La Maddalena


Vai ai contenuti

Menu principale:


La diaspora del 1953 - Pane del governo a cura di T. Abate e F. Nardini

Libri e ricerche > Pane del governo - Libro di T. Abate e F. Nardini

I licenziamenti del 24 giugno 1952 colpirono al cuore la componente di sinistra della Commissione Interna dell'Arsenale Militare. In breve, per ammissione unanime di coloro che vissero quelle vicende, la commissione divenne terreno di conquista di quelle sigle sindacali più moderate, come poteva essere la CISL, che annoverava iscritti meno politicizzati e più aperti ad un accordo con la direzione dello stabilimento. Per eguale ammissione, si è affermato che per parecchi anni si stentò a trovare dei lavoratori che avessero il coraggio - perché da allora di quello si trattò - di prendere una tessera della CGIL o presentarsi in candidatura per la Commissione Interna.

Essere di sinistra, palesarlo iscrivendosi al sindacato 'rosso', poteva essere pericoloso, come altrettanto pericoloso poteva essere per un moderato, avere amicizie di sinistra, socialiste o peggio ancora, comuniste, frequentare famiglie coinvolte nei partiti di sinistra. Vecchie e consolidate amicizie si infransero, si sbriciolarono, sotto l'urto della paura di essere segnalati, o considerati di una certa opinione politica anziché di un'altra, tanti rinnegarono persino il loro passato. In un piccolo centro è difficile che non si sappia tutto di tutti, e a maggior ragione a La Maddalena dove il cameratismo nei luoghi di lavoro - in un luogo di lavoro in particolare - e la limitatezza del territorio, favorivano enormemente i contatti anche non cercati.

Si sapeva chi erano i 'rossi' e si evitavano. I licenziati erano costretti a stare fra loro, erano da una parte, il resto del paese era dall'altra. Questo fatto, che denotava un percorso politico totalmente diverso e contrastante, era reso palese dal fatto - fra i tanti - che proprio dalla fine della guerra il parroco don Salvatore Capula aveva voluto creare una 'sua' festa dei lavoratori da commemorare il 1° maggio, in processione e preghiera, in contrapposizione con quanto avveniva invece per le sinistre che amavano festeggiare con le bandiere rosse al vento la Festa del Lavoro.

La spaccatura si è trascinata sino ad oggi: il Primo Maggio a La Maddalena, diremo così, è stato bipartisan per decenni e chi andava alla Madonnetta manifestava apertamente di essere per la parrocchia, di seguirne implicitamente o esplicitamente le direttive, chi non andava era per i 'rossi', o era 'rosso' egli stesso, era un disubbidiente.

Nella paura, nel timore di cadere nella rete, restavano però solo coloro, e non erano poi tanti visto come andarono le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale dell'8 marzo 1953, che non erano pubblicamente riconosciuti 'di sinistra', ma che simpatizzavano, che aiutavano. La spiata poteva sempre avvenire, e la lista dei proscritti poteva arricchirsi di qualche altro nome.

Coloro che erano stati buttati fuori dal posto di lavoro il 24 giugno non avevano più paura, ma rabbia. Dopo i primi giorni di smarrimento assoluto s'iniziarono a mettere in campo le idee - per chi le aveva - ed una delle prime idee logiche fu quella di tentare una domanda di riassunzione.

Lo fece Pietrino Del Giudice che, puntualmente, per anni, inviò al Ministero della Difesa una lettera in cui chiedeva di essere riassunto elencando i particolari titoli di precedenza all'impiego. Alla lettera, altrettanto puntualmente, il Ministero rispose per anni che era impossibile prendere in considerazione la richiesta. Nel frattempo, per non morire di fame, cercò di avviare un'altra attività di quelle possibili sulla piazza. Organizzò un banco al mercato. Egli stesso racconta: "Per potere sbarcare il lunario ricorsi all'aiuto di un'amica, la moglie di un collega del Genio Marina, che era titolare di una licenza per vendere frutta e verdura e che aveva avuto in concessione un chiosco al mercato civico. Questa signora doveva trasferirsi, insieme al marito, lontano da La Maddalena. 'Qui c'è una licenza di vendita, mi disse, e tu hai perduto il posto di lavoro. Approfitta dell'occasione che ti è stata offerta '.

Vendevo roba buona, merce di prima scelta. 'Sono comunista', comunicavo a tutti la mia fede politica, ne andavo fiero e camminavo a testa alta. Non tardarono a prendermi di mira. 'Devi coprire la merce che vendi con un telo, altrimenti si deposita la polvere'.

Io obbedivo. I clienti sollevavano il telo per scegliere la frutta o la verdura e il vigile urbano di turno trovava da ridire. Mille lire di multa: quasi il guadagno della giornata. Mille lire oggi, mille domani, valeva più la spesa che l'impresa. Dopo sei mesi lasciai il banco del mercato.

Avevano vinto i miei avversari. A conferma di questa mia convinzione cito un episodio molto eloquente. La suocera di un noto esponente democristiano dell'epoca comprò da me un chilo di fagioli. Confezionai il pacco con la carta di giornale. Da buon comunista leggevo l''Unità'. E la utilizzavo il giorno dopo per fare i pacchetti. Quella povera donna portò a casa i fagioli avvolti con l''Unità': un foglio sacrilego era entrato a casa sua. La colpa, ovviamente venne attribuita a me: avevo svolto propaganda politica, a favore del PCI, anche dal mio banco del mercato, profittando della buona fede delle ignare massaie. Il fatto curioso finì in cronaca, su 'La Nuova Sardegna'".

Naturalmente non furono presi di mira soltanto i dipendenti licenziati, cui fu quasi materialmente impedito di riprendere lavoro in città, ma anche, ad esempio, le consorti degli stessi. Lo stesso Pietrino del Giudice ha ricordato, infatti, che, dopo l'abbandono forzato del banco al mercato per 'mancati guadagni', "mia moglie aprì, con qualche difficoltà, un salone da parrucchiera. Devo dire che la mia fede politica non giovò al suo lavoro".

Per fortuna questi operai erano degli ottimi operai, cresciuti e forgiati nella fucina dell'Arsenale, dinamici e poliedrici, e Del Giudice, che sotto l'amministrazione aveva finito con il fare l'impiegato, non trovò difficoltà alcuna a reinserirsi nel mondo del lavoro. "Andai a lavorare ai cantieri di lavoro dell'Ente Regione - continua nei suoi ricordi - una sorta di Piano Fanfani finanziato, appunto, dalla Regione Sardegna. In quella sede mostrai tutta la mia versatilità: feci ancora il muratore, il carpentiere, il ferraiolo, il tornitore …, di tutto. Mi feci apprezzare e lavorai, con profitto, per diverse imprese private. Divenni capocantiere. Quando si seppe che ero comunista, subii il licenziamento. Iniziai a lavorare per conto mio, come carpentiere in ferro, costruivo armature per gli edifici. Il lavoro non mancava mai, non rimasi neppure un giorno disoccupato. Mentre contribuivo alla costruzione dell'Hotel Excelsior, si fece avanti Angelo Mordini, solido imprenditore, proprietario di un'officina avviata laddove, ora, c'è il Comando della Marina Americana.

Egli era stato il mio datore di lavoro, quando ero giovane apprendista, e la sua era stata un'ottima scuola. Noi ragazzi avevamo imparato a svolgere qualsiasi lavoro. 'Signor Angelo, gli dissi, se vuole che torni a lavorare alle sue dipendenze, le condizioni le impongo io…. Otto ore di servizio, rimunerazione congrua e adeguata alla mia professionalità. Altrimenti continuo a fare il battitore libero … . 'Sei la solita 'monachella', non sei cambiato da quando eri ragazzino'. Brontolò un pochino, ma, alla fine accettò.

L'impresa di Mordini si aggiudicava gli appalti dei lavori per la Marina Militare. Io ero l'operaio più efficiente. Ma ero comunista. Un giorno, mentre stavano operando nel deposito di cavi sotterranei del Vaticano, discutevamo di politica e commentavano la situazione nazionale e locale, mi imbattei in un custode del sito che era di idee fasciste. Questo cercò di convincere il mio principale a licenziarmi perché ero un sovversivo. 'Non capisco perché tieni a lavorare con te un comunista', affermò il 'nero'. Gaetano Vasino, cognato e socio di Mordini, lo zittì prontamente: 'Se avessi 100 operai, tutti come Pietrino, non sarei qui a controllare i manovali'.

Non era facile vivere in un clima da 'nemico alla porta'. Molti ci riuscirono, altri no.

E' il caso di Sergio Bruschi. Costretto a lasciare l'Arsenale finì con emigrare a Genova dove trovò difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro e fu costretto a rimanere a lungo senza uno salario e gravare così sulla famiglia, con una piccola entrata dovuta alla pensione per una figlia dichiarata invalida civile. Un giorno Bruschi trovò una pistola, forse residuo di guerra, e si sparò mettendo fine a un'esistenza che gli era diventata penosa e impercorribile.

