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Il compendio rurale dell’ex azienda agricola Serra a cura di Paolo M. Callioni

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i processi di formazione dell’insediamento agricolo nell’arcipelago Le testimonianze di presenze antropiche nell’arcipelago di La Maddalena datano sin dall’antichità, ma solo dall’inizio del ‘700, con la graduale colonizzazione dell’Isola madre da parte di nuclei di pastori corsi, si ebbero i primi abitanti effettivamente insediati. Questi primi coloni, che erano esposti ai rischi delle incursioni saracene, poterono stabilirsi solo nella parte interna dell’isola, dove cominciarono a costruire abitazioni nascoste alla vista dal mare e strategicamente posizionate per sorvegliare l’arrivo degli assalitori. I pastori praticavano un pascolo brado, lasciando il bestiame sulle isole minori e andando ad accudire gli animali solo quando le condizioni del mare e l’assenza dei pirati lo consentivano. Dal 1767, anno di inizio della presenza militare sabauda, le condizioni di permanenza nell’Arcipelago si fecero più stabili, favorendo lo sviluppo dell’insediamento e la parallela realizzazione di attività agricole. Nell’arco di pochi anni la popolazione crebbe dai 185 abitanti del 1767 alle oltre 2000 anime dei primi dell’800. Sebbene anche a La Maddalena vigessero gli usi propri di tutta la Sardegna, con il tradizionale schema vidazzone-paberile, che interessava la maggior parte del suolo agricolo, a normare l’uso collettivo delle terre, sin dalla fine del ‘700 si ebbe l’assegnazione di lotti e appezzamenti di terreno, che dovevano essere preventivamente dissodati e chiusi, a chi volesse coltivare “viti, ulivi o alberi fruttiferi”. Pochi decenni dopo queste prime distribuzioni di terra, nel 1820, l’editto delle chiudende diede il via in tutta la Sardegna alla privatizzazione delle terre pubbliche. In parallelo, con la crescita del nucleo residenziale principale di La Maddalena e anche per effetto delle assegnazioni di terre effettuate dal governo sabaudo, a partire dai primi dell’800 ebbe inizio la colonizzazione delle isole, con l’insediamento di famiglie di pastori-coltivatori: A Caprera le famiglie Ferracciuolo, De Pietri, Zonza, De Paoli, Zicavo, Serra, Tartaul, Pistoli e Ornano e qualche anno più tardi anche Giuseppe Garibaldi; a Spargi Natale Beretta; a Santa Maria e Budelli Giuseppe Bertoleoni. Alcune di queste presenze (come quella dei Ferracciuolo a Caprera) erano costituite da insediamenti poverissimi, con forme d’uso del suolo che consentivano appena la sussistenza della famiglia colonica che viveva di qualche capra, pochi ortaggi, un po’ di seminativo, un po’ di pesca e qualche preda di cacciagione; altre, come quella dei Beretta a Spargi, portarono invece alla formazione, già a metà dell’800, di nuclei produttivi più strutturati, con una notevole dotazione di capi ovini, caprini e bovini e con una zona coltivata a grano, a vite, a olivo e a ortaggi ben rispondente ai bisogni familiari dei coloni. Nel frattempo a anche a La Maddalena venivano chiusi e messi in coltura con vite, olivi, alberi da frutto e ortaggi praticamente tutti gli appezzamenti utilizzabili, grandi e piccoli. Questi terreni assumevano qualche volta toponimi originati proprio dalla loro destinazione agricola: Cala Gavetta, Punta Nera, Spinoccio, Stagnaledda, Padula, Macchia di mezzo, Fangotto, La Villa, Vena Longa, Zanioli, Carone, Barabò, Murticciola, Cala di Chiesa, Abitone, Vigna Grande, Chiusedda, Mongiardino, solo per citarne alcuni. Le chiusure, iniziate anche prima dell’editto delle chiudende, portarono in breve alla formazione di un piccolo sistema di proprietari, con compravendite e accorpamenti di terreni, favorendo l’iniziativa di alcuni proprietari più facoltosi, come il Barone Desgeneys, che nel 1817 a Padule costituì la prima vera e propria azienda agricola di La Maddalena. Nel 1842 l’isola di Santo Stefano, che ospitava inizialmente un presidio di militari a guardia della torre che era stata oggetto della battaglia del 1793 (con la sconfitta di Napoleone e la precipitosa ritirata dei francesi), venne divisa in 22 lotti, 19 dei quali furono assegnati al colonnello Lodovico Frapolli, che intendeva coltivarla ma che non tradusse mai in atto le sue intenzioni, e che nel 1864 vendeva i terreni dell’isola a Federico Federici. Anche questo, infine, non essendo riuscito a soggiornare a Santo Stefano e a realizzare interventi di rilievo, vendette l’isola nel maggio 1891 a Pasquale Serra, che vi si stabilì con la sua famiglia e cominciò finalmente la coltivazione agricola dell’isola coltivare e abitare La messa in coltura di suoli, nella Gallura dell’800, era una necessità legata alle esigenze insediative, in cui la residenza era funzionalmente connessa all’attività di coltivazione, e viceversa. Si trattava di una agricoltura “eroica”, in cui la stabilizzazione residenziale e il dissodamento dei terreni erano le due facce di una stessa esigenza primaria: sopravvivere. Con pochissime dotazioni di mezzi, attrezzi e prodotti per l’agricoltura, senza concimi e irrigazione, la coltivazione dei poverissimi suoli granitici galluresi era un lavoro duro, faticoso e incerto. Per comprendere quanto tale dimensione di vita e di produzione fosse difficile per chi la intraprendeva e oltremodo lontana dai modelli produttivi dell’agricoltura di oggi, è utile riportare un brano tratto da una pubblicazione redatta da Eugenio Canevazzi, ingegnere agronomo e amico di Giuseppe Garibaldi, che descrive l’azienda di Caprera dell’eroe dei due mondi. Il documento illustra le modalità di messa in coltura dei seminativi galluresi da destinare alla produzione del frumento: “In quegli spazii, nei quali il granito è più decomposto, tagliano il cisto, il lentisco e tutte le altre piante spontanee che vi trovano, e poi le abbruciano: in altri termini fanno il debbio. Poscia vi passano sopra coll’aratro, evitando le punte o i massi granitici più duri che qua e là si riscontrano, e poi vi seminano in autunno il grano: fatto il raccolto riarano e ripetono la seminagione del grano: e lo stesso praticano ancora nell’anno successivo. Avuto il terzo raccolto lasciano la terra in riposo per altri nove o dieci anni: chè tanti appunto ne occorrono perché il cisto ed il lentisco (le due piante che più abbondano) acquistino il loro intero sviluppo, e si possano quindi con profitto nuovamente bruciare. ”Si comprende come un terreno fosse in grado di produrre solo tre volte ogni tredici anni, oltretutto con produttività che simili modalità di lavorazione possono far immaginare come molto ridotte. Ma le motivazioni della messa in coltura di terreni da parte degli agricoltori dell’epoca devono anche essere inquadrate nel periodo storico e socioeconomico in cui si sono realizzate. A partire dal Settecento, e ancor più nell’Ottocento e proseguendo sino a quasi tutto il Novecento, l’Italia vive – in parallelo con la più celebre rivoluzione industriale - la cosiddetta rivoluzione agronomica, che trasformerà in modo radicale il paesaggio agrario italiano e le modalità della produzione agricola, migliorando gradualmente ma progressivamente la dura condizione del lavoro delle campagne. Dall’inizio dell’Ottocento hanno inizio le grandi bonifiche, il dissodamento di grandi aree del territorio collinare e montano, le piantagioni arboree ed arbustive (così come le conosciamo oggi) in ampi comparti. Sin dall’età comunale erano state adottate alcune innovazioni di base, ma è solo dopo il secolo dei lumi che i contadini, guidati ed indirizzati dagli ingegneri agronomi -fra cui il più noto nel XIX secolo fu certamente Camillo Benso conte di Cavour- perfezionano le tecniche colturali e produttive e, grazie anche al nuovo approccio scientifico, ottengono un progressivo miglioramento delle produzioni agrarie: comincia un’epoca di ottimismo nella crescente capacità di trasformazione e messa in produzione delle superfici agricole, di tensione verso una modernità finalmente in grado di vincere la natura (è la fase storica in cui l’uomo si rende conto di poter invertire il rapporto di sudditanza verso gli elementi), di fiducia nel miglioramento delle potenzialità produttive. Dunque non è un caso che proprio in questo periodo nell’Arcipelago, grazie anche all’introduzione di tecniche più efficienti, di macchine e attrezzi moderni, ma soprattutto per effetto di questa nuova idea di trasformazione del territorio, si diffondono gli interventi di colonizzazione agricola, spesso promossi da proprietari benestanti e istruiti (come Desgeneys prima, Collins e Garibaldi poi, e infine anche Pasquale Serra), che importano mezzi e tecnologie innovativi, sperimentano tecniche colturali, costruiscono fabbricati e impianti finalizzati a migliorare le condizioni produttive.

L’azienda Serra di Santo Stefano

Sulla spinta di questo ottimismo, con un approccio fortemente improntato all’innovazione e all’efficienza produttiva, negli ultimi anni dell’800 Pasquale Serra (Pasqualì Guarré), dopo aver acquistato - come si è detto - i terreni di Santo Stefano, impianta nell’isola una azienda agraria moderna e innovativa. Le testimonianze sull’azienda – riportate sino a noi dall’omonimo nipote, più volte sindaco di La Maddalena negli anni Ottanta e Novanta - forniscono il profilo di un capace innovatore, dotato di risorse economiche ma anche di una solida conoscenza delle tecniche agronomiche. Il dissodamento dei terreni, che veniva ordinariamente effettuato con aratri trainati da buoi e con le conseguenti immaginabili difficoltà, viene realizzato da Pasquale Serra sul suolo granitico di Santo Stefano, facendo saltare in alcuni punti con l’esplosivo
le parti di roccia affiorante che potevano ostacolare la coltivazione. L’organizzazione voluta dal Serra era quella di un’azienda razionale. Nel centro dell’azienda, in posizione di controllo, egli costruì il nucleo aziendale con due fabbricati, il principale dei quali era destinato ad abitazione, con la parte residenziale al primo piano e la cantina per il vino al piano terra, a poca distanza dagli altri annessi rustici e dai punti di accesso all’isola. Gli altri corpi di fabbrica a servizio dell’attività agricola, erano dati da un ricovero per i braccianti e da una stalla; nei pressi del centro aziendale vi era anche un’aia circolare in granito (visibile nelle foto aeree), che costituiva per i tempi (inizio ‘900) una forte innovazione tecnica, permettendo, in un luogo ventilato come Santo Stefano, una trebbiatura del grano veloce ed efficiente. Il grano, insieme alle aree pascolate dagli animali, occupava la maggior parte delle superfici dell’azienda. Veniva coltivata tutta la superficie possibile, praticamente sino a Cala Villamarina. Nel complesso, la superficie coltivata era pari a diverse decine di ha, con circa 2 ha di vigneto, poco più di un ha di oliveto e qualche ara di frutteto e orto. L’azienda di Santo Stefano integrava le coltivazioni con l’allevamento bovino, con gli animali che avevano anche la funzione di produrre il letame necessario per migliorare la fertilità dei magri suoli granitici della piana. Era presente una stalla per bovini, innovativa per l’epoca perché dotata di poste per la stabulazione degli animali oltre che di una canaletta di drenaggio dei liquami. Considerato che le modalità ordinarie di coltivazione dei suoli galluresi nello stesso periodo erano ispirate ad un uso marginale del suolo, l’impiego del concime bovino come elemento fertilizzante per arricchire i terreni aziendali costituiva un importante elemento migliorativo. Tale metodo venne utilizzato anche da Garibaldi nell’azienda di Caprera, come ben descritto dal Canevazzi: “L’aumento dei letami non può ottenersi che col progressivo aumento delle mandre di bestie grosse e minute, e specialmente delle prime; e Garibaldi è ben persuaso essere questo il cardine principale di tutta l’agricoltura di Caprera, e vi concentra tutta la sua attenzione e le sue cure” (…) ”Per lettiera s’adopera la paglia del grano, ed alcune erbe ed arbusti di macchia, e principalmente l’asfodillo ed il lentisco.” (…) “il Generale Garibaldi (…) non solo attribuisce una grande importanza alla formazione del letame, precipuo mezzo col quale possonsi migliorare i terreni granitici, e non solo richiede dai coloni massima cura nel prepararlo: ma essendo convinto essere sempre proficuo concentrare più che si può la concimazione, si è proposto di seguire questo principio, anziché disseminare i letami sopra sproporzionate estensioni, con che se ne annullano quasi interamente gli effetti”. Uno degli elementi di maggiore interesse dell’azienda era poi il nucleo delle produzioni arboree, e in particolare la vigna che, sempre secondo le testimonianze dei nipoti, contava 20.000 ceppi di vite e produceva vini rinomati in tutta la Gallura. La vite, in Gallura e nell’Arcipelago, trova condizioni ideali per prosperare, favorita dal clima e dalle proprietà chimico-fisiche dei terreni da disfacimento granitico: sciolti, asciutti, caldi, ventilati, moderatamente argillosi e silicei; Pasquale Serra ebbe dunque la possibilità di allevare nella vigna alcuni fra i vitigni tipici della Corsica e della Gallura: “(…) quelli a bacca bianca erano: Brustiana, Virmintinu, Muscateddu e Muscateddò; quelli a bacca rossa: Girò, Carcagghjolu o Bunifazinu, Muristeddu, e Cardarellu. (…) Oltre che nella particolare natura del terreno, il pregio del vino di Santo Stefano stava certamente nell’assicurare lo stesso livello qualitativo indipendentemente dalle annate, segno di un attento e razionale lavoro di vigna e di selezione vendemmiale, favorita forse dalle quantità non eccessive.” Ed ecco una descrizione dell’azienda: “Un giorno la gita a La Maddalena subì una piccola variante. Una sosta nell’isolotto di S. Stefano per visitare un amico del padre che aveva trasformato, con intelligente fatica e molto denaro, quelle rocce in un ubertoso ridente giardino con fiori, frutta e vigna. E che vigna! Il padre, l’amico e gli altri di casa chiacchierarono a lungo e bevvero un vinello prodotto sul posto, color della granata, razzente e profumato, che il padrone di casa, il signor Pasquale Serra, giudicava, senza sicumera e con palese soddisfazione, la “gioia dell’Arcipelago”.‘In vino veritas’, o ‘in vino salus’.” Nella porzione verso Cala Villamarina, in cui fu creato un terrapieno, era anche presente un piccolo frutteto, oltre che un orto per la produzione di verdure e ortaggi. Le fonti locali fornivano acqua potabile e per l’azienda agricola. L’accesso all’azienda avveniva dai due approdi di Cala Villamarina, a Sud, ben riparato dal Ponente, e dal moletto di La Fumata, a Nord, più comodo e vicino ai fabbricati in condizioni di tempo buono.Nell’azienda era anche stato realizzato un sistema di muri a secco, con un muraglione in granito (a ridosso appunto del terrapieno) costruito nel lato meridionale dell’azienda, comprendente un portale con cancellata in metallo e relativa gradinata di l’accesso, di notevole interesse storico-architettonico. Per avere un quadro il più possibile completo delle caratteristiche dell’azienda, è stata fatta una analisi cartografica, con acquisizione a scanner e messa a registro di foto aeree storiche (1930) fornite dal nipote Dott. Pasquale Serra. I dati cartografici, caricati su un GIS, sono quindi stati confrontati con topografia e foto aeree di epoche successive, oltre che con le analisi tematiche relative all’assetto ambientale del Piano Urbanistico Comunale, per verificare le condizioni del sito. E’ stato quindi possibile risalire al perimetro delle porzioni coltivate del suolo dell’isola di Santo Stefano, ricostruendo quasi totalmente gli elementi dell’assetto aziendale.

Le condizioni attuali

Nello stato attuale l’area si presenta in stato di abbandono, con i fabbricati in condizione di totale degrado e fatiscenza, anche per effetto di ripetuti accessi di vandali. Le aree contermini al corpo di fabbrica principale sono piene di rifiuti, e la viabilità aziendale di accesso è difficilmente praticabile per la presenza di vegetazione. Su tutte le aree un tempo coltivate crescono il cisto e il lentischio, senza che le condizioni di un suolo comunque povero consentano una evoluzione della vegetazione verso il bosco. L’oliveto, ancora presente, è soffocato dalla vegetazione a macchia, mentre il vigneto è completamente scomparso, forse perché estirpato già in anni lontani.

