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Granito e cave
Venivano dalla Maddalena, dovendo percorrere a piedi la strada che li separa dal posto di lavoro, par
Ricostruire la vita degli operai di cava significa non solo descrivere il lavoro di ogni categoria, ma anche di ricreare l'immagine degli uomini, con alcuni tratti significanti, ricordandone, ad esempio, il modo di vestire, le abitudini, le concezioni religiose e politiche.
Le caratteristiche fondamentali dell'abbigliamento restano invariate negli anni, costituendo quasi, per la loro uniformità, una divisa: durante l'inverno tutti portavano maglie intime e mutande di lana, camicie di mollettone, pantaloni di fustagno molto resistente chiamato "pelle di diavolo", giacca di fustagno o di velluto; ai piedi le pezze di lino o di tela (più recentemente le calze) e gli scarponi di cuoio chiodati; in testa il cappello con la falda intera o il basco o il berretto a bicicletta.
Nella stagione calda le uniche variazioni riguardavano la camicia (di cotone più leggero, sostituita a volte dalla maglietta) e la paglia foderata di tela o il cappello di sughero che molti avevano portato dall'Egitto.
Per difendersi dal sole dell'estate costruivano una sorta di rudimentale tenda monoposto con sacchi cuciti tra loro, sostenuti da cavalletti che potevano essere spostati seguendo il corso del sole. In inverno, per evitare che il freddo spaccasse la pelle indurita delle mani, alcuni adoperavano il sego, che ammorbidisce e protegge.
Al mattino quelli che vestivano di casa alle sette per essere in cava entro le otto, quando il suono della campana, dall'alto del deposito grande, annunciava l'inizio delle attività.
Ognuno portava con se il pranzo costituito da pane e mortadella, o patate, pomodori in estate, o pesci fritti, o minestrone della sera prima, raramente la pastasciutta, più spesso pane e fichi o pane e formaggio.
A mezzogiorno, quando il suono della campana annunciava la sosta (di un'ora d'inverno e di due ore d'estate), ognuno scaldava il gamellino sulle braci della forgia e, all'aperto o al riparo di qualche tafone provvidenziale si consumava il pasto.
In inverno il lavoro pomeridiano finiva alle cinque, in estate alle sei; quando però la ditta doveva fare delle consegne e occorreva accelerare i tempi, i fatturanti lavoravano fino a che la luce del giorno lo permetteva e, a volte anche al buio con le lampade in acetilene.
Questo avvenne ad esempio nel 1920 quando si dovettero preparare i pezzi della platea e le porte per lo sbarramento del Velino (Terni) e consegnare il lavoro entro agosto, perché fosse messo in opera prima della stagione delle piogge.
E il tempo libero? Gli scalpellini erano abili cercatori di funghi, discreti pescatori dilettanti e grandi amanti del vino. In effetti, mentre i più giovani, dovendo cercar moglie, preferivano passeggiare in paese e andare alle feste da ballo, quelli già accasati passavano volentieri il loro tempo libero all'aria aperta, ma spesso, soprattutto nelle lunghe sere d'inverno, li si trovava in folti gruppi nelle cantine.
La maggior parte degli scalpellini era atea e quindi conosceva la chiesa soltanto per il battesimo, la cresima, il matrimonio e la morte: erano bestemmiatori accaniti con una speciale varietà sul tema.
Politicamente quasi tutti erano socialisti, contrari al fascismo e dovettero per questo subire qualche prepotenza.
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