La Maddalena


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I bigliettini nella biancheria

Benito Mussolini

Li scrisse a matita ad un misterioso "amico" che lo metteva al corrente della situazione e li inoltrava con la complicità di una lavandaia

di Giovanni Altieri


Tratto dal mensile "Storia illustrata" anno II - Marzo 1958

Da Ponza a precipizio, Mussolini fu fatto partire il 7 di agosto del 1943, all'una di notte, dopo essere stato svegliato clamorosamente dal maresciallo dei carabinieri Antichi che s'era precipitato nella stanza gridando: "Pericolo immediato! Bisogna partire!". Obbedì. Raccolse - come lui stesso racconta nella Storia di un anno - le sue poche cose, e nella semioscurità, in mezzo ad un drappello armato di mitragliatori, prese posto in un lancione della Marina che lo trasportò sottobordo del caccia Pantera. Qui si incontrò ancora una volta con l'ammiraglio Maugeri; all'alba la nave si mosse e alle otto, a tutta forza, con mare grosso e prua a occidente, avvistò la Sardegna. Alle due del pomeriggio Mussolini sbarcò a La Maddalena e fu "preso in consegna" dall'ammiraglio Bruno Brivonesi. Lo accompagnarono, a piedi, ad una vecchia villa affiancata su Palau e i monti della Gallura. Si chiamava villa Webber. Mussolini si chiese il perché di quella villa, in quel posto. Aveva saputo che era stata costruita da un inglese.

Quella chiusa e corrugata casa appoggia ad un velario di granito bigio, di fronte al mare, sollevato in volute polverose dalle raffiche del vento gagliardo. Quando la vidi era stretta da macchie di oleastri, aiazzi, agavi, cardi, prolificati all'interno del parco. Cancelli e finestre mostravano tracce di abbandono. Sbarrato l'ingresso principale, a monte; sbrecciati i merli guelfi, i leoni e le aquile di terracotta, messi a guardia secondo il gusto decorativo di sessant'anni fa; chiuse, e qualcuna orba di vetri, le sei finestre dei due appartamenti, divisi da nude inferriate e da un terrazzo. Un ballatoio comunica col terrazzo per quattro scalini di marmo mangiati dalla salsedine. Su questi scalini andava a sedere Mussolini, quasi tutti i giorni. Poiché la villa venne costruita in cima all'erta e allontanata dalla strada col larghissimo giro di un muro di sasso, si capisce come Mussolini, nelle ore in cui passeggiava sul ballatoio a capo chino, le mani dietro la schiena, o riposava sugli scalini assorto e come addormentato per grande stanchezza, apparisse simile ad una remota ombra.

In questa sosta alla Maddalena il rigore della sorveglianza divenne assai più stretto che non a Ponza, di dove veniva. Le ragioni sono in parte accennate nel noto opuscolo dell'ammiraglio Maugeri, Mussolini mi ha detto, e nel libro Storia di un anno, ma non vi si dice tutto. Lo stesso Mussolini tace, comprensibilmente, su taluni particolari che cercheremo di chiarire.

Dalla villa uscì una sola volta a passeggiare nel recinto verso monte, tra i pini, scortato da un maresciallo dei carabinieri; poi non gli fu più consentito e dovette contentarsi dei sei, sette metri del terrazzo sul fronte a mare.

Di qui poteva guardare un fianco dell'isola di Caprera, ma soprattutto le montagne della Gallura, che trovava "simili alle Dolomiti"; poi la cala del Padule e più in là un fortino abbandonato detto "di Napoleone"; ma, per quanto variato dalle acque e dai drammatici profili delle montagne sarde, il paesaggio gli appariva triste e duro, agitato dal vento, sconsolante.

A meno di un chilometro, sulla china del colle di granito dal quale il suo sguardo ansioso poteva spaziare, Mussolini vedeva qualche casa di pietra; una più distante, a sinistra, un'altra più prossima presso la strada; ed erano le abitazioni della lavandaia Maria Pedoli, incaricata di lavare la biancheria del prigioniero ogni tre giorni; dell'ortolano Leopoldo Spano che forniva le verdure per il suo nutrimento; e di un'altra lavandaia, Marianna Mura, più vecchia, che si occupò di lui solo negli ultimi giorni.

