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Storia isolana
Possiamo far risalire l'inizio della grande marineria nel Mediterraneo agli anni intorno al 1200 a.C., quando un nuovo fermento, coincidente con eventi politici di vasta portata, percorse il Vicino Oriente. Non a caso dopo la caduta di Troia, anziché un rapido ritorno a casa dei vincitori, si verificarono i lunghi e travagliati nostoi degli eroi omerici in un interminabile peregrinare per mare alla ricerca di nuove isole, nuove genti e di un proprio esistenziale perché: la generazione degli eroi trapassò nell'avventura. Frattanto comparvero, avvolti tuttora in un fitto mistero, i Popoli del Mare, genti delle più diverse provenienze che, con mogli e figli al seguito, si riversarono contro i potenti stati d'Egitto, del Libano, degli Ittiti, con un impeto tale da determinare il crollo o gravissime sconfitte. Tra i Popoli del Mare alcuni studiosi individuarono anche tribù ibero-liguri, le stesse che abbiamo visto installate in Corsica e Sardegna settentrionale. Fecero le spese di tali incursioni, tra gli altri, le potenti città dei Fenici, Sidone e Tiro in particolare, poste sulle coste del Libano e fiorenti di artigianato, commerci di stoffe e dei preziosi legnami delle foreste di Cedro.Questi Fenici, gravati anche da continue pressioni da parte dei vicini Assiri e Israeliti, rivolsero sempre più il loro interesse al mare, che già solcavano con fortuna per i normali traffici. A poco a poco l'elemento liquido sostituì in gruppi sempre più consistenti di uomini, quello di terra nel concetto di patria: la patria vera, la sede delle aspirazioni e della realizzazione di se, divenne il mare, mutevole ma più ricco di possibilità, imprevedibile ma più ampio e libero dalla greve instabilità delle vicende storiche che tormentavano la terraferma. L'amore per l'avventura si univa ad un innata sensibilità psicologica e all'eccezionale capacità di mercanteggiare che sempre si accompagnò a questo popolo maestro nell'intuire le debolezze, i desideri, le disponibilità del prossimo.
Nelle Isole di La Maddalena non vi fu una colonia di Fenici, ma sicuramente essi le conobbero perfettamente e le frequentarono nel corso della loro storia. Ancora una volta nessun documento archeologico ne prova la presenza in loco e noi dovremo accontentarci di raccogliere elementi più ampi, nel vasto scacchiere storico di quei secoli, cercando così di supplire all'incuria con la quale successivamente gli abitanti dell'Arcipelago dispersero ogni traccia di precedenti insediamenti. A partire dalla metà de X secolo a.C. la Gallura, a quanto racconta Pausania, fu infatti teatro di un'aspra guerra fra tribù corse di cui una chiamò in soccorso gli Etruschi, l'altra i Sardi nuragici. La contesa durò oltre un secolo con vicende alterne che videro prevalere or l'una or l'altra parte e che si svolsero esattamente a cavallo delle Bocche di Bonifacio. Quindi l'Arcipelago di La Maddalena fu sicuramente teatro di battaglie navali e risulta che queste siano state battute dalla flotta etrusca vicino a Caprera. I Tirreni rimasero così padroni dell'Arcipelago e di parte della Gallura per molti anni, e soltanto nell'844 a.C. i sardi e le tribù corse loro alleate riuscirono a scuoterne il giogo. A guerra finita, una di esse rimase in Sardegna e venne chiamata dalla sua origine tribù dei Corsi, distinguendosi tra le più fiere e bellicose nei secoli successivi. Dalla metà del VII e nel VI secolo, le città fenice delle coste sarde si trasformarono praticamente in fenicio-puniche e diventarono vassalle dei Cartaginesi; ebbe inizio così una crescente pressione verso l'interno della grande Isola, sulle popolazioni nuragiche per strappare loro le fertili pianure del Campidano, ricche di grano di cui gli invasori ebbero sempre estremo bisogno. L'archeologia mostra chiaramente che i Nuragici si chiusero in una strenua difesa: si moltiplicano in quei secoli le torri megalitiche anche in Gallura e nel Sassarese e compaiono i famosi "bronzetti" raffiguranti guerrieri stretti in pesanti armature di bronzo. Pure nella Corsica meridionale, come s'è accennato, le stele funerarie si ornano di spade e pugnali. Tra le fonti letterarie intorno a questo periodo, la più famosa è quella di Diodoro Siculo che scrive: "I Cartaginesi che al tempo della maggiore potenza si sono impadroniti dell'Isola, non hanno potuto ridurre in schiavitù quelli che la occupavano prima di loro. Gli Iolei (sardi) si rifugiarono nella regione montagnosa, scavandosi abitazioni sotterranee e dedicandosi all'allevamento di numerose greggi". Probabilmente si accentuò allora l'isolamento dei Sardi rispetto al mare, in una sorta di introversione e di talassofobia che contraddistinse questo popolo per tutta la sua storia: il mare era ormai predominio delle genti orientali ed egee, mentre i Nuragici si chiudevano tra i loro monti in isolate tribù di pastori-guerrieri. E forse da questo momento l'Arcipelago di La Maddalena, restando deserte le coste di Gallura, cessò di far da ponte tra Sardegna e Corsica, gravitando piuttosto verso quest'ultima e comunque divenendo base operativa dei navigli pirati e commerciali delle tre maggiori potenze marinare.
Nel II secolo a. C., la fine vittoriosa della Guerra Punica e l'incontro con la cultura greca liberarono nelle popolazioni italiche, ormai unite sotto Roma e temperate dai durissimi sacrifici sopportati una straordinaria esplosione di energie e di vitalità. L'intero bacino mediterraneo si apriva alla conquista, allo scambio dei beni e delle opere culturali. Sul mare si disegnarono cento e cento rotte di civiltà tra l'oriente e l'occidente; le navi subirono sostanziali miglioramenti costruttivi e con esse i recipienti e i metodi per il trasporto delle merci; le tecniche di navigazione erano ormai collaudate e perfezionate non soltanto dall'esperienza bellica di tante battaglie navali, ma, come s'è detto, dalla stessa attività piratesca che dovette la sua fortuna proprio ai progressi che l'uomo mediterraneo andava facendo nella conoscenza dei venti, delle correnti, dei fondali, dei ridossi.
L'Arcipelago de La Maddalena fu uno dei centri nodali del traffico marittimo in tutto il II e I secolo a.C.; innumerevoli navi solcarono le Bocche di Bonifacio - il Fretum Pallicum dei romani - in ogni direzione e il ritrovamento di una moneta d'argento di età repubblicana La Maddalena, segnalato dallo studioso G. Spano nel 1869, è il primo dato certo della presenza romana nelle nostre isole.
Nel 1907 il Capitano di vascello Aristide Garelli, autore del più antico volume di un certo rilievo sulla storia dell'Arcipelago, scrisse: "Sul fondo del Canale della Moneta, che separa La Maddalena dalla vicina Isola di Caprera, sono state trovate anfore di perfetta fattura romana...". Non sappiamo se si riferisse a quelle rinvenute da Garibaldi quasi 30 anni prima, delle quali il generale fece generosa donazione ai molti visitatori di Caprera. Il Garelli pubblicò la fotografia di una di esse, conservata allora al Comando della Marina Militare de La Maddalena.
Bisogna arrivare al 1939 per giungere al più famoso ritrovamento archeologico di età romana: in quell'anno il palombaro Lazzarino Mazza, probabilmente su segnalazione dei pescatori, si immerse in uno specchio di mare chiamato Secca Corsara a meno di 4 miglia da La Maddalena, fra l'isola di Spargi e la costa sarda. Sul fondo, a 18 metri di profondità, giaceva il relitto di una nave carica di anfore; l'uomo ne portò alla luce una decina, che ben presto si dispersero fra vari estimatori.
Allora non si parlava ancora di archeologia subacquea e delle tecniche di scavo relative; subito dopo il ritrovamento scoppio la seconda Guerra Mondiale, le acque dell'Arcipelago videro ben altre spedizioni, rtelitti moderni andarono a raggiungere sui fondali quelli antichi e sulla nave di Spargi scese l'oblio.
Passarono quasi vent'anni. Nel 1957 il giornalista Gianni Roghi, appassionato subacqueo, tornò a Secca Corsara sulla scia delle voci del mare, e riscopri la cava sommersa di anfore romane.
Ma Roghi non era un avventuriero; andava in quei tempi affermandosi la ricerca scientifica dei reperti che il mare celava: si trattava ancora di pochi ma valorosi cercatori, nei quali l'amore per il mistero subacqueo non cedeva nulla alla sconsiderata caccia al tesoro né alla pesca di rapina. Un relitto in fondo al mare era da studiare con metodo e con estrema cura quanto, se non più, di un rinvenimento in terra.
Roghi si intese con Nino Lamboglia, direttore del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina, nato sotto l'egida dell'Istituto di Studi Liguri, per effettuare una prima campagna di ricerca nell'anno seguente. Lavorarono intensamente per prepararla. Trovarono i necessari finanziatori nell'editore Rizzoli e nella Regione Autonoma della Sardegna. Misero a punto attrezzature metodi.
Nell'aprile del 1958 la motonave Medusa con equipaggio e 15 sommozzatori raggiunse il luogo ove si giaceva i relitto e iniziò l'impresa che sarebbe durata tre settimane.
Fu impiegata una tecnica assolutamente innovativa per quei tempi, suddividendo il tratto di fondo su cui giaceva il relitto in un reticolo di riquadri di bacchette metalliche che consentiva di fare prospezioni esatte dei reperti contenuti in ciascun quadrato; furono fatti rilievi fotografici di ogni riquadro, fu disegnata una mappa del fondo e infine fu recuperato il primo strato di trecento anfore, centinaia di patere, vasi e altra ceramica. L'équipe riuscì anche a trovare parti della chiglia e del fasciame e a localizzare la prua della nave, stabilendone quindi l'esatto orientamento.
Tra il tecnico Roghi e lo scienziato Lamboglia v'era comunque una discussione di fondo: mentre il primo riteneva che si dovesse recuperare al più presto l'intero carico della nave, l'altro, che dell'impresa era il direttore scientifico, esigeva che l lavoro fosse rigorosamente sistematico, ripetendo la faticosa riquadratura ad ogni strato di anfore. L'ebbe vinta Lamboglia e si decise di riprendere il lavoro l'anno successivo.
La seconda campagna fu però molto breve: dal 19 al 29 agosto 1959. Si era armata una nuova nave, attrezzata specificatamente per le ricerche di archeologia sottomarina, il Daino, che in seguito sarebbe stata protagonista di importanti rinvenimenti nei mari d'Italia, fra cui i primi scavi di Baia. Questa volta, , oltre alla Regione Autonoma della Sardegna, intervenne, anche finanziariamente, la Soprintendenza alle Antichità di Sassari.
Immergendosi, i sommozzatori si accorsero che l'aspetto del relitto di Spargi era profondamente mutato rispetto all'anno precedente: pescatori di frodo con il tritolo, correnti marine e movimento della sabbia, avevano agito sulla posizione dei reperti; i paletti di riferimento erano stati divelti o dispersi. Si procedette ad una ulteriore rivelazione mediante riquadri di nuova ideazione e si fecero importanti scoperte sulla struttura lignea e metallica della nave. Fu anche rinvenuto un cranio umano, unico testimone che si conosca di un naufragio di duemila anni fa.