La proposta di riqualificazione

Nell’ambito del lavoro del Piano Urbanistico Comunale di La Maddalena in adeguamento al PPR, l’area dell’ex azienda Serra di Santo Stefano (al pari di altre) è stata identificata, ed è stata fatta una proposta preliminare di intervento per la riqualificazione funzionale e paesaggistica con la rimessa in esercizio dell’azienda agricola e delle sue strutture, da inserire nel quadro urbanistico.

Obiettivi specifici dell’intervento saranno:
• riqualificare e rivalorizzare un’azienda agricola di valore storico a
ordinamento prevalente viticolo-olivicolo, permettendo di rivalorizzare
un elemento produttivo, sociale, storico ed ambientale che può
diventare uno degli emblemi del nuovo modello di sviluppo economico
di La Maddalena;
• recuperare un prodotto tipico del territorio (il vino dell’Arcipelago);
• realizzare il recupero e la riqualificazione paesaggistica ed ambientale
del sito, ora abbandonato;
• favorire la creazione di una piccola struttura di ricettività rurale, creando
nel contempo uno straordinario attrattore turistico;
• realizzare il recupero degli elementi culturali dell’azienda, con il
salvataggio e il restauro degli strumenti storici salvati dall’abbandono
(attrezzi storici per la vinificazione e l’attività agricola) e l’allestimento di
un piccolo spazio-museo associato all’attività ricettiva;
• realizzare un piccolo modello di intervento turistico-rurale ispirato all’uso
sostenibile del suolo e delle risorse ambientali e storico-culturali.

Per consentire la realizzazione dell’intervento sarà prevista una specifica destinazione di zona per l’area in esame, con classificazione della stessa come E1c (Aree caratterizzate da una produzione agricola tipica e specializzata. Elevata tipicità e qualità della coltura agraria, identificativa della suscettività d’uso dei suoli per le colture tipiche del contesto territoriale locale [es. cultivar locali, produzioni di nicchia, DOC, DOP]), così definita con riferimento alle linee guida per l’adeguamento dei PUC al PPR redatte dall’Assessorato Urbanistica ed Enti Locali della Regione Sardegna. Le motivazioni dell’intervento derivano dalla opportunità di ricostituire uno straordinario episodio di paesaggio agrario storico, con il ripristino di un’azienda agricola che ha rappresentato uno dei più significativi esempi di valorizzazione territoriale della storia della Sardegna. La limitata perdita di valori ambientali connessa con la necessaria sostituzione di una macchia degradata e dotata di scarsi valori naturalistici di rilievo verrà più che compensata dall’incremento di qualità paesaggistica connesso alla ricreazione del paesaggio agrario.

Le azioni da compiere sono:
• la riqualificazione delle colture agrarie;
• il riordino e il recupero delle infrastrutture agrarie (viabilità aziendale,
muri a secco, fabbricati, sistemi di irrigazione, ecc.);
• il ripristino dell’assetto paesaggistico;
• il recupero e la valorizzazione delle componenti culturali connesse al
sito o in esso presenti.

Gli impatti ambientali dell’intervento di riqualificazione saranno poi limitati dalla gestione totalmente biologica dell’azienda, dalla previsione di un intervento di riqualificazione totalmente basato sull’uso di materiali locali e ispirati alla bioarchitettura, dall’azione di bonifica e controllo sulle aree degradate attualmente esistenti, dall’azione di controllo nei confronti di eventuali nuove aggressioni al sito che sarà conseguente alla presenza continuativa in azienda. Inoltre l’intervento di riqualificazione dovrà essere volto ad un ripristino dei manufatti, con totale rispetto delle architetture originarie e degli elementi formativi del paesaggio. L’intervento di piantagione del vigneto, in tal senso, si configurerà come opera di riqualificazione del paesaggio agrario preesistente, così come il ripristino delle altre colture e delle infrastrutture aziendali.

L’intervento, inoltre, dovrà essere effettuato con il supporto tecnico-scientifico della Facoltà di Agraria dell’Università di Sassari e della Facoltà di Architettura dell’Università di Cagliari. Gli interventi da effettuare consisteranno in:
• acquisizione delle quote di impianto per il vigneto;
• decespugliatura, lavorazioni di impianto e ricostituzione della fertilità
del terreno;
• reimpianto del vigneto e opere agronomiche accessorie;
• ripristino e riqualificazione dell’oliveto, del frutteto, dell’orto
• messa in coltura di una superficie cerealicola;
• realizzazione di nuove piantagioni, bordure e siepi con finalità
paesaggistica;
• riqualificazione dei fabbricati storici dell’azienda e creazione un
agriturismo di alto livello di qualità, con camere e piccola sala-museo;
• ricostituzione di una piccola cantina per la trasformazione locale
dell’uva.

Nel complesso si propone la ricostituzione di un’azienda di circa 20-25 ha, con un riparto colturale ipotizzabile orientativamente come segue:
Vigneto 2,00 ha
Oliveto 2,00 ha
Orto/Frutteto 0,30 ha
Seminativi e pascoli 13,00 ha
Fabbticati, aree di servizio, tare 2,70 ha
Totale 20,00 ha

L’azienda agricola avrà una gestione interamente biologica. Le strutture necessarie alle attività produttive e alla ricettività saranno ricavate dai volumi esistenti (quantificabili orientativamente in circa 1600 mc) con la creazione di limitati volumi aggiuntivi. Tutti gli interventi su parti edili e manufatti presenti in azienda verranno realizzati applicando i più rigorosi concetti di bioedilizia, trasformazione sostenibile, risparmio energetico, con cicli produttivi chiusi e il riuso di tutte le risorse utilizzate e prodotte, oltre che con il totale rispetto dei caratteri architettonici, paesaggistici e culturali del sito.

In particolare:
• gli interventi (ed in particolare i nuovi volumi) saranno realizzati sulla base di una specifica analisi di progettazione bioclimatica, con studio delle soluzioni atte a minimizzare i consumi di energia e a ottimizzare il comportamento fisico-tecnico dei fabbricati;
• il condizionamento degli ambienti sarà realizzato con esclusione di impianti di condizionamento elettrici, ma avverrà utilizzando sistemi naturali, come impianti geotermici, torri di estrazione, ecc., con previsione anche di sistemi di riscaldamento invernali;
• dovranno essere utilizzati materiali locali (granito, materiali di recupero locali, ecc) e comunque esclusivamente naturali; tutti i materiali utilizzati per le demolizioni dei fabbricati esistenti dovranno essere integralmente riutilizzati nella ricostruzione;
• non dovrà essere utilizzato cemento, se non con funzione strutturale per le fondazioni; per tutti gli altri interventi verranno utilizzate malte a base di terra e calce o altri leganti e intonaci naturali;
• i tetti verranno realizzati in legno, con sistema di ventilazione e sovrastante manto in coppi sardi;
• sarà previsto il riciclo integrale dell’acqua e dei liquami, con impianto di fitodepurazione e recapito dei reflui depurati alle colture aziendali.
conclusioni.
Al termine degli interventi l’azienda agricola integrerà le produzioni vegetali (su circa 20 ettari di terreno che permetteranno la coltivazione di vite, olivo, grano, oltre che di ortaggi e frutta), la piccola trasformazione, un po’ di attività zootecnica e la ricettività agrituristica, favorita anche da un piccolo spazio museale (con reperti ed oggetti legati alla tradizione contadina delle Isole). I vini prodotti in loco potranno trovare sbocchi di mercato nell’arcipelago o nella costa gallurese.La proposta è attualmente in fase di presentazione al Comune di La Maddalena per il recepimento della destinazione di zona nel PUC. Per le sue peculiarità l’ipotesi di progetto si configura sia come progetto ambientale modello per l’arcipelago, sia come intervento di valorizzazione del paesaggio perfettamente coerente con la convenzione europea sul paesaggio, adottata a Firenze nel 2000 dal Consiglio d’Europa, i cui paesi membri si sono impegnati a tutelare le aree che possiedono alto valore estetico e presentano legami stretti tra cultura e natura, con un uso sostenibile delle risorse. Potrà infine ricadere nella definizione di Paesaggio nella categoria V dell’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (paesaggio protetto), per gli elementi di tutela legati alla stretta relazione con le attività umane e alla conservazione dei valori naturalistici, in un luogo di bellezza straordinaria e irripetibile.

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