Mario Filinesi aveva un libretto di navigazione e, dopo un'inutile attesa di qualche mese per vedere come si sarebbe evoluta la situazione, quando i denari iniziarono a scarseggiare in famiglia, lo mise a giro come si dice in gergo. "Perché dopo che mi hanno licenziato io ho fatto come si faceva, - afferma - ho preso la mia valigia di cartone legata con lo spago e sono andato emigrante a Genova in cerca di lavoro. Se l'immagina, avevo un libretto di navigazione, io ho fatto le scuole medie e lì ci davano il libretto di navigazione, l'ho fatto mettere a giro da quello dei pescherecci, come si chiama? Da Dino Sabatini, con l'incarico da mozzo, poi sono andato a Genova e mi sono incontrato con amici che mi hanno detto 'noi abbiamo un amico a Genova che stava all'ufficio del collocamento', era Sorba, Nicolao Sorba, bravo ragazzo".

Quel libretto di navigazione che aveva ricevuto quando aveva frequentato le scuole medie lo aveva salvato, forse, da mestieri meno graditi e di più difficile esercizio. Ma aveva dovuto girare per il mondo, dimenticarsi dell'Isola, dove veniva solo qualche volta, con la famiglia.

"Sono stato imbarcato su due navi americane con equipaggio italiano - ricorda - dopo di che sono stato imbarcato su una nave passeggeri della Sitmar e dopo di che mi sono fermato perché mia moglie m'ha detto basta, e allora mi sono fermato a terra. A terra ho lavorato in una ditta la quale ditta lavorava per la Marina Militare. Ecco, il cerchio, gira gira si è chiuso".

Eppure quel lungo giro da chiudere costò a Filinesi tante difficoltà: una diaspora lunga e faticosa da La Maddalena all'America e ritorno. …

E con i poliziotti alle calcagna!. Sì, perché Filinesi era un 'segnalato', era considerato un sovversivo, uno spettro comunista che si aggirava per l'Europa e per il mondo quasi a confermare nella pratica quotidiana - e dopo cent'anni! - il famoso incipit de 'Il Manifesto del Partito Comunista' di Carlo Marx e Federico Engels: "Uno spettro si aggira per l'Europa, lo spettro del comunismo".

La sua condizione di segnalato politico internazionale la sperimentò subito quando fece richiesta per ottenere il visto per poter entrare negli Usa. La lettera di risposta del consolato americano a Genova è di una stringatezza gelida e inaccessibile. Categorica. "Con riferimento alla pratica da Lei iniziata presso questo Ufficio per ottenere il visto temporaneo per gli Stati Uniti, in qualità di marittimo, mi spiace doverLe comunicare che Lei è risultato inammissibile in territorio statunitense in base alla Sezione 212 (a)(28) della Legge sulla Immigrazione e Nazionalità del 1952, data la Sua qualità di membro del Partito Comunista. Il visto da Lei richiesto non può pertanto esserLe rilasciato".

Sì perché chi fosse stato comunista in Arsenale, e nel consiglio comunale cittadino, nelle commissioni interne, era prevedibile che lo sarebbe restato sempre - come tutti affermano a tutt'oggi di esserlo - quindi bisognava seguirlo, spiarlo, controllarlo da vicino e, se necessario arrestarlo, impedirgli in ogni modo di fare propaganda per le proprie idee, ridurlo al silenzio. Il pericolo pubblico Filinesi, contraltare di una viscerale paura, che le polizie europee e americane pedinarono a lungo, fu infine raggiunto a New York, reo di aver violato le frontiere dello stato nordamericano da marittimo.

L'unico aiuto, si fa per dire, che l'amministrazione Difesa concesse ai licenziati fu il rilascio di un attestato di servizio su richiesta espressa dei titolari, molto stringato, in cui si certificava la data del non rinnovo del contratto di lavoro e la paga oraria percepita. Niente altro.

L'amministrazione Carbini.

Le elezioni dell'8 marzo 1953 avevano confermato che a La Maddalena la Democrazia Cristiana era il partito più forte. A parte l'esperienza del maggio 1952, lo 'scudo crociato' riconfermava i livelli di cinque anni prima, delle elezioni politiche del 18 aprile 1948: allora le preferenze avevano raggiunto il 55,9%, un successo già di notevoli dimensioni, ma ora la percentuale dei consensi saliva sino al 59,4%.

Quanta parte abbiano avuto in questo ulteriore aumento di voti le vicende che dieci mesi addietro avevano portato ai licenziamenti di sedici dipendenti dell'Arsenale, lo indica il fatto che i rappresentanti del Partito Comunista passarono da 8 a 3 nel giro di meno di un anno. Un calo del 62%. Mai in una consultazione civica si era visto qualcosa del genere. Né se ne vide più.

L'incidente di percorso del 26 maggio dell'anno prima era cancellato. La DC poteva riprendere il suo posto al governo della città. Con una certa fatica, però.

Non certo per difficoltà di governo, ma per difficoltà interne. La candidatura dell'ex podestà Aldo Chirico aveva portato nelle casse della DC ben 975 voti, un patrimonio, e ora l'ex gerarca reclamava a gran voce un ruolo che gli spettava, per diritto politico. E questo suo diritto si scontrava con la suscettibilità di un altro ex simpatizzante fascista, il sindaco, Antonio Carbini, che non poteva lasciar correre la facilità di 'penna' del suo consigliere, specie quando si serviva di questa per imbastire denuncie, ai danni della stessa amministrazione di cui faceva parte. Chirico, insomma, si dimostrava piuttosto riottoso ad una normalizzazione di pensiero e d'opera, e questo scompaginava parecchio i piani di una maggioranza che ambiva ad un governo senza scossoni e, massimamente, senza contestazioni.

Nella seduta consiliare del 5 ottobre 1953, per esempio, sette mesi appena dopo le elezioni, il sindaco, prima di sciogliere l'assemblea, rilasciò delle dichiarazioni che si dimostrarono essere dei fulmini prima della tempesta. Antonio Carbini accusò Chirico di non "eseguire critica serena" in consiglio, ma di affidarla a "libelli pubblicati in giornali che sembra trovino la ragione della loro stessa vita nel pettegolezzo paesano". In breve Carbini ricordava che il consigliere Chirico aveva "offeso la dignità ed il prestigio del Consiglio Comunale" evitando di far discutere una sua interrogazione, affidata in seguito alle pagine di un giornale "arrogandosi il monopolio (a lui da nessuno concesso) di essere l'unico ed esclusivo giudice dell'operato dell'Amministrazione Comunale".

Si trattava di una critica frizzante su alcune spese di trasferta imputate al sindaco stesso. Passando a più sostanziali fatti il Carbini fece i conti in tasca del suo antagonista per quanto concerneva le spese eseguite durante il periodo podestarile, venendo alla conclusione che esse erano eccedute del 300% su quanto previsto nel bilancio comunale, "… e fu necessario stornare i fondi da voci del bilancio in cui figuravano somme stanziate ma non spese" . Era l'ultima frecciata prima della rinuncia alla carica. In prosieguo d'intervento infatti il primo cittadino affermò di attendere "di giorno in giorno una comunicazione che comporterà il mio trasferimento da La Maddalena".

Le dimissioni, necessarie per ragioni di lavoro, Antonio Carbini le presentò nella riunione consiliare del 21 novembre successivo.

La presidenza fu assunta dall'assessore anziano, Pietro Ornano, il quale, prima di passare alla discussione dell'ordine del giorno, lesse un telegramma trasmesso al sindaco de La Maddalena da quello di Trieste, per ringraziarlo dell'interesse mostrato verso quella città che aveva sofferto fatti di sangue conseguenti alle manifestazioni popolari per la richiesta di riannessione all'Italia.

Passando alla trattazione dei punti all'ordine del giorno Ornano dichiarò che il sindaco Antonio Carbini aveva presentato le proprie dimissioni e invitava i colleghi alla presa d'atto, motivato da ragioni di trasferimento per lavoro.

Distribuite le schede numerate, il presidente fece eseguire le operazioni di spoglio da cui risultò che su 28 presenti e 27 votanti (Carbini si era, ovviamente, astenuto dal voto), 21 avevano accettato le dimissioni, 6 risultarono essere le schede bianche.

Occorreva eleggere un nuovo sindaco. In principio di discussione il consigliere Mario Luongo (PCI) fece sapere che "avendo appreso dal gruppo di maggioranza il nome del candidato alla carica di sindaco, poiché il nominativo non è di gradimento del gruppo al quale appartiene" il gruppo stesso si sarebbe astenuto.

Analoga posizione presero i consiglieri di opposizione Luigi Scetti (PSI) e Gavino Demuro (indipendente di sinistra) . Alla resa dei conti votarono solo 21 dei 28 presenti in aula: 20 voti andarono al candidato Pietro Ornano, 1 a Donato Pedroni, entrambi democristiani.

"Mi avete elevato alla dignità di primo cittadino. Questa dimostrazione di fiducia nella mia modesta persona mi commuove profondamente": furono le prime parole che Mario Ornano, noto Pietro, pronunciò dopo che egli stesso ebbe letto i risultati della votazione.

La dichiarazione continuava con queste parole: "Ringrazio tutti coloro che mi hanno dato il suffragio; ai consiglieri di maggioranza militanti nel partito DC ritengo poi doveroso rivolgere in particolare i sensi della stima e considerazione: essi facendo cadere la scelta su di me, un indipendente, hanno dimostrato di non essere animati da faziosità". Riguardo alla futura condotta amministrativa, asseriva di voler allontanare "da quest'aula ogni spirito di parte, e tutta la nostra passione sia impiegata al servizio della comunità per il progresso della nostra Isola"

Il fatto che Ornano fosse rappresentato all'interno della maggioranza come 'indipendente' dimostrava, con la sua elezione, che i dissidi interni non erano tacitati, ma che un candidato equidistante dalle correnti che serpeggiavano nel partito era l'unica soluzione percorribile per far sì che ci fosse continuazione amministrativa, e che - massimamente - non si corressero i rischi, sempre presenti in un agone politico 'bollente' come quello isolano, di frammentazioni o di spaccature capaci di paralizzare l'amministrazione, paventando ipotesi di nuove elezioni. Non per nulla l'amministrazione Ornano è stata una delle più longeve.