Il tempo non permise di portar oltre il lavoro: si lasciò il relitto in condizioni tali da poterlo riprendere in una successiva campagna. M;a l'anno dopo e nel 1961 non fu possibile tornare a Spargi.
Nel giro di un paio d'anni, uno sciame di clandestini, attratti dalla fama della scoperta e dalla poca profondità del relitto, si precipitò su di esso e, come avvoltoi su una carogna, lo depredò completamente. Nel 1963 la corvetta Daino tornò sul luogo e, ad una rapida immersione, i sommozzatori trovarono tabula rasa e soltanto pochi frammenti di anfore distrutte.
Nel 1966 il n°11 della rivista "Mondo Sommerso" uscì con un articolo esplosivo di Gianni Roghi nel quale il giornalista pubblicava le fotografie di numerosi reperti trafugati dal relitto di Spargi, inviategli per posta con lettera anonima dai clandestini: si trattava di coppe, patere, colonne e tripodi di bronzo, pietre dure, una statuetta in bronzo, ceramiche. Il giornalista scrive tra l'altro tutto il suo sconforto: "Chi scrive, dopo aver visto coi propri occhi lo scandalo della vendita delle anfore a La Maddalena, inviò una lettera al soprintendente alle Antichità di Sassari. Non gli fu nemmeno risposto". E si domanda anche che fine abbia fatto tutto il materiale recuperato dalla sua spedizione e consegnato alle autorità di La Maddalena con la promessa di queste ultime di costruire un antiquarium per custodirle.
In effetti il secondo naufragio della nave romana di Spargi continuò per anni. Ancora nel 1974 la "Nuova Sardegna", in un intervista a Lamboglia a firma di Gian Carlo Tusceri, riferiva: "Non esiste più alcuna possibilità di recuperare la nave di Spargi. ... la sua struttura, il suo prezioso carico sono sostanzialmente perduti. Si tratta di una perdita incalcolabile: tanto più amara quanto più la nave oneraria romana si trovava nelle condizioni ideali per essere protetta". Frattanto, invece del piccolo antiquarium di cui scriveva Roghi otto anni prima, ora a La Maddalena si favoleggiava di un Museo Navale per custodire il prezioso tesoro scampato ai clandestini: ma esso continuava a giacere nel capannone militare abbandonato e aveva subito vari furti. La Soprintendenza alle Antichità di Sassari prese allora la grande decisione di murare il capannone; così, mentre i reperti "legali" del relitto di Spargi dovevano essere tutelati chiudendoli dentro una tomba-bunker e sottraendoli per decenni agli esami degli studiosi, quelli "clandestini" davano vita a un florido quanto miserabile commercio per iniziativa di italiani, francesi, tedeschi, austriaci e svedesi. Alcuni pezzi furono recuperati, dopo la clamorosa denuncia di Gianni Roghi, in un ricco appartamento di Milano; degli altri più nulla.
Purtroppo, prima Gianni Roghi, poi Nino Lamboglia sono morti ancora Giovani; perciò la nave di Spargi ha perduto i suoi scopritori e i suoi storici più intelligenti e disinteressati. Tuttavia da quanto essi hanno fatto e scritto è possibile tracciare alcune linee che, come un incerto graffito sulla dura pietra della cultura, salveranno una traccia storica della navigazione romana del II e I secolo a.C. nell'Arcipelago de La Maddalena. Queste esili tracce le dobbiamo ai due valorosi ricercatori, ad onta dell'irresponsabilità sociale e culturale di ricchi acquirenti clandestini che stanno in agguato ogni estate a bordo dei loro Yacht, per sottrarre i reperti innumerevoli che costellano, oltre al relitto di Spargi, quel gran cimitero di navi che è la zona di mare tra Sardegna e Corsica.
Dunque, nel decennio compreso fra il 120 e il 110 a.C., un giorno una robusta nave oneraria (=da carico) romana proveniente dal Basso Tirreno imboccò il difficile dedalo di mare e isole che i marinai chiamano appunto cuniculariae. Si lasciò sulla sinistra l'Isola delle Bisce con i suoi pericolosi scogli e imboccò il passaggio tra la costa sarda e, sulla dritta, Phintonis (Caprera) che aveva davanti un'altra isoletta, quella che oggi pur essendo diventata una penisola, si chiama ancora Isola Rossa. Poco oltre, passò tra S. Stefano e Ilva (Maddalena), che forse a quei tempi si chiamava Fossae.
Quel tratto di rotta non era certo facile sia per l'insidia dei fondali irti di secche e scogli, sia per i venti violenti e bizzarri che da settentrione a ponente si incanalavano come cavalli selvaggi lungo il fretum Pallicum (Bocche di Bonifacio), capaci di scatenare in men che non si dica Nettuno e tutti i suoi tritoni, sia infine per i rischi di una certa pirateria che andava facendosi sempre più insidiosa e che proprio tra i cunicula di tante isole trovava i suoi migliori luoghi di agguato.
Per ovviare a quest'ultima insidia, anche i marinai di questa nave, come tutti ormai, avevano preso la buona abitudine di ripararsi il capo con un elmo di bronzo e forse il petto con leggere corazze.
Quanto al mare, essi erano abbastanza sicuri,; la nave era ben fatta: 150 tonnellate di stazza, lunga 35 metri e larga 8: aveva robuste costole di rovere di cm 10 x 10, ben fissate a un fasciame dello spessore di 36 cm fatto con tavole in legno di pino, connesse longitudinalmente da solidi tasselli con chiodi di rame rivestiti di piombo per preservarli dall'elettrolisi. Sopra il fasciame, per proteggere il legno dalla salsedine, i fianchi erano coperti da una lamina di piombo tenuta con chiodi di rame infissi con estrema cura a 4,5 cm uno dall'altro, in file alterne. La poppa poi era stata rivestita con una lastra di bronzo spessa 3 mm.
Anche il carico era stivato razionalmente. Nel centro a poppa gravava il gran peso delle anfore in 3 o 5 piani, ognuna infissa con il peduncolo, o puntale, negli incavi formati dai colli d'anfora del piano inferiore. Ve n'erano di panciute con collo breve e tozzo e manici piccoli, e di snelle dal lungo collo e dalle belle anse, di tipo italico. Erano state costruite da chi si intendeva bene dello stivaggio per la navigazione, con tanto di marchio di fabbrica "SAB". In tutto potevano essere 2000 anfore, così compatte ed elastiche nel loro insieme, da sopportare ogni rollio e beccheggio del natante.
A prua era sistemata la ceramica, patere, vasi e coppe, di quella che a quei tempi andava più di moda - definita oggi "ceramica campana B" - prodotta in grande serie nella ricchissima provincia italica; v'era anche qualche pezzo di "campana A", più vecchia, e molti unguentari in pasta vitrea multicolore, anch'essi piuttosto superati, ma ancora richiesti sui mercati verso cui la nave era diretta. Proveniente dall'Italia meridionale (forse da Pozzuoli), la meta era probabilmente Turris Libisonis (Porto Torres) oppure Marsiglia e la Spagna.
Nel castello di poppa, era sistemato il luogo di culto ove il comandante compiva i riti alla dea Tutela, alla quale si confidava la protezione della nave e dei naviganti: v'era un'edicola di marmo composta di un piccolo altare alto 60 cm sormontato da due colonne laterali scanalate dal simulacro in bronzo della divinità.
Forse quel giorno, prima di intraprendere la traversata dell'Arcipelago, il comandante avrà pregato la dea che tante volte in passato aveva tratto la nave da fiere burrasche. Fin quì la navigazione era stata buona, ma da quando si avvistarono da lontano gli Areti promontoria (Capo d'Orso), il colore del cielo e del mare indicarono agli uomini che il vento la faceva da padrona nel fretum. Il mare nelle Fossae (Canale de La Maddalena) non era poi così agitato; d'altra parte al comandante non garbava l'idea di rifugiarsi in una delle isole con un carico così pesante, l'incertezza dei fondali e il rischio dei pirati. Meglio parve tentare di raggiungere la costa sarda dove sapeva esservi almeno due basi militari romane. Per il momento decise di tenersi a ridosso della Ninphaea (Spargi). Ma no avevano percorso un miglio, che il vento rinforzò e la nave entrò in un gioco di correnti che l'attirava sempre più verso la punta meridionale dell'isola e nessuna manovra riuscì a liberarla dalla morsa. Onde tumultuose spazzarono la coperta e il peso della stessa imbarcazione la faceva scarrocciare sbandando da una parte all'altra, mentre l'acqua penetrava ovunque e allagava progressivamente la stiva.
Le scogliere di Ninphaea erano ormai a meno di un chilometro di distanza, quando il mare ebbe ragione della bella nave. Affondò di piatto, appena poco inclinata verso prua; inabissandosi, urtò con la poppa contro un roccione che si levava per 7 metri dal fondo: la lastra bronzea che la proteggeva si accartocciò come un foglio; quindi lo scafo si posò sulla sabbia nei calmi fondali della Secca Corsara. Sopra, il mare mugghiava travolgendo i naufraghi.
Un carico di lingotti di piombo d'età augustea dalle Bocche di Bonifacio; Nei giorni a ridosso del Ferragosto del 1997 veniva segnalata alla Soprintendenza Archeologica di Sassari e Nuoro da privati cittadini l'esistenza, a pochissimi metri di profondità dal pelo dell'acqua e a breve distanza da una spiaggia molto frequentata della costa gallurese settentrionale, di numerosi lingotti di piombo sui quali era ben leggibile una "scritta" latina. Dopo un immediato intervento, durante il quale si recuperarono gli oggetti più appetibili da parte di eventuali trafugatori, nel successivo mese di novembre si effettuò lo scavo del giacimento archeologico, che ha restituito parte di un trasporto di lingotti e di altri materiali di piombo. di notevole importanza per la rarità o addirittura unicità delle attestazioni.
Ciò che residuava del carico dell'imbarcazione era composto da:
- Lingotti di piombo di tipo usale (a sezione trapezoidale) con bollo AUGUSTI CASEARIS GRMANICUM e bolli secondari indicanti il peso e ilo nome di un personaggio legato al ciclo estrattivo della miniera: LVALRUF (Lucius Valerius Rufus).
- Lingotti a sezione di sfera con lettere latine e greche incise a freddo-
- Lingotti a forma di mattone con un bollo indicante il peso.
- Lingotti sempre a mattone decorati sulle facce minori con la metà inferiore o superiore del corpo di una leonessa a rilievo. Impilando questi lingotti a coppie, si ottiene quindi, sulle facce corte, il corpo intero della leonessa.
- Un lingotto a mattone quadrato, decorato su una delle facce principali con una scena di lotta tra gladiatori.
- Due ciste funerarie (contenitori di ceneri del defunto) tagliate e accartocciate recanti l'iscrizione col nome del defunto e decorate da fasce di leoni e leonesse in rilievo, bordate da fasce con amorini vendemmianti.
- Due ciste funerarie più piccole tagliate e accartocciate, recanti l'iscrizione col nome del defunto Q. POMPONIUS ATTICUS e decorate da leone e quadriglia in rilievo.
- Barilotti pieni di scorie di fusione del piombo.
- Grandi quantità di scorie di lavorazione do piombo o ferro.
- Due ancore di ferro.
Nessuna traccia dell'imbarcazione era conservata, a parte scarsissimi chiodi, in quanto naufragando su un fondale roccioso è stato certo distrutta dallo sfregamento causato dal moto ondoso. Il rinvenimento brevemente descritto pone svariati interrogativi per la sua assoluta unicità nel panorama di tutti i casi simili finora noti. Non pone problemi la dinamica del naufragio: l'imbarcazione doveva essere in difficoltà e tentò di arrivare sulla spiaggia, affondando però poco prima della meta. In genere in questi casi il carico veniva recuperato, qualora vi fossero sopravissuti al disastro o di esso vi fosse a conoscenza da parte di abitanti della costa. E può anche darsi che ciò sia avvenuto, ma non completamente. Infatti il gioco delle correnti in questo punto è tale da ammassare in pochi minuti, in determinate condizioni meteo, un enorme quantità di sabbia proprio sull'area dove giacevano i reperti, e la massa di sabbia staziona poi per molto tempo e solo in precise e non frequenti condizioni viene asportata, e per poco tempo, dal mare. Ciò ha determinato il salvataggio dei reperti in età moderna e, forse, il mancato recupero totale, o anche solo parziale, nei tempi antichi. Svariati problemi sono invece posti dal carico. Il bollo AUGUSTI CAESARIS GERMANICUM assicura la cronologia all'età dell'imperatore Augusto (31 a.C-14 d.C.) ed è certa anche, per vari motivi che è lungo qui elencare, la provenienza dalle miniere di piombo della Spagna (all'epoca il maggiore produttore), solo apparentemente contraddetta da GERMANICUM, che sottintende PLUMBUM, cioè piombo "dei Germani"; si tratta di una tribù così chiamata che aveva sede proprio presso importanti miniere della penisola Iberica. Del resto in età augustea la Germania romana (area del Reno) non produceva piombo.
Le ciste cinerarie sono di un tipo raro tipicamente spagnolo, appunto, ed erano destinate ad essere rifuse, secondo un uso ben noto e comprensibile. E infatti i barili e le altre ingenti quantità di scorie testimonia questa attività. E possibile che le scorie fossero trasportate per ricavarne ulteriore prodotto con successiva fase di lavorazione o come zavorra, dal momento che pensare ad operazioni di fusione a bordo pare inopportuno, non tanto per le difficoltà (il piombo fonde a temperatura bassissima), quanto per pericolo di fare un fuoco, comunque cospicuo, su una nave. Quesiti ancora maggiori pongono i lingotti a sezione sferica e a mattone, assolutamente inusitati, e rasenta addirittura l'assurdo la presenza di decorazioni (gladiatori e leonesse), , dal momento che i lingotti per loro intrinseca natura sono destinati alla fusione per ricavarne i più svariati oggetti: ceppi d'ancora, tubature, pesi, lamine protettive di scafi, ecc. Che dire poi della apparente bizzarria del dover sovrapporre due lingotti per visualizzare il corpo intero della leonessa? l'aggettivo apparente non è usato a caso. Infatti, pur trattandosi di anomalie che finora non sembrano aver riscontro nella panoramica dei casi noti, deve esserci una spiegazione logica che non conosciamo. Potrebbe trattarsi, per esempio, di un peso di riferimento e la garanzia era data dalla decorazione: cioè, solo vedere le due metà combacianti del corpo della leonessa dava la sicurezza che fosse quello il campione ufficiale; i lettori di vecchie spy stories sapranno che due emissari che non si conoscono possono aver certezza reciproca ricongiungendo due metà, a loro affidate, di un oggetto appositamente spezzato. Ma si tratta solo di una delle possibili ipotesi. Al di là delle stranezze, che si pongono come eclatanti novità sulle modalità di produzione, circolazione, uso, ecc. del piombo in età imperiale, il carico qui illustrato aggiunge un ulteriore tassello alla ricostruzione dei traffici marittimi che interessavano le Bocche di Bonifacio, il Fretum Gallicum, crocevia di scambi tra l'Italia continentale e l'Occidente del Mediterraneo, in questo caso, che dell'approvvigionamento di piombo iberico per la stessa capitale dell'Impero, come testimoniato anche dai relitti in acque corse.
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