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Libri e ricerche > Pane del governo - Libro di T. Abate e F. Nardini
L'insolita grande coalizione, all'apparenza solida e caratterizzata dalla funzione anticlericale premiata dall'elettorato il 26 maggio 1952, non resistette a lungo. Gli obiettivi della svolta politica inaugurata con la vittoria elettorale, non furono raggiunti. Gli esponenti democristiani, abili nell'arte della mediazione, seppero giocare sulle debolezze di alcuni esponenti della 'Lista Cittadina', ambiziosi e legati al mondo dell'imprenditoria e dei commerci. L'illusione del cambiamento si scontrava con una realtà ben più prosaica. L'Italia usciva dalla guerra, con il robusto sostegno finanziario americano. La scelta di campo era stata compiuta, ormai. In una realtà minuta ma di rilievo internazionale, com'era quella de La Maddalena, non poteva essere tollerato che le risorse trasferite dallo stato per consentire la ricostruzione, e che le grandi opere pubbliche su cui questi capitali erano canalizzati, fossero amministrate da entità aliene al sistema che era stato creato.
Ci furono tre passaggi chiave a determinare la fine anticipata della grande coalizione e il ritorno alla normalità: le dimissioni del sindaco civico Renzo Larco, dopo solo quindici giorni di mandato, la sua sostituzione con l'esponente socialista Salvatore Vincentelli contro il parere della componente massonica della 'Lista Cittadina' e l'abbandono del treno in corsa da parte di alcuni dei consiglieri 'apolitici' e legati dalla 'fratellanza' del Grande Oriente d'Italia, abbandono che sancì la fine della breve esperienza amministrativa in cui era stata sperimentata la formula dell'alternanza, con il partito più forte a livello nazionale che, in un altrove non troppo lontano, era stato mandato all'opposizione.
Il sindaco intellettuale, liberale e massone, aveva goduto di un passato illustre, da inviato di guerra e da testimone di avvenimenti che avevano cambiato il mondo. Renzo Larco, però, fu letterato a tutto tondo, abile nell'arte dello scrivere e del raccontare i fatti, senza dimestichezza nel gestire il potere politico e l'amministrazione della sua città. Accortosi ben presto dell'errore commesso nell'accettare la nomina a sindaco, l'anziano giornalista, il 18 giugno, rassegnò le dimissioni, attraverso una lettera inviata all'assessore anziano Luigi Papandrea e al Prefetto di Sassari. L'unico atto di rilievo compiuto da Larco sindaco fu l'accoglienza al Presidente della Repubblica' Luigi Einaudi, giunto a La Maddalena da Napoli a bordo dell'incrociatore 'Andrea Doria' per commemorare il settantesimo anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi. Era accompagnato dalla moglie donna Ida, dal ministero della difesa Randolfo Pacciardi, dal presidente della giunta regionale Luigi Crespellani e dal prefetto di Sassari. Alle commemorazioni presero parte anche Attilio Piccioni, vicepresidente del Consiglio, il senatore Aldo Spallicci, presidente del Comitato Nazionale Garibaldino e l'onorevole Giuseppe Chiostergi in rappresentanza delle due Camere. Fu ricevuto nella dimora di Caprera dalla figlia dell'Eroe Clelia e ripartì per Napoli verso le ore 13. Einaudi e Larco, entrambi liberali, avevano lavorato assieme al 'Corriere della Sera', diretto dal Luigi Albertini, dove l'uno scriveva di economia e l'altro era inviato al servizio esteri. Su 'La Nuova Sardegna' dello stesso giorno apparve un articolo di fondo a firma dello stesso Renzo Larco riguardante proprio la presenza del Capo dello Stato a La Maddalena. L'articolo era titolato 'Garibaldi o della semplicità' e tesseva le lodi di Luigi Einaudi chiamandolo "uomo semplice e di altissima dottrina (…). Il popolo maddalenino saluta del pari gli uomini di governo convenuti a Caprera e vuole ad essi ricordare che la Maddalena, già validissima sentinella a ponente della Penisola, attende di non essere più considerata la grande dimenticata di questo dopoguerra".
"Cosa si prova a fare il Sindaco? - si chiese Larco - Soprattutto si prova un grande senso di tristezza".
Un sentimento negativo provocato dalla constatazione, concreta, della povertà in cui versavano i maddalenini che avevano affrontato la guerra e che ritornavano i città dopo gli sfollamenti imposti. I casi d'indigenza, di singole persone o di intere famiglie, che il sindaco elegante e raffinato aveva dovuto affrontare durante il breve periodo di mandato, erano tante e tali che lo inducevano a uscire ogni giorno dal proprio gabinetto "con l'animo piagato".
"Che fare, come rimediare alla condizione disperata di tante madri che non hanno di che sfamare o, piuttosto, addirittura di smorzare la fame dei loro figli? Vi sono donne che hanno i mariti in carcere (e sia pure per loro provata colpa), le quali non ricevono un sussidio, non trovano occupazione e si dibattono tra le spire della disperazione di chiudere ogni giornata di attesa con materiale assopimento della quotidiana fame. Vi sono uomini che per mesi, per lunghissimi mesi, non trovano lavoro…. Moltissimi di noi che, bene o male un pranzo e una cena la rimediano, non ci poniamo il problema di come vivrà tanta gente dai visi terrei che incontriamo occasionalmente per la strada. Ma il Sindaco, di questa patita umanità, ogni giorno viene a contatto".
Il riscontro di una situazione oggettiva drammatica e il riconoscimento dell'incapacità di essere all'altezza del compito affidatogli, in prima battuta dai 'fratelli' massoni - il suo principale sostenitore era uno dei grandi maestri della Loggia Garibaldi, Nino Baiardo - e, successivamente, dai partiti che rappresentavano i ceti meno abbienti, si accompagnavano alla critica nei confronti di quei concittadini che, a dire di Larco, ritenevano le cariche di consigliere, di assessore comunali o di sindaco, strumenti utili per soddisfare i loro casi privati.
L'elezione di Renzo Larco era avvenuta il 3 giugno. La sua decisione di dimettersi fu dichiarata, da lui stesso irrevocabile, il giorno 18 dello stesso mese. Il futuro della giunta laica e di sinistra si prospettava in tutta la sua imprevedibilità. Quale personaggio di eguale levatura si sarebbe potuto trovare, all'interno della 'Lista Cittadina', per essere proposto agli alleati? Il problema che si presentava non appariva di facile e sbrigativa soluzione. Durante la campagna elettorale e, ancor prima, in sede di formalizzazione dell'accordo politico che portò all'apparentamento delle tre liste (PCI- PSI- Lista Cittadina), i laici e i socialcomunisti concordarono su un punto: il sindaco sarebbe dovuto spettare alla 'Lista Cittadina'.
Lo stesso Luigi Papandrea, vicesindaco, convocò il consiglio comunale in seduta straordinaria per il pomeriggio del 1° luglio. All'ordine del giorno erano poste le dimissioni di Renzo Larco e la nomina del nuovo sindaco. Vi era il reale pericolo di un conflitto fra le varie parti che componevano la grande coalizione anticlericale. Andava da sé che i partiti di sinistra avrebbero profittato della situazione difficile degli alleati per far passare un candidato a sindaco in quota comunista o, al massimo della concessione, socialista. Come dimostrarono i fatti, non ci furono tante possibilità di trattare con duttilità e con accondiscendenza: la forza dei numeri stava dalla parte dei 'rossi'.
Sicché, i 'fratelli' dovettero ingoiare il rospo dell'elezione a sindaco del geometra Salvatore Vincentelli, socialista di lungo corso, responsabile dell'ufficio tecnico della Sezione del Genio Marina Militare.
La seduta dell'assemblea civica fu però ricca di colpi di scena. Accaddero alcuni fatti che si rivelarono cruciali per il percorso futuro della maggioranza.
Consumati i rituali conseguenti alle dimissioni di un sindaco e rivolti i ringraziamenti e gli auspici di prammatica, i consiglieri presenti avrebbero dovuto procedere, finalmente, alla nomina del nuovo capo dell'amministrazione.
Risaltò un dettaglio non trascurabile: mancarono di partecipare all'importante riunione di consiglio i consiglieri civici Pietro Ornano, Marco Antonio Bargone, Giovanni Farese e Natale Berretta, alcuni di questi legati dall'affiliazione alla massoneria. A quest'assenza ingiustificata si sarebbe dovuta dare, e fu data - visto che gli assenti in un momento successivo chiarirono il loro comportamento - un'unica interpretazione: i 'fratelli' non avrebbero tollerato che la poltrona di sindaco fosse potuta diventare oggetto di desiderio di un 'compagno' socialista o, peggio ancora, comunista. Si trattava, in ultima analisi, del presupposto ad un accordo con la DC per riportarla al potere.
L'unità, a discapito dei principi professati, non regnava neppure all'interno della massoneria visto che il vicesindaco Luigi Papandrea e il consigliere Giacomo Origoni dichiararono che da quel 1° luglio 1952 non avrebbero più fatto parte del gruppo 'Lista Cittadina' e che avrebbero votato per Salvatore Vincentelli. Lo 'strappo' si palesava in tutta la sua consistenza.
Egidio Cossu, per la lista 'Sardegna e stella' (PCI) e Giovanni Usai, per la lista 'Libro, falce e martello' (PSI) fecero la dichiarazione di voto per il loro candidato di bandiera, vale a dire Vincentelli, che fu proclamato sindaco avendo ottenuto 16 voti di preferenza. I consiglieri presenti in aula erano 25. Quelli che non votarono per il leader locale del PSI consegnarono la scheda in bianco furono i restanti 9. Una maggioranza risicatissima, ma valida.
Il neosindaco ringraziò coloro che avevano riposto in lui la fiducia e invocò la collaborazione di tutti i consiglieri comunali per poter assolvere nel migliore dei modi il mandato che gli era stato affidato. Le sue ambizioni non erano tali da portarlo ad aspirare a ricoprire il prestigioso e difficile incarico istituzionale. Per questo chiese a qualcuno dei consiglieri della maggioranza di spiegare all'uditorio le valutazioni che stavano alla base della candidatura che aveva infranto i precari equilibri. Accolse l'invito il comunista Cossu, il quale compì un excursus a ritroso: le tre forze alleate avevano stabilito che il sindaco sarebbe dovuto essere scelto fra i consiglieri della 'Lista Cittadina', con l'accordo dei rappresentanti degli altri gruppi consiliari di maggioranza. Era stata proposta la candidatura di un esponente 'civico' (Luigi Papandrea) candidatura che non era risultata gradita ad alcuni colleghi di gruppo - i quattro assenti - infrangendo gli accordi che erano stati sottoscritti. Constatata la debolezza manifesta dei compagni d'avventura laici, i socialcomunisti avevano tempestivamente occupato lo spazio che era lasciato libero: il sindaco divenne affar loro.
Ma il pilastro su cui si reggeva questo edificio traballante non avrebbe tardato a cedere in maniera definitiva. Con un colpo di coda Giacomo Origoni, uno dei due consiglieri civici dissidenti, si adoperò per un rafforzamento della maggioranza, ormai sbilanciata nettamente a sinistra, cercando l'appoggio esterno di quegli uomini di valore che, a prescindere dalle ideologie, avrebbero potuto offrire la loro collaborazione, per il bene de La Maddalena. Si trattava di un messaggio esplicitamente rivolto ai democristiani che stavano all'opposizione.
L'intervento di Origoni, attore in pensione, poneva in evidenza il timore diffuso dei ceti moderati rappresentati nel consesso cittadino: se fossero state le sinistre a comandare, se al loro potere non fosse stato posto un freno e stabilito un contrappeso, si sarebbe corso il rischio di consegnare al 'popolo bue ' le chiavi della città, con le conseguenze che i 'civici' potevano immaginare.
Impedire che i 'rossi' si fossero posti alla conduzione della locomotiva, alla guida del treno che era partito quel magnifico - per le sinistre - 26 maggio, giorno della vittoria elettorale e del riscatto dopo le sonore batoste: questo fu da allora in poi lo scopo dichiarato. Ma la classe operaia, sindacalizzata e politicizzata, non aveva nessuna intenzione di mollare la presa.
Le vicende dell'Arsenale militare, i licenziamenti del 24 giugno, avevano fatto divenire il ceto borghese, assimilato al governo, dispensatore d'ingiustizia sociale, facile bersaglio di proteste e di giudizi negativi.
Se non fosse stato per un consigliere comunale del PCI, Salvatore Magnasco, il problema dei licenziamenti dei 16 dipendenti civili della Marina Militare, sarebbe scivolato tra le pieghe di una riunione movimentata, dove, appunto, il problema sociale e la vita di tutti i giorni, non avrebbero trovato riscontro nelle aule del palazzo municipale.
Magnasco pretese che i colleghi avessero ascoltato e sottoscritto con il loro assenso formale una mozione che egli aveva predisposto - e che sarà citata anche alla Camera dei Deputati - la quale impegnava il consiglio comunale ad interessarsi della sorte degli operai licenziati e ad adoperarsi affinché lo stabilimento industriale militare non fosse definitivamente liquidato.
L'Arsenale costituiva per i maddalenini la principale fonte di reddito: i licenziamenti e la minaccia di chiusura, da parte del Ministero della Difesa, sarebbero diventati un incubo per la popolazione.
Magnasco chiese quindi che il consiglio avesse incaricato la giunta municipale di assumere tutte le iniziative opportune, al fine di risolvere il grave problema che si era venuto a creare. Il democristiano Donato Pedroni, che di lì a qualche giorno si sarebbe recato a Roma, al ministero, inviato direttamente dal parroco per vederci chiaro sulle ragioni dei licenziamenti, cercò di opporsi alla proposta del collega comunista, perché l'argomento che questi aveva affrontato non era iscritto all'ordine del giorno.
Il vicesindaco Luigi Papandrea, che presiedeva l'assemblea, rilevò che il tema, pur esulando dalle competenze del consiglio comunale, implicava un atto di solidarietà umana, da parte dell'istituzione, nei confronti delle famiglie di quei cittadini che avevano perduto il posto di lavoro. Per questa ragione dispose che il consiglio avesse autorizzato la giunta a stabilire i contatti con le autorità militari e con il ministero competente, per risolvere la questione nel modo migliore. L'ordine del giorno Magnasco venne, infatti, approvato all'unanimità e fu citato per intero, alla Camera dei Deputati, dal deputato comunista Luigi Polano.
Colpire le sinistre
Fu sicuramente all'indomani della presa di conoscenza del risultato delle urne della consultazione del 26 maggio 1952 che il problema del contenimento dei 'rossi' nelle aziende pubbliche si drammatizzò e prese avvio il piano teso a colpire in modo sistematico la sinistra, per bloccarne i successivi sviluppi. Fondamentale allo scopo fu la decisione di colpire il cuore del sindacato socialcomunista e della commissione interna: eccetto alcuni casi sporadici tutti i licenziati dell'Arsenale Militare erano impegnati in attività di partito o di rappresentanza operaia.
Era una condizione che non si registrava soltanto negli stabilimenti militari. In quegli anni, in tutta Italia, il ceto padronale stava avviando una fase di riscatto post-resistenziale e, nelle fabbriche, riconquistavano potere e autorità, spalleggiati, se così si può dire, da un governo centrale disposto a chiudere più di un occhio su questa strategia d'intimidazione.
Paul Ginsborg storico inglese che ha vagliato da vicino i fenomeni sociali legati alla ricostruzione dell'Italia post-bellica, scrive: "Ai membri delle commissioni interne era proibito spostarsi dalle fabbriche durante le ore di lavoro, non ricevevano più permessi retribuiti per compiti sindacali, ne era loro permesso, dentro le fabbriche, di affiggere avvisi o di avere una stanza in cui riunirsi. Con simili limitazioni, i rappresentanti degli operai persero rapidamente terreno di fronte ai capireparto, i quali avevano piena libertà di risolvere i problemi quotidiani. La direzione rifiutava di collaborare con le commissioni interne dominate dalla CGIL…."
In questo regresso sorprendente della condizione operaia agì l'interesse e l'influenza del governo americano per le aziende italiane. Un interesse che non era economico, ma politico, caratterizzato da una strategia mirata a far recedere gli operai dalle lusinghe del PCI.
L'ambasciatrice statunitense in Italia, la famigerata Claire Booth Luce, ebbe a rimproverare l'amministratore delegato della Fiat, Vittorio Valletta, perché "a lato dei larghi sacrifici fatti dagli Usa - oltre un miliardo di dollari - la situazione del comunismo in Italia, in luogo di retrocedere, parrebbe in continuo progresso".
Per giunta, i membri del Congresso americano erano rimasti sfavorevolmente impressionati dalla consolidata forza della CGIL nelle commissioni interne e dallo scarso progresso della nuova sigla sindacale, d'ispirazione cattolica, democristiana e filoatlantica.
Tenendo bene presente il quadro d'insieme è possibile comprendere la situazione locale, il fatto nel particolare.
Le persone da noi intervistate affermano che, all'inizio del 1952, si dovettero preparare delle 'liste di proscrizione' che, dopo un sommario controllo, furono esposte ai massimi gradi del ministero della Difesa per le azioni di intimidazione.
24 Giugno 1952: dopo i tre suoni di sirena
All'inizio degli anni cinquanta a La Maddalena, come detto, il livello dello scontro si elevò. Il fronte sindacale si era diviso: da una parte la CGIL, dall'altra i cosiddetti sindacati 'Liberi'.
Entrambi pretendevano di misurare la loro forza attraverso le manifestazioni di piazza, di carattere molto intransigente per il primo, più conciliante per il secondo.
Il confronto reale, tuttavia, si viveva all'interno dell'Arsenale militare di Moneta. I dirigenti militari del cantiere navale non sempre si rivelarono all'altezza del compito gravoso che era loro affidato. Alcuni di essi non seppero, con la risolutezza dovuta, ricondurre la protesta diffusa delle maestranze, in un ambiente dominato dalle sinistre - padroni della Commissione Interna - nell'alveo della dialettica aziendale dentro lo stabilimento. Il comportamento intollerante di alcuni direttori non ebbe altro risultato che quello di alimentare un fuoco già acceso.
"Molti direttori si avvicendarono alla guida dell'Arsenale, alcuni, di fronte alla determinazione degli operai, finirono per perdere la dignità. All'interno si era creato un clima di vessazione continuo e sistematico, i componenti dei sindacati liberi si trovavano immersi in un'ondata di oppressione. Al culmine di questo periodo, alla fine di giugno del 1952, la direzione decise, inaspettatamente di procedere a sedici licenziamenti. L'indignazione e la protesta furono unanimi tanto più che i criteri usati per compilare la lista dei licenziamenti non riguardavano né le singole capacità, né l'esperienza di servizio, né tanto meno le condizioni economiche dei singoli lavoratori e i bisogni delle rispettive famiglie. Fu una decisione, cinica, spietata e provocatoria: perdere il posto di lavoro è, di per sé una grande sventura, ci si chiedeva il perché di tanta crudeltà e per quale motivo non avessero usato un poco di umanità nelle maniere".
Dal punto di vista tecnico il licenziamento degli operai arsenalotti fu attuato con la modalità del 'non rinnovo ' del contratto di lavoro, che a quel tempo aveva durata semestrale ed era tacitamente prorogato di semestre in semestre. La prima ondata di lettere giunse a destinazione il 24 giugno del 1952, otto giorni prima della scadenza del rinnovo, alle ore 16 circa.
Alla fine di quella giornata, monsignor Salvatore Capula annotava nella sua agenda: "Colloquio con il Comandante Berengan (del Comar La Maddalena n.d.a.) - che mi viene a trovare alle 16.30 e mi comunica che in quel momento 16 operai stanno per essere licenziati per motivi vari. Mi prega di fare opera di persuasione presso Pedroni perché non prevalesse l'argomento pietà e si comprendessero le ragioni del provvedimento irrevocabile. Gli domandai i nomi. Mi fece alcuni nomi di licenziati comunisti, causa di tutto il provvedimento. Seppi poi da Campus Giovannino i nomi: Cossu Egidio, Filinesi, Morelli Augusto, Cappadona Giuseppe, Bruschi Sergio, Carta Antonio, Del Giudice Pietro, Secchi Francesco, Amato Elio, Rinaldi Silvio, Virgona Antonio, Mureddu Michelino, Carta Mario e forse altri ancora, Deleuchi, Acciaro, D'Oriano. Sul tardi vivace reazione per il fatto. La sede del Sindacato Marina rigurgita. Pedroni D. e Campus G. resistono alla domanda di sciopero, si vuole paralizzare tutto. Si ottiene di domandare agli operai".
Pochi giorni dopo altri ventitrè operai ricevettero le lettere di diffida per un presunto "scarso attaccamento e scarsa diligenza negli incarichi" che erano stati loro affidati sia dai capi officina che direttamente dalla direzione.
Il 3 luglio successivo, il parroco annotava: "Pedroni Donato, e Impagliazzo Cesiro, vanno a Roma per definire i licenziamenti del cantiere.
L'11 luglio: "Rientrano da Roma Pedroni D. e Impagliazzo C., portano la notizia che cinque dei 16 operai licenziati saranno riassunti - Carta Mario, Mureddu Michelino, D'Oriano Giovanni, Rinaldi Silvio e Deleuchi Paolo".
All'inizio di settembre furono fatte recapitare a quattordici operai altrettante lettere di diffida.
Sul ruolo svolto dalla sacrestia e dal parroco nei licenziamenti degli operai comunisti dall'Arsenale Militare, Gian Carlo Tusceri, che ha raccolto in un volume le memorie del parroco, morto a 96 anni, così scrive: "Il 1950 si apre con una serie di lacerazioni all'interno del sindacato. Si costituisce la CISL e l'UIL accanto alla CGIL. Le tensioni e le paure di un'imminente riduzione delle maestranze dell'Arsenale militare fanno sì che inizino i tumulti all'interno della struttura militare. Cerco di fare del mio meglio per evitare che scoppino incidenti, ma l'irrefrenabile voglia della sinistra di mettersi in evidenza per capeggiare il legittimo malcontento, da una parte e dall'altra l'ottusità di certi dirigenti militari, che pretendono di guidare l'arsenale con lo stesso pugno di ferro e la stessa arroganza ereditata dagli anni del fascismo, provocano - scrive il parroco in alcuni appunti stilati di suo pugno - più di una ribellione con prove generali di occupazione. Sperimento, purtroppo, che mentre i miei parrocchiani mi stanno seriamente ad ascoltare quando parlo di fede, di ideologie e di azioni astratte, difficilmente mi lasciano altrettanto spazio nelle loro teste, quando si tratta del loro lavoro: soprattutto quando questo si presenta incastonato in ingranaggi e in rapporti interpersonali, condizionati da situazioni estemporanee imprevedibili e da cause scatenanti riconducibili a fattori di solidarietà sociale sul posto di lavoro. Ritengono che io non ne capisca granché e che ne devo rimanere fuori".
Che don Capula abbia esercitato un ruolo, da protagonista o da semplice comparsa, in tutta la vicenda lo confermano le testimonianze di alcune delle persone che, in quei tempi, gli erano prossime. Don Nanni Columbano Rum, viceparroco a La Maddalena negli anni cinquanta, ad esempio, ha scritto di quei momenti: "E' certo che la Marina militare disponeva in proprio di informatori fidati e di spie professionali per fotografare la posizione politica e l'eventuale pericolosità dei dipendenti civili, senza aver bisogno per questo dei suggerimenti del parroco. E poi, le infiltrazioni massoniche, non rare in quel ceto di militari, creavano distacco, se non diffidenza nei confronti del clero. Persistevano comunque i forti addentellati politici che imponevano anche ai militari di usare considerazione per un prete così potente. Forse don Capula non provvide a sconfessare quanto si andava affermando da molti, che cioè il suo intervento fosse stato determinante nei licenziamenti, perché anche in questo delicato settore poteva risultargli utile il perdurare di una sua posizione ambigua e reticente, consolidatasi presso l'opinione pubblica. Solo alla fine della vita assicurò di aver aiutato tante persone, senza negare di averne danneggiate alcune altre".
L'ex viceparroco continua: "Quello che invece lo ha letteralmente travolto e soggiogato è stato il demone del potere, la 'libido potestatis'. Con una grossa fetta di potere si può fare tanto male, ma don Capula. voleva ottenere il bene più grande possibile. Si sa però che, chi lo esercita finisce per esserne avviluppato ed irretito in spire sempre più strette, e chi ha preso gusto al giuoco non riesce più a svincolarsi.
Il salottino con tutti quei volti simbolo della superpotenza era il luogo in cui poteva architettare e sognare. Ma il luogo dove ha potuto toccare con mano cosa è realmente il potere è stato il Pentagono. Lo ha visitato nelle parti consentite certo di poter controllare da quella potentissima struttura strategica il mondo intero per intervenire, qualora occorresse, in difesa propria e degli amici, e per incutere rispetto, se non terrore, in chi amico non è. E' facile pensare che mai come durante quella visita e in quella struttura egli abbia provato tutta l'ebbrezza del potere".
Nel clima di continua tensione e d'estrema precarietà in cui viaggiava l'economia italiana, l'Arsenale vide un frettoloso passaggio di diversi direttori "nessuno dei quali - ripete insistentemente il parroco - effettivamente in grado di governare gli operai".
La pressione militare nei confronti dei sindacalisti creava, in ogni modo, un clima di paura. "I militari, facendosi un'arma di certe piccole irregolarità riscontrate nella vita amministrativa dello stabilimento, paventando qualche licenziamento - confidò il parroco - riescono a conquistare anche all'interno delle maestranze (ma soprattutto tra gli impiegati) una serie di delatori. Qualche impiegato più debole degli altri, pur di sentirsi maggiormente tutelato, fa dei nomi scelti accuratamente tra quelli dei sindacalisti che ingenuamente si mettono in maggiore evidenza, ma che non fanno paura a nessuno perché, in fondo, di indole sostanzialmente buona".
Indole sostanzialmente buona. Aveva ragione il parroco: l'indole di coloro che all'interno della Commissione Interna agitavano la massa operaia contro dirigenti poco sensibili alle esigenze reali dei lavoratori e che per intimidirli suscitavano lo spettro di scioperi o altro, era sostanzialmente buona. Ma lo stato, il governo, non erano tenuti a giudicare sull'indole dei personaggi che, almeno, don Salvatore Capula conosceva bene come concittadini, di cui sapeva vita morte e miracoli, di cui poteva disapprovare - e disapprovava platealmente - le idee politiche. Lo stato aveva la possibilità di attuare una decimazione, finalizzata a tarpare le ali alle estreme sinistre, e la discriminante per quest'incombenza non era certamente la bontà d'indole. Era semmai prevista la rispondenza o meno alle direttive, severissime, contenute nei regolamenti della disciplina - l'ultimo emanato nel 1926 e mai aggiornato - ed è assolutamente probabile che le famose liste di proscrizione, redatte chissà da chi e chissà dove, scaturirono inizialmente da episodi che rientravano nella casistica disciplinare. Anche se, è giusto dirlo, la Commissione Interna dominata dagli elementi di sinistra, trovava anche nel fatto più banale un motivo per attaccare la direzione arsenalizia o per organizzare manifestazioni. Il clima in cui si viveva allora è stato ben descritto da Giuseppe Deligia: "eravamo arrivati al punto che si dichiarava sciopero anche se si veniva a sapere che era passato un aeroplano americano".
La delazione fu il mezzo subdolo, adoperato da alcuni dipendenti pavidi o, soltanto deboli caratterialmente, opportunisti e incapaci di tenere testa ai militari, per destreggiarsi in una situazione difficile. Gli informatori segreti, così facendo, si mettevano al riparo dalle intemperie e verso di loro era posto un occhio di riguardo, da parte dei superiori, per eventuali avanzamenti di carriera.
Alcuni appartenevano alla categoria dei sindacalisti, perciò facevano il doppio gioco, o fingevano di solidarizzare con i colleghi, di appoggiare le loro rivendicazioni salariali, mentre, di fatto cercavano di carpire le informazioni preziose a beneficio del SIFAR o del SIOS.
Il parroco nei suoi appunti insistette nel sottolineare la mancanza di sensibilità umana dei dirigenti militari (proprio quella sensibilità che il comandante Emilio Berengan aveva raccomandato di evitare alle organizzazioni sindacali) che avevano licenziato 'a casaccio', senza stimare le conseguenze della loro decisione.
"La propaganda sovversiva non si limitò a scagliarsi contro la direzione dell'Arsenale - spiegò don Capula - ma ne approfitto per diffondere voci false e denigratorie nei confronti degli attivisti cattolici e dello stesso parroco. Volevano far credere che i motivi dei licenziamenti fossero di tipo politico, per colpire gli esponenti dei sindacati di sinistra, ma si dimenticavano che cinque dei licenziati appartenevano alle nostre organizzazioni e altri ancora non erano attivisti di nessuno schieramento. Alla fine, l'episodio non fece altro che generare sconcerto, turbamento, amarezza nell'animo degli operai. Conoscevano il proprio lavoro, avevano dato prova delle loro capacità e ora vedevano ingiustamente colpiti i compagni migliori, quelli che riscuotevano la stima di tutti, che avevano svolto incarichi di responsabilità, che si erano dimostrati assidui nel compiere il proprio dovere. Per costoro nessun elogio o premio; tutt'altro, come unico compenso ebbero il licenziamento o la diffida. La lezione che ne hanno ricavato é che sotto una direzione ispirata dal capriccio o dall'abuso di potere non hanno valore né le capacità, né il senso della disciplina".
Abuso di potere. Il parroco aveva colpito ancora nel segno: quello che era accaduto a La Maddalena il 24 giugno 1952 e in altri stabilimenti di lavoro e aziende statali in Italia, era un autentico abuso di potere perpetrato dall'amministrazione pubblica. Abusando delle proprie disponibilità, abusando di una legislazione sul lavoro ancorata a norme e principi di ispirazione fascista, abusando di una disciplina sul diritto di sciopero - sancito dall'articolo 39 della Costituzione - ancora vaga e indecisa (lo 'Statuto dei Lavoratori' sarà legge solo nel 1970), abusando del timore ingenerato in tutti i dipendenti di 'finire in mezzo a una strada ' se non si fossero adeguati alle direttive dei superiori, abusando delle difficoltà palesi per i comandi periferici di gestire situazioni di concreto malcontento, abusando dei servizi di informazione istituiti a sola ed unica difesa dello stato, l'amministrazione era in grado di pilotare con la formula-capestro del rinnovo del contratto di lavoro semestrale qualsiasi situazione e di poter, senza eccessive difficoltà, decidere del destino di quello o di quell'altro dipendente, creare a tutto scapito del diritto di eguaglianza dei cittadini fra loro una discriminazione che era anche un precedente extragiuridico tale da pesare enormemente sui futuri comportamenti dei dipendenti non toccati direttamente dalla vicenda.
Il Ministero della Difesa, attraverso i suoi organi di controllo, cercò con ogni mezzo di carpire ogni informazione necessaria a neutralizzare il 'pericolo rosso'. Gli interventi sui dirigenti militari divennero sempre più assillanti ogni giorno che passava, al limite della prevaricazione. Le ingerenze politiche, nella gestione delle strutture della Marina Militare, o delle altre armi dove operava il personale civile, impedirono agli ufficiali manager di svolgere in maniera corretta i loro compiti di istituto. Giunsero, da Roma alla periferia, note informative e circolari dai contenuti sconvolgenti.
In una direttiva impartita - poco meno di quattro mesi prima del giorno in cui furono consegnate le lettere di licenziamento - dal segretario generale dello Stato Maggiore della Difesa, tale Zannoni, "ai Comandi e ai Direttori degli enti dipendenti" e redatta a seguito a informazioni assunte dagli agenti del SIFAR e del SIOS, fu posta in chiara evidenza la necessità di segnalare gli operai sindacalizzati, aderenti alla CGIL, che organizzavano scioperi o assemblee, o gli iscritti ai partiti di sinistra, che dovevano essere rigidamente sorvegliati, ammoniti severamente e, al limite licenziati.
Nel documento era scritto che, da qualche tempo, era stata rilevata un'intensificata attività da parte dei sindacati del personale civile dipendente del Ministero della Difesa e, in particolare di quelli che rappresentavano gli interessi dei salariati in servizio presso gli stabilimenti militari.
"Tali sindacati si starebbero riunendo in un unico ente nazionale aderente alla CGIL - si leggeva nella circolare - E' da prevedere che tale unione possa avere delle ripercussioni sulla disciplina delle maestranze e non è da escludere che possano manifestarsi azioni di sabotaggio".
I sindacati, che operavano attraverso le commissioni interne, a detta del segretario generale dello Stato Maggiore della Difesa, convocavano "riunioni prestabilite, traendo spunto da questioni d'ordine vario, quali le rivendicazioni economiche o i licenziamenti" per fomentare la rivolta operaia.
I comandi militari a cui fu indirizzata la direttiva - tra questi vi erano il Comando Marina de La Maddalena e la direzione di Marimist (l'Arsenale di Moneta) erano pregati di: "richiamare l'attenzione dei comandanti e dei direttori degli enti dipendenti sulla necessità di adottare tutte le misure cautelative che saranno loro suggerite dalla particolare situazione di ogni singolo ente (strette vigilanze sul personale civile, segnalazioni, eventuali proposte di licenziamenti); seguire da vicino l'attività dei vari sindacati locali richiedendo la collaborazione dell'Arma dei Carabinieri anche per ciò che riguarda i contatti e l'azione degli elementi maggiormente indiziati, al di fuori degli stabilimenti". Un'analoga azione di vigilanza e di repressione sarebbe stata condotta dai nuclei di Polizia Militare "ai quali sono stati impartite dirette disposizioni da parte di Maristat/SIOS".
A chi va addebitata l'iniziativa della compilazione degli elenchi? Difficile dire con sicurezza dove possa essere stata ordita la macchinazione. Per Augusto Morelli il piano ebbe un'impronta parrocchiale, o almeno la parrocchia, anzi la sacrestia e chi la frequentava, ne dovevano essere al corrente da qualche tempo, e un episodio capitato proprio a lui, che era consigliere comunale e presidente dell'Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.) lo avrebbe confermato pienamente. Racconta Morelli: "Qualche giorno prima (del licenziamento, n.d.a.) era stato affisso ai muri, verso le undici di notte, un manifesto che diceva: 'Il compagno Augusto Morelli, segretario della sezione del Partito Comunista di La Maddalena, è stato, con decreto del prefetto di Sassari n. 2020, vergognosamente destituito da presidente dell'E.C.A. per gravi irregolarità amministrative. L'autorità giudiziaria dovrebbe denunciarlo '.
Era un evidente falso, fatto circolare dalla sacrestia e dalla DC, perché Morelli era presidente dell'ente ma non gli era stata mai mossa alcuna lagnanza. Quali erano dunque le gravi responsabilità attribuitegli? Aver dato assistenza a familiari di dirigenti comunisti quali Luigi Birardi, padre di Mario, che andava in farmacia a comperare medicine con i sussidi dell'E.C.A., come pure la madre e i fratelli di Mario Filinesi?. "Fu immediatamente chiesto un incontro con il prefetto di Sassari, dove mi recai accompagnato dal deputato sardo Luigi Polano e dal comitato E.C.A. al completo - continua l'ex dirigente del PCI - Si fece osservare, in primo luogo, che nel periodo della mia presidenza si era data assistenza a circa 900 persone, che si erano assistiti anziani cittadini maddalenini, che l'assistenza riguardava il prelievo dalla farmacia di medicine per curare le loro malattie. Il prefetto, dopo aver ascoltato le nostre argomentazioni, allargò le braccia facendo capire di esser stato male informato. A quel punto Polano domandò che fosse ritirato il decreto. Il Prefetto rispose negativamente dichiarando che questo non era nelle sue possibilità". Come facevano i democristiani isolani a sapere in anticipo quello che sarebbe accaduto? Ma c'è un altro segnale inquietante. Gli appunti lasciati da don Salvatore Capula, parroco di Santa Maria Maddalena, riferiscono che fu Giovannino Campus, un suo fedelissimo e consigliere comunale DC, ai primi di giugno del 1952, ad avergli comunicato che sarebbero arrivate delle lettere di non rinnovo del contratto di lavoro per alcuni dipendenti dell'Arsenale. Cosa che gli venne confermata dal comandante del Comando Marina Emilio Berengan nel primo pomeriggio del 24 giugno. In un'altra occasione ancora don Capula ebbe a pronunciare una frase emblematica "Perché si capisce che se fossi stato io l'artefice dei licenziamenti, avrei colpito ben altri capi del socialcomunismo locale".
E sicuramente questo è vero. Per uniforme ammissione dei licenziati, fra coloro che 'subirono' c'erano anche operai non comunisti, altri certamente disinteressati alla politica, qualcuno addirittura di tendenza filo ecclesiale. Qualche democristiano riconosciuto ricevette una lettera di diffida. Insomma, si trattò di un tentativo, oculato, di fare credere che i licenziamenti non avessero un fine politico? Anche questa ipotesi è difficile da sostenere con certezza, e rimane tale. Alcuni dei nostri intervistati sono, però, disposti ad ammetterla.
Il parroco era un uomo del suo tempo. Gestiva il potere a livello locale anche se era azzardato definirlo il vero artefice della complotto anticomunista. Don Salvatore Capula stava da una parte, dalla 'sua' parte, che era quella ecclesiastica e papalina. Pio XII, aveva voluto mobilitare i cattolici in funzione anticomunista, in un momento cruciale della storia d'Italia, quello della ricostruzione.
Per adempiere al suo disegno il papa confidava sulla forza della parola. Se il governo nazionale non lo ascoltava egli parlava alla gente e si serviva dei parroci dotati di particolare carisma, capaci di fare presa sulle masse. Il quasi cinquantenne don Capula era ascoltato dai maddalenini. Alcuni lo veneravano altri lo temevano. Parlava poco in privato, centellinava le parole e dosava i silenzi in maniera strumentale.
"Se non fosse lecito, per le leggi degli uomini, che un prete si occupi di politica, allora certamente sarei un fuorilegge e non avrei alcuna difficoltà a dichiarami colpevole - ebbe a dire don Capula, commentando le sue scelte di campo e adoperando un linguaggio schietto, inusuale, per chi lo conosceva bene.
L'uomo che, nonostante le sua capacità personali, il suo spessore umano, il suo ricco bagaglio dottrinale, la sua profonda cultura e la sua trascinante oratoria, rimase per oltre mezzo secolo su un'isola, rinunciando a ricoprire posizioni più importanti nella gerarchia vaticana, ammetteva di aver indirizzato le sue fatiche alla guida e all'organizzazione della comunità che aveva rivitalizzato durante la ricostruzione post-bellica.
Voleva forzare la mano del destino e quella degli uomini, il prete divenuto famoso per aver aiutato Benito Mussolini, deposto duce del fascismo, a stilare un bilancio della propria vita, fra quattro mura di prigionia.
Sull'impegno in nome e a favore della comunità maddalenina, che l'ebbe parroco per 64 anni, sino al 24 gennaio 1998, condotto con la sua tempra e, ovviamente, con la sua mentalità, il parroco ha scritto: "Ho partecipato con passione alle vicende del mio paese, ho conversato con sindaci e con presidenti, con autorità militari italiane e straniere, ho dato il mio piccolo contributo alla comunità, nella convinzione che le proprie idee vadano perseguite e difese fino in fondo".
Non fu l'artefice diretto dei licenziamenti, perché il gioco non era alla sua portata, la carica dell'evento era poderosa e lui, in fin dei conti, era solo il parroco di Forania, ambito ecclesiastico che comprendeva l'arcipelago de La Maddalena, Palau, Santa Teresa, Arzachena e San Pasquale. Ma il suo comportamento, in quel doloroso frangente, diede adito a mille illazioni. E lui non fece niente per screditarle. Il fine giustificava i mezzi.
La chiesa, istituzionalmente, non sosteneva, né criminalizzava, alcun partito o movimento politico. Però, aveva una visione evangelica del mondo e dell'uomo che si avvicinava ai valori espressi dalla Democrazia Cristiana, il partito che dichiarava di ispirarsi alla dottrina sociale della Chiesa.
A giustificare il comportamento ufficialmente imparziale della sacrestia de La Maddalena di fronte al grande dramma politico che stava investendo l'isola e l'Italia in quei frangenti bastavano le parole di papa Pio XII e i suoi palesi comportamenti in difesa della tradizione conservatrice e cattolica.
Non si può negare che gli organi di controinformazione delle Forze Armate non facessero il loro dovere, almeno per quanto riguarda l'attenzione alla filosofia politica che, secondo loro, guidava gli interessi strategici dei sindacati della sinistra.
Ecco, su quel triste pomeriggio del 24 giugno 1952, il racconto di Augusto Morelli: "Poco prima dell'ora dell'uscita pomeridiana dall'Arsenale ricevemmo una telefonata ed ognuno di noi fu invitato a recarsi in direzione dove ci attendevano il direttore, colonnello Giuseppe Bianca e il vicedirettore Ugo Prati. Ci fecero attendere sino al suono della sirena che annunciava l'arrivo del rimorchiatore addetto al trasporto degli operai. A quel punto capii che stava succedendo qualcosa di grave o di strano. Chiesi spiegazioni. Il direttore ci disse che aveva ricevuto, tramite un messaggero del Ministero della Difesa, un plico sigillato con le nostre lettere di licenziamento. Chiesi la motivazione di questo licenziamento, ma non mi fu data. Mi fu detto che non ci sarebbe stato rinnovato il contratto di lavoro che aveva scadenza semestrale. Però questo fatto non era mai accaduto prima d'allora, perché i contratti erano stati rinnovati automaticamente".
I licenziati, dopo aver firmato la ricevuta di consegna del plico, dovettero attendere che tutti i compagni di lavoro avessero lasciato lo stabilimento, poi furono accompagnati alla porta di ponente dai carabinieri in assetto antisommossa e di qui in città con un pullman. Fu loro vietato di rientrare negli spogliatoi per recuperare gli effetti personali, che furono fatti pervenire ai titolari alcuni giorni dopo, insieme all'assegno di liquidazione del salario.
I racconti dei testimoni, sostanzialmente coincidono. Pietrino Del Giudice, l'unico comunista licenziato che apparteneva alla categoria degli impiegati afferma: "dopo che hai udito il terzo sibilo della sirena, presentati dal Direttore, mi fu spiegato. Quando vi giunsi, vi trovai anche quindici operai. Ci fu consegnata la tanto temuta 'busta gialla ', quella che avevano ricevuto in precedenza, sei mesi prima, altri lavoratori dello Stato, sospettati di simpatie comuniste o socialiste, in altri enti militari, a Taranto, a La Spezia…. Avevo parlato con alcuni colleghi, che erano 'compagni', di questa famigerata 'busta gialla ' che conteneva una sgradita sorpresa. Preparatevi a riceverla, avevo detto loro. Non mi avevano creduto. Fatto sta… . Il colonnello Giuseppe Bianca, nel momento in cui ci consegnava le lettere di licenziamento - o di mancato rinnovo del contratto di lavoro - si scusò, sostenendo che stava trascorrendo il giorno più brutto della sua vita e che non si sarebbe mai voluto trovare in quella situazione. Ma doveva eseguire degli ordini impartiti direttamente dal Ministro della Difesa. Mi feci avanti, tra i colleghi in procinto di essere esonerati e cercai di sostenere le mie ragioni. Sono un invalido di guerra, gridai. Ho conseguito la pleurite mentre combattevo per la Patria, sul Da Noli. Ho navigato in tutto il Mediterraneo sulle unità da guerra. Sono stato a Tobruk, a Tunisi, a Biserta, nella tana del lupo, di fronte al nemico. Le mie parole se le portò via il vento!".
Due carabinieri scortarono Del Giudice fino a Porta Nord (gli operai uscivano da Porta Ponente N.d.a.), lo fecero salire sul pullman per farlo ritornare a casa.
Naturalmente, sin dal giorno dopo, scattò l'organizzazione del partito comunista che investì ai vari livelli i propri rappresentanti provinciali, regionali e nazionali e i parlamentari comunisti sardi chiesero spiegazioni urgenti al ministro della Difesa, il repubblicano Randolfo Pacciardi. La requisitoria di Luigi Polano, giudicata anche da monsignor Salvatore Capula "una perla di saggezza politica" fu letta al Senato il giorno 12 luglio successivo, nel pomeriggio, e riporta passi di alto significato morale e politico. "Come si può vedere non tira in ballo fantomatiche responsabilità della Chiesa" - commentò Capula.
Polano svolse un corretto e appassionato discorso, senza cadere nella retorica o soffermarsi sull'aspetto meramente politico-ideologico della decisione che, in sintesi, era stata assunta direttamente dal Ministro della Difesa, per dimostrare la fedeltà dell'alleato italiano agli Stati Uniti d'America e per disobbligarsi verso un governo amico che aveva aiutato il nostro paese a rinascere con le risorse fornite attraverso il Piano Marshall e che tentava di esportare anche da noi la sua politica anticomunista.
L'intervento dell'on. Luigi Polano alla Camera dei Deputati.
L'attività dei parlamentari comunisti, una volta venuti a conoscenza dei licenziamenti di molti operai, iscritti e simpatizzanti del PCI, si concentrò sul dato politico del fatto, evidentemente coscienti che quella poteva essere la sola via per determinare non tanto un ripensamento, che apparve subito di dubbia realizzazione, quanto per generare una crisi della politica del governo capace di portare a delle trattative utili ad attenuare o almeno moderare le conseguenze nefaste del provvedimento su centinaia e forse migliaia di lavoratori salariati. In Sardegna raccolsero la richiesta di aiuto parecchi parlamentari. Fra i più sensibili ci furono Renzo Laconi e Luigi Polano. Quest'ultimo fu incaricato di presentare la questione all'attenzione dell'assemblea a Montecitorio, ed in particolare al ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, il 12 luglio successivo. Trascriviamo qui di seguito il discorso da lui tenuto in quell'occasione.
Il presidente della Camera, Giovanni Gronchi, concesse la parola al deputato del PCI Luigi Polano in apertura di seduta: "Gli onorevoli Polano e Laconi hanno presentato il seguente ordine del giorno: "La Camera, considerato che l'arsenale di La Maddalena è dotato di attrezzature e maestranze atte ad impiego proficuo nell'interesse dell'economia nazionale, invita il Governo:
1° ) a sospendere i gravi provvedimenti di licenziamento relativi a 16 dipendenti della sezione arsenale della marina militare, licenziamenti in cui si teme di ravvisare un inizio di liquidazione dell''arsenale con grave pregiudizio della vita economica e sociale della Sardegna;
2°) a predisporre i necessari provvedimenti per il potenziamento di quel complesso industriale in opere rivolte alla ricostruzione ed alla rinascita della Sardegna e dell'Italia". L'onorevole Polano ha la facoltà di svolgerlo".
POLANO: "Signor Presidente, onorevoli colleghi, il mio ordine del giorno riguarda i licenziamenti negli stabilimenti militari in Sardegna. Infatti, fra i 1300 lavoratori ai quali per ordine del ministro della difesa non è stato rinnovato il contratto di lavoro a partire dal 1° luglio del corrente anno, vi sono parecchie decine di lavoratori dipendenti degli stabilimenti militari in Sardegna, a La Maddalena, a Cagliari, a Sassari.
Mi soffermo particolarmente sui licenziamenti dell'arsenale di La Maddalena. In questo stabilimento militare 16 operai dipendenti col 1° luglio sono stati licenziati, non essendo stato rinnovato ad essi, il contratto di lavoro. Chi sono gli operai licenziati a La Maddalena? Quanto al lavoro prestato, uno dei licenziati è occupato all'arsenale dal 1932, quindi, da oltre 20 anni; 3 dei licenziati vi lavorano dal 1939, ossia da 14 anni; 1 dal 1941, vale a dire da 11 anni; 3 dal 1942 cioè da oltre 10 anni; 1 dal 1943, ossia da 9 anni; due dal 1946, ossia da 6 anni, ed 1 dal 1947, ossia da 5 anni. Dunque la maggior parte dei licenziati è costituita da operai che lavorano da un minimo di 5 anni ad un massimo di 20 anni nella sezione arsenale della marina militare di La Maddalena.
Per quanto riguarda il carico familiare, la maggior parte dei licenziati ha famiglia a carico, da un minimo di una persona ad un massimo di cinque o sei persone da mantenere. Per quanto riguarda le benemerenze verso la patria; fra i licenziati vi è un invalido di guerra decorato di croce di guerra; un combattente reduce dalla prigionia; diversi altri combattenti, un orfano di sottufficiale della marina militare per causa di servizio. Per quanto riguarda le funzioni pubbliche, fra i licenziati vi sono due consiglieri comunali recentemente eletti.
Per quanto riguarda l'attività sociale e sindacale, tre sono dirigenti sindacali della C.G.I.L.; uno è membro della commissione interna dell'arsenale.
Ed ora ecco i nomi dei licenziati, in ordine di anzianità; e sui quali devo richiamare l'attenzione dell'onorevole ministro. Primo, per anzianità, Capadonna Giuseppe, che lavora nell'arsenale dal 1932, da oltre 20 anni; è stato combattente, ha a carico moglie e figli.
Quest'uomo dopo aver lavorato venti anni viene gettato sul lastrico. Con quali motivazioni, signor ministro?.
Secchi Francesco: lavora dal 1939, è combattente, orfano di padre e di madre; col suo lavoro mantiene tre fratelli; membro del comitato direttivo del sindacato dipendenti dell'arsenale. E' forse questa la sua colpa?.
Filinesi Mario: lavora dal 1939, è figlio di sottufficiale della marina deceduto per causa di servizio; col suo lavoro procura il pane a 4 persone di famiglia, madre e tre fratelli; membro del direttivo della Commissione interna. Forse questa è la sua colpa?.
Cossu Egidio: lavora dal 1939, famiglia a carico; moglie e figlio, consigliere comunale, recentemente eletto, segretario del sindacato dipendenti del Ministero della difesa, aderente alla C.G.I.L.. Questa e non altra deve essere la sua colpa, che non gli ha fatto rinnovare il contratto di lavoro.
Morelli Augusto: lavora dal 1941; famiglia a carico; moglie e figlio; consigliere comunale, membro del comitato direttivo del sindacato dipendenti dell''arsenale, segretario della sezione del partito comunista a La Maddalena.
Deleuchi Paolo: lavora dal 1942. Acciaro Umberto, orfano di padre, lavora dal 1942. Amato Elio: lavora dal 1942, orfano di padre, madre e fratello a carico. Carta Antonio: lavora dal 1943. Del Giudice Pietro: lavora dal 1946, combattente, reduce dalla prigionia, famiglia a carico; moglie e figlia. Bruschi Sergio: lavora dal 1946, combattente, reduce dalla prigionia, famiglia a carico, moglie e due figlie, delle quali una cieca.
Perché sono stati licenziati tutti questi operai dei quali ho detto i nomi? Perché non è stato loro rinnovato il contratto di lavoro? Vuole essere così cortese l'onorevole ministro della difesa di dare, qui pubblicamente, una spiegazione sulle ragioni per cui a questi operai di La Maddalena, che non sono colpevoli di altro che di avere cariche sindacali, di essere degli uomini che hanno delle idee politiche diverse da quelle del ministro della difesa, ma che hanno sempre compiuto il loro dovere nel proprio posto di lavoro, per quali ragioni ad essi non è stato rinnovato il contratto di lavoro? Nessuna giustificazione possibile vi è a questi licenziamenti. Questi operai da lungo tempo lavoravano all'arsenale ed il comando base era contento della loro opera. Il che è confermato dallo stesso comando base anche dopo i licenziamenti.
Ora, però, dopo quanto si è saputo nel corso di questo dibattito, è probabile che l'unica causa di licenziamento è che queste persone non siano desiderate per la loro posizione politica, per le loro idee politiche, per la loro attività sindacale o politica. Gente quindi, come è già stato detto, da mettere ai margini della società, gente che bisogna mettere a posto gettandola sul lastrico".
PACCIARDI, Ministro della difesa: "Le ha dette radio Praga queste stupidaggini?".
POLANO: "Sarebbero parole sue ad una delegazione operaia a Lodi: ella lo smentirà, se non è vero. Comunque il risultato pratico, detto o non detto, finisce per essere quello giusto. Vengono 'messi a posto' questi operai gettandoli sul lastrico!. Ma questa è gente che ha combattuto per la nazione. Molti sono combattenti, o hanno lavorato sotto i bombardