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Natura isolana
Malgrado la sua apparenza eterna e immutabile il granito subisce l'azione disgregatrice delle piante, ma soprattutto quella del vento e dell'acqua che lo modellano incidendolo ed erodendolo. E' una trasformazione lentissima e quindi impercettibile; eppure osservando attentamente certe concavità di un masso si può vedere la parte più superficiale quasi sbriciolata per cui basta passare la mano perché piccoli frammenti di roccia si stacchino facilmente.
Le cavità del granito hanno a volte l'aspetto di piccole conche, spesso formano dei veri e propri ambienti riparati, i "tafoni", che l'uomo ha sfruttato, nei secoli, secondo le esigenze nel periodo Neolitico molti tafoni, completati da muretti a secco, sono diventati dimore (Cala Corsara, Villamarina, Monti d'arena, Petrajaccio), in epoca più recente sono stati usati come riparo per il bestiame o anche per seppellire i morti. Altri tipi di roccia, pur se in misura minima, accompagnano il granito nell'arcipelago, riconoscibili dal colore c dall'aspetto: sono schisti e gneiss (giallastri, sensibili all'erosione marina, identificabili, ad esempio, nell'isola Pecora), filoni aplitici (rosa, abbastanza diffusi), filoni di quarzo (bianchi, presenti a Cala d'Inferno, ad esempio), filoni di spessartrite (verde cupo, costituenti vene scure, evidenti a Cala Corsara, a Zanotto, a nord di Caprera), filoni di porfido granitico (rossastro, ben rappresentato a Punta Rossa).
Non a caso i vecchi abitanti delle isole diedero nomi a diverse località dell'arcipelago secondo questi che apparivano elementi diversi nella generale omogeneità del granito. Ma cosa colora di chiazze giallastre o grigie, o verde più o meno spento la parte superficiale delle rocce? Quei tappeti dallo spessore quasi inconsistente, morbidi al tatto nella stagione umida sono piante?
Si tratta di licheni, formazione caratterizzata dalla stretta unione di funghi (che garantiscono il mantenimento dell'umidità e l'apporto di sali minerali) e di alghe (che si incaricano del processo di fotosintesi). L'alleanza produce buoni frutti: il lichene può vivere in condizioni difficili di ospitalità quali quelle che il granito può offrire, contribuendo lentamente, ma inesorabilmente, alla trasformazione della dura roccia in terriccio che poi altre piante colonizzeranno. Infatti il lichene si abbarbica con le minuscole ife nelle microscopiche fratture presenti nella massa apparentemente compatta delle rocce e, attraverso reazioni chimiche, il primo lavoro di disgregazione inizia.
Fra i licheni, i più conosciuti dai bambini di La Maddalena sono quelli del genere Cladonia, dall'apparenza di minuti cespugli secchi, grigiastri, che si raccolgono per fare l'erba del Presepe.
Fino al secolo scorso, invece, gli abitanti delle isole conoscevano un tipo di Roccella, che essi chiamavano "erba tramontana": la raccoglievano per venderla ad un commerciante inglese che la utilizzava per tingere le stoffe di rosso.
Granito
Elemento determinante del fascino dell'Arcipelago Maddalenino è senz'altro il granito, di cui le isole sono composte quasi interamente,nelle sue fantastiche forme. A tratti pare di trovarsi in presenza di antichissimi mostri pietrificati, oppure di paesaggi in caotico disordine, come se la mano di un gigante avesse sconvolto dal sotto in su, la crosta terrestre. Oppure il granito si ordina in "serre" montuose imponenti e verticale - come a Caprera - che, pur non raggiungendo i 250 metri di altezza, sembrano poderose e altissime catene.
Qua e là i massi si svolgono in curve di ineguagliabile morbidità, con seni e dorsi e muscoli armoniosi sotto la pelle della terra: si pensa alle sculture di Moore... . La luce gioca sul granito in un'infinità di toni che, partendo dal colore base grigio e rosato, si esaltano o impallidiscono con la complicita del chiaroscuro, di improvvisi tagli d'ombra e dell'andar del sole tra albe, zenit e tramonti, tra nuvole che lo filtrano, col vento impetuoso che rende l'aria di cristallo o le calme che la velano di foschia.
Mare e vento, le grandi forze plasmatrici, lo sgretolano a tratti in piccole zone di sabbia di diversa granulometria, alcune candide, altre rosatr, tutte pulitissime, crocchianti nella mano.
Quando si formò questo mondo granitico? Le origini di questi ammassi rocciosi riposano nella notte buia del tempo, all'inizio dell'era Primaria o Paleozoica, intorno a 500 milioni di anni addietro, quando Sardegna e Corsica indifferenziate facevano parte di un continente boreale distinto da un secondo blocco di terre australi, divisi da loro da un gran mare battezzato dagli studiosi Tetide.
