La Maddalena


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Introduzione

Fortezze

Subito dopo l'unità d'Italia e dopo la seconda guerra mondiale, esaurita la funzione difensiva, i due sistemi di fortificazioni del nostro arcipelago e della prospiciente costa sarda, abbandonate e spogliate di tutto ciò che poteva essere utilizzato, hanno perso la loro connotazione di "in­sieme" un tempo ben identificabile, riducendo la loro pre­senza a strutture architettoniche isolate e in rovina delle quali resta noto solo il nome, non più il significato. Pur trattandosi di strutture ormai superate dal punto di vista esclusivamente tecnico-militare, il loro valore deve essere salvaguardato proprio perchè si tratta di beni storici e culturali irripetibili: senza una giusta valutazione di questo "sconosciuto" apporto specialistico, che architetti militari ed ingeneri ci hanno lasciato, si perderebbe il senso complessivo di un organismo che proietta l'abitato, con la cintura dei forti, ben al di là dello sviluppo precedente, al di là di uno sviluppo immaginabile.

La giustificazione della necessità di un attento recupero globale, sia delle strutture militari che dell’ambiente circostante, al fine di restituire a La Maddalena uno dei più imponenti sistemi di fortificazioni a livello nazionale, trasformandolo con destinazioni precise e funzionali in nuove opere al servizio della città, nasce dal fatto che i forti non sono “episodi” ma elementi vitali di un unico organismo. E’ fondamentale, quindi, nel momento che si decide di mettere mano a queste architetture, avere un disegno unitario, che consideri il sistema nel suo complesso, così da evitare che l’immagine totale sia frammentata e perduta in recuperi disorganici ed in interventi casuali su questo o quel forte.

Lo spazio che le strutture militari occupano nella realtà del nostro territorio non è certamente l’unico, anche se più degli altri nè ha condizionato il senso e il destino. La posizione così centrale di La Maddalena nel Mediterraneo le ha imposto un destino ineluttabile di obbiettivo militare. Nelle acque dell’arcipelago si sono inseguiti personaggi che la storia ha consacrato come grandi: dal giovane luogotenente d’artiglieria Napoleone Bonaparte all’ammiraglio Orazio Nelson; da Domenico e Agostino Millelire al barone Giorgio Andrea Des Geneys, ammiraglio comandante della Marina sardo-piemontese; dal conte Giovan Battista Albini, medaglia d’oro ad Ancona, al “Maggior Leggero” Giovan Battista Culiolo, luogotenente del generale Giuseppe Garibaldi che scelse l’isola di Caprera come dimora della sua vecchiaia. Fino - ma siamo nel 1943 - a Benito Mussolini, che vi trascorse venti giorni da prigioniero tra il 7 e il 27 agosto. Certamente l’elenco potrebbe arricchirsi di altri nomi illustri ma, in questa sede, ci preme maggiormente sottolineare il fatto che le nostre isole sono un “giacimento culturale”, di storia patria vissuta, che tutti abbiamo l’obbligo di valorizzare attraverso apporti specialistici che consentano un “risveglio” di La Maddalena, per una sua conseguente nuova collocazione turistica a livello internazionale.

Il varo definitivo del Parco nazionale, deputato a trasformarsi ben presto in Parco internazionale delle Bocche, dovrebbe contribuire a rendere più equilibrata la distribuzione temporale degli arrivi, estendendo la stagione turistica oltre i limiti alquanto ristretti in cui essa ora si manifesta, suscitando una domanda addizionale di fruizione non solo a fini “escursionistici”, ma anche “culturali”.

A questo fine occorre riparare i guasti operati da un’errata politica di settore, incapace di rispondere alla caratteristiche della domanda nazionale e internazionale, che ha diffuso nei mercati un’immagine negativa della Sardegna e ha alterato l’equilibrio ecologico e il valore paesaggistico delle aree costiere. Per ricostruire una prospettiva di sviluppo bisognerà:
- qualificare e diversificare l’offerta perseguibile attraverso l’allungamento della stagione e la integrazione tra le aree interne e costiere, recuperando il patrimonio monumentale e storico, attraverso una fitta rete di itinerari turistico-culturali;
- ammodernare e razionalizzare le strutture esistenti, realizzando servizi ed attrezzature complementari più rispondenti alle esigenze dei segmenti di domanda interessati, nonchè attraverso misure di sostegno alle forme di gestione associativa della imprese, mediante la commercializzazione di un prodotto turistico integrato.

Per fornire una prospettiva occupazionale alla forza lavoro maddalenina e, quindi, impedire che la disoccupazione ostacoli lo sviluppo, è prioritario organizzare un’attività di formazione professionale specifica, in grado di rendere flessibile l’offerta di lavoro adeguandola all’evoluzione della domanda. Questa formazione deve far emergere le opportunità che si offrono a una crescita delle iniziative imprenditoriali e del lavoro autonomo creativo, canalizzando opportunamente a tal fine le incentivazioni finanziarie nazionali e comunitarie. Ciò sta ad indicare la necessità di definire mansioni lavorative e profili professionali connessi all’innovazione tecnologica e produttiva, stimolare e incrementare una sperimentazione mirata alla progressiva sostituzione del lavoro “manuale” con lavoro “intellettuale”, applicare metodologie fondate sulla dialettica tra didattica e ricerca, diffondere una nuova cultura di impresa nell’intera struttura produttiva.

Proporre un itinerario turistico culturale che abbia come meta le fortificazioni militari dell'arcipelago maddalenino vuol dire ripercorrere un itinerario in unico.

Queste fortezze, infatti, per la loro stessa natura, hanno costituita nel tempo presidi militari e avamposti nella difesa della terra ferma: perciò hanno ospitato, oltre alle immancabili sedi carcerarie, strutture fortificate a volte imponenti, divenute con l'occupazione dei luoghi strategici, parte integrante dei profili e dei paesaggi isolani.

Questa sezione del sito, che si rivolge al visitatore interessato a comprendere ciò che di peculiare ogni località presenta, ha anche un altro scopo, la valorizzazione turistica delle risorse culturali isole minori maddalenine.

PREMESSA STORICA

Il 14 ottobre 1767 i sardo-piemontesi sbarcavano a La Maddalena per assicurare definitivamente al Re di Sardegna il possesso delle "Isole Intermedie", contese da Bonifacio e quindi da Genova.

Nella fase di preparazione dell'occupazione militare era stata studiata, tra l'altro, la necessità di creare al più presto una difesa in previsione di un possibile contraccolpo da parte dei genovesi: perciò, senza por tempo in mezzo, il 15 ottobre, furono portati alla "Guardia" due cannoni e nei giorni seguenti si lavorò alacremente a creare due trinceramenti principali (uno a La Maddalena e l'altro a S. Stefano), costituiti da un tratto di terrapieno, liberato con mine dal­le rocce e spianato, sufficientemente esteso per ospitare i magazzini per polveri e viveri, le piattaforme per i cannoni, i baraccamenti per la truppa e gli ufficiali, i "luoghi comu­ni" (bagni), la cucina, il forno. Quindi, con conci di grani­to a secco s'innalzarono le mura di cinta che, adattandosi alle caratteristi che del sito, risultarono in parte infram­mezzate da massi granitici.

Per questi primi lavori, al febbraio 1768, si erano già spese L. 12.714.

Per i sei anni successivi però, le truppe di stanza nelle nostre isole (un centinaio di uomini) continuarono ad occupare baraccamenti provvisori con coperture di legname che, a causa dei forti venti di ponente, spesso abbisognavano di riparazioni mentre il Vicerè, conte di Hayes, si preoccupava di trovare i finanziamenti per la costruzione di qualche fortificazione più solida in muratura. Infatti solo nel 1771 furono avviati i lavori per la torre di S. Stefano, terminata nel 1773 con la spesa di L. 3.700 e negli anni seguenti si pose mano alle altre fortificazioni nell'isola di La Maddalena, che furono completate solo intorno al primo decennio dell'Ottocento.

Le prime fortificazioni

Il primo nucleo di fortificazioni risale al '700, quando il regno di Sardegna, per affermare in maniera definitiva il suo dominio sulle "ISOLE INTERMEDIE" contese da Bonifacio, procedette ad un'occupazione militare in piena regola e, conseguentemente, ad una difesa fissa del territorio occupato.

Era il 14 ottobre del 1767: un contingente di soldati comandati dal maggiore La Roquette sbarco alla Maddalena, chiese la formale sottomissione dei pastori corsi che abitavano le due isole maggiori e provvide subito a creare un trinceramento che garantisse alle truppe buone possibilità di difesa in caso del temuto attacco da parte dei genovesi.

Si e creduto finora che tale trinceramento fosse ubicato in località Guardia Vecchia, dove in seguito sorse il forte di San Vittorio, ma cosi non è. Il tenente Theseo, che aveva sovrinteso all'opera, aveva lasciato un preciso disegno delle strutture costruite in località "La Guardia della Villa", con una relazione attenta dei lavori eseguiti, della natura dei luoghi, delle difficoltà incontrate, corredando il tutto con una carta topografica generale che purtroppo andò smarrita in data imprecisata.

Perciò, prendendo per buono il nome "La Guardia", si attribuì ad una località dal nome simile (Guardia Vecchia) l'ubicazione del trinceramento. Quando, dopo qualche anno, fu costruita la chiesetta dedicata alla Santissima Trinita, tutta la zona, compreso l'alto sperone roccioso coronato dal trinceramento, perse il primitivo nome per assumere quello di "Trinita".

E della prima fortificazione abbandonata si perse memoria. Non vi è alcun dubbio che l0 sperone della Trinita ospitasse il trinceramento di Theseo: prima di tutto perché più vicino al nucleo abitato della Villa, poi perché dall'alto della postazione era ben visibile e controllabile tutta la costa nord-ovest dell'isola Maddalena, sulla quale potevano sbarcare i bonifacini per tentare di riprendere possesso delle isole contese. Un'attenta lettura dei documenti d'archivio (relazione dell'ing. Cochis del 1777, carte catastali ottocentesche ecc.), conferma ampiamente questa affermazione suffragata anche dall'analisi delle strutture ancora esistenti, inglobate nella costruzione successiva.

Basta sovrapporre il disegno di Theseo, del 1768, alla pianta della zona più alta della batteria del 1887, per vedere come le linee essenziali combacino perfettamente. Inoltre il vecchio bastione superstite a ovest é ben identificabile sia perché le pietre sono lavorate diversamente rispetto a quelle aggiunte in seguito, sia per la tecnica costruttiva adoperata: infatti, quando era possibile, i vecchi "mastri" inglobavano nella muratura i massi di granito naturalmente emergenti e ciò e ben visibile nell'angolo a nord-ovest. Infine la differenza di taglio e di lavorazione della ' pietra ha dato alla muratura colori ben diversi: scuro, con superfici irregolari quello della parte antica; chiaro, con superfici più lisce quello più: recente.

Dopo il 1767, per i sei ami successivi, le truppe del distaccamento del regno di Sardegna, pur protette dagli attacchi esterni grazie alla solida muratura di cinta in granito, rimasero acquartierate in baraccamenti provvisori in legno, che spesso i forti venti abbattevano. Solo nel 1771 il Viceré di Sardegna, conte di Hayes, reperiti con qualche difficoltà i finanziamenti necessari, fece costruire, a Santo Stefano, la Torre Quadrata.

Era la prima vera fortificazione degna di tale nome, situata sulla punta est di Villa Marina, la cala più frequentata dai velieri di passaggio nelle Bocche di Bonifacio: dava, infatti, riparo sicuro rispetto ai venti dominanti del I e IV quadrante, e offriva una fontana di buona acqua.

Negli armi seguenti, fino al 1806, il sistema difensivo fu ampliato e reso completo, per le esigenze del tempo, con la costruzione di altri sei fortini: Sant'Andrea, al vertice di un triangolo comprendente tutto l'abitato di Maddalena, i cui angoli inferiori, racchiudenti al livello del mare Cala Gavetta, erano rappresentati dalle due batterie Balbiano (a ponente), e Sant'Agostino (a levante); S. Vittorio, ubicato a quota 146 m., in posizione dominante rispetto ai canali d'accesso alla rada interna; Santa Teresa, o S. Elmo, su uno sperone roccioso alto 60 m., alla punta Tegge; San Giorgio, a ponente dell'is0la di Santo Stefano, in posizione tale da fiancheggiare la Torre di Villa Marina e le fortezze di Tegge e Balbiano; il forte Carlo Felice sull'altura dominante il canale fra Santo Stefano e Caprera.

Scopo iniziale della costruzione delle fortificazioni era quello di consolidare il possesso dell'arcipelago facendone accettare il principio, anche dal punto di vista formale, a tutte le nazioni.

Significative sono, a questo proposito, le istruzioni date al comandante della base, negli anni successivi all'occupazione, per chiedere ed ottenere, anche con la forza, il saluto alla bandiera, sabauda da parte delle navi di passaggio nel canale di Santo Stefano.

A questa prima esigenza se ne aggiunse un'altra di non poco conto: quella cioè di diminuire il numero degli uomini preposti alla difesa, "di sparagnare la truppa che verrà impiegata in usi più necessari, attesane la scarsezza" (lettera del conte di Hayes al conte Bogino, 6 ottobre 1769).

Non ultima per importanza, infine, l'esigenza di presidiare la giovane base militare ormai costituita, anche in appoggio alle navi della Regia Marina Sarda, che potevano cosi incrociare con maggiore sicurezza nelle acque del nord Sardegna (fino al 1767 abbandonate all'assoluta supremazia dei Bonifacini e dei Barbareschi) contro i contrabbandieri, contro gli stessi barbareschi e anche contro la paventata riscossa francese.

E' pero da notare che, sia per l'ubicazione (troppo isolati i forti S. Vittorio, Santa Teresa e Carlo Felice, costituenti il triangolo esterno intorno all'abitato; separati addirittura da un braccio di mare i due forti di Santo Stefano), sia per la struttura delle murature solo apparentemente stabili in quanto costituite da conci parallelepipedi di granito semplicemente legati con argilla, il sistema difensivo dell'arcipelago non avrebbe potuto reggere ad un attacco regolare di una flotta di navi da guerra debitamente equipaggiate.


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