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Isolanità
Lo stato di guerra fra l’Italia e le potenze alleate cessò ufficialmente il 15 aprile del 1946, dieci giorni prima che i maddalenini fossero chiamati alle urne, nemmeno due mesi prima che la maggioranza degli italiani ebbe scelto di darsi una nuova forma istituzionale, quasi a suggello dell’era nuova che stava avanzando. A La Maddalena la consultazione, preceduta da un’intensa campagna elettorale resa ancora più dinamica e dibattuta dal fatto che, per la prima volta, una gran numero di persone, specialmente giovani e donne, per la prima volta ,avevano l’opportunità di esprimersi , arrivò il giorno 7 aprile. Vinse, come c’era da aspettarsi, la Democrazia Cristiana. Sui trenta consiglieri eletti lo "scudo crociato" ottenne 24 seggi, quattro andarono al Partito Socialista Italiano (che rappresentava la sinistra unanimemente riconosciuta), un seggio al raggruppamento indipendente e uno alla lista dei commercianti. Quella ventata di libertà politica, e di riflesso, anche di libertà morale, non fu subito percepita e stentò a rivelarsi. Furono quasi automaticamente rimessi in campo – in modo quasi consapevole da chi fu destinato a mantenere l’ordine sociale in quel momento storico – i sistemi di condizionamento morale e materiale da parte dei poteri effettivi ancora in grado di farlo, di incanalare le proposte di rinnovamento, reclamate in particolare dalle forze della sinistra, sino al punto di snaturarle dei contenuti più aggressivi e più rivoluzionari, facendole reclinare verso forme d’aggregazione affatto pericolose per la paventata rivoluzione sociale. La cosa fu efficace almeno sino alla fine degli anni ’60 e quest’effettivo ritardo poté essere spiegato con l’esistenza di una diffusa ‘mentalità statalista, compenetrata in modo profondo, radicata nel tessuto economico e sociale cittadino, cementata da un retaggio sufficientemente saldo d’interessi economici controllati da poteri molto centralizzati – in pratica nel modo con cui lo erano stati durante il governo fascista – che resistettero all’urto del ‘nuovo’ superando anche gli ostacoli teorici posti dalla nuova legislazione repubblicana, con l’appoggio essenziale della componente clericale molto ascoltata e decisiva nell’indirizzare le coscienze e resistente ad ogni pressione proveniente dall’esterno. La rinascita della libertà portò ovviamente con sé un rinnovato vigore democratico ed operativo che, in modo particolare, fu recepito dalle forze più giovani, specialmente da coloro che avevano avuto modo di coltivare – anche segretamente – il sogno di una partecipazione attiva alla vita democratica. Fra più attivi c’era il gruppo che faceva parte del Movimento Giovanile Socialista e che aveva come punto di riferimento la sezione (ricostituita) del Partito Socialista Italiano ‘Giacomo Matteotti’, sopra il bar Fiume. Nel 1945, poi, la ripresa delle attività in Arsenale, dopo la parentesi dell’occupazione tedesca del settembre 1943, aveva portato alcuni giovani intraprendenti della sinistra a iscriversi alla scuola allievi operai, il corso 1945/48. Durante i momenti di libertà, fuori del lavoro, questi giovani usavano riunirsi nella sezione del Partito Socialista di Piazza Matteotti e qui i più grandi, tenevano loro delle lezioni di politica che poi, questi ultimi, discutevano passeggiando in paese o riunendosi fra loro. Stava nascendo la futura classe dirigente di una comunità che vantava forti ascendenze operaie che traevano radici nei lavoratori del granito nei primi anni del secolo. Mario Birardi, ex parlamentare pci ed ex sindaco di La Maddalena ricorda: «Si leggeva molto e le letture che ci affascinavano erano ovviamente le letture a contenuto sociale, rivendicativo, come poteva essere ‘Don Basilio’, o ‘Il Calendario del Popolo’, ‘Vie Nuove’ ed altre riviste molto impegnate». Nasceva in tal modo, e si accresceva, l’interesse per l’impegno sociale e politico. All’interno dell’Arsenale, nella Scuola Allievi Operai, la vicinanza di tanti elementi di tendenze di sinistra, portava ad un costante scambio di opinioni sui massimi avvenimenti ed ad un affinamento sia di idee che di metodi, anche se il legame molto forte che la chiesa aveva, e aveva adesso più che mai, con le alte gerarchie militari acuiva il pericolo di punizioni o anche di radiazioni che erano viste in modo drammatico stante la scarsezza di mezzi di sostentamento. Ma non era sempre così. Ad esempio, durante le lezioni di religione, tenute dal cappellano militare Virgilio Vattancoli, la discussione politica, moderatamente politica, ma comunque significativa in quel contesto, aveva voce e forza, proprio tramite le sollecitazioni del sacerdote. Alcuni di questi giovani socialisti finirono poi con il propendere verso interessi più marcatamente di rivendicazione sociale e passarono nelle file del Partito Comunista, a seguito della crisi fra Socialisti e Comunisti seguita all’uscita dal governo delle sinistre nel 1947. Durante la milizia nel Partito Socialista, questi elementi più radicali erano guardati con una certa simpatia da una parte dei compagni, come elementi capaci di frenare lo ‘scivolamento’ del P.S.I. Verso posizioni più morbide, al limite del sostegno al gruppo che poi porterà alla nascita del Partito Socialista Democratico. Molto presto la loro azione si definì con un passaggio verso la posizione più dinamica del Partito Comunista Italiano. Nel caso di Mario Birardi, ad esempio, egli stesso afferma che il suo avvio ad una posizione più radicale fu agevolato dalla frequentazione di personaggi già più completamente formati. Alla fine del corso triennale, il futuro senatore della Repubblica italiana si trovò a dover attendere un certo tempo, prima di poter entrare come operaio in Arsenale. Alla fine, non gli fu mai sottoposto un contratto di lavoro. Fu in quel frattempo che egli si recò presso la sede provinciale del P.C.I. Di Sassari (1949) per tenere un discorso sulla situazione politica isolana. Fu in quella sede che Gerolamo Sotgiu, segretario della Federazione Provinciale del partito, lo incontrò e lo invitò ,con poche parole come era suo costume, a trasferirsi nel capoluogo per seguire la Federazione Giovanile Provinciale Comunista. Il 18 aprile a La Maddalena è ricordato dai compagni del Fronte Popolare, come un giorno di cocente sconfitta. La propaganda elettorale era stata lunga e combattuta. Nelle sezioni del pci e del psi, le forze più giovani avevano lavorato molto, come “L’Avanguardia Garibaldina” che era praticamente l’organizzazione giovanile del Fronte Popolare. «Ci restammo male – afferma oggi Birardi – perché eravamo convinti che la sinistra avrebbe ottenuto la maggioranza a livello nazionale, e noi sull’Isola, avevamo fatto del nostro meglio. Quando il risultato si palesò in tutta la sua essenza, nella sezione di Via XX Settembre, qualcuno pianse. Furono specialmente le compagne a piangere, una delusione forte, che noi, però cercammo di superare facendo appello alla nostra forza giovanile. Uscimmo per la città con il fiore rosso al petto e le bandiere – eravamo circa 300/400 persone almeno – in silenzio, a confermare la nostra volontà ed il nostro immutato impegno verso il cambiamento». La presenza della componente di sinistra in Arsenale non era irrilevante. In seguito all’attentato a Palmiro Togliatti, si inscenò una manifestazione. «Tutti uscimmo dall’Arsenale e marciammo fino a La Maddalena, senza che le forze dell'ordine si muovessero ad impedircelo, d’altronde noi facemmo rispettare l’ordine e non successe alcunché». Alla fine del 1950 Mario Birardi fu chiamato alle armi. Andò a Taranto e dopo fu imbarcato come saldatore sulla nave ‘Andrea Doria’ ammiraglia della flotta italiana. Evidentemente il suo credo politico era conosciuto perché poco dopo che aveva messo piede sulla nave fu ricevuto dal vicecomandante che gli chiese bruscamente se fosse o no un comunista. Birardi rispose affermativamente e, nel giro di un mese, fu trasferito all’isola di Favignana in provincia di Trapani. Qui giunto vi trovò ad accoglierlo un maresciallo originario di Marino (RM) con cui ebbe poi un rapporto amichevole e cameratesco che lo mise in condizione di passare il resto della naia senza eccessive difficoltà, se non fosse stato per via della lontananza da casa. Dopo il suo ritorno in Sardegna, intraprese una brillante carriera politica che si concluse nel 2002. Mario Birardi fu consigliere provinciale e regionale, deputato, senatore, segretario del pci in Sardegna e membro della segreteria nazionale retta da Enrico Berlinguer. Finì a La Maddalena come sindaco della città. È stato l’uomo politico, figlio di questa terra, che ha raggiunto le mete più ambite, partendo dall’isola. Per i comunisti, l’aria che si respirava non era delle più favorevoli, quindi. Ben presto giunsero i tempi bui. Augusto Morelli, compagno di lotta di Mario Birardi, dirigente di spicco del pci in Gallura, più volte consigliere comunale – a Tempio Pausania e a La Maddalena e provinciale – a Sassari, insieme con altri 16 colleghi, presso il Cantiere navale militare di Moneta, fu estromesso dal posto di lavoro, non gli venne rinnovato il contratto, senza un valido motivo. La sua sola colpa era quella di militare in un partito politico che non perseguiva gli ideali che andavano affermandosi nel mondo occidentale, quello filo-atlantico e legato alla linea imposta dagli Stati Uniti d’America. Il Comunismo era l’errore da correggere, il nemico da combattere. Le asprezze della “guerra fredda” si riverberarono in un arcipelago che, dopo la fine della guerra vera e lo smantellamento delle strutture imposto dai vincitori, era ancora una pertinenza militare.
Preliminari al licenziamento ore 16 del 24 giugno 1952 - Testimonianza di Augusto Morelli
Poco prima dell’ora dell’uscita dall’Arsenale ricevemmo una telefonata ed ognuno di noi fu invitato a recarsi in direzione dove ci attendevano il direttore, colonnello Giuseppe Bianca e il vicedirettore Antonio Prati. ci fecero attendere sino al suono della sirena che annunciava l’arrivo del rimorchiatore addetto al trasporto degli operai. A quel punto capii che stava succedendo qualcosa di grave o di strano, chiesi spiegazioni. Il direttore affermò che aveva ricevuto, tramite un messaggero del Ministero della Difesa, un plico sigillato con le nostre lettere di licenziamento. Chiesi la motivazione di questo licenziamento, ma non mi fu data. Mi fu detto che non ci sarebbe stato rinnovato il contratto di lavoro che aveva scadenza semestrale. Questo fatto non era mai accaduto prima d’allora, perché i contratti erano stati rinnovati automaticamente. In quel periodo io ero presidente dell’eca, in quanto consigliere comunale. Qualche giorno primo era stato affisso ai muri, verso le undici di notte, un manifesto che diceva: “Il compagno Augusto Morelli, segretario della sezione del Partito Comunista di La Maddalena, è stato, con decreto del prefetto di Sassari n. 2020, Vergognosamente destituito da presidente dell’E.C.A. Per gravi irregolarità amministrative. L’autorità giudiziaria dovrebbe denunciarlo”. Era un evidente falso, fatto circolare dalla sacrestia e dalla D.C. Perché io ero presidente e non mi era stata mai mossa alcuna lagnanza. Quali erano dunque le gravi responsabilità attribuitemi? Aver dato assistenza a familiari di dirigenti comunisti quali Luigi Birardi, padre di Mario, che andava in farmacia ad acquistare le medicine con i sussidi dell’E.C.A. Come faceva pure il padre di Mario Filinesi. Fu immediatamente chiesto un incontro con il prefetto di Sassari, accompagnati dal deputato Luigi Polano e dal comitato E.C.A. Al completo. Si fece osservare in primo luogo che nel periodo della mia presidenza si era data assistenza a circa 900 persone, che i due nominati erano anziani cittadini maddalenini, che l’assistenza riguardava il prelievo dalla farmacia di medicine per curare le loro malattie: cancro alla prostata e tubercolosi. Il prefetto, dopo aver ascoltato le nostre argomentazioni, allargò le braccia facendo capire di esser stato male informato. A quel punto Polano domandò di ritirare il decreto. Il Prefetto rispose negativamente dichiarando che questo non era nelle sue possibilità. Molti anni dopo, sotto Natale, ritornai a La Maddalena e incontrai un vecchio amico democristiano nella piazza della chiesa. Egli mi si avvicinò e mi disse: ’Augusto, ce l’hai con me?’ ‘No’ risposi io, ‘per quale ragione ce la dovrei avere con te?’. Lui mi disse ‘credevo che tu mi avessi attribuito la responsabilità del tuo licenziamento dall’Arsenale’, poi aggiunse ‘io so che la sera del 24 giugno, quando sei stato licenziato, alcuni notabili democristiani brindarono nella sacrestia. Io non ero fra loro, perché ho abbandonato prima la riunione ’. Appena ci furono consegnate le lettere e firmate la ricevuta, chiedemmo di rientrare in officina per ritirare le nostre cose, ma ci fu risposto che ci avrebbero fatto pervenire tutti gli effetti personali a casa,compreso l’ultimo assegno della paga. Fummo accompagnati a Porta Ponente da un gruppo di carabinieri in assetto di guerra e, di là, i trasportati in Piazza Comando con un pullman militare. Da quel momento iniziò per tutti noi la corsa ad un posto di lavoro e, da parte delle forze politiche e sociali, la battaglia per la riassunzione Mario Filinesi addirittura fu arrestato negli Stati Uniti. Dopo il licenziamento era andato a navigare, imbarcandosi sulle petroliere in quanto aveva il libretto di navigazione ed aveva trasferito la sua residenza a Genova. A La Maddalena c’era la polizia politica che evidentemente aveva informato quella americana che era andata a bordo dove era imbarcato e lo aveva arrestato. Il comandante della nave, siccome conosceva bene Filinesi che da parecchi anni che lavorava con lui, si meravigliò e addirittura i poliziotti americani che dovevano controllarlo gli permettevano di muoversi liberamente dappertutto perché si erano resi che era un bravo uomo, d' onestà specchiata, e un padre di famiglia. C’era un regime di polizia e di delazioni. L’impressione da noi avuta in quegli anni era quella: che tutto partiva dalla sacrestia. I rapporti con i vari enti militari l’avevano loro mica noi. Nei primi licenziamenti, evidentemente per confondere le idee, avevano messo nella lista anche dei personaggi vicini al mondo cattolico. Morganti e Sechi ‘Pallò’, ad esempio, cosa ne sapevano del comunismo, di politica? Dovevano mascherare:’Pallò’ era davvero un bonaccione, però la sacrestia ha avuto un ruolo, ha saputo colpire, però doveva camuffare, quindi ha messo in mezzo anche dei “semplici”, ma, nello stesso tempo, ha colpito me, Luigi Cappadonna, Mario Filinesi, Pietro Balzano Egidio Cossu. Hanno messo in mezzo anche dei poveri cristi solo per imbrogliare le carte. Sono stati colpiti anche dipendenti di altri atri arsenali ed è successo quello che è successo qui. Hanno licenziato dirigenti politici e sindacali, rappresentanze di commissioni, circa 2200 persone. In Sardegna si sono avuti dei licenziamenti qui e qualcuno a Cagliari. C’è stato, in seguito, un intervento a livello nazionale della C.G.I.L. E del P.C.I.. Nella battaglia in nostra difesa Alessandro Natta e Renzo Laconi sono intervenuti in prima persona. Palmiro Togliatti era il leader del gruppo parlamentare comunista alla Camera ,però chi svolgeva le funzioni di presidente, chi lo coordinava, era il sardo Laconi. Era intervenuto, come detto, anche Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della