La Maddalena


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La Maddalena sfollata

Guerra > Sfollamenti

Nel 1793, la giovane comunità maddalenina si era trovata a contrastare il tentativo di invasione dei francesi e dei corsi e aveva dovuto sottoporsi al primo sfollamento della sua storia: donne, bambini e anziani erano stati trasferiti a Tempio e a Luogosanto mentre gli uomini validi erano rimasti preparandosi a combattere a fianco dei militari. In quel momento la decisione rivestiva una particolare importanza perché sanciva il definitivo distacco dei maddalenini dalla loro patria d'origine e dava la prova tangibile della loro appartenenza al regno di Sardegna per il quale erano ormai disposti a combattere e morire.

A partire dal 1939, la storia si ripropose riprendendo il filo allora interrotto, con altri protagonisti e con altri esuli, ma con lo stesso dolore di fondo. Chi deve abbandonare la propria casa, e, con essa, tutto il corredo di rapporti umani c sociali con la sua comunità, anche se spinto da una causa di forza maggiore non eludibile, porta con sé gli stessi sentimenti, sempre uguali: incertezza, paura, speranza, ansia, e, su tutto, il desiderio di sopravvivere e di tornare. A distanza di 150 anni, mutate le condizioni politiche, quelle strategiche vedevano ancora su fronti contrapposti l'Italia e la Francia su confini che, come allora, si fronteggiavano vicini quali la Corsica e la Sardegna.

La Maddalena dal 1887 aveva goduto dello stato di piazzaforte marittima, del conseguente benessere derivato dagli investimenti economici, di una modernità nata dall'afflusso di gente di esperienze e provenienze diverse. Ciò poneva i suoi abitanti, a fronte dell'immutabile società gallurese, in una posizione di primo piano: erano osservati nei loro vivaci cambiamenti, invidiati per la sicurezza economica raggiunta e, a volte, criticati per la disinvoltura nei comportamenti e l'eccessiva apertura verso idee nuove che potevano apparire rivoluzionarie. Con la guerra e le sue conseguenze, essi pagarono per quella stessa condizione anche uno scotto sociale nei confronti della Gallura: quelli che sfollavano nel 1939, nel 1940 e nel 1943, non erano pili gli abitanti della piccola Parigi, ma solo "li maddalenini fugghiti"che avevano bisogno di tutto da parte di chi che per tanto tempo li aveva ammirati.

Il professor Manlio Brigaglia vede proprio negli sfollamenti dell'ultima guerra mondiale l'occasione in cui i galluresi si affrancarono da quella condizione di sudditanza psicologica assumendo atteggiamenti di indifferenza o di velata rivincita.

Il periodo dal 1939 al 1943 ha visto tre sfollamenti della popolazione, diversi tra loro per modalità e durata, simili, come si è detto, per sentimenti: il primo a settembre del 1939, il secondo nel mese di giugno del 1940, il terzo nel giugno del 1943; un altro allontanamento dall'isola, che sarebbe avvenuto nel 1938 (ne riporta notizia una lettera del 1940 del prefetto di Sassari Gabetti), non trova riscontri.

Lo sfollamento del 1939

Nel 1939 lo sfollamento avvenne in estate: pochi, i più prudenti, partirono ad agosto, altri a settembre, a seguito dell'invasione della Polonia da parte tedesca e della dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra alla Germania. Era evidente che l'Italia, pur essendo ancora fuori dalla guerra, a questa si preparava con convinzione più o meno accentuata ma inesorabile.

Per tutto l'anno 1939 La Maddalena, come altri punti nevralgici dello scacchiere militare, misurava le sue possibilità di difesa con progressive prove generali che la gente osservava, sempre più abituandosi all'idea che la guerra si stesse avvicinando. A marzo (mentre i tedeschi invadevano la Cecoslovacchia) la direzione Sanitaria Militare del XIII Corpo d'Armata annunciava la distribuzione delle maschere antigas per la popolazione civile, da vendersi "a prezzo di costo" per lire 32 l'una. Negli stessi giorni arrivava, accolto con una grande parata, il labaro della Terza Legione Milmart che, formata alla fine del 1938, si apprestava ad armare la maggior parte delle batterie dell'Estuario. Quindi, di mese in mese, si riproponevano le prove di allarme aereo, con la nuova sirena disposta sull`edificio scolastico, o quelle di oscuramento dell'abitato.