Il 25 novembre successivo l'amministrazione Ornano entrò in piena funzionalità con l'elezione degli assessori.

La 'destra' al governo (1953/1956).

Il settimo, e ultimo, governo De Gasperi (Bicolore DC-PRI), iniziato nel luglio del 1951 cadde nel giugno del 1953 a seguito delle ripercussioni politiche legate alla legge elettorale nota come 'legge truffa' (legge 31 marzo 1953 n. 148), e con esso uscì di scena anche Randolfo Pacciardi che era stato ministro della Difesa sin dal 1948 ed aveva avallato, se non espressamente guidato egli stesso, i licenziamenti di elementi ostili al governo democristiano nelle aziende di stato.

La legge elettorale, fatta approvare dal Parlamento su richiesta del governo De Gasperi, prevedeva un sistema proporzionale di ripartizione dei seggi con l'aggiunta di un premio di maggioranza per quel partito, o quel gruppo di partiti, che, apparentandosi, avessero ottenuto assieme la maggioranza assoluta dei voti (50% + 1). La sinistra definì questa legge 'una legge truffa' e con tale appellativo passò alla storia, perché in effetti, tendeva a perpetuare per i cinque anni della durata della legislatura il dominio incontrastato della coalizione vincente ponendogli in mano la facoltà di fare e disfare a proprio piacimento.

L'apparentamento di governo comprendeva la Democrazia Cristiana (che ebbe alla Camera il 40,10% dei voti), il Partito Socialista Democratico (4,52%), il Partito Liberale (3,01%), il Partito Repubblicano (1,62%) la Südtyroler Volkspartei (0,45%) ed il Partito Sardo d'Azione (0,10%).

La coalizione di governo ebbe il 49,85% dei voti e il premio di maggioranza non scattò per mancanza di soli 57 mila voti.

La Democrazia Cristiana, che nel 1948 aveva ottenuta il 48,5% dei voti, aveva perso l'8,4% dei suffragi uscendo dalla consultazione con le ossa rotte, mentre il PCI si attestò al 22,6% ed il PSI al 12,7%. Se si considera che cinque anni prima, assieme, i due partiti avevano realizzato 31% delle preferenze, la consultazione diceva che la sinistra avanzava, anche se di poco (+ 3,3%).

I voti perduti dallo scudocrociato passarono alla destra più radicale: il Movimento Sociale che incrementò la sua presenza del 3,8% e specialmente ai nostalgici della monarchia, il PNM, che guadagnò il 4,10%. L'Italia stava virando decisamente a destra.

La sconfitta della DC costò la supremazia di De Gasperi sia in campo governativo sia in quello democristiano: l'ottavo suo governo non si concretizzerà che per pochi giorni ed al suo posto fu chiamato dal presidente Luigi Einaudi, un altro democristiano, nemico dello statista trentino, Giuseppe Pella (22 agosto 1953).

La nuova compagine governativa aveva al suo interno proprio la componente monarchica e l'aiuto esterno del Movimento Sociale e del Partito Socialista Democratico di Giuseppe Saragat.

La posizione nei confronti degli iscritti comunisti e socialisti, dei rappresentanti sindacali e delle commissioni interne, continuava ad essere d'aperta ostilità. Prima delle elezioni del 7 giugno, una comunicazione riservata passata dal SIFAR, datata 9 maggio, estesa dallo Stato Maggiore Marina a tutti i comandi periferici, così si esprimeva: "La segretaria centrale del PCI ha recentemente dato mandato al noto generale Arnaldo Azzi di organizzare delle 'squadre d'azione' con il compito di operare durante la prossima campagna elettorale, definita dalla segreteria 'cruenta'. Ciò per fare insorgere il popolo italiano e liberarlo dal pericolo dittatoriale e schiavista della coalizione clericale e per raggiungere una pace duratura. Il predetto generale, in Roma, in collaborazione con Ufficiali in congedo ed in servizio, ha già elaborato le norme ed i compiti che dovranno essere impartite alle persone che dovranno costituire dette squadre.

Da qualche giorno è pervenuta alla federazione di Messina una circolare sulla costituzione delle 'squadre d'azione'. Sere addietro, ad ora tarda, nei locali della predetta federazione comunista, il segretario provinciale responsabile tenne un rapporto riservatissimo a 8 componenti della stessa federazione, ai quali rese noto che il partito aveva emanato, per tutto il territorio nazionale, circolari colle quali invitata a costituire delle 'squadre d'azione', per agire sotto la direzione del generale Azzi. Dopo aver ribadito agli intervenuti lo scopo della costituzione delle squadre predette, lo stesso segretario provinciale lesse ad essi la circolare, i cui punti programmatici sarebbero i seguenti:

1°) Le squadre dovranno essere composte di persone di provata fede socialcomunista, senza tentennamenti di sorta, e cioè risolute in ogni evenienza, affrontando - se necessario - la galera e la morte, in nome dell'Italia libera.
2°) Influenzare i militari in servizio, propagandando la pace contro il riarmo, contro l'aumento della ferma, contro gli impegni atlantici e contro la legge elettorale, definita 'truffa all'americana', in quanto tale legge ha semplicemente lo scopo di instaurare una nuova dittatura peggiore della passata.
3°) Convincere i militari, attraverso oculata penetrazione, a disertare le caserme e, se necessario, ad impugnare le armi contro i traditori del suolo italiano, in occasione di una eventuale insurrezione.
4°) Avvicinare elementi della polizia (che in maggioranza sono a favore del popolo, perché figli di esso) con i quali intavolare discussioni, impostandole contro la truffa elettorale, il militarismo e le dittature. Quindi - in modo del tutto sottinteso - invitarli a sottrarsi all'azione repressiva in occasione di eventuali incidenti che si potranno verificare per difendere la libertà di tutto il popolo.
5°) Sabotare, come meglio si riterrà opportuno, i comizi elettorali dei clericali, inducendo il popolo a disertare la piazza.
6°) Propagandare in tutti gli strati sociali che nessun cittadino, che ha ricevuto la cartolina per eventuale richiamo alle armi, si presenti, ma al contrario, partecipi alla liberazione dell'Italia.
7°) Sabotare un'eventuale guerra con ogni mezzo"

E' dello stesso periodo, ossia del maggio del 1953, un'altra informativa SIFAR che riportiamo per rendere conto di come i dipendenti pubblici erano 'seguiti' dall'occhio vigile dei servizi segreti.

"E' imminente il trasferimento dell'impiegato in argomento da Maridipart La Spezia a Marisardegna Cagliari. Sul conto del predetto risulta quanto segue: """Durante il periodo di lotta partigiana militò in una banda garibaldina con il grado di Tenente Colonnello. Alla liberazione di La Spezia fu nominato Questore della provincia. E' iscritto al partito comunista e faceva parte del Comitato Direttivo della federazione spezzina. Acceso estremista e rivoluzionario. Appartiene all''organizzazione paramilitare comunista della qual è uno degli esponenti più quotati e nel periodo delle elezioni politiche del 1948 ebbe l'incarico, nei piani rivoluzionari comunisti dell'epoca, di occupare e detenere il centro della città di La Spezia e l'Arsenale M.M..

E' senza dubbio ancora elemento altamente pericoloso sebbene in genere si astenga (forse per ragioni di riservatezza imposta dal partito) da ogni manifestazione pubblica o comunque palese, di attività comunista… Tanto per opportuna conoscenza".

Una nota di Piero Calamandrei estesa a memoria di un suo discorso in Parlamento (anno 1952) riferisce che "la pratica del governo, nelle direttive ai prefetti ed ai questori, si è andata sempre più orientando, spesso in contrasto con la giurisprudenza giudiziaria, nel senso di fare un trattamento diverso, in tutti i campi in cui la pubblica amministrazione ha un potere discrezionale ai cittadini appartenenti ai partiti di maggioranza e ai cittadini appartenenti ai partiti di opposizione.

Le libertà civili e politiche non hanno più lo stesso significato per tutti i cittadini: la libertà di associazione, di riunione, di circolazione, di stampa, ha un contenuto diverso seconda chi lo invoca appartenga al partito degli eletti o a quello dei reprobi: la discriminazione contro i comunisti si è piano piano allargata contro tutti i 'malpensanti', contro tutti i sovversivi'. Il diritto al lavoro e diversamente difeso o messo in pericolo secondo la colorazione del sindacato al quale il lavoratore si iscrive", aiuta materialmente a comprendere meglio il clima 'maccartista' che si instaurò in Italia fra la fine degli anni '40 e la metà degli anni '50 e che coinvolse negativamente l'Arsenale Militare de La Maddalena. Più specificatamente furono limitate pesantemente le funzioni delle Commissioni Interne: s'instaurò il principio di non trattare mai con le maestranze in sciopero, si decurtò il premio di produzione in relazione agli scioperi effettuati, premiando invece chi si rifiutava di prestarsi all'attività di sciopero, seguendo gli agitatori della sinistra.

Verso la fine del 1953 l'offensiva governativa contro i 'sovversivi', o ritenuti tali, all'interno degli stabilimenti di lavoro sembrò raggiungere il suo culmine. A titolo d'esempio possiamo trascrivere una comunicazione segreta del SIFAR fatta pervenire da Marisardegna a Marimist La Maddalena, riguardante personale civile "di stabilimenti e uffici militari di una regione dell'Italia Nord-occidentale". Questo il testo dell'informativa: "Per conoscenza ed orientamento si trascrive la seguente segnalazione pervenuta allo Stato Maggiore Difesa - SIFAR. """Sindacalista bene informato sugli ambienti di alcuni stabilimenti ed uffici militari nei quali presta servizio personale civile, ha riferito: - fra gli impiegati civili alcuni si dicono iscritti ai sindacati autonomi per mascherare il loro orientamento a sinistra: in effetti l'elemento estremista è notevolmente penetrato nei sindacati autonomi; - desta perplessità il fatto che il personale d'estrema sinistra in alcuni uffici o stabilimenti viene trattato con autorevolezza ed energia mentre in altri è fatto segno ad attenzioni e, anche a manifestazioni di simpatia; - sovente ufficiali e sottufficiali si associano a conversazioni poco opportune sul trattamento economico del personale civile e tendono, al pari dei loro interlocutori, ad atteggiarsi a vittime di una situazione insostenibile: - fra il personale civile, alcuni svolgono apertamente propaganda comunista negli ambienti militari.

Tali elementi, si osserva, dovrebbero essere subito eliminati, come altrettanto decisamente ci si dovrebbe contenere nei confronti di coloro che si abbandonano ad inopportuni commenti sull'efficienza della FF.AA.; - Si rileva che sovente il personale militare e quello civile stabiliscono, nei rapporti d'ufficio o di lavoro un clima di cordialità eccessiva. Il personale militare, si osserva, dovrebbe contenersi più prudentemente nei confronti degli elementi civili, specie, poi, con quelli noti per sentimenti estremisti; - si rileva infine che i Comandi ed Uffici, specie quelli centrali, non affrontano con sufficiente risolutezza e rigore le decisioni ed i provvedimenti (trasferimenti, sospensioni, licenziamenti, ecc.) da adottarsi nei riguardi del personale sicuramente infido""". Firmato: d'ordine del C.S.M., il Sottocapo di S.M. C.F. Luigi Fulvi". L'offensiva contro la sinistra italiana, ancora una volta, era guidata da oltre Atlantico.

Fu l'ambasciatrice americana in Italia Claire Booth Luce a confermarlo pubblicamente. Lo fece in occasione di un incontro in America con Vittorio Valletta, amministratore delegato della FIAT, quando si rammaricò che, nonostante tutti gli sforzi compiuti dal governo - italiano ed americano, insieme - il problema della "caccia ai comunisti" era ancora da risolvere, per cui la dinamica rappresentante del governo americano affermò che gli Stati Uniti avrebbero continuato ad aiutare solo quelle aziende dove non hanno all'interno 'sindacati bolscevichi'. Forte di queste dichiarazioni il governo italiano si apprestò a riprendere l'iniziativa contro i 'rossi'.

La tattica era sempre la stessa: agendo sul fatto che a quel tempo in Italia non esisteva una specifica normativa a difesa dei diritti dei lavoratori, la pressione sugli attivisti sindacali si fece più massiccia e mirata, al punto che molte aziende si trovarono nella poco invidiabile situazione di scegliere di tenersi i sindacalisti politicizzati ma rischiando di perdere i finanziamenti governativi che arrivavano direttamente dagli Stati Uniti a favore delle aziende 'in crisi', oppure di licenziare con scuse varie i capi più agguerriti delle rappresentanze sindacali - di regola comunisti o socialisti - rimanendo nel libro paga del sostegno governativo, cosa che consentiva quasi sempre di accedere a fondi altrimenti irraggiungibili, che andavano però a finire nelle tasche degli imprenditori, quasi mai in un effettivo disegno di ammodernamento strutturale dell'azienda. Basti pensare, ad esempio, che la zootecnia italiana era restata arcaica e povera. Nel Sud l'80% dell'aratura avveniva con trazione animale (buoi, asini, cavalli), i concimi chimici adatti non vi erano, le strade di penetrazione campestre erano inesistenti totalmente, i sistemi di rendita agraria erano ancora disciplinati in forme medioevali di partecipazione, mancavano le macchine agricole adeguate, le disponibilità idriche risultavano fortemente insufficienti. Lo stesso valeva per la produzione di frutta, ancora realizzata con sistemi di semina, crescita e raccolta di tipo arcaico e senza opportune profilassi, talché i raccolti erano decimati. L'allevamento, in genere, era condotto allo stato brado.

