Menu principale:
Curiosità isolane
Dal momento della sua prima comparsa in Europa, nel 1830, la Sardegna ha conosciuto sette ondate epidemiche di colera di diversa gravita` e diffusione: 1854-55; 1866-67; 1884-87; 1893; 1911-12; 1973; 1979. A parte va invece considerata l’epidemia che provoco`, nel 1915, 4574 morti tra i prigionieri austro-ungarici in quarantena nell’isola dell' Asinara. La più distruttiva, per numero di colpiti e di vittime, fu quella del 1855, che fece registrare circa 6000 morti in tutta l’isola. Particolarmente colpite furono Sassari (4784) e Ozieri (653), dove i veicoli della malattia furono cittadini sassaresi in fuga. Per la capitale del Capo di sopra la terrificante vampata epidemica fu una vera e propria catastrofe demografica: in poche settimane, da fine luglio a fine agosto, perse circa un quinto della sua popolazione. A poco più di dieci anni di distanza – 1867 – una nuova ondata epidemica lambì l’isola. La prima città colpita, a partire dal quartiere di Stampace, fu Cagliari. Le rigorose e tempestive misure igienico sanitarie riuscirono a limitare i danni (176 colpiti e 160morti). Nell’ottobre il c. arrivo` nel distretto minerario dell’Iglesiente, portatovi, pare, da un minatore proveniente dal Piemonte. Anche qui l’isolamento dei colpiti e le misure di prevenzione subito adottate dalle autorità locali e dai direttori delle miniere valsero a circoscrivere l’epidemia, che a Iglesias (8000 ab. ca.) provoco`133 decessi. La successiva ondata epidemica – quella del 1884-87 – sfioro` soltanto la Sardegna (65morti),mentre nel continente italiano, e in particolare a Napoli, faceva strage: a salvare l’isola fu anche la decisa presa di posizione delle rappresentanze politiche sulle misure di difesa sanitaria da adottare. Furono assoggettate a una contumacia d’osservazione tutte le provenienze del litorale francese mediterraneo e del continente italiano. Anche se riluttante, il Ministero dell’Interno emano` due ordinanze di sanità marittima che stabilivano norme rigidissime: prima di essere ammesse a libera pratica le provenienze dalla Francia, dall’Algeria e dalla Tunisia dovevano scontare la quarantena. Inoltre, i piroscafi che trasportavano passeggeri dal continente non potevano esservi ammessi se non dopo una regolare contumacia d’osservazione nel porto di Santo Stefano. L’anno successivo un nuovo allarme e il diffondersi dell’epidemia in Spagna e, quindi, a Marsiglia, fecero di nuovo scattare l’apparato di difesa, rinforzato dal fatto che, intanto, l’isola dell'Asinara, nel golfo omonimo, era diventata Stazione quarantenaria, cosa che suscitava grande preoccupazione della vicina città di Sassari. Un’ordinanza di sanità marittima del 5 agosto stabilì che le provenienze spagnole, algerine e corse (e successivamente tunisine) scontassero in quell’isoletta, vicinissima alla costa nord-occidentale, le contumacie d’osservazione (i piroscafi) e di rigore (gli altri tipi d’imbarcazione). Essendo pero` ancora in corso i lavori di costruzione del lazzaretto e dei locali di segregazione, i quarantenati dovevano restare a bordo, mentre una nave da guerra fu adibita a ospedale galleggiante. Un’altra nave impediva ogni contatto tra la stazione sanitaria e la Sardegna, mentre Carabinieri e guardie di finanza a bordo di 13 barche vigilavano sulle coste. Nel nuovo secolo – quando ormai e` ben noto l’agente patogeno, il vibrione – il c. avrebbe visitato esclusivamente Cagliari. Importante scalo commerciale, frequentato da mercantili provenienti dai pericolosi paesi africani e mediorientali, la città ha conosciuto incursioni del c. nel 1911 (37 morti), nel 1912 (36), nel 1973.Durante quest’ultima ondata epidemica si escluse l’origine idrica della malattia e si appuro` che il veicolo dei vibrioni era costituito da cozze e molluschi. Un’indagine epidemiologica sistematica rivelo`, infatti, che i 14 casi di c. accertati erano collegabili al consumo di arselle pescate nello stagno di Santa Gilla, alle porte di Cagliari. La Sardegna, una delle regioni italiane meno colpite dal c. nel corso dell’Ottocento, e` stata quella in cui si e` verificato l’ultimo caso di c. (1979).Ne parlo` la grande stampa internazionale, anche per l’importante acquisizione scientifica che ne derivo`: il vibrione poteva adattarsi a una lunga sopravvivenza nell’ambiente, conservando il suo potere patogeno, anche indipendentemente dal serbatoio umano.
