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Garibaldi
L'ultima "amante" di Garibaldi e la sua fuga da Caprera
Dal romanzo "Casa Collins", le memorie della segretaria inglese di Garibaldi, ricostruendo quella avventura amorosa nata sull'isola di Caprera. Un intreccio che in un lontanissimo passato aveva giù avuto un riscontro importante in un articolo di Achille Fazzari pubblicato sul New York Times nel 1916 in cui si azzardava che fosse stata la Collins ad innamorarsi dell'Eroe dei due mondi dopo la scomparsa del marito. La prova provata mancherebbe, ma se ne adombra il sospetto: sarebbero esistite numerose lettere d'amore da lei spedite a Garibaldi ma delle quali non è rimasta traccia concreta. Al Vittoriano, in compenso sono stati ritrovate le missive dell'Eroe alla dama inglese che mostrano un timbro confidenziale dal quale si intuisce un tono sicuramente molto intimo dei rapporti fra i due. D'altra parte fu proprio la Collins ad aver aiutato Garibaldi a fuggire da Caprera nel 1867 e ad averlo ospitato per una notte intera in casa sua, come egli stesso racconta nelle sue memorie. Emma Collins visse alla Maddalena dal 1855 al 1868 vicino ai possedimenti di Garibaldi.
Racconta con i suoi occhi un Risorgimento filtrato attraverso i mille personaggi curiosi: patrioti, rivoluzionari, camicie rosse, ufficiali sabaudi e chiunque abbia frequentato quegli ambienti, comprese le vicende che riguardano la vita familiare di Garibaldi e Anita, quella dei loro figli e dei figli avuti dalle altre sue donne mescolate alla propria esperienza personale di dirimpettaia di casa Garibaldi. Emma, uno dei nomi di donna più presente nella vita di Giuseppe Garibaldi, ma nessun ricordo cancella un altro: una è amore, l'altra è amicizia, la terza è una barca. L'amore è Emma Roberts. L'amica è una signora inglese, Emma Clara Collins, che divide con Garibaldi un segreto, un profumo, quello di Caprera quando spunta la primavera e la sua infinità di fiori. Forse divide con lui anche un canto, quello del vento leggero o dal fischio infuriato e le onde del mare dolci ed attraenti come sirene, o aggressive, quasi appuntite, quando s'innalzano a Moneta per ricordare che Caprera è un'isola. La barca è un regalo di Emma Roberts, un regalo d'addio. Emma Collins, la misteriosa, silenziosa, signora dirimpettaia del Generale, da isola ad isola, è presente a Caprera prima di lui con il suo irascibile, bisbetico ed amatissimo consorte, quel Richard Collins i cui rapporti con l'illustre vicino furono prima burrascosi poi inesistenti. I coniugi Collins vendono la parte di Caprera che avevano comprato per permettere a Garibaldi di costituire il suo reame per intero: una colletta di ammiratori inglesi del Generale li ripaga, e loro rimangono dall'altra parte del braccio di mare, laddove il passaggio è più stretto tra La Maddalena e Caprera. Sembrano un avamposto della colonia inglese che vive nell'isola maggiore dell'arcipelago. La colonia è tutta avvolta nel mito dell'Ammiraglio Nelson, che regalò due candelieri alla Parrocchia, e partecipa di quella diffusa presenza di sudditi di Sua Maestà britannica nelle isole del Mediterraneo. Non si tratta certo di una presenza numericamente importante come quella dei proprietari inglesi in Sicilia. Ma ogni inglese ha una sua storia: non può essere arrivato lì per caso, e soprattutto non può essersi trattenuto per caso.
La vita di Emma Clara Collins e del suo sposo sarebbe rimasta avvolta in quel vago profumo di fiori secchi che avvolge i romanzi per famiglie dell'800 se una luce violenta non si fosse accesa su Caprera. Caprera era stata scelta come eremo da uno degli uomini più celebri del suo tempo, un mito vivente, ed era diventata meta di pellegrinaggi, quasi luogo di culto, verso il quale si voltavano molti sguardi e attese.