Proprio in quegli anni però l'industria, nei grandi poli del Nord, avviava quel periodo di espansione che sarà poi definito il 'miracolo economico italiano' della seconda metà degli anni '50. Tale miracolo si manifestò con incrementi iperbolici nella produzione di articoli che poco avevano a che vedere con un espansione strutturale del sistema economico globale, prodotti di scarsa qualità ma tali da attirare facili guadagni e facili profitti, sintomo inquietante alla crisi che investirà il sistema economico italiano di qualche decennio successivo. Indubbiamente questo miracolo portò, nonostante le storture d'ordine finanziario, ad un aumento del volume del denaro circolante con un modesto ma sensibile aumento del benessere generale. Lo spostamento verso Nord di grandi masse di lavoratori, specialmente della terra, contribuì, però, al depauperamento delle campagne, attraverso un'incontrollata migrazione interna che fece lievitare irrimediabilmente i problemi delle campagne e, per riflesso, aggravò pesantemente i problemi sociali dei grandi centri urbani.

La massa emigrante travolse ben presto le difese sociali chiedendo, nelle nuove sedi, posti di lavoro e protezione. Tutto si tradusse in un aumento incontrollato del clientelismo politico, nella corsa all'accaparramento al posto fisso, qualunque esso fosse stato, alla generalizzazione a livello nazionale della pratica perniciosa della raccomandazione e della bustarella, cosa che, in ultima analisi rappresentava un mero scambio di voti in occasioni delle consultazioni elettorali.

Porsi di fronte a questo sistema in maniera critica, cercare di smantellarlo, chiedere l'avvio di vere riforme sociali e finanziarie, lottare per una più equa ripartizione dei redditi e dei diritti dei lavoratori, corrispondeva a mettersi contro, rischiare sulla propria pelle.

Il saggista americano Norman Kogan descrive bene il clima politico instauratosi in Italia con l'esperienza governativa del 'centrismo'."Questi furono anni di reazione e di oscurantismo nella vita italiana. Gli antifascisti venivano definiti sabotatori dell'onore nazionale; il movimento della Resistenza veniva denigrato; i partigiani veniva descritti come banditi, assassini e come comunisti. I comunisti avevano tentato di assumersi tutto il merito della Resistenza, e gli estremisti di destra concedevano loro ben volentieri questo merito". La posizione della Confindustria andò spostandosi sempre più verso destra, irrigidendosi nei confronti del movimento sindacale indebolito dalle divisioni interne.

Nel 1955 la signora Luce, ambasciatore americano a Roma, promosse una nuova politica volta a colpire ulteriormente la Cgil. Il dipartimento della Difesa statunitense era solito assicurare alle manifatture europee contratti 'off shore' per la produzione dell'equipaggiamento militare che il governo degli Stati Uniti forniva ai suoi alleati; la signora Luce riuscì a fare dichiarare al dipartimento della Difesa che non sarebbero stati concessi ulteriori contratti alle imprese italiane in cui i candidati della Cgil avessero ottenuto più del 50% dei voti alle elezioni delle Commissioni interne".

Il destino che attendeva parecchi rappresentanti sindacali e della commissione interna dell'Arsenale Militare a La Maddalena alla fine del 1956 può essere totalmente ascritto allo spirito di quel tempo.


Home Page | Città | Arcipelago | Maddalena | Caprera | Spargi | Budelli | Santa Maria | Razzoli | Santo Stefano | Parco Nazionale | Natura isolana | Cultura isulana | Lingua isulana | Musica isulana | Poesia isulana | Turismo | Ospitalità | Mangiare e bere | Nautica | Noleggio | Immobiliare | Lifestyle | Itinerari | Escursioni | Diving isolani | Beni culturali | Sagre isolane | Eventi isolani | Musei isolani | Fortezze | Chiese isolane | Settecento | Ottocento | Novecento | Duemila | Isolanità | Storia isolana | Curiosità isolane | Com'era l'isola | Meteo dall'isola | Amici isolani | Maddalenini | Personaggi | Eroi isolani | Studiosi isolani | Politici isolani | Famiglie isolane | Visitatori | Ricordi isolani | Libri e ricerche | Futuro isolano | Inediti isolani | Granito e cave | Ex Arsenale | Guerra | Speciali isolani | Racconti isolani | Maddalena Antica | Garibaldi | Maggior Leggero | Lia Origoni | Gianmaria Volonté | Franco Solinas | Domenico Millelire | Tomaso Zonza | Angelo Tarantini | Horatio Nelson | Benito Mussolini | Cinema | Teatro | Cerca nel sito | News | Video | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu