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Ex Arsenale
Lo spirito d’appartenenza, la solidarietà fra simili e, se vogliamo, la coscienza di classe sono state le qualità nobili appartenute alle maestranze dell’Arsenale Militare di Moneta, almeno fino ad un certo periodo. Gli arsenalotti manifestarono tendenze politiche definibili genericamente collettiviste, sin dagli anni immediatamente successivi a quello in cui fu avviata l’attività dello stabilimento. La prima testimonianza diretta risale al 25 aprile 1901, il giorno in cui gli operai del Regio Cantiere si costituirono in associazione “allo scopo di provvedere con mutue corresponsioni all’assistenza e aiuto in caso di malattia a ciascuno dei soci…”. All’ente benefico fu attribuita la denominazione di Gruppo Collettivo. Furono eletti presidente Pietro Bisogno e segretario Enrico Grisetti, due “continentali”. Le norme statutarie imponevano agli aderenti di non diffondere all’interno del “Gruppo” idee politiche o religiose, pena lo scioglimento del sodalizio. Ma, le finalità di base, sancite con l’atto costitutivo dell’associazione- il sostegno reciproco, l’erogazione dei sussidi in caso di malattia o, nella peggiore delle circostanze, di morte del socio- effettivamente rappresentavano una presa di coscienza della condizione operaia, moderna per quei tempi. Le maestranze facevano fronte comune, erigevano una barriera difensiva classista che, seppure libera da condizionamenti ideologici, era, più o meno consapevolmente, costruita con il cemento e con i mattoni offerti dal socialismo o dal cattolicesimo popolare. L’apoliticità del Gruppo Collettivo e della Cooperativa di consumo, denominata Caprera (fondata nel 1896) era il cavallo di Troia di cui si servivano gli operai che avevano maggiore dimestichezza con le idee progressiste per convincere i loro colleghi più restii a manifestarsi. Casi simili si registrarono, nello stesso periodo, a Terranova (Olbia), con la società Fede e Lavoro, a Santa Teresa, con la Società di Mutuo Soccorso, a Tempio con la cooperativa rurale e con quella dei carrettieri. Non bisogna dimenticare che alla Maddalena esistevano da qualche tempo, e avevano una loro collocazione socio- politica definita, che non era certo clericale, le società di mutuo soccorso XX Settembre ed Elena di Montenegro. Durante il “Ventennio” e il periodo bellico, quando, dappertutto in Italia, fu soffocata ogni libertà di pensiero, anche gli operai “cantierini”, provenienti in massima parte del settentrione d’Italia, dovettero adeguarsi obbligatoriamente alle imposizioni del regime. Nel dopoguerra, la libertà riconquistata permise a questi dipendenti dello Stato di partecipare attivamente alla vita democratica: molti di loro si esposero in prima persona, svolgendo il ruolo di rappresentanti sindacali o di amministratori pubblici. Alcuni navigarono con il vento sicuramente a sfavore. La liberazione dalla dittatura fascista fu accolta con entusiasmo e con gioia soprattutto dai più giovani, specialmente da coloro che, seppure sotto le armi, durante la guerra, avevano avuto modo di coltivare –segretamente – il sogno di una partecipazione diretta alla vita politica. Nel 1945, la ripresa delle attività in Arsenale portò alcuni di questi giovani intraprendenti della sinistra ad iscriversi alla Scuola Allievi Operai, riaperta con il corso 1945/48. Fra più audaci vi erano i militanti d’Avanguardia Garibaldina, che erano il movimento giovanile socialcomunista. Mario Birardi, ex parlamentare PCI, ex sindaco della Maddalena e, soprattutto, ex allievo operaio, ricorda oggi che di quel gruppo fecero parte egli stesso, Massimo Frau, Giovanni Murgia, Mario Deleuchi e altri. Naturalmente, all’interno del cantiere, vi erano operai e impiegati che professavano un “credo” diverso, più moderato, più vicino a quelle forze politiche che ritenevano la presenza nella società una prosecuzione della pratica religiosa e si richiamavano esplicitamente alla dottrina sociale della chiesa cattolica. Non mancavano, inoltre, i nostalgici fascisti, i quali, anche se emarginati dai colleghi e privi di voce in capitolo, sostenevano che “si stava meglio quando si stava peggio” e manifestavano lo stesso le loro opinioni, apertamente. Vi era una cosa di bello, di piacevole, nel comportamento degli “arsenalotti” e riguardava il loro “cameratismo”: gli operai erano, innanzi tutto, colleghi, fra loro. Quindi, un vero titolo d’onore era rappresentato dalla loro condizione di “arsenalotti”. “Nel 1945, quando ho partecipato al primo corso della Scuola Allievi Operai istituito dopo la guerra, la maggioranza degli operai era di fede comunista- spiega Giuseppe Deligia, ex sindaco della Maddalena, democristiano- In seguito, l’ingresso in Arsenale di alcuni ragazzi che provenivano dall’Azione Cattolica o che frequentavano la parrocchia permise un mutamento della situazione. La Commissione Interna non fu più in mano alla CGIL. Noi cattolici fondammo una sezione del Sindacato Libero, la futura CISL. La sede era in Via Principe Amedeo. Occorre dire, però, che, a prescindere dall’appartenenza politica, in ogni membro della Commissione Interna vi era la ferma volontà di fare qualcosa per l’Arsenale, per i colleghi. Di risolvere i problemi. In quegli anni, grazie alle battaglie di quei sindacalisti, cattolici e comunisti, gli operai ebbero il servizio mensa. Un’altra conquista, se così la possiamo definire, furono i servizi igienici, le docce e gli spogliatoi nelle officine. Insomma, in ogni occasione emergeva quello spirito di solidarietà che era la prerogativa fondamentale degli “arsenalotti”. L’officina favoriva il rapporto umano, squisitamente umano. Gli operai camminavano insieme in un’unica direzione e le dinamiche che si producevano sul luogo di lavoro potevano essere trasferite nella vita civile.
“Lo spirito di solidarietà si ritrovava tale e quale nel consiglio comunale, soprattutto quando dovevano essere risolti i problemi principali della città- continua Deligia- Io, quando ricoprivo la carica di sindaco spesso ho chiesto consiglio a Pietro Balzano, che era stato un maestro dell’officina motoristi, alla quale dopo la fine del corso d’apprendimento ero stato destinato. Balzano, era comunista e nell’assemblea civica era uno degli esponenti più autorevoli dell’opposizione. In Consiglio, ci trovavamo tutti d’accordo, quando si doveva difendere l’Arsenale, che era la fonte occupazionale più importante per La Maddalena”. In Arsenale, insomma, si facevano le prove generali per diventare amministratori pubblici. “Nell’officina, le maestranze facevano riferimento ad un capo operaio che era il responsabile del reparto- spiega l’ex sindaco DC- Ogni capo operaio aveva in diretto subordine alcuni capigruppo, che guidavano un certo numero di operai. Quindi, dentro l’officina, si cominciava ad apprendere la disciplina e si capiva il significato della dipendenza gerarchica. La Commissione Interna, a livello sindacale, era il riferimento di tutte le officine ed era chiamata ad affrontare tutti i problemi che si presentavano: in qualche modo, chi era eletto nella Commissione Interna rappresentava e riceveva la delega di settecento persone, perché tale era il numero dei dipendenti dell’Arsenale. Era agevole, per queste persone, trasferire le loro competenze e la loro leadership nei partiti, nei sindacati o nel consiglio comunale. Questi enti erano una sorta di “continuum” del luogo di lavoro. Gli arsenalotti erano ottimi dirigenti politici, ottimi sindacalisti e ottimi amministratori pubblici” . Al momento di vidimare il cartellino d’entrata, prima che l’avversario politico- comunista contro democristiano, democristiano contro fascista e via discorrendo- ogni operaio aveva accanto o di fronte a se una persona come lui, con i pregi e i difetti di un essere umano, di un padre o di un figlio di famiglia, impegnato a portare a casa “la pagnotta”. Anche nelle occasioni in cui le maestranze erano chiamate ad esprimere il voto per la Commissione Interna, si cercava, a volte senza riuscirci, di presentare liste unitarie. I rappresentanti sindacali incitavano a trovare “l’unità della classe operaia”, “salutando” la possibilità per loro di avere una rappresentanza all’interno dello stabilimento, come una conquista di tutti, indistintamente, i lavoratori. In un volantino diffuso dalla CGIL, in occasione delle elezioni della Commissione Interna- non è riportata alcuna data, ma dal nome dei candidati si desume che il documento è riferibile ad una tornata elettorale anteriore al 1957- si legge una frase indicativa: “…l’istituto della Commissione Interna è l’organo rappresentativo non di una parte- sia essa politica o sindacale- ma di tutti i lavoratori indistintamente, ci sforzeremo, una volta eletti, a lavorare per giungere a tale obiettivo, per fare di quest’organo lo strumento indispensabile per l’interesse della collettività”. Non fu un terreno di scontro politico acceso, l’Arsenale, se si eccettua l’infausto periodo dei licenziamenti, di cui parleremo in seguito. Si dovrebbe dire piuttosto che, quel luogo di lavoro, per gli operai giovani e meno giovani, per i maestri e per gli allievi, fu una scuola di vita. Accadeva anche che un maestro o un capo officina comunista rendesse palese il suo titolo di vanto, nel momento in cui era riuscito a trasmettere i segreti dell’arte ai suoi allievi. E che questi, pur non condividendo la sua visione del mondo, fossero devoti e riconoscenti per tutta la vita nei confronti di quell’insegnante amabile, perché aveva permesso loro non solo di imparare un mestiere, ma anche di acquisire quei valori esemplari, quali l’onestà, la disciplina, la dedizione al lavoro, da assumere a riferimento nella loro vita di relazione, in pubblico e in privato. Fu una scuola l’Arsenale, intesa come spazio all’interno del quale era possibile affinare le doti necessarie per diventare cittadini modello, pronti a giocare un ruolo nella comunità civile e, nei casi eccezionali, a porsi alla sua guida. Nelle liste dei candidati alle prime elezioni amministrative del dopoguerra, che si tennero il 7 aprile 1946, gli arsenalotti erano presenti in gran numero. Se ne contavano in tutte e tre le formazioni in campo: nella lista del Popolo, in quella democristiana, che fu vincitrice, e nell’altra, d’impronta laica e massonica, denominata Lista della Ricostruzione maddalenina. Furono eletti, in massima parte, quelli che si erano candidati nella DC. Qualcuno di loro, ad esempio Pietrino Isoni e Pasquale Porchedda, divenne anche assessore. Durante i momenti di libertà dallo studio e dall’attività pratica, gli allievi operai “di sinistra” si riunivano nella ricostituita sezione del Partito Socialista di Piazza Matteotti, dove i compagni più anziani, tenevano loro delle vere e proprie lezioni di politica. Leggevano molto, quei giovani, e le letture che li affascinavano erano ovviamente quelle a contenuto sociale, rivendicativo: il Don Basilio, Il Calendario del Popolo, Vie Nuove... Anche all’interno dell’Arsenale, la vicinanza di tanti operai anziani che militavano nel PSI o nel PCI permetteva un continuo scambio di opinioni sugli avvenimenti politici più importanti, a livello nazionale e internazionale, e ad un affinamento delle idee e dei metodi. Gli allievi muovevano i loro passi con la dovuta circospezione, anche quando facevano politica al di fuori del luogo di lavoro. Lo stretto legame che la parrocchia vantava con i comandi militari, acuiva il pericolo di punizioni o di radiazioni. Non si potevano correre rischi di quel genere, perché nell’immediato dopoguerra mancavano, alla Maddalena, le scelte occupazionali valide rispetto al lavoro in Arsenale. Un prete moderno, aperto, di cui ci si poteva fidare era il cappellano militare don Virgilio Frigiani, il quale, durante l’ora di religione alla Scuola Allievi Operai, permetteva che si discutesse di politica, con moderazione, ma in maniera libera ed efficace. Le idee innovatrici acquisivano una loro forza, tramite le sollecitazioni di un religioso non conservatore. Alcuni di questi giovani operai socialisti compirono scelte ideologiche massimaliste e aderirono al PCI. Alla fine del corso triennale Birardi, ad esempio, si trovò a dovere attendere, invano, la chiamata, da parte della direzione dell’Arsenale, per l’ingresso nei ranghi dell’azienda pubblica. Fu durante quell’attesa (nel 1949) che il diciannovenne militante si recò a Sassari, presso la sede provinciale del Partito Comunista, per tenere un discorso sulla situazione politica nell’arcipelago. Lo notò il segretario Girolamo Sotgiu, che volle incontrarlo e invitarlo, con poche parole com’era suo costume, a trasferirsi nella città che allora era il capoluogo di provincia, per andare a dirigere la federazione giovanile. Anche alla Maddalena, le elezioni politiche del 1948, tenutesi due anni dopo quelle amministrative e dopo il Referendum istituzionale, furono vinte dalla Democrazia Cristiana. La presa del partito cattolico sull’elettorato maddalenino era fortissima. La DC raggiunse la maggioranza assoluta con il 55,9% dei consensi, percentuale che andava oltre ogni più rosea attesa. In una condizione conveniente, sostenuta da una parallela realtà in tutto il resto della Penisola, i democristiani “isolani” avevano legittimato nuovamente il consenso per amministrare la città. Il 18 aprile 1948 fu, invece, per i compagni del Fronte Popolare, un giorno di cocente sconfitta. La campagna elettorale era stata lunga e combattuta. Nella sezione comunista e in quella socialista, i militanti “juniores”, organizzati nel gruppo d’Avanguardia Garibaldina, avevano lavorato sodo per convincere gli elettori, appartenenti ai ceti meno abbienti e meno fortunati, a votare per quei partiti che avrebbero dovuto diffondere le richieste dei lavoratori nel parlamento italiano. Ci restarono male, quei compagni in erba, perché erano convinti che la sinistra avrebbe ottenuto la maggioranza a livello nazionale. Così, quando il risultato delle urne si manifestò in tutta la sua consistenza, nella sezione del PCI, in Via XX Settembre, qualcuno pianse. Furono principalmente le compagne a piangere, colte da una delusione forte. Gli uomini, invece, organizzarono un corteo e sfilarono per le vie della città, recando il fiore rosso all’occhiello e sventolando le bandiere con la falce e il martello. Parteciparono alla manifestazione quattrocento persone almeno e camminarono in silenzio, compatte, ad affermare la loro volontà e il loro immutato impegno mirato a far sorgere il “sol dell’avvenire”. La presenza della componente di sinistra, fra gli operai sindacalizzati e politicizzati in Arsenale era forte, quindi, negli anni dell’immediato dopoguerra. Nel 1949, ad esempio, questi lavoratori impiegati pur sempre alle dipendenze di un ente statale, inscenarono una manifestazione di protesta, dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, segretario nazionale del Partito Comunista Italiano: uscirono da Porta Ponente e, marciando lungo viale Mirabello, arrivarono fino al centro della città, seguiti dai carabinieri, i quali non mossero un dito per contrastarli. Non accaddero incidenti, perché i militanti più anziani e assennati fecero rispettare l’ordine. Prima delle elezioni del 1948 si era temuto che i partiti comunista e socialista fossero stati in grado di fomentare una ribellione in tutta Italia, per favorire la formazione di un governo di sinistra amico o satellite dell’Unione Sovietica. Il cantiere navale di Moneta era covo di "rivoluzionari", da contrastare con ogni mezzo lecito o illecito, secondo la visione delle gerarchie militari, da cui dipendevano l’amministrazione e il controllo, non solo aziendale, della struttura. L’ammiraglio Antonio Cocco, che fu comandante della piazzaforte maddalenina dal 1971 al 1974, ha riportato nelle sue memorie un episodio sconcertante di cui è stato protagonista. Il 21 febbraio del 1948, l’ancor giovane tenente di vascello era stato destinato al Gruppo Navi Uso Locale della base della Maddalena, con l’incarico di comandante della Motozattera 726. “Pochi giorni prima delle elezioni del 18 aprile…. mi fu ordinato di ormeggiarmi di punta al moletto antistante l’ospedale della Marina, il che mi sorprese per la posizione inusuale - ha raccontato l’alto ufficiale - La sera precedente le elezioni furono imbarcate sulla motozattera due mitragliatrici Breda, di non normale dotazione di bordo. Com’è ben noto, la campagna elettorale si era svolta con toni molto accesi fra i due blocchi: quello social comunista e delle sinistre e quello democristiano e comunque di centro”. Cocco spiega che la posizione d’ormeggio del natante era strategica perché situata ai bordi dell’unica strada che divideva allora La Maddalena dalla frazione di Moneta, borgata ritenuta una roccaforte delle sinistre, perché prevalentemente abitata da operai dipendenti dalla Marina Militare. “Il mio compito era molto semplice: in caso di vittoria dei ‘rossi’ avrei dovuto evitare che essi occupassero il centro de La Maddalena, con qualsiasi mezzo, anche con l’uso delle mitragliatrici- ha continuato l’ammiraglio- Per mia fortuna, l’esito delle elezioni non fu in linea con le previsioni: sia La Maddalena, sia Moneta, diedero una grande maggioranza contraria alle sinistre e le mitragliatrici rimasero inoperose, con grande fortuna di tutti, ma innanzi tutto mia che, in caso contrario, avrei dovuto eseguire ordini che mi ripugnavano! E se, malauguratamente, fossi stato costretto a ordinare di aprire il fuoco, che avrebbero fatto i serventi? Avrebbero sparato sulla folla o, piuttosto, su chi aveva dato l’ok?”. Il gran lavoro di propaganda svolto dal gruppo d’Avanguardia Garibaldina presso gli allievi e i “maestri” più anziani in Arsenale, si riassunse nell’imponente vittoria che il fronte social comunista, sostenuto dalla Massoneria, ottenne alle elezioni amministrative del 24 maggio 1952. Nei banchi del Consiglio Comunale, che si riunì, il 3 giugno, sedettero tanti “uomini nuovi”. Rappresentavano le diverse parti dell’eterogenea società isolana. La “buona borghesia”, quella che esprimeva il ceto imprenditoriale, agiato e industrioso, faceva esplicito riferimento alla Lista Cittadina. Gli operai del cantiere, quelli che all’interno dello stabilimento avevano maturato una coscienza di classe e aderivano ai partiti di sinistra, con il loro voto disciplinato erano riusciti ad eleggere i riconosciuti leaders di sezione o i sindacalisti distintisi nella Commissione Interna. Fu sicuramente all’indomani della conoscenza del risultato delle urne che il problema del contenimento dei ‘rossi’ nell’azienda pubblica fu preso in seria considerazione e fu elaborato il piano teso a colpire in modo violento le sinistre, per bloccarne i successivi sviluppi. Ad un certo momento, il governo italiano intervenne con decisione, per riappropriarsi della sua funzione di severo ed esigente datore di lavoro. L’operazione fu portata a termine in un arco temporale relativamente breve tra il 1952 e il 1957. E, allora, l’azione popolare si esaurì in maniera traumatica e definitiva. Molti padri di famiglia, operai modello, in un battere di ciglia, furono privati di un diritto sancito dalla Costituzione della Repubblica italiana, il diritto al lavoro.
Furono colpite persone leali, alcune delle quali non avevano neppure la tempra dei sovversivi, anche se votavano per il PCI, per il PSI o al limite ne frequentavano le sezioni. Fondamentale allo scopo fu la decisione di puntare al cuore del sindacato social comunista e della Commissione Interna dell’Arsenale: molti, fra i dipendenti licenziati, erano consiglieri comunali, dirigenti di partito o rappresentanti sindacali. Fra i più noti: Augusto Morelli, Egidio Cossu, Pietro Balzano, Domenico Cuneo, Virgilio Licheri, Tonino Cappadona, Mario Filinesi, Tullio Cantini, Pietrino Del Giudice, Salvatore Brundu, Giovanni Murgia. Il clima di caccia alle streghe stravolse il corretto dialogo politico nella città avviata ad una lenta e faticosa ripresa dopo i disastri causati dalla guerra e le conseguenze ne rallentarono la crescita civile per i decenni a venire. Dopo i licenziamenti, all’interno delle officine si produsse un clima di terrore e di sospetto. Gli operai perdettero la fiducia reciproca. Da un lato si andò alla ricerca, inutilmente, dei delatori per fargliela loro pagare. Dall’altra si volle evitare ogni discorso che richiamasse alla politica o che potesse urtare la suscettibilità dei militari. Un clima che causò ad alcuni operai anche delle patologie gravi di natura psicologica e che provoco disagi familiari. Per qualche tempo, fra gli “arsenalotti”, la solidarietà diffusa e il sentimento d’amicizia vennero meno. La lotta politica e l’antagonismo di classe passarono in secondo ordine. Si lottò solo per la sopravvivenza, recitando in un dramma collettivo, rappresentato in diversi atti e in un arco temporale sufficientemente breve. In seguito alla triste vicenda dei licenziamenti, nell’isola più militarizzata d’Italia molti dei propri “figli”, che si dovettero guadagnare da vivere alle dipendenze del Ministero della Difesa, lo fecero dopo avere abiurato alla fede di una vita. Pochi operai chiedevano la tessera della CGIL. Il rapporto di forza in seno alla Commissione Interna mutò notevolmente a vantaggio dei moderati e divenne di due rappresentanti a nove a vantaggio della CISL stessa, l’esatto contrario di quello che era nel periodo precedente all’’” epurazione”. Tanti giovani in età lavorativa si fecero raccomandare dal parroco, bene inserito negli ambienti militari e ministeriali, per essere assunti in cantiere o per essere ammessi a frequentare la Scuola Allievi Operai. Dalla metà degli anni Cinquanta del secolo appena trascorso sino ai nostri giorni, escluse le soluzioni di continuità che durarono lo spazio di un segno di croce, la stragrande maggioranza dei rappresentanti del popolo nell’assemblea civica provenne dalle officine dell’Arsenale di Moneta o dalle immediate vicinanze. Gli amministratori pubblici d’estrazione “arsenalotta”, in quel frangente ebbero condizioni ambientali piuttosto vantaggiose. La politica fu fatta con il dovuto spirito di servizio, ma dalla “parte giusta”. “Abbiamo avuto grandi momenti. Per La Maddalena, a Cagliari e a Roma si aprivano tutte le porte. Aldo Moro, Antonio Segni, Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Nino Giagu. Avevamo tutte queste belle amicizie eravamo ascoltati, noi maddalenini, a livello governativo, da tutte queste persone che contavano. Buona parte del merito era da attribuire al parroco, don Salvatore Capula”- ha detto ancora Giuseppe Deligia.
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