Era la Pedoli, poi sposata ad un comunista, ad avvicinare più spesso il prigioniero; vi andava qualche volta con una sua bambina, alla quale, non potendo altro, Mussolini offrì un bottone d'orato del suo berretto. In questo periodo, com'è noto, ricevette in dono da Hitler i ventiquattro volumi dell'Opera completa di Nietzsche, di cui disse di aver letto i primi quattro nei ventun giorni di permanenza a La Maddalena. Poi scrisse talune note "di carattere filosofico, letterario e politico" in una specie di diario andato perduto e, possiamo aggiungere, pensò per la prima volta alla fuga. Già arrivandovi, alle due del pomeriggio di quel sette di agosto, era rimasto colpito - come abbiamo detto - dalla singolarità del luogo e dalla casa. (Villa Webber, il quale, caso strano!, fra tutte le località del mondo dove avrebbe potuto stabilirsi, aveva scelto proprio l'isola più arida e solitaria fra tutte quelle che circondano al nord la Sardegna, Intelligence Sevice? Forse.).

Effetivamente, la villa costruita mezzo secolo prima dall'inglese James Webber, serviva da casina di caccia ed era passata in proprietà di un figliuolo adottivo del Webber, il napoletano Russo, il quale sposatosi con una signorina Marietta Tamponi di Olbia, ne aveva avuto cinque figli: i proprietari di adesso. E' comprensibile, tuttavia, che Mussolini dovesse detestarla, poiché vi assaggiava il primo senso di un'autentica prigionia e un grave scoramento lo invadeva, non tanto per la sua condizione di materiale miseria, (possedeva il solo vestito blu e il cappotto, la sola biancheria che indossava) quanto per l'assoluta mancanza di notizie sulla realtà della situazione.

Aveva, a quest'epoca, scritto due lettere alla moglie Rachele. La prima, il 30 di luglio ancora da Ponza, e la seconda il 13 di agosto, sei giorni dopo l'arrivo, dalla Maddalena. E' una lettera importante: quasi un rapidissimo esame di coscienza, un oscuro, inconscio tentativo di allontanare la fatalità grigia e, luttuosa, nella quale sapeva di essere avvolto. Dice: "Cara Rachele, Ho ricevuto la tua lettera - la seconda in 20 giorni - e vedo che già dal 1° agosto sei alla Rocca, insieme con tutti, meno Vittorio. anch'io non so nulla di lui e spero che presto ti darà notizie. Quanto a De Cesare non so nulla. Spero che anche queste faccende di carattere privato andranno a posto, quando la bufera anrà calmandosi. Ora ti parlo di me. La mia salute è discreta. Lamia coscienza tranquilla. Ho lavorato per 21 anni senza riposo, con assoluto disinteresse, con perfetta lealtà. Tu lo sai meglio di chiunque come ho agito per il popolo. Nell'anniversario di Bruno ho fatto celebrare una messa, ma non ho potuto assistervi. Spero che ti avranno permesso di ricordare il nostro Bruno, che oggi è veramente morto e la cui anima dev'essere angustiata. Vivo da venti giorni in un isolamento totale. Mi comunicano soltanto i bollettini di guerra italiano e tedesco, ignoro tutto e in primo luogo non so cosa sono diventato. Come hai lasciato V. torlonia? Che cosa è successo del Popolo d'Italia? Come sta Anna? Non preoccuparti del cibo e della biancheria. Ricordami a tutti, ai ragazzi, a Gianna, a Marina e ai fedeli domestici. Anch'io aspetto gli eventi. Ti abbraccio, Tuo Benito."
La Maddalena, 13 agosto 1943