COLERA A LA MADDALENA
L'insorgere delle epidemie che nel secolo scorso (800) imperversavano nei paesi del Mediterraneo e le salvaguardie sanitarie che dovettero essere adottate per scongiurare i pericoli di contagio, specialmente negli scali marittimi, resero particolarmente difficile la vita delle popolazioni costiere ed in particolare di quelle isolane la cui sopravvivenza è legata al mare.
Le lunghe contumacie che le navi dovevano scontare al loro arrivo nei porti rendevano difficili gli approvvigionamenti e spesso le comunità isolane, se non avevano qualche risorsa locale, restavano prive delle derrate essenziali per intere settimane e in tali occasioni la popolazione maddalenina corse sempre seri pericoli perché, a fronte delle pur rigide norme che regolavano gli approdi, frequenti erano gli sbarchi clandestini dei contrabbandieri ed ancor più frequenti gli arrivi di navi corsare al servizio di potenze straniere. Pur tuttavia l'isola, malgrado le discrepanze sull'osservanza delle salvaguardie sanitarie, fu fortunata; Il cielo la tenne sempre immune dalle grandi epidemie di peste e febbre gialla del settecento e dei primi dell'ottocento ed in particolare dal "Cholera Morbus" del 1835 che decimò intere comunità costiere.
Ma il cielo non liberò l'isola dall'epidemia di colera del 1854, ricomparsa con maggior virulenza l'anno successivo in quasi tutto il nord della Sardegna ed in particolare a Sassari dove i morti, furono oltre cinquemila. Non Sappiamo quanti furono i morti a La Maddalena, ma certamente come traspare da una lettera inviata al sindaco Giò Leonardo Bargone dall'intendente provinciale di Tempio il 31 agosto 1854, la situazione non doveva essere rosea. E a soffrirne maggiormente erano i più poveri che, colti dal morbo, si trovavano nell'impossibilità di lavorare e quindi di procacciarsi il necessario per sopravvivere e curarsi.
Il Bargone per venire in soccorso alla popolazione afflitta dalle privazioni, e ritenuto che i maddalenini ricchi non erano stati affatto generosi nei confronti di quelli poveri, aveva fatto ricorso all'intendente, che, il 31 agosto 1854, sia pure in maniera singolare, era venuto in aiuto degli isolani.
"La deplorabile situazione di codesto luogo - scrive l'intendente al sindaco - ove è scoppiato e infierisce il Cholera Morbus, stato ormai dichiarato tale, come rivelasi dal rapporto del Dr. Tamponi, sta sommamente a cuore dello scrivente, il quale in vista della mancanza di mezzi di codesta comunità, e della nessuna offerta privata si è determinato di inviare al Sig. Sindaco di Maddalena la somma di lire trecento da erogarsi nei bisogni attuali, massime a beneficio della classe povera".
La premurosa sovvenzione dell'intendente non era però a titolo grazioso; egli infatti, aggiungeva che la somma inviata sarebbe dovuta in seguito essere restituita.
A sobbarcarsi gli oneri di quelle tristi giornate non fu però il sindaco Bargone, anche lui colpito dal morbo, ma il consigliere Nicolò Susini chiamato ad assumerne le funzioni. E l'intendente, venuto a conoscenza dell'impegno da lui profuso, non mancò, visto che almeno quelli non costavano nulla, di tributarli sperticati elogi.
Anche La Maddalena, dunque, malgrado tutte le cautele sanitarie adottate, dovette pagare, con grave perdita di vite umane, lo scotto di una delle tante temibili epidemie oggi fortunatamente scomparse o quanto meno sopite.
Menu di sezione: