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Libri e ricerche > Pane del governo - Libro di T. Abate e F. Nardini
La giunta di sinistra, guidata dal geometra socialista Salvatore Vincentelli, fu costretta alle dimissioni da una rivolta di palazzo. "Dopo nove mesi riuscimmo a catalizzare alcuni della lista civica, presentammo contemporaneamente le dimissioni alle 3 del mattino. Il povero Battista Vico partì con una barchetta da La Maddalena, andò a Palau e presentò al Prefetto le dimissioni di 15 consiglieri e il Prefetto sciolse il consiglio comunale. Si rifecero le elezioni", raccontò Donato Pedroni.
Alcuni frondisti ottennero un premio per il loro voltafaccia: la candidatura nella lista DC, con elezione sicura, alle consultazioni amministrative del marzo 1953. Si disse che Pietro Ornano, si fosse fatto promettere dai democristiani la poltrona di sindaco. Che, in effetti conquistò, anche se non immediatamente, dopo la fronda.
Prima dell'atto finale, consumatosi durante l'infuocata riunione della Giunta comunale del 27 dicembre, alcuni fatti di importanza secondaria, furono assunti a pretesto, dalle minoranze e da alcuni assessori e consiglieri di maggioranza ormai in aperto dissidio con il sindaco, per spingere l'acceleratore verso la crisi, che avrebbe spianato la strada alla rivincita democristiana.
Si trattò di episodi marginali, che, in altri tempi e senza il paese spaccato in due com'era allora o almeno senza due fazioni in campo "l'un l'altra inimica", non avrebbero inciso minimamente sulla attività della pubblica amministrazione.
Il primo fatto accadde il 9 novembre e riguardò la stampa e la diffusione clandestina di un manifesto che riproduceva in forma caricaturale il 'Leone di Caprera', lo stemma della città de La Maddalena. Ed anche il simbolo sotto il quale si era presentata la 'Lista Cittadina'. L'intero gruppo consiliare democristiano strumentalizzò quella che nelle intenzioni del 'Pasquino isolano ' voleva essere una, forse non troppo innocente, parodia dell'arena locale e presentò un'interpellanza con carattere d'urgenza al sindaco Vincentelli, per conoscere quali provvedimenti avesse adottato e intendesse adottare "onde accertare la responsabilità d'indole morale, politica e penale" da addossare a colui, o a coloro, che avevano prodotto quella, secondo loro, inopportuna opera di ingegno, che sottoponeva il segno distintivo della comunità a "vergognoso vilipendio".
Il secondo fu la conseguenza di un provvedimento ispirato dall'amministrazione a guida DC, in 'sella' fino al maggio 1952: il giudice conciliatore aveva ripetutamente intimato ai militanti del PCI di lasciare i locali della sezione storica di via Vittorio Emanuele, in seguito all'esecuzione dello sfratto chiesto dal proprietario dell'immobile - lo stesso Comune - e reso operativo con una sentenza del Pretore de La Maddalena. I comunisti avevano presentato ricorso, percorrendo tutti i gradi del giudizio e arrivando fino alla Cassazione. Il Comune si era trovato a soccombere. I locali richiesti, che sarebbero dovuti servire per installarvi il telefono pubblico, non furono mai allestiti. E dovettero essere riconsegnati al PCI. L'avvocato di fiducia del partito aveva fatto sapere che, se il Comune avesse resistito ancora in giudizio, egli avrebbe richiesto gli onorari che superavano il mezzo milione di lire. Questi due fatti, assieme e strumentalizzati, avevano contribuito non poco ad accalorare gli animi dei consiglieri di ambo gli schieramenti e a far nascere propositi di resa dei conti.
Intanto, i consiglieri comunali, alla spicciolata, iniziarono a presentare le loro dimissioni.
Il disegno concepito dalle fervide menti degli strateghi democristiani, produceva a poco a poco i risultati sperati.
Ancora una volta, fu Renzo Larco, adoperando la penna con la consueta maestria, a tratteggiare il fondale scenico di un'opera da teatro di periferia. Lui che era stato abituato a calcare ben altri palcoscenici.
Il giornalista indirizzò una lettera raccomandata alla giunta municipale e, per conoscenza al prefetto di Sassari con queste parole "Avendo deciso di porre termine al mio mandato di occhialuto capolista della 'Conigliera' cittadina - scrisse Larco, ironizzando sulla formazione politica con la quale si era presentato alle elezioni - nel ringraziare commosso l'intera maggioranza consigliare per l'unanime spontanea dimostrazione di un generoso spirito di colleganza e di stima offertomi in occasione della presentazione e lettura in Consiglio di un'interpellanza della minoranza per protestare contro la pubblicazione contrabbandiera e anonima di un foglio illustrato, in cui era dileggiato, anzi sfregiato lo stemma cittadino (che é nobile simbolo della collettività) con una rappresentazione caricaturale che voleva essere offensiva anche (e in specie, nelle intenzioni) per tutti i membri della Lista Cittadina.
Dopo aver rilevato la singolare coincidenza che nella detta pubblicazione, effettuata in violazione delle norme della legge di P.S., venne riprodotto, nelle identiche dimensioni, lo stesso identico disegno (eseguito dalla penna, qui alla Maddalena, da un esperto, noto disegnatore) disegno che era stato elaborato e adottato dal Comitato elettorale della 'conigliera cittadina ', con la sola modifica, adesso - e bene insultante - allo stemma centrale (ciò che lascia supporre che certe anime putrescenti, le quali si squalificano per il solo fatto di operare nelle tenebre dell'anonimato e dell'azione banditesca alla macchia) sono oltretutto scervellate e stupide, perché provocano effetti che risultano nocivi ai loro divisati intendimenti".
Le parole dell'ex sindaco non hanno bisogno d'alcun commento. Pur tenendo in debita considerazione l'utilizzo asservito a uno scopo ben preciso, che di questo fatto tutto sommato accessorio, fecero gli avversari delle sinistre al potere, occorre dire che la vigliaccheria e l'arte del lanciare il sasso, nascondendo la mano, fu e ancora è, cosa peculiare della società politica isolana. Si ricordi, a titolo d'esempio, quello che era accaduto qualche mese prima, al presidente dell'ECA, Augusto Morelli.
E di azioni sleali, all'insegna dell'anonimato e della pusillanimità, ahimé, se ne poterono contare in gran copia, negli anni a venire.
"Io sottoscritto Renzo Larco, se devo pur riconoscere che, sì, purtroppo dovrò - e quanto! - andare in giro per le strade cittadine facendomi scherno con una mano alle pupille gravemente colpite (e tuttavia é certo che la mia mano non dovrà colpire pensieri falsi e propositi di ignominiosa azione, perché la mia firma, nome e cognome, l'ho sempre apposta in calce a ogni mio scritto, considerando documento di viltà e di abiettezza l'uso dell'arma dell'anonimato e il ricorso contrabbandiero alle pubblicazioni clandestine e, quindi potrò sempre girare per le strade della Maddalena con la fronte alta, confortato dalla sicurezza di albergare un'anima diritta, fiera, onesta) - soggiungeva il letterato di fama, mal celando la delusione e l'indignazione - Io sottoscritto Renzo Larco, che, a ogni buon conto, con lettera spedita per posta raccomandata in data 21 aprile 1952 scrivevo a chi dovere quanto segue: 'non é la mia una supina accettazione del mandato; é un' accettazione molto condizionata e molto vigile. Desidero che su questo punto fondamentale abbiate idee chiare sui miei propositi. Io non accetterò idee e soluzioni che tendano e portino a sostanziali deformazioni del mio pensiero'. Io che avevo preso impegno di fronte agli elettori 'isulani' di portare il mio contributo nella pubblica amministrazione operando come 'un buon padre di famiglia', e che nella ricetta del buon senso e dell'onestà amministrativa ho creduto, come contributo a credere che non debba entrare il calcolo politico, perché se da un'errata delibera può venire danno alla Pubblica Cosa, questo danno resta danno anche se coperto dal manto capzioso della disciplina di partito. Io sottoscritto Renzo Larco, compiacendomi di avere tenuto fede ai miei ideali e agli impegni presi con la cittadinanza maddalenina, invito codesta giunta comunale a prendere atto, puramente e semplicemente, delle mie dimissioni da consigliere comunale. Firmato Renzo Larco". La lettera di dimissioni rappresentava una sorta di testamento spirituale: l'uomo aveva capito tutto delle categorie antropologiche, prima ancora che politiche, che intervenivano nella società ristretta e sacrificata in cui aveva scelto di vivere la sua vecchiaia, dopo tanti anni trascorsi nelle metropoli europee. Aveva capito la dinamica politica. Aveva capito che il sistema vigente non era fatto per lui, la cui dote basilare non era il coraggio. Aveva capito, infine, che la stoffa dell'uomo di lettere è d'eccessivo pregio per essere proposta alla vendita in una bottega di rango ordinario. Però, riconosceva, con umiltà francescana, i propri limiti. E anche quelli dei suoi compagni di viaggio.
L'ambiente, come è facile immaginare, non era sereno. La motivazione recata da Giovanni Farese alle sue dimissioni da consigliere comunale ne è attendibile testimonianza. "La situazione che é venuta a crearsi ha avuto una ripercussione in seno alla mia famiglia - scrisse l'assessore a cui il sindaco avrebbe ritirato la delega all'Azienda idroelettrica, in seguito alle conseguenze dell'affissione del derisorio e anonimo manifesto - Poiché prima di ogni altra cosa tengo alla pace famigliare, ho deciso di rassegnare le dimissioni da consigliere comunale" .
Il 22 dicembre il sindaco revocò, con decorrenza immediata, la delega di assessore alle finanze al consigliere civico Pietro Ornano.
Il 27 dicembre, come detto, la giunta comunale, prese atto delle dimissioni dei 15 consiglieri: Renzo Larco, Pietro Ornano, Marcantonio Bargone, Giovanni Farese, Natale Berretta (gli uomini di 'spessore' della 'Lista Cittadina'), Giuseppe Sforazzini (monarchico), Carlo Bertorino (missino), Gian Battista Fabio, Donato Pedroni, Sebastiano Asara, Lorenzo Muzzu, Guido Mura, Antonio Canolintas, Giovannino Campus, Cesiro Impagliazzo (tutti democristiani) .
Era d'altronde noto come, secondo voce popolare, le crepe che si formavano, giorno dopo giorno in seno alla maggioranza, avrebbero portato ben presto al crollo dell'edifico costruito su fondamenta deboli.
Il 29 seguente, il sindaco Salvatore Vincentelli informò per iscritto il prefetto di Sassari, di quanto era accaduto: in seguito alle dimissioni della metà esatta dei componenti del consiglio comunale, non esistevano più, né di fatto, né di diritto, le condizioni minime per potere amministrare e quindi, l'assemblea civica era praticamente disciolta.
"Gradirei che Vostra Eccellenza volesse darmi istruzioni circa il da farsi. - scrisse il sindaco - Io continuo, sempre che nulla osti, a reggere l'amministrazione sino al momento di dare la stessa nelle mani di colui che dovrà sostituirmi quale capo di essa. Reputo mio dovere comportarmi in tale modo e a questo dovere resto fedele(…). Poiché i pareri sono controversi circa l'agibilità della Giunta, sarei grato se mi vorrà far conoscere se essa può ancora deliberare in attesa di trapasso dei poteri a colui che V.E. designerà quale capo di questa amministrazione".
L'ultimo giorno dell'anno il quotidiano sassarese 'La Nuova Sardegna titolò: 'Crolla il Campidoglio maddalenino'. Ed in effetti era avvenuta proprio una cosa del genere!
Il corrispondente Salvatore Zoccheddu, futuro sindaco DC, nella sua cronaca cercò di separare la notizia dalle opinioni. "Non é molto lontano il giorno i cui, con baldanzose speranze, i nuovi eletti salirono i gradini del Campidoglio isolano - annotò il cronista - Ma quanti fatti d'ordine psicologico, quanti mutamenti intestini, dissensi! Il neo eletto sindaco dottor Larco, costretto per motivi di salute a rassegnare le proprie dimissioni pochi giorni dopo l'insediamento, veniva sostituito dal geometra Vincentelli, giovane, del quale è doveroso sottolineare l'operosità e il desiderio di ben operare, che ha dovuto, però, reggere il timone di una barca ballonzolante su marosi da tempesta".
"Vox Dei?- si chiedeva il caustico Zoccheddu - No comment risponderemo nella lingua di quei diplomatici adusi a vedere il mondo girare sulla punta del loro indice. A noi preme mettere in mostra i fatti e dare soltanto una sbirciatina alla voce corale del popolo che, come nella tragedia antica, sottolineava col suo mormorio gli avvenimenti. Oggi il consesso che reggeva le sorti del nostro paese é crollato per le dimissioni dei consiglieri DC, monarchico-missini, indipendenti e 'honni soit qui mal y pense' della lista cittadina. Che bolle in pentola? Ce lo dirà il futuro. Per ora attendiamo l'arrivo di un commissario prefettizio. Poi, chi vivrà vedrà".
L'ultimo atto della giunta laica e di sinistra si compì l'8 gennaio 1953.
Arrivò in quel giorno a La Maddalena il commissario prefettizio Salvatore Castellana, ragioniere capo della prefettura di Sassari.
Il sindaco uscente gli consegnò "l'amministrazione comunale, l'Azienda idroelettrica, con tutti gli uffici e con tutti gli atti a essi inerenti".
"Salvatore Vincentelli era un uomo onesto, un puro. Il prefetto gli fece capire che per il bene di La Maddalena era meglio che vi fosse un'amministrazione comunale allineata con il governo nazionale. Lui obbedì e si dimise" - spiega oggi Augusto Morelli.
L'8 marzo 1953, con una città profondamente divisa e con un tessuto sociale lacerato e caratterizzato dagli odi politici e dai rancori personali, si andò alle urne per eleggere il nuovo consiglio comunale.
La DC ottenne 20 seggi sui 30 disponibili e la maggioranza assoluta. I consiglieri del PCI passarono da otto a tre (furono riconfermati Augusto Morelli e Pietro Balzano) e i socialisti, da quattro a tre. Il 26 marzo successivo fu eletto sindaco un democristiano, ex-segretario politico fascista, l'avvocato Antonio Carbini.
Le elezioni dell’8 marzo 1953. ‘Antò scopa di ferru’
"E' stato eletto sindaco Antò scopa di ferru": la notizia corse di bocca in bocca, tra lo stupore generale. L'avvocato Antonio Carbini, insieme al medico Aldo Chirico, che gli aveva affibbiato il curioso e simpatico soprannome, era il prodotto più autentico del regime fascista a La Maddalena, nella sua quintessenza. Aveva la tempra del gerarca, quale era stato, era uomo tutto d'un pezzo, era un idealista fedele alla dottrina mussoliniana, al punto tale da auspicare, durante uno dei suoi infervorati discorsi da segretario politico del fascio, l'utilizzo di una gigantesca ramazza, dotata di punte di ferro, per fare piazza pulita dei dissidenti.
Con tutti i suoi difetti e il suo passato che non rinnegava, al neo sindaco, paradossalmente, andava riconosciuto l'indubbio pregio di essere riuscito a ricondurre ad unità le diverse anime, non tutte di estrazione cattolica, di cui si formava la lista vincente della Democrazia Cristiana. Con la sua elezione il cerchio si chiudeva. Finiva un ridotto periodo, foriero di illusioni e di speranze, durante il quale era stata spianata la strada agli ideali, a scapito della dura, assai prosaica, oggettività. La stessa cronaca della seduta del consiglio comunale, durante la quale Antonio Carbini fu scelto per fare il sindaco, esemplificava il mutamento radicale di posizioni che si era prodotto, nello spazio di meno di un anno, all'interno della politica isolana. L'avvenimento era stato seguito, con interesse, dalla cittadinanza, "al punto da stipare oltre ogni dire il salone municipale". C'è di più. In apertura di seduta fu esaminata la condizione di ineleggibilità di Aldo Chirico e dello stesso Antonio Carbini, per avere, questi, ricoperto cariche politiche durante il periodo fascista Si batterono, per far emergere l'anomala condizione dei due ex gerarchi, il comunista Augusto Morelli, il socialista Anselmo Cuneo e l'indipendente di sinistra Gavino Demuro.
Le parole che pronunciarono, se le portò via il vento. Il vento nuovo che spirava adesso in favore dello scudocrociato e del ripristino dell'ordine sconvolto dall'interregno socialcomunista. Non solo Chirico e Carbini non si trovarono ad accusare un affronto simile a quello subito dal medico ex podestà quasi un anno prima, quando, nonostante il consenso ottenuto, gli fu vietato di far parte del consesso dei rappresentati del popolo, perché considerato indegno, ma trovarono, fra i sodali democristiani un sostegno energico ed efficace. "Sull'eleggibilità dei suddetti consiglieri sono intervenuti a lungo Stefano Cuneo e Giovan Battista Fabio, entrambi appartenenti alla lista DC - scriveva l'anonimo estensore della nota di cronaca, che continuava: "Il dibattito è stato lungo ed è durato oltre un'ora e piuttosto animato. Messa in votazione la convalida della elezione di Chirico e di Carbini è stata approvata a grande maggioranza. Il consesso è quindi passato alla nomina del sindaco. Su 28 votanti 19 schede hanno riportato il nome dell'avvocato Antonio Carbini, una è andata a Pietro Ornano, otto sono risultate bianche. Fra gli applausi del pubblico, il dottor Chirico, che presiedeva la seduta per aver riportato, dopo la consultazione dello scorso 8 marzo il maggior numero di voti rispetto agli altri candidati, ha così proclamato sindaco l'avvocato Antonio Carbini"
Il nuovo sindaco, appena ricevuto il mandato, rivolse un ringraziamento al commissario prefettizio Castellana, augurò per il futuro concordia e progresso, ricevette un mazzo di garofani bianchi da Lina Zonza, unica donna eletta nelle liste democristiane - e unica donna in consiglio comunale - e cominciò la sua avventura alla guida del comune. Ad affiancarlo, nella giunta municipale, alcuni volti noti della scena politica locale, come Pietro Ornano (assessore anziano), Antonio Canolinatas, Cesiro Impagliazzo, Donato Pedroni e Giovannino Campus, e l'esordiente Domenico Antonetti.
Il cronista de La Nuova Sardegna chiudeva così il suo resoconto della giornata: "Tolta la seduta, fra i commenti più disparati il pubblico lascia l'aula. Gli avversari della lista DC, alla quale appartiene il neo-sindaco, attendono adesso la prossima crisi comunale, riponendo non poca fiducia nel provvedimento di legge che va prendendo il governo circa l'ineleggibilità degli ex gerarchi fascisti". Dulcis in fundo: "Alla rinnovata amministrazione noi porgiamo i nostri migliori auguri ".
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