il territorio dell'arcipelago, alcuni dispositivi visivi della Geopolitica incarnatasi nei secoli tra le rocce dell'Arcipelago.

La Casa del Mare nasce dall'urgenza di imporre ai grandi del Mondo uno sguardo orientato verso le isole dell'Arcipelago. Uno sguardo sulla polifonia e il relativismo, che però a sua volta si espone allo sguardo di tutti, appena filtrato da una trama di vetro che assorbe le variazioni cromatiche del mare e del cielo e dunque mimetizza - senza nasconderla - la scatola sospesa dedicata al Rito.

Il grande Padiglione ex deposito carbone nasce dall'idea di un unico grande tetto destinato a proteggere - come accade in un Bazaar - l'intreccio imprevedibile di sguardi e prospettive tra i delegati dei Paesi del Summit. Ma allo stesso tempo impone loro due grandi corridoi panoramici condivisi - paralleli e perpendicolari a quello fissato nella Sala della casa del Mare - quasi a ribadire il primato della geografia di lunga durata, della storia verticale, sulla politica evenemenziale.

Se dunque l'ex Arsenale avrà un futuro, se non resterà orfano di un evento svanito, sarà anche grazie all'antidoto di una Geopolitica che da secoli dispiega le sue logiche nei territori dell'Arcipelago e delle Bocche di Bonifacio. In una lenta e lunghissima vicenda di sovrapposizioni e incastri tra le rocce e le architetture.


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