La Maddalena


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Dalla Chiesa della Trinita alla spiaggia di Bassa Trinita

Itinerari

Giuseppe Garibaldi

In questo spiazzo si apre il cancello della batteria della Trinita costruita verso il 1890 su uno sperone di roccia alto 128 metri s.l.m.

Passato il cancello si imbocca il tracciato a sinistra, dietro un magazzino diroccato per saliure lungo quello che resta della vecchia strada militare, lasciando a destra i caseggiati un tempo adibiti a casermaggio, oggi in parte abitati. Rimane poco del vecchio selciato invaso ormai dai cespugli e costeggiato da piante di agave: questa specie, sicuramente importata dai militari che ne hanno adornato molte batterie, ha una infiorescenza simile a quella della ferula, dalla quale si discosta per le maestose dimensioni che le hanno fruttato il nome locale di "ferrula madama".

La parte alta della batteria, alla quale si accede attraverso un altro cancello, ospitava nel 1767 il primo trinceramento militare stabilitovi dal corpo di spedizione piemontese che aveva il compito di occupare le isole dell'arcipelago e garantirne il possesso al regno di Sardegna. Da questo sito, preferito inizialmente a quello di Guardia Vecchia, era più facile scorgere gli approdi di eventuali nemici provenienti dalla Corsica o dai bracci di mare intorno alle altre isole: il raggio di visuale del panorama lo dimostra. Di questo trinceramento rimane, ben riconoscibile, il muro di difesa di ponente. Nella seconda guerra mondiale la batteria ospitava la postazione antiaerea M 142 armata dalla Milmart.

In tutte le piccole conche naturali del granito, dove si è raccolto un minimo di terriccio, cresce fitta una delle piante pioniere più diffuse, la borracina azzurra (Sedum coeruleum), nelle spaccature ombrose l'ombelico di venere (Umbilicus rupestris), mentre sul disfacimento delle strutture militari si vanno impiantando le specie più comuni della macchia. Riscendendo alla base della batteria si trova la chiesetta della Trinita, costruita subito dopo l'occupazione del 1767 al centro del piccolo insediamento sparso della Villa, dove gli abitatori corsi delle isole avevano preso dimora, lontani dalle spiagge (e quindi dai pericoli di invasione dei Barbareschi), presso una buona fonte di acqua, in una zona relativamente piana, più adatta di altre alla poca agricoltura possibile.

La Trinita rappresenta un luogo di culto molto sentito dagli isolani, ben testimoniato dagli ex voto che ne riempiono le pareti interne. A sinistra della chiesa si imbocca il sentiero che porta alla spiaggia chiamata abbassu à Trinita (poi divenuto Bassa Trinita), che significa "sotto la Trinita", superficialmente trasformato da qualche sprovveduto in Baia Trinita.

La prima parte del percorso corre fra macchie tormentate dal vento, costeggiando, a destra, la base dello sperone roccioso dove sorge la batteria: di qua si scorge bene, in alto, il muro del vecchio trinceramento che ingloba i massi naturali nel tessuto stesso della costruzione.
A circa 100 metri, lasciare momentaneamente il percorso principale prendendo il secondo dei due sentieri a sinistra, molto vicini uno all'altro. Si arriva, dopo pochi metri, di fronte ad una abitazione privata, abitata durante l'estate, per cui, in questa stagione è bene chiedere il permesso ai proprietari per attraversare lo spiazzo sulla sinistra e imboccare un sentiero quasi completamente sommerso dalla vegetazione che conduce ad una delle poche case corse rimaste. Vale la pena di raggiungerla perché essa mantiene ben conservato l'impianto peculiare di quell'insediamento tipico di pastori-agricoltori-marinai che ha caratterizzato le isole dell'arcipelago ben prima del loro ingresso ufficiale nel Regno di Sardegna.

La casa era costruita secondo un modulo standard determinato da diversi fattori:

  • la necessità dell'apertura verso levante o verso mezzogiorno, per questioni di luce e calore;
  • la larghezza del locale determinata dal trave di ginepro che costituiva il sostegno del tetto, quindi di 3-4 metri in media;
  • a presenza di uno sperone roccioso che doveva difendere la casa dal vento, ma anche occultarne la vista dal mare.


Accanto, verso sud est, c'è un altro elemento caratteristico, cioè il chiuso circolare per il bestiame e, un po' staccati, verso levante, due piccoli manufatti circolari, coperti a volta (probabilmente forni). Riprendendo il sentiero principale, si inizia la discesa, piuttosto ripida costeggiata dalle piante della macchia che si infittiscono e diventano più alte man mano che si scende lungo il canalone: il corbezzolo (Juniperus phoenicea), eriche ( Erica arborea e scoparia), ilatri (Phillyrea angustifolia), alterni (Rhamnus alaternus), pochi mirti (Myrtus communis), cisto (Cistus monspeliensis), ginestra spinosa (Calycotome villosa), olivastri (Olea europea var. sylvestris) e ulivi (Olea europea).

A destra si apre ad un tratto uno slargo praticato da un vecchio scavo (forse un tentativo di impiantare una cava di materiale sabbioso) e, poco dopo, un bivio: una strada prosegue dritta in salita, mentre a sinistra il nostro sentiero piega continuando a scendere verso il mare.

Gli uccelli della macchia sono numerosi e godono della scarsa frequentazione umana di questo tratto di sentiero: se si ha la pazienza di fermarsi silenziosamente a guardare e ascoltare con attenzione non è difficile riconoscere le silvie (Sylvia melanocephala), il santimpalo (Saxicola Torquata), i cardellini (Carduelis carduelis), i verdoni (Carduelis chloris), il merlo (Turdus merula), il passero solitario (Monticola solitarius), gli scriccioli (Troglodytes troglodytes). Sugli speroni più alti, verso nord, è facile scorgere in volo le poiane (Buteo buteo) stanziali verso Boccalta, Millelire e Dominichinu e i gheppi (Falco tinnunculus).

La macchia è ora meno alta e compatta e lascia vedere, a sinistra, la "vadina" che scende alla spiaggia e, al di là, il costone boscoso e il villaggio SEIS abitato dalla comunità americana della Base per sommergibili.

Al successivo bivio prendere il sentiero a destra che corre incassato, bordato a sinistra da un tratto di roccia nella quale appaiono brevi festoni di bianco quarzo.

Dopo poche decine di metri si taglia davanti a noi, verso destra, una alta duna sabbiosa: è la più lontana dalla spiaggia, l'ultima di un sistema dunale vivo, che un tempo, prima della costruzione della strada Panoramica, era libera, caratterizzata da un profilo mutevole che arrivava, senza interruzioni, al mare.

Vale la pena di salire sulla duna anche per il panorama che domina dall'alto: la spiaggia e il mare sottostante, i vicini isolotti dell'Abbatoggia (Porro e Colombo), Spargi a ovest, Budelli, Santa Maria a nord ovest.

La sabbia copre le sottostanti rocce rossastre che appaiono qua e là, con una coltre in certi punti spessa e compatta sulla quale spuntano le classiche piante della macchia bassa e della gariga costiera: fra le prime spicca il cisto (Cistus salvifolius), con le caratteristiche foglie rugose, grigiastre e arrotondate che lo distinguono dal Cistus monspeliensis, la spinosa ginestra (Genista corsica), endemismo sardo corso, l'elicriso (Helichrysum italicum), l'euforbia (Euphorbia cupanii), la lavanda selvatica (Lavandula stoechas).

Oltre la strada asfaltata è il regno delle piante psammofile che durante le tempeste di ponente e maestrale devono sopportare abbondanti spruzzi salati: sono il giglio marino (Pancratium maritimum), lo spinoso eringio (Eringium maritimum) dalla caratteristica sfumatura bluastra, l'euforbia, la santolina delle spiaggie (Otanthus maritimus), il finocchio litorale (Echinophora spinosa).

La vadina che scorrendo verso sud arriva alla spiaggia forma, presso il ponticello della strada una piccola valletta dove spiccano tamerici, pini d'Aleppo, pini domestici, canne e, vicini all'acqua, i giunchi.

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