Silenziosa, la casetta bianca dei Collins vide il Generale attraversare il passo di Moneta, reduce dalla campagna dei Mille, pochi fidi assieme a lui, non più ricco di quando partì. Aveva donato al Re di Piemonte ed anche di Sardegna un Regno più grande, l'Italia.
Muta e silenziosa sempre, Casa Collins lo vide tornare, poi ripartire per tentare di completare l'opera, per ritornare ferito e quasi prigioniero, poi ripartire per ricevere un trionfo a Londra.. Chi sa che cosa hanno pensato i coniugi Collins di questi eventi che portano il loro dirimpettaio nella loro lontana patria…
Ma ormai Emma Collins è più silenziosa ancora, pensa in solitudine, Riccardo non è più. Se ci fosse stato lui, chi sa se Madame Collins, come la chiamava rispettosamente Garibaldi, avrebbe potuto ospitare il Generale nell'Ottobre 1867? Davanti a questa figura enigmatica di donna, quasi vigile, dalla sua casa, sull'isola-monumento, svanisce l'immagine di quell'Emma che Garibaldi amò al punto di pensare di sposarla, la fidanzata inglese che avrebbe voluto trattenerlo a Londra. Emma Roberts si fece carico dell'infanzia del piccolo Ricciotti, non amato come lei non era stata sufficientemente amata. Da lei Garibaldi accettò un regalo importante, la terza Emma, una gran bella barca, che naufragò come il loro improbabile amore.
Due vite parallele, quella della Casa Bianca di Caprera e della piccola casa sulla punta di Moneta, silenziosa nella luce del mito, senza storia, senza discendenza. Eppure nella leggenda di Caprera vi é questa presenza permanente, inverno come estate, dei Collins e poi della sola Madame Collins che, per quanto di lei tutto abbiano detto gli studiosi, si merita anche un romanzo, o forse una poesia.
Annita Garibaldi Jallet
(
Lettera di Emma Collins al defunto marito
La Moneta, 19 settembre 1868
Sono tornata al nostro scoglio, quello che chiamavi "mushroom", perché sembra un enorme fungo di granito, ed è comodo per starsene seduti a contemplare la nostra isola in una di quelle giornate in cui i gabbiani si tuffano allegri in acqua e i profumi del cisto arrivano pungenti alle narici, prima che la tramontana li disperda in attesa di un'altra primavera.
Sto per abbandonare la nostra casa e anche te, ma so che tu capirai che il mio non è un tradimento. Ti lascio tra queste mura amiche e affido il tuo spirito inquieto ad un fratello. Il Generale ha da tempo comprato tutto, anche le nostre bestie. Non ho fatto resistenza e anzi, sono felice che la nostra isola sia tutta sua. Sono vecchia e stanca e ogni cosa, senza di te, mi appare faticosa ed inutile.
Un aiuto a lui, che è più povero di me e che mai si è curato dei suoi affari, è arrivato da Londra. Altri inglesi gli hanno permesso di comprare ciò noi abbiamo creato, ma poiché il nostro amore null'altro ha voluto darci se non questi beni materiali che non sono sangue del nostro sangue, è giusto che essi diventino di chi li ha amati più di noi, pur non essendone l'artefice…
Sto qui, quindi, a rimirare per l'ultima volta le rocce azzurrine della nostra isola, quando al tramonto pian piano scuriscono prima di sprofondare nel buio della notte. Ma quante volte abbiamo visto la luna spuntare dal Teialone e riflettersi sull'acqua calma del passo, come una spada di brillanti nascosta sul fondo, abbandonata dal dio della guerra che finalmente rinuncia alla sua brama di sangue.