Una diffusa attività endogena aveva elevato nella zona Sardo-Corsa alte montagne di schisti e gneiss che poi, nel lentissimo scorrere di milioni di anni, vento, pioggia e temperature provvidero a limare e spianare. In questa massa, detta dagli scienziati "cristallino antico", circa 300 milioni di anni fa, avvenne una grandiosa intrusione granitica ercinica. Il granito cioè non nacque per "effusione" dai vulcani, bensì venne "intruso" dalle zone più profonde della terra allo stato di magma, senza però raggiungere la superficie; sotto i primigenii schisti e gneiss si formò per lento raffreddamento il così detto "plutone" granitico, cioè un' ammasso di roccia e cristalli granulari visibili ad occhio nudo.
La sintesi degli studi fatti sulla formazione geologica della Gallura e dell'Arcipelago Di La Maddalena si trova in due opere pubblicate rispettivamente nel 1961 e nel 1962: La prima a cura di Osvaldo Baldacci, come Memoria della Società Geografica Italiana, ha per titolo "Ricerche sull'Arcipelago de La Maddalena". La seconda a cura di Antonio Murineddu, si intitola "Gallura". Ad entrambe le pubblicazioni hanno collaborato i più preparati studiosi si cose sarde e , per la parte geologica e geografica, Silvio Vardabasso, Silvana Bonicelli Vardabasso, Osvaldo Baldacci.
L'origine dei graniti galluresi è un problema molto serio e dibattuto; ci si domanda se il granito sia tutto "intruso", oppure se, come scrive S. Vardabasso, esso abbia fatto "la parte del leone, cioè si è messo al posto degli schisti, divorandoseli". E' annota che localmente nel granito si riscontrano linee confuse, contorte, come se fosse avanzata la "granitizzazione" di uno schisto intensamente piegato e cristallizzato.
Probabilmente il granito gallurese è nato da entrambi i processi geologici: Un'intrusione di magma originario e un processo di metamorfosi delle rocce gneissiche preesistenti per effetto di altissime temperature e pressioni.
Certo è che ben poche traccie rimangono nell'Arcipelago di La Maddalena delle rocce dell'Era Arcaica: si tratta di un nastro di schisti che dalla costa di Gallura (Capo Ferro) si stende in leggiera diagonale verso N-O, affiorando nelle Isole delle Bisce, dei Cappuccini, nell'Isola Rossa di Caprera, nella Pecora, nei Monaci o Sperduti, per giungere all'Isola di Santa Maria con la sua appendice La Presa.
Ciò significa che, dopo la grande intrusione granitica avvenuta 300 milioni di anni fa, le roccie schistose e gnessiche furono progressivamente trasformate a loro volta in granito e in parte erose dal vento e dalle pioggie. Non è da escludersi che un fenomeno di distacco e franamento di grandi placche di roccia gnessiche sia avvenuto nell'Era Terziaria, periodo miocenico, per effetto della frattura tra Sardegna e Corsica, seguito subito dopo da altissime temperature che determinarono il quasi totale prosciugamento del Tirreno.
durante le ripetute regressioni e ingressioni marine succedutesi per effetto delle glaceazioni nell'attuale Era Quaternaria, non risulta che l'arcipelago sia mai stato completamente sommerso e infatti non si sono trovati depositi di fossili marini di una certa consistenza.
Perciò i graniti di La Maddalena e delle altre isole sono rimasti scanditi nelle loro forme, intagliati soltanto dal vento. I loro rilievi hanno una direzione prevalente N-S, particolarmente accentuata nell'isola di Caprera, e nello stesso senso sono orientate le cale e le valli più profonde nelle quali il mare si è incuneato, sia nelle isole che nella costa settentrionale sarda.
L'azione di erosione nei millenni ha poi creato nella roccia una serie di piccole terrazze ad altitudini diverse.
Come in Gallura, sebbene in quantità assai più ridotte, il granito presenta nell'Arcipelago il fenomeno dei "tafoni", massi di roccia tondeggianti, internamente scavati, che spesso danno luogo a forme fantastiche.
Si pensava che essi derivassero da erosioni atmosferiche, ma pareva impossibile che il granito, di cui è nota la durezza e la consistenza, potesse rilevare punti di debolezza non necessariamente coincidenti con la maggiore esposizione al vento prevalente o all'azione delle pioggie.
Finalmente ci si rese conto che il processo di sgretolamento della roccia avveniva dall'interno verso l'esterno.
Scrive Vardabasso in "Gallura": "Pare trattarsi di un processo combinato, chimico e fisico, dipendente dall'umidità del terreno, che per capillarità si infiltra nella roccia cristallina, alterando parzialmente i minerali e sconnettendo la compagine dell'insieme. Il masso granitico, lentamente svuotato del suo nucleo, diventa così un tafone. In un secondo tempo, però, in seguito a rapidi squilibri di temperatura, le pareti della cavità possono andar soggette a rotture e distacchi.
Si arriva così alle forme fantastiche a fungo, ad aquila con le ali spiegate e ad animali mostruosi".
Erano tafoni i ripari sotto roccia dei più antichi abitatori preistorici e lo sono tuttora certi ricoveri per attrezzi e bestiame dei pastori galluresi. Forse il più noto tra i tafoni e quello di Capo d'Orso che dalla costa sarda nei pressi di Palau domina , con la sua inconfondibile sagoma di planitigrado, l'Arcipelago.
Geologia
Secondo una recente teoria geologica sulle terre emerse del mar Tirreno, che risale al periodo compreso tra il 1972 e il 1974 ed è dovuta agli studi dei geologi Alvarez, Giglia, Radicati di Brozolo, Wezel, Cocozza, la Sardegna e la Corsica avrebbero costituito fino all'Era Terziaria un unico blocco unito alle coste meridionali francesi, facente parte di un'ancora incompiuto continente eurasiatico.
L'era Terziaria o Genozoica, che gli studiosi comprendono fra 70 milioni e 1 milione di anni or sono, e nota come la più travagliata della terra per i sommovimenti di grandiosa portata che la caratterizzavano. La cosiddetta "deriva dei continenti" portò ad un immane cozzo tra Africa ed Eurasia che ebbe due principali conseguenze: il corrugamento della crosta terrestre in fenomeno di orogenesi della catena himalayana ed alpina; il frantumarsi del continente europeo in zolle, una delle quali fu quella sardo-corsa saldata insieme e assai più ampia di oggi.
Secondo i geologi sopra menzionati, tale evento dovette verificarsi fra i 16 milioni e i 10 milioni di anni fa, nel Miocene.
Staccatasi dalle coste dell'attuale Francia del Sud, la zolla sardo-corsa inizio una lentissima deriva nel Tirreno con una rotazione in senso anti-orario che la portò ad urtare con la punta meridionale (attuale cagliaritano) contro il Nord Africa, producendo una ulteriore frantumazione delle terre. La Corsica si staccò dalla Sardegna e il mare irruppe attraverso le Bocche di Bonifacio, colmando le valli dell'attuale costa sarda settentrionale e lasciano emergere soltanto le zone più elevate delle catene granitiche galluresi costiere: si formò così l'arcipelago di La Maddalena.
Una seconda grande frattura interessò il versante orientale del continente sardo-corso, da cui si staccò un frammento che combaciava press'a poco con l'attuale costa da Capo d'Orso al Golfo di Orosei; esso "navigò" nel Tirreno meridionale e andò a saldarsi all'estremità della penisola italica, formandone le attuali punte calabra e messinese.
Una terza frattura si determinò diagonalmente nella Sardegna sud-occidentale, creando la fossa del Campidano, lunga 100 km e larga tra 15 e 20; spaccature minori interessarono l'isola da NO a SE.
A partire da 9-10 milioni di anni or sono, il tirreno centrale fu interessato da imponenti eruzioni vulcaniche dalle quali ebbero origine le Isole Toscane: dapprima Capraia e poi in successione l'Elba, Montecristo, Giglio. Alcuni ritengono che Gorgona sia invece un frammento della frantumazione sardo-corsa.
Effusioni di lava scaturirono anche in Sardegna dalla fossa del Campidano e la colmarono, mentre nel Sulcis si formavano le isole di San Pietro e Sant'Antioco. Più tardi, intorno a 7-8 milioni di anni fa, il Mediterraneo subì, a detta degli studiosi, una quasi totale evaporazione per effetto di altissime temperature; ciò produsse un collegamento diretto tra Sardegna Corsica e le Isole Toscane, che fu la più probabile causa della diffusione molte specie animali e vegetali tra queste terre, di cui per decenni la nostra scienza si era chiesta inutilmente la provenienza.
Uno degli scienziati più impegnati nella ricostruzione delle cause geologiche determinanti la presenza di specie animali identiche in Sardegna e nelle Isole Toscane, e F. Giusti che pubblicò i risultati delle sue ricerche nei "Lavori della Società Italiana di Biogeografia". Grande fu dunque il travaglio che diede i natali all'Arcipelago di La Maddalena e i segni di eventi tanto ciclopici sono ben presenti a chi osservi la disposizione frantumata delle isole e della vicina costa sarda.
L'alzarsi e l'abbassarsi delle acque marine non si limitò al periodo miocenico ma dovette verificarsi più volte: oggi si è certi che il livello del mare subì variazioni durante il leistocene, cioè da 1,9 milioni di anni a 10.000 anni fa, ogni volta che nelle fasi più fredde dei periodi glaciali le acque si congelavano ai poli, lasciando il Tirreno pressochè asciutto.
Durante una di tali regressioni marine, 700.000 anni fa, la Sardegna fu raggiunta per la prima volta dall'uomo, forse attraverso uno stretto canale d'acqua rimasto a dividere l'isola toscana di Capraia dalla Corsica, e da qui discendendo via terra attraverso... le valli assolate delle Bocche di Bonifacio.
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