C.G.I.L. In prima persona pur non essendo venuto mai a La Maddalena. Dopo il 1952, ho cominciato a fare politica attivamente, ho svolto tre mandati da consigliere comunale a Tempio, poi tre da consigliere provinciale, a Sassari. Sono stato eletto segretario di federazione in Gallura nel 1959,su incarico di Giorgio Amendola, responsabile organizzativo del partito, sono stato dirigente provinciale della C.G.I.L, in diverse epoche, e presidente dell’ospedale di Tempio dal 1978 al 1982. Nel 1952 è stato licenziato anche Pietrino Del Giudice. Lui era invalido di guerra, e nel momento in cui il direttore Bianca ci comunicava il licenziamento gli si rivolse dicendo ‘guardi, io sono un invalido di guerra, ma io lo zittii subito dicendo ‘cosa tratti di questa cosa, è una questione personale. Del Giudice aprì poi un chiosco al mercato per vendere frutta e verdura: tutte le mattine riceveva la visita delle guardie municipali che gli mettevano 1000 lire di multa perché avvolgeva, dicevano, la frutta con la carta del giornale. E mille oggi e mille domani e dopodomani ,lo costrinsero a lasciare l’attività. Ecco, questo era il clima. In particolare hanno colpito dirigenti politici, dirigenti sindacali e membri della commissione interna. Passati un paio di mesi la direzione C.G.I.L. Nazionale ci fece sapere che avremmo dovuto farci rilasciare un attestato della nostra abilità professionale”. Io sono stato il primo in assoluto ad essere licenziato il 24 giugno 1952. . Io ebbi la nascita di mia figlia pochi giorni dopo, il 9 luglio. E ci sono stati dei casi in cui le famiglie si sono divise perché il capo non ha trovato più un lavoro e in cui i disoccupati incolpevoli sono impazziti perché le mogli spesso gli rinfacciavano che l’indigenza non sarebbe arrivata se non avessero fatto attività politica. Non c’erano allora gli ammortizzatori sociali di oggi, né la cassa integrazione guadagni, corta o lunga che sia. Dal giorno dopo il licenziamento mi impegnai a svolgere attività di mobilitazione. Noi “cacciati” non abbiamo avuto nemmeno la possibilità di rientrare in officina, e allora ci siamo riuniti nella sezione del P.C.I. In Via xx Settembre ed abbiamo iniziato le attività, investendo il gruppo consiliare del partito, la C.G.I.L. Provinciale e nazionale. A Roma, Giuseppe Di Vittorio ottenne che ci fossero assegnati ulteriori sei mesi di paga oltre l’assegno di liquidazione. Abbiamo iniziato un lavoro che è durato 22 anni. Dopo 22 anni hanno riconosciuto l’errore e ci hanno ripagato con la quiescenza. No, non ci aspettavamo una riassunzione e qui attribuisco una colpa al sindacato che decise lui per noi tentando la strada della riassunzione, fatto che determinò anche una rottura perché i sindacalisti non erano autorizzati ad agire di testa ,propria senza consultarci. La Marina Militare non si sarebbe mai data la zappa sui piedi riassumendoci. Amintore Fanfani, nel 1973, ci disse che non si poteva certo pretendere la riassunzione, ma solamente la pensione. Dopo quei licenziamenti in Arsenale subentrò la paura. La libertà d’opinione ne subì le logiche conseguenze, la Commissione Interna, che sino allora era a maggioranza C.G.I.L. (9 Delegati contro 2 della C.I.S.L.) Si modificò radicalmente e passò a 2 delegati contro 9. Gli iscritti al sindacato di sinistra. Che prima erano circa 900, scesero a poco più di 100. Nessuno voleva più accettare incarichi nella Commissione Interna, né nei sindacati, né incarichi pubblici. Addirittura i compagni quando vedevano i licenziati per la strada, li evitavano, la vita democratica nel suo insieme subì una dura battuta d’arresto e la chiesa divenne, attraverso i suoi uomini, il vero centro dell’attività amministrativa”. Nel 1956 la pulizia fu completata. Ancora oggi si esaminano e si pesano le conseguenze.
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