Aveva ragione Daniel quando ci descrisse questo luogo amato: "Se mai il paradiso esiste una parte è lì, però è un paradiso degli uomini e come gli uomini ha due facce". E ci mise in guardia dalla potenza di una natura ammaliatrice che pretende un assoggettamento assoluto, anche dell'anima. Non ne abbiamo mai avuto paura e l'unica violenza contro cui abbiamo lottato è stata quella del vento. Una volta sopito, il paradiso era di nuovo nostro e lontano il ricordo delle tempeste.
Tempeste! Qui davvero ce ne sono state, anche quelle della vita che hanno solo sfiorato noi, ma preso in pieno il Generale. Da quando te ne andasti tanti avvenimenti hanno riempito da qui le pagine dei giornali e per molto ancora faranno parlare gli italiani e non solo loro.
Devo anche confessarti che in parte io stessa sono stata strumento volontario di un evento che sicuramente avrà un suo posto nella storia. Non so se sarebbe accaduto lo stesso tu presente, poiché la tua sottile ostilità per il Generale, che ho voluto interpretare come espressa gelosia, mi avrebbe spinto a tenermi lontana dalle ambizioni eroiche. Tuttavia, l'essere trascinata nelle vicende dell'Italia, mi ha almeno permesso di lasciare la mia malinconia struggente accanto a quel muro dentro il quale le tue ceneri mortali sono state racchiuse, per dedicarmi al destino non di un altro uomo, ma di un'intera nazione. Inglese sono di nascita, ma italiana per scelta e piena di gratitudine per i tanti giorni di felicità che qui ho goduto.
Non credere però che il sogno del Generale si sia già realizzato. Roma è ancora l'odiata tana dei papisti, coltivata dai francesi e mal digerita dai torinesi, ma neppure la testarda volontà del Generale ha potuto congiungerla al resto della Nazione promessa, che tu hai lasciato quasi esaudita. "O Roma o morte", egli andava ripetendo a tutti, ma non è servito affermarlo con le armi e il sangue. Anche il suo stesso sangue non è bastato, benché fosse versato per mano fraterna. Ora ti avrò incuriosito, benché tu non avessi soverchi interessi per le sue vicende (quante volte ti ho rimproverato questa tua testarda e inaspettata indifferenza per una causa nobile!) e con lui amavi soprattutto parlare di colture, vacche da mungere e cavalli da domare. Ma non preoccuparti, il Generale è vivo. Prima di tornare nel nostro paese da cui fuggimmo con poche ghinee tanti anni fa, ricchi soltanto del nostro amore esclusivo e prepotente, il solo nutrimento che ci fosse necessario per vivere, lascerò questi pochi fogli nascosti in una scatola di latta. Quella che tu usavi per conservare gli ami e i piccoli attrezzi per la pesca in mare. La nasconderò sotto quel muretto che un tempo segnava il confine tra le due proprietà, necessario per impedire ai nostri maiali e alle nostre capre d'invadere i possessi del Generale col quale per questo spesso ci siamo accapigliati. E quante volte, mio adorato Richard, abbiamo poi deposto le nostre armi spuntate, così inutili e ridicole contro quel titano dalla voce suadente e dal sorriso ipnotico che con un semplice cenno riusciva a riconquistare il nostro sguardo amichevole. Ci bastava vederlo da lontano seduto su uno scoglio col sole in faccia al tramonto, impegnato a cucirsi i bottoni su una delle sue logore camicie rosse, per rivolgergli un affettuoso pensiero. Si sta facendo notte. Rivolgo l'ultimo sguardo dal nostro "mushroom" all'isola di granito, come sempre sdraiata sul mare indaco con le sue macchie azzurrine e i suoi piccoli approdi sabbiosi che conosciamo uno ad uno. Riesco a distinguere a nord il grande scoglio che sembra una testa di polpo emersa dal cristallo dell'acqua quieta della sua spiaggia di rena fine e bianca. Due rondinelle di mare s'inseguono nel cielo luminoso, s'incontrano e sembrano baciarsi.
Addio, mio adorato Richard, abbi pace.
Ti lascio nel nostro piccolo paradiso.
Tua per sempre Emma
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