Era estate. La cortina di rocce raggiava un fiato ardente sulla casa Webber. Nella plumbea luce dei monti, sempre quelli, dei bracci di mare, sempre quelli, delle ore monotone e vuote, sempre quelle, il prigioniero disperava.. Gli ufficiali dei carabinieri addetti alla sua sorveglianza, Meoli, Bonitatibus e i sottufficiali, mostravano un rigore sempre più serrato. Il Brivonesi, ammiraglio e comandante della base della Maddalena e suo consegnatario, s'informava per mezzo del filo telefonico diretto tra la la villa e il comando marittimo del come trascorresse la giornata. Ma gli era ostile Taluni marinai, inoltre, andati a vederlo da lontano mentre era sul ballatoio esterno della villa, l'avevano dileggiato gridando: "Duce, lo vedi a che ti sei ridotto", ed egli, che per la distanza non percepiva le parole, credendo che lo salutassero, aveva risposto con un lieve cenno della mano; ma, poi, più tardi, un carabiniere gli aveva chiarito il doloroso equivoco.

Una piccola folla, quasi in permanenza, si aggrumava ai piedi dell'erta per vederlo passare sul ballatoio; ma dopo l'episodio dei marinai la cintura di sorveglianza venne dilatata e fu più difficile vederlo. Salvo i carabinieri di guardia, coi quali giocava qualche volta a carte, il mondo esterno per Mussolini era rappresentato dalla lavandaia Maria Pedoli. Costei il giorno 9 di agosto gli recò l'offerta di servigi da parte di un "amico", e gli disse di scrivere pure qualche bigliettino se avesse desiderato qualche cosa di particolare. Lui profittò subito e, a matita, su un rettangolino di carta scrisse all'"amico" dicendogli che aveva particolari assai imprecisi sul 25 luglio e che ignorava persino la sorte del figlio Vittorio. Qualche giorno dopo gli chiedeva una breve relazione sugli avvenimento posteriori al suo arresto. Evidentemente no si fidava delle informazioni fornitegli dal Maugeri a bordo del Pantera, durante il trasferimento da Ponza a La Maddalena. L'ammiraglio gli aveva detto del passaggio della Milizia all'Esercito col solo mutare in stellette i fasci, ed egli, chiedendo se nessun altri distintivo fosse stato conservato alle legioni, aveva lamentato che non si fosse lasciato almeno il fez.

Altro non sapeva, né i suoi accompagnatori, per consegna ricevuta, gli avevano detto di più. L'"amico" della Maddalena fascista sicuro e fedele, lo mise al corrente della situazione italiana con una relazione lunga quattro cartelle con particolari sui provvedimenti presi dal governo di Badoglio e con molte notizie che erano apparse sui giornali di agosto.

La situazione, quale l'"amico" gliel'aveva narrata, appariva "terribile" a Mussolini. Non si faceva più illusioni: temeva soprattutto di essere consegnato agli inglesi, portato a Londra, obbligato a sfilare per le vie della città tra la folla e poi processato dinanzi a un tribunale. Non posso dire se questi pensieri venissero espressi verbalmente o per iscritto alle persone con le quali veniva in contatto (la Pedoli, i carabinieri). I bigliettini a matita diretti all'amico contengono non più di quattro o cinque frasi ognuno. Il giorno 12, Mussolini scrisse questa dedica su un libro che la Pedoli gli aveva passato di nascosto: Su questo libro posseduto dalla ignota che ha ripulito i miei stracci scrivo il mio grazie e il mio nome - Mussolini Defunto - La Maddalena 12-8-1943. Non è necessario aggiungere parola per chiarire lo stato d'animo del prigioniero.Come già a Ponza, Mussolini si volgeva sempre più decisamente alla rassegnazione cristiana, alla riconsiderazione di tutta quella accavallata, tormentosa, tumultuosa, sanguinante storia di cui era protagonista ancora non del tutto uscito di scena. Chiese e ottenne di vedere il parroco della chiesa della Maddalena, don Capula, col quale ebbe quattro colloqui durati due ore per volta. Don Capula si recava all villa Webber. Di quelle conversazioni, alcuni anni fa, gli chiesi di dire qualcosa, ma non volle nulla svelare, nient'altro dicendo che potevano considerarsi "storiche". Né il sacerdote, poi, s'è più aperto con altri. Probabilmente i colloqui sono coperti dal segreto impenetrabile della confessione, ma non potetti raccogliere neppure questa certezza dalle labbra chiuse e sorridenti del parroco della Maddalena.

Dalla villa Webber gli fu concesso di cri9vere ancora una volta alla moglie Rachele, sempre omettendo il luogo della sua prigionia, il 15 di agosto. Spiegava alla moglie perché non fosse andato alla Rocca delle Caminate. Ecco cosa dice: "Carissima Rachele, la sera del 25 luglio mi fu chiesto quale residenza desiderassi, che vi sarei stato accompagnato. Scelsi la Rocca. Il gen. Polito mi ha detto che il mio arrivo alla Rocca avrebbe scatenato l'ostilità dei forlivesi e non fu dunque possibile. Ad evitare che una incursione o un semplice allarme siano attribuiti alla mia presenza alla Rocca, ho deciso di rinunciare almeno per qualche tempo. La decisione mi rammarica profondamente, perché desideravo tanto di rivederti e con te rivedere tutti, ma credo che la mia rinuncia giovi anche alla vostra tranquillità. Ho chiesto e non ho ancora ottenuto notizie di Vittorio, di Vito e di telefonare per le mie carte personali. Appena saprò qualche cosa te la comunicherò. Dal mondo non ho ricevuto che due lettere e un telegramma di Goering. Mi passano anche i bolettini di guerra italiano e tedesco. Dei due libri che mi mandasti, uno lo regalai a un prete, l'altro, le poesie di Carducci, a un ufficiale. Delle, mie condizioni di salute non ti parlo. E nemmeno delle mie condizioni materiali. Tutto ciò ha sempre avuto scarsa importanza nella mia vita, adesso non ne ha alcuna più. Moralmente sono tranquillo perché sono a posto. Non so quel che accadrà di me. Ti prego di preparare alla vita Romano e Anna, soprattutto l'Anna. Bacia tutti per me. A te un abbraccio affettuoso dal tuo Benito."

Sta di fatto che mentre Mussolini si riteneva e si firmava defunto, si stavano progettando alcuni piani per liberarlo, falliti poi per un nonnulla. La notizia della sua residenza alla villa Weber era stata trasmessa ai tedeschi che controllavano la base logistica di Palau e disponevano di sottomarini, di piccole navi da guerra e di motoscafi. Probabilmente lo stesso maggiore Skorzeny aveva mandato sull'isola l'idrovolante che Mussolini, dal ballatoio della villa, una sera vide planare così basso da discernere il volto del pilota e rivolgergli un gesto di saluto. Il pino stabilito contemplava l'arrivo di un sottomarino "nglese" (cioè truccato da inglese, ma in realtà tedesco) alla Maddalena, lo sbarco dell'equipaggio nella rada della villa Webber e il prelevamento del recluso.

Una volta consumata questa "beffa", il sottomarino "inglese" avrebbe portato mussolini sino a una base aerea sulle coste della Francia e il salvataggio in Germania sarebbe stato compiuto. Per quali sospetti, oltre quelli elencati nel libro Storia di un anno, questo piano venisse neutralizzato allontanando dalla Maddalena il pericoloso prigioniero, nemmeno oggi è possibile precisare. Sembra che la colpa del fallimento debba attribuirsi all'involontaria imprudenza di un ufficiale della Milizia. Mussolini comunque non credeva a eventuali "novità" sino alla sera in cui vide l'aeroplano germanico e, il ventisette agosto, apprese di dovere ancora spostarsi. Ma anche questa non era più una novità, poiché s'era fatto l'animo di quel recluso della ballata nordica che canta: "la vita passa tra una prigione e l'altra".

Ancora quando la vidi io, la villa Webber era chiusa, muta, dentro il suo parco inselvatichito. Assomigliava a un castello scozzese visitato da i fantasmi. Un americano, perché l'aveva abitata Mussolini, voleva darne quaranta milioni, ma i padroni - che allora erano cinque - ne chiesero cinquanta. L'americano disse di volerci pensare su. Ma poi non se ne fece nulla.



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