La popolazione assorbiva senza apparente reazione queste manifestazioni di preparazione alla guerra: alla maggior parte degli abitanti esse davano sicurezza, contribuendo a rafforzare l'impressione della Base imprendibile, e, quindi, della città sicura. In effetti, solo di impressione si trattava, valida per gli inesperti: le tante manchevolezze dell'Italia di quegli anni non furono mai portate all'attenzione non solo dei cittadini ma neanche dei vertici che avrebbero dovuto decidere le sorti.

Non e qui il caso di evidenziare la grande impreparazione nel campo strettamente strategico militane, così come in quello economico, della produzione e degli approvvigionamenti. Limitiamoci ad osservare ciò che succedeva alla Maddalena, ad una scala inferiore rispetto a quella nazionale, ma sintomatica per capire i problemi generali e, in particolare, gli avvenimenti che ci riguardano.

L'Estuario pareva potentemente armato e ben difeso. Le batterie dell'Ottocento apparivano ancora poderose e temibili; forse pochi maddalenini si rendevano conto del facto che erano diventate obsolete: ben visibili alle ricognizioni aeree, non potevano più opporre la difesa eccezionale per la quale erano state create. Era stato necessario adattarne alcune, alla meglio, alle sopravvenute esigenze di difesa antiaerea e, soprattutto, crearne di nuove utilizzando sistemi costruttivi inusuali che ne garantivano la totale mimetizzazione: cosi negli anni 1937-38 si era andata allargando la cintura già disposta intorno alla base, con la creazione di nuove batterie edificate in cemento armato e poi ricoperte di scaglie e massi di granito non lavorato che riproponevano perfettamente il profilo naturale del rilievo; gli edifici non erano più accorpati nella massa compatta della fortezza, ma risultavano distanziati fra loro, quasi sparsi sul terreno in modo da renderli meno visibili e irriconoscibili dall'alto. A Spargi nascevano cosi le tre batterie di Zanotto, Petraiaccio e Zavagli; a Caprera quelle di Candeo, Messa del Cervo, Baccà, Punta Coda; alla Maddalena quelle di Carlotto e Spalmatore: dappertutto erano disseminate vedette, difese ravvicinate, punti di avvistamento che avevano rafforzato la nuova barriera di sicurezza.

A maggio 1939, la stipula del patto d'acciaio Fra Italia e Germania sembrò accelerare l'avvicinamento alla guerra e, conseguentemente, costrinse le autorità governative a valutare la necessita dello sfollamento della popolazione civile maddalenina. La prima traccia di tale decisione è contenuta in un biglietto classificato urgente e segreto, inviato dal podestà, Aldo Chirico, su carta intestata "Segreteria del Fascio" al comandante di Pubblica Sicurezza e al Tenente dei Carabinieri, con l'invito a presentarsi alla riunione da tenersi nel gabinetto del podestà il giorno 23 maggio per discutere dello "sfollamento della popolazione civile agli effetti del P.A."

Nelle settimane successive la notizia che bisognava prepararsi a partire ondeggiò incerta fra la gente, avvalorata dalla sempre crescente propaganda contro la Francia, la cui frontiera corsa era troppo vicina alla Maddalena per non preoccupare gli isolani. Intanto le prove di allarme si ripetevano cadenzare, mentre fra prefetto e podestà si svolgevano corrispondenze su temi estranei alla guerra che si avvicinava, temi drammatici quali le leggi razziali o futili quali le norme sull'uso del Lei e del Voi. Infatti, da un lato il prefetto insisteva sulle indagini per verificare la presenza di "appartenenti alla razza ebraica" nella pubblica amministrazione e nelle forze militari; dall'altra scriveva, irritato per l'uso del Lei che denotava, a suo parere, "scarso senso di disciplina e mancanza di carattere" per cui esigeva l'assicurazione che si facesse uso del "Voi sia nei rapporti interni quanto nei rapporti col pubblico".

Lo sfollamento era argomento di secondo piano nella città ancora tranquilla: alcune associazioni, create dal fascismo, più vicine alla società civile, quali l'Unione fascista famiglie numerose, parevano le più: propense all'esodo mentre le autorità governative non apparivano determinate, forse perché consapevoli dei problemi organizzativi ai quali era difficile dare soluzione. Pare di capire che quello di maggiore entità (che si ripresenterà puntuale nei successivi sfollamenti fosse da ricercare nella difficoltà di trovare in Gallura alloggi sufficienti, e a prezzi adeguati alle possibilità dei maddalenini: a poco era valsa la decisione del prefetto di organizzare in ogni paese ospitante una commissione (che doveva essere formata dal segretario del Fascio di Combattimento, dal comandante della stazione dei carabinieri e, eventualmente, dal fiduciario del sindacato dei proprietari di fabbricati), per censire e mettere a disposizione gli alloggi necessari. Perciò partirono soprattutto quelli che sapevano dove andare (presso parenti o amici e alcuni che parevano decisi ad un trasferimento definitivo verso i luoghi d'origine: fra questi qualche campano che approfittava delle convenienti condizioni via mare attraverso le barche da traspono di Ponza o Napoli. Da agosto fino a novembre si registrarono partenze: un esodo ordinato, abbastanza diluito nel tempo, che interessò, però, solo una parte della popolazione. In effetti, la struttura comunitaria rimase salda, tanto che appare eccessivo parlare di vero sfollamento.

Durante l'inverno e la primavera le notizie che arrivavano dai fronti europei aperti da Hitler sembrarono calmare la situazione di tensione che poteva registrarsi alla Maddalena: dopo l'invasione della Polonia Hitler non attaccava la Francia, la situazione era calma, perché non tornare? Cosi pochi rimasero fuori, mentre la maggior parte dei primi esuli rientrava dopo poche settimane o pochi mesi.

Questo primo esodo non ha lasciato tracce importanti, non ha inciso in maniera seria sulle abitudini e sui rapporti sociali: la vita all'isola riprese come sempre cosi come la convivenza con l'apparato militane alla quale tutti erano abituati.

D'altronde pare che neanche le autorità fossero molto convinte della necessità di allontanare la popolazione civile: le scuole rimanevano aperte e quando il prefetto chiedeva se al loro interno erano state create le squadre di primo intervento, il podestà rispondeva, il 26 settembre, che la cosa non si era potuta fare perché "essendo previsto lo sfollamento della popolazione, dovrebbe venire a mancare la necessità di formare delle squadre di pronto soccorso per la protezione antiarea". Come si vede il tono è dubitativo, pare che non ci sia sufficiente convinzione nella giustificazione e determinazione nel promuovere o favorire l'esodo.
Allo stesso tempo lo sfollamento diventava la scusa per non aderire a certe celebrazioni poco sentite quali la festa nazionale dell`uva per cui, alla richiesta del direttore delle corporazioni di Sassari che ne chiedeva esauriente relazione, il podestà aveva buon gioco nel rispondere che la festa non si era potuta tenere perché la popolazione, nel mese di settembre, era impegnata nello sfollamento volontario.

In realtà la vita si svolgeva abbastanza regolarmente e il momento più drammatico di quell'anno, nella memoria della gente, fu considerato non lo sfollamento, ma il naufragio di una bilancella da pesca nel quale erano morti 5 uomini. Erano Pietro e Vincenzo Romano, Gennaro Troisi, Gioacchino Ferrigno e Gennaro Conti. I primi due avevano figli ancora piccoli e la sorte delle famiglie rimaste senza sostegno commosse tutti: le ultime rate della barca, che padron Pietro avrebbe dovuto ancora pagare, finirono abbonate; la solidarietà cercò di alleviate la sofferenza e il bisogno. Anche le autorità governative intervennero e lo stesso Mussolini inviò 6.000 lire da dividere secondo le necessita.

Secondo sfollamento

La vita era ripresa normalmente alla Maddalena, quando il 10 maggio 1940 la Germania decise di imprimere un'accelerazione al conflitto: le truppe tedesche dilagarono avanzando rapidamente e travolgendo o aggirando tutte le difese fino ad arrivare, il 10 giugno, a conquistare Parigi. Nello stesso giorno in cui la capitale francese cadeva 1'Ita1ia dichiarava guerra alla Francia.

Alla Maddalena gli ultimi giorni del mese di maggio 1940 registravano, da un lato, la messa a punto del sistema difensivo da parte del Comando Militare Marittimo e, dall'altro, la preparazione dello sgombero totale della popolazione dallo stesso comando richiesto. E appaiono le prime tracce di scollamento fra prefettura, comandi militari e ministeri nazionali che saranno una costante di questo periodo.

Non conosciamo i piani precedenti alla data del 29 maggio, ma i documenti successivi a questa data mostrano con chiarezza l`assoluta impreparazione ad affrontare il problema.

Il 29 maggio il capo di gabinetto del ministro dell'interno scriveva alla direzione generale della PS comunicando un telegramma ricevuto dal prefetto di Sassari, Gabetti. Questi mostrava tutta la sua preoccupazione per la "inopinata" richiesta avanzata dal comando militare marittimo di far sgombrare "totalmente", in caso di guerra, tutti gli abitanti di La Maddalena, S. Teresa, Arzachena, Palau e San Pasquale, cioè 12.000 persone su un totale di 19.200 abitanti: sarebbero rimasti solo gli addetti alla difesa e ai servizi essenziali. Gli interessati avrebbero dovuto, nel giro di giorni, lasciare le loro case per essere accolti nei pochi paesi dell'interno a questo deputati: Tempio, Calangianus, Luras e Osilo. Conscio della difficoltà di spostare e quindi di alloggiare tanta gente, il prefetto insisteva sulla necessità di limitare gli sgomberi alla sola isola della Maddalena, dichiarava di non esser in grado, verificandosi l'eventualità della "inopinata" evacuazione totale, di assicurare la protezione e la vigilanza delle case e delle proprietà private in un territorio troppo vasto (da Cala Liscia Ruia, in territorio di Arzachena, fino a Santa Teresa) che sarebbe rimasto "incustodito ed esposto ad attività criminose, particolarmente deprecabili per l'apprensione che detto stato di cose avrebbe determinato nei profughi, destando turbamento nello spirito pubblico fin dall'inizio delle operazioni belliche". Non era certo utile ammassare in condizioni precarie gente preoccupata per case e proprietà abbandonate, che avrebbe potuto creare disordini e problemi di ordine pubblico.

Il prefetto faceva notare, con una punta polemica non troppo nascosta, che il Comando Militare Marittimo, impegnato nella preparazione delle operazioni belliche, "in difetto di istruzioni superiori, si asteneva da maggiori precisazioni", lasciando a lui la gestione di quella che ormai egli definiva una "emergenza": le autorità militari non volevano essere coinvolte in compiti di controllo del territorio e di mantenimento dell'ordine pubblico cose che, a loro parere, spettavano agli organi di Pubblica Sicurezza e ai Carabinieri coadiuvati, tutt'al più, dalla Guardia di Finanza. Ma dal telegramma di Gabetti, pur nell'asettica prosa burocratica, emergeva anche che "non risulta(va)no ancora pervenute istruzioni a riguardo del coordinamento fra podestà e altre autorità che avrebbero dovuto organizzare i servizi di vigilanza".

A distanza di due giorni, il 31 maggio, Gabetti confermava le preoccupazioni già espresse, evidenziando la mancanza di mezzi di locomozione per attuare uno spostamento così massiccio. Egli si dichiarava in grado di assicurare solo la parziale disponibilità di alcuni convogli ferroviari che, assorbiti completamente dall'autorità militare per la mobilitazione delle truppe verso le aree costiere e solo parzialmente nel viaggio di ritorno verso l'interno, avrebbero potuto trasportare, andando verso Tempio, una parte degli abitanti. Sconosciute al prefetto le necessita militari, quindi le date e gli orari di arrivo dei convogli ancora più ignote agli abitanti che dovevano mettersi in viaggio con mezzi privati o aspettare alla stazione di Palau per ore, senza alcuna certezza. Nulla era veramente preordinato per assorbire tale massa di persone. Lecita diventa allora la domanda: se la dichiarazione di guerra era nell'aria e se il comando militare aveva chiesto lo sgombero totale della popolazione del nord Gallura, quali piani si dovevano approntare e chi doveva approntarli?

Il prefetto pareva completamente all'oscuro e gli studi accurati, che egli asseriva di avere preparato con congruo anticipo in previsione dello sgombero solo della popolazione maddalenina, erano stati resi, a suo dire, "in parte sterili" dalle sovrapposizioni di disposizioni e di competenze da parte del comando militare. Infatti, un ulteriore problema si era verificato in quei giorni, forse più serio di quelli organizzativi: si trattava dell'assunzione dei poteri civili da parte dell'amministrazione militare che esautorava cosi, totalmente, i funzionari governativi. Una tale sostituzione di competenze costituiva uno smacco inaccettabile e telegrammi e telefonate si rincorsero freneticamente fino a che, per ordine del Ministero della Marina, l'ammiraglio sospese, a partire dal 12 giugno, il provvedimento ripristinando la normale gestione.

In queste difficili condizioni, nell'impossibilità di recarsi alla Maddalena lasciando vacante il suo posto in un momento cosi importante, Gabetti aveva chiesto al ministero dell'interno, Sezione PS, l'invio di un "provetto funzionario" al quale affidare il "delicato complesso incarico"; contemporaneamente aveva sollecitato il sottosegretario di stato perché lo sgombero non fosse immediato, ma diluito in due settimane e, soprattutto, aveva insistito perché questo non riguardasse tutta la popolazione del nord Gallura, ma solo quella della Maddalena. Grazie all'intervento diretto dell'ispettore generale di PS Saverio Polito, arrivato nel frattempo e subito inviato alla Maddalena, si ottenne da parte delle autorità militari un ridimensionamento del piano di evacuazione; l'ammiraglio comandante militare marittimo accettò di fare sgomberare solo la popolazione civile della Maddalena, in quanto la più esposta agli attacchi nemici, mentre per gli abitanti di Santa Teresa, Palau, Arzachena e San Pasquale giudicava accettabile uno "sfollamento", intendendo con ciò un diradamento volontario delle persone verso la campagna.

E lo "sgombero" dalla Maddalena iniziò; i più abbienti potevano scegliere dove andane perché indipendenti economicamente: vecchie amicizie, parenti, compari furono mobilitati per procurare alloggi; gli altri dovevano essere avviati ai villaggi già identificati, assistiti dallo stato. Erano questi "altri" a preoccupare maggiormente perché per loro tutto doveva essere predisposto dal Ministero dell`Interno, ovvero dal suo funzionario provinciale, il prefetto, sul quale avrebbe pesato l'intera responsabilità: data per scontata la soluzione del problema trasporti attraverso treni e camion militari, bisognava garantire da subito l'accoglienza e cioè i pasti e l'alloggio. Alle prime sollecite richieste, a riprova del fatto che non esisteva un vero piano di accoglienza, Gabetti trovò solo porte chiuse e risposte negative anche da quegli apparati dello stato che avrebbero dovuto dare la piena collaborazione. Per i pasti la Croce Rossa, deputata per legge a tali interventi e interpellata attraverso il suo Comitato Provinciale, rispondeva telegraficamente di essere "completamente sprovvista qualsiasi materiale di soccorso et militi" per cui si trovava nell'impossibilità di agire: si giustificava adducendo le richieste precedentemente avanzate ai superiori e rimaste senza risposta. Gabetti doveva ripartire da zero.

Egli chiedeva, quindi, l'invio di tende, come soluzione temporanea resa possibile dalla clemenza della stagione, per far fronte ai primi concentramenti: poco a poco, secondo lui, ci sarebbe stata una sistemazione graduale presso le famiglie dei centri ospitanti e una dispersione progressiva verso l'interno della Sardegna. Il 4 giugno arrivava la risposta negativa sulla disponibilità di tende. Ben consapevole della scarsa possibilità ricettiva dei centri interni della Gallura e dell'Anglona deputati ad accogliere i profughi, Gabetti cercava un'altra soluzione, quella degli edifici scolastici.

Stavolta fu il ministero dell'educazione nazionale ad opporgli "un netto rifiuto", costringendolo ad "invocare il diretto interessamento di S.E. Bottai il quale si compiacque aderire" alla richiesta. Febbrilmente, sempre con telegrammi, si stabilirono i contatti con i direttori scolastici e con i podestà dei comuni interessati e le scuole furono preparate: cucine economiche nei locali più ampi avrebbero garantito ranci collettivi, pagliericci e materassi avrebbero trasformato le aule in dormitori.
Il giorno 10 giugno Gabetti poteva relazionare al sottosegretario Buffarini che 3.500 persone "provviste di mezzi propri", con l'aiuto di "facilitazioni e necessarie riduzioni" per il trasferimento con i mezzi dello stato, erano già partite dalla Maddalena e che da quel giorno iniziava lo "sgombero della popolazione meno abbiente" che doveva essere concentrata in scuole e asili dei comuni di Osilo, Tempio, Calangianus, Nulvi, Martis, Perfugas, Luras.

Si svolgeva così, in pochissimi giorni, quello che Gabetti, nella sua prosa resa fluente dall'ottenuta tranquillità del problema ormai risolto, definiva "uno sgombero affrettato e tumultuoso", ordinato per quanto era possibile in quel clima di timore serpeggiante fra la gente che si assiepava nei punti di imbarco, scambiava voci e notizie, si faceva interprete di bisogni, ma che accettava, comunque, abbastanza disciplinatamente, attese e ritardi. Il panico poteva scoppiare improvviso, non necessariamente causata da un attacco aereo o da un bombardamento navale: la sola notizia di un evento del genere poteva farlo esplodere. Tutto, invece, si svolse senza incidenti.

Quale era l'atteggiamento degli interessati? Secondo la relazione ufficiale di Gabetti (stilata a luglio quando i maddalenini erano già rientrati) le famiglie si erano mostrate riluttanti ad abbandonare le proprie case perché "perdurava in esse il ricordo dei precedenti sgombri del 1938 e del 1939 (svoltisi con qualche inconveniente) in modo che molti persistevano a sperare in una soluzione pacifica della crisi internazione che loro evitasse il disagio di allontanarsi nuovamente". Gli sfollati erano prevalentemente donne e bambini di tutte le età che sciamarono portando sulla testa, a spalla o trascinandoli, i loro carichi poveri e preziosi al tempo stesso: c'erano le cose che potevano rivelarsi utili nei primi giorni e quelle che non si voleva lasciare nelle case vuote; alcuni avevano procurato un carro a buoi a Palau e su questo avevano caricato masserizie, pentole, stoviglie, materassi e valigie che ondeggiavano paurosamente sulle strade dissestate. I più fortunati erano quelli che si trasferivano in barca per le vicine coste di Cannigioni, Barca Brusgiata o Santa Teresa. Il treno, partito da Palau, scaricava nelle stazioni persone e bagagli che lentamente si avviavano su strade sterrate per percorrere i pochi metri o i chilometri che li separavano dalla loro destinazione. Per qualche ammalato provvide la Croce Rossa, servendosi di ambulanze giunte dal continente perché in Sardegna, a riprova dell'impreparazione anche in questo campo, non ce n'erano.

"Gradualmente e ordinatamente" (e, soprattutto, celermente se dobbiamo credere alla data finale dell'evacuazione, l'l1 giugno), la città fu sgomberata "con spese limitate" per lo stato, visto che i più abbienti provvedevano da soli e agli altri era garantito vitto e alloggio ma nessun sussidio in denaro, malgrado fosse perfettamente chiaro al prefetto che "quella popolazione prevalentemente femminile ed infantile fuori dal proprio comune, manca(va) di mezzi di sussistenza", che il numero dei bisognosi sarebbe aumentato col passare del tempo, mano a mano che le povere scorte in danaro fossero finite, con conseguente ricorso all'aiuto dello stato e che la mietitura prossima, con la quale Gabetti sperava di impiegare per qualche giorno almeno una parte delle donne sfollate, avrebbe costituito solo un temporaneo alleggerimento della situazione.

Credo che vadano attribuite all'abituale retorica del tempo le considerazioni finali della relazione che Gabetti scrisse a cose ultimate, quando un sospiro di sollievo dovette siglare la fine delle operazioni:" Segnalo con particolare compiacimento che i profughi, malgrado il notevole disagio, hanno serbato un forte e nobile contegno manifestando la più calda riconoscenza per sentirsi amorevolmente assistiti da Autorità e Gerarchie di ogni ordine e grado. Ciò ho potuto personalmente appurare in accurate ispezioni da me eseguite, anche nell'intento di recare l'attestazione della paterna sollecitudine del Duce, verso il popolo che con unanime dedizione offre alla Patria il braccio e la fede …. (I non abbienti vivevano) assistiti a spese dello Stato, a mezzo di Enti comunali di assistenza, con l'amorevole intervento dei fasci Femminili e delle Suore di carità, anch'esse profughe dalla Maddalena".

Fortunatamente l'armistizio chiesto dalla Francia (e firmato il 22 giugno) eliminava il pericolo di possibili attacchi dalla Corsica ponendo, cosi, le premesse per un possibile rientro degli sfollati; il prefetto approfittava subito della mutata situazione per chiedere il ritorno degli esuli con una sollecitudine alla quale non era estranea la difficoltà di mantenerli in una situazione economica generale che si presentava molto difficile: "... tale ritorno sarebbe desiderabile anche per ragioni d'indole sociale, posto che i raggruppamenti di centinaia di persone danno luogo ad inevitabili inconvenienti di natura igienica, mentre il mantenimento dei profughi, particolarmente costoso per lo stato, li abitua a ricevere il soccorso". Non ricevendo adeguata risposta, scriveva ancora l'11 luglio prospettando una situazione meno edulcorata; la popolazione sgomberata assommava a 5.000 persone di cui 1.300 mantenute a spese dello Stato in vari posti di concentramento; le condizioni igieniche potevano dirsi sotto controllo ma, con l'avanzare dell'estate, si presentava la paura di qualche epidemia provocata dalla scarsa pulizia personale e dei locali, alla quale non era estranea. la insufficienza di acqua, di mezzi per lavare e lavarsi, e dal fatto che gli sfollati "vivevano accantonati con paglia a terra ". Per di più essi avevano ormai esaurito i normali mezzi di sussistenza per cui si presentava "urgente necessità integrale sostentamento carico bilancio Stato con evidente disagio e rilevante spesa".

Era quindi indifferibile la richiesta da porgere allo Stato Maggiore della Marina perché si assumesse la responsabilità di approvare il ritorno a casa dei maddalenini. E finalmente, il 15 luglio, il ministro Buffarini comunicava che si poteva rientrane assicurando il viaggio gratuito e raccomandando l'assistenza a quella parte di popolazione che manifestasse maggiore bisogno. In 3 giorni la maggior parte degli sfollati era rientrata senza inconvenienti e, assicurava l'ispettore Polito, "i rimpatriati non si stancano manifestare commossa gratitudine DUCE per larga benefica assistenza".

Lo sfollamento del 1940 aveva evidenziato problemi difficili da risolvere, inadeguatezza delle strutture ricettive, insufficienza delle risorse economiche per sopperire alle necessità degli sfollati nel caso di un lungo periodo di lontananza, l'inevitabile affollamento in locali troppo angusti e i conseguenti rischi di epidemie legate alla stagione calda. Tutto ciò avrebbe dovuto quanto meno far pensare ad un programma più accurato da predisporre nei mesi successivi per affrontare il ripetersi della situazione: possibile che l`i1lusione di un conflitto rapido avesse fatto dimenticare tale necessità? Possibile che, al contrario di quanto era successo nel 1939, quando la popolazione era stata invitata a sfollare sulla base del pericolo rappresentato da una guerra nella quale l'Italia non aveva ancora un ruolo diretto, ora che la nazione era davvero coinvolta si preferisse mantenere gli abitanti al loro posto? Si pub dire che tale scelta fosse determinata dalla certezza che le operazioni di guerra continuassero a svolgersi lontane e non toccassero direttamente l'isola? Ciò potrebbe, forse, valere fino alla fine del 1942, quando la situazione di netta prevalenza tedesca in Europa e in Africa cominciò ad incrinarsi determinando un capovolgimento di situazioni. Le notizie sul peggioramento dei risultati sui vari fronti arrivavano; le sconfitte italiane evidenziavano strutture e armamenti insufficienti dei quali molti alla Maddalena prendevano coscienza mano a mano che filtravano brandelli di dettagli sugli affondamenti di navi della nostra marina, dettagli che arrivavano più direttamente grazie ai numerosi imbarcati maddalenini, malgrado lo schermo apposto dalla propaganda di regime che tentava di occultare le perdite e di ingigantire i risultati positivi.

Anche alla Maddalena i problemi pratici si acuivano: i trasporti e gli approvvigionamenti diventavano sempre più difficili, l'apparato difensivo pareva reggere solo perché non veniva provocato che da ricognitori aerei che volavano alti e non avevano interesse, momentaneamente, ad attaccare. La convinzione dell'inespugnabilità della base rimaneva, ma avanzava la sfiducia: sintomatico il fatto che anche alcuni ufficiali della Milmart addetti alle batterie contraeree si scambiassero fra loro le impressioni sulla inadeguatezza delle loro armi che non sarebbero state in grado di raggiungere le quote di sorvolo di eventuali aerei attaccanti.

In questa situazione la popolazione dei punti potenzialmente più caldi della Sardegna, e La Maddalena e Cagliari erano fra questi, continuava a rimanere al suo posto, nell'impreparazione più assoluta ad un suo spostamento.

Quanta fosse l'impreparazione lo si può ricavare da una particolare corrispondenza, del mese di settembre del 1942, intercorsa fra il comandante generale delle forze armate in Sardegna, generale Antonio Basso, e i prefetti del1'iso1a. Si ha l'impressione che gli interessati fossero preoccupati più di salvare le apparenze, lasciando traccia scritta dei loro interventi, che di risolvere veramente problemi che apparivano a tutti insolubili: sia il comandante militare che i prefetti conoscevano le difficoltà degli approvvigionamenti, degli spostamenti della popolazione urbana nelle campagne esauste la cui produzione era requisita, della ricerca di alloggi nei villaggi inadeguati ad accogliere di persone ed ad assorbirne l'impatto sugli scarsi servizi disponibili.

Il generale Basso chiedeva ai prefetti delle province sarde se erano state predisposte azioni in ordine a:

-sgombero della popolazione in caso di operazioni,
-servizio di ordine pubblico nelle città negli stessi casi,
-sistemazione della popolazione civile in caso di mancato rifornimento da parte del continente.

Nel caso in cui niente fosse stato approntato Basso chiedeva ai prefetti di "esaminare e risolvere il problema affidandolo ad apposito comitato formato da rappresentanti dell'autorità militare e di codesta prefettura". Non abbiamo la risposta del prefetto di Sassari, ma quello di Cagliari evidenziava, credo, gli stessi problemi che riguardavano tutta la Sardegna. Quanto poco fosse stato predisposto é chiaro nella sua risposta del 26 settembre 1942: tutti i problemi relativi allo sgombero di ospedali, carceri, uffici pubblici e abitanti civili era stato abbondantemente esaminato prima della dichiarazione di guerra per addivenire alla sconsolata conclusione che "difficoltà insormontabili" si opponevano per "mancanza di posti dove trasferirli". Dopo i primi bombardamenti successivi alla dichiarazione di guerra, molti cittadini, fra quelli considerati abbienti si erano trasferiti nelle campagne da dove erano stati "ricacciati" verso la città dalle enormi difficoltà incontrate nel procacciarsi il cibo e dalla malaria. Il prefetto quindi, esaminando le precise richieste di Basso rispondeva in tono secco che:

1- lo sgombero della popolazione civile era praticamente inattuabile;
2- nel caso di interruzione dei rapporti con il continente l'unica soluzione prospettabile era il razionamento delle risorse (scarse) presenti in quel momento,
3- era inutile nominare commissioni ad hoc perché non c'era molto da organizzare.

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