La Maddalena


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Introduzione

Libri e ricerche > Baldacci - Lilliu 1961

O. Baldacci - L. Desole - C. Guareschi - G. Lilliu - S. Vardabasso - S. Vardabasso

Fino a qualche anno fa , le nostre conoscenze sull'archeologia delle isole minori della Sardegna nelle Bocche di Bonifacio, le "Cunicularie" di Plinio il Vecchio, erano basate su poche notizie fornite da G.Spano, relative alle isole de La Maddalena e di Caprera.

Nella prima lo Spano segnala il ritrovamento di tombe romane con ossa umane e oggetti di corredo in bronzo e terracotta, a cala Chiesa e Moneta, luoghi dove bisogna situare l'abitato antico, più ad est di quello moderno, nell'ampia lingua di terra compresa fra Cala di Chiesa e Cala Camiciotto. Le monete rinvenute, di Antonino Pio, di Marco Aurelio, di Filippo Padre, di Costantino il Grande, indicano l'esistenza di un centro abitato per il tempo dal II al IV secolo dell'Impero; ma si può supporre che l'origine ne sia stata anche più remota, già sullo scorcio della Repubblica, se ha valore il ritrovamento di una moneta consolare d'argento e sopratutto se si tien conto della necessità per Roma di avere, verso il II-I secolo A.C., una base militare che, in una rotta molto frequentata come quella del Fretum Gallicum (o forse meglio Pallicum), la garantisce dai pericoli derivati dalla pirateria, dalle lotte interne e dallo stato generale di agitazione, esteso anche alla Sardegna, caratterizzanti il declino dell'età Repubblicana.

Un piccolo stanziamento esistette pure a Caprera, nella parte occidentale dell'isola, poichè lo Spano ricorda esser state ivi trovate, lungo il litorale, sepolture, stoviglie antiche e monete, fra cui un bronzo di Massimiliano Erculeo, di età fra il III e il IV secolo D.C.

Di recente, si sono avute la scoperta e l'esecuzione di piccoli assaggi di scavo sottomarino entro il cumulo d'un carico di nave romana, affondata nella Secca Corsare fra la Sardegna e l'isolotto di Spargi, a poco meno di quattro miglia da La Maddalena. Si tratta di un campo di anfore giacenti su un fondo sabbioso alla profindità di diciotto metri, delle lunghezza di poco meno di venti metri, da levante a ponente, e largo oltre dieci; le anfore apparvero sovrapposte fino a tre strati con certezza, fino a cinque con probabilità, ben assestate e stivate al centro della nave (ma anche a poppa) e inclinate tutte in direzione ovest. Insieme si osservarono, e furono recuperati, un macigno lacorato a L del peso di circa quaranta chili, con profondi segni di antica imbragatura; la base, di marmo rosa, d'una coonia ionica; frammenti di marmo di Carrara, riferiti dal Lamboglia ad un'ara. Si ebbero poi, a indicare la suppellettile di bordo, una lampada di bronzo, un unguentario di vetro, ciotole e piatti di terracotta senza vernice e con vernice nera, piuttosto degradata, di fattura campana del tipo B del citato Lamboglia (II-I secolo A.C.): questi oggetti si estrassero nella parte di prua della carcassa della nave. Esiste, infatti, il relitto dell'imbarcazione, supposto trenta-trentacinque metri di lunghezza per otto di larghezza, della stazza di circa 150 tonnellate; ne è stato scoperto, finora solo un tratto per una decina di metri, corrispondente all'ossatura composta da costole di legno di rovere collegate da travi longitudinali e rivestita da un fasciame a cui aderiva a sua volta, all'esterno, una laminatura continua di piombo, forata ordinatamente da chiodi di rame. Pare si tratti d'una parte verso la prua, di cui sembra disegnarsi la rotondità, in direzione della quale convergone le travi. Se, come è stato scritto, la prua giaceva rivolta a ponente, appare accettabile l'ipotesi che siamo in presenza d'una imbarcazione oneraria partita da un porto dell'Italia centro-meridionale (Ostia, Anzio, Pozzuoli) e diretta o a Portotorres o a Marsiglia o a un porto della Spagna. L'affondamento del carico si ritiene avvenuto tra il 120 e il 100 A.C.. Ciò in base alle forme delle stoviglie campane e, specie, delle anfore recuperate (circa 300), segnate per lo più con un cerchietto in rilievo includente una lettera greca sempre diversa (forse di fattura rodiota), una piccola sigla SAB, di due tipi: uno panciuto con breve collo e piccoli manici, l'altro slanciato, sottile, e con collo lungo ed anse (tipo cosidetto italico). Una varietà è riferita al tipo delle anfore della nave di Marsiglia (180-160 A.C), l'altra al tipo della nave di Albenga (80-60 A.C.), ma più arcaico di esso.

Gli stessi sommozzatori che hanno fatto le osservazioni sulla nave di Secca Corsara, avrebbero anche scoperto quattro altri giacimenti di anfore nei fondali dell'Arcipelago, con fogge di anfore diverse da quelle della nave di Spargi; due giacimenti, di cui uno alla profondità di 14 metri e l'altro a 32 metri, segnerebbero relitti di naufragi. Il ritrovamento dell'imbarcazione di Spargi e degli altri resti sottomarini sono sufficentemente indicativi dell'importanza e della frequenza della rotta sul canale de La Maddalena e per lo Stretto di Bonifacio, agli effetti del commercio fra l'Italia e le terre occidentali occupate da Roma, da cui era toccata evidentemente la Sardegna del nord col gruppo delle vicine isole minori dove, come è stato detto, si deve immaginare, del pari che sulla costa settentrionale della maggiore isola, l'esistenza di centri costituenti basi d'appoggio e di sicurezza, oltre che di controllo delle navi in transito, cariche di merci varie (olio, vino, grano, marmo, ecc.) per varia destinazione.

Un carico di olio e di vino, a giudicare dalle fogge delle 300 anfore, era trasportato dall'imbarcazione di secca Corsara. Sulla banchina del porto di Cala Gavetta, a La Maddalena, il 24-6-1956 ho visto un blocco di marmo di Carrara di circa 20 tonnellate, preso nel mare tra La Presa e Punta Filetto; un altro blocco, di 60 tonnellate, dello stesso carico, è partito per Carrara, tagliato in due, per comodità di trasporto e di lavoro. Può trattarsi d'una partita di marmo carrarese, d'età romana, con destinazione Sardegna, forse Portotorres, città relativamente ricca di marmi

Se scarse sono le notizie sul popolamento e la frequentazione dell'arcipelago in età romana, nessuna conoscienza si aveva finora di segni di stanziamento preromano in quelle isole diseminate nel mezzo del mare impetuoso fra Sardegna e Corsica. Perciò, tanto maggiore significato ed interesse assumono le ricognizioni paleontologiche effettuate nel gruppo insulare dalla Missione di Studio: missione i cui risultati preistorici, per quanto parziali e limitati, aprono il cuore alla speranza di migliori successi derivanti da una esplorazione più minuta dell'arcipelago. La mia attività è consistita in un sopraluogo nella località Abatòggia, presso la profonda insenatura di Stagno Torto nella parte nord dell'isola de La Maddalena; in un sopraluogo a Punta del Turco nell'isola di Santa Maria e in un saggio di scavo nel riparo sotto roccia di Cala di Villamarina (o Vela Marina), nella parte meridionale dell'isolotto di Santo Stefano, ove il Prof. O.Baldacci aveva rinvenuto frammenti di ossidiana.

Osvaldo Baldacci

Geografo (Sassari 1914-Roma 2007). Conseguita la laurea in Lettere, ha insegnato per anni geografia presso l’Istituto nautico di Cagliari. Nel 1954 e` stato chiamato a insegnare Geografia presso la Facoltà di Lettere di quella Università. Nel 1957 si e` trasferito a Bari, dal 1964 infine è stato chiamato a insegnare presso l’Università di Roma. E` considerato uno dei massimi geografi italiani; alcune delle sue numerosissime opere riguardano la Sardegna e sono importanti per approfondire la conoscenza della storia del paesaggio dell’isola. Scritti riguardanti la Sardegna: Sulla Chorographia Sardiniae di Giovanni Francesco Fara, ‘‘Archivio storico sardo’’, XXII, 1941; I fondamenti geografici dello sviluppo di Iglesias, ‘‘Studi sardi’’, V, 1-2, 1941; I nomi regionali della Sardegna, 1945; Il paese, ‘‘Il Ponte’’, 9-10, 1951; Appunti sulla tavola della Sardegna di Sigismondo Arquer, ‘‘Bollettino della Società geografica italiana’’, 1951; La casa rurale in Sardegna, 1952; La Sardegna nella Tavola peutingeriana, ‘‘Studi sardi’’, XIV-XV, 1958; Alcune considerazioni geografiche sulla storia della Sardegna, in Studi storici in onore di F. Loddo Canepa, II, 1959; La casa tradizionale in Sardegna, in La casa rurale in Italia, 1970; Una carta geografica secentesca della Sardegna in redazione spagnola, ‘‘Rivista geografica italiana’’, LXXX, 1973; La Sardegna nella cartonautica toscana del Seicento, in Scritti geografici in onore di Aldo Sestini, 1982; L’Università di Cagliari e il suo contributo alla geografia della Sardegna, in Studi di geografia e di storia in onore di Angela Terrosu Asole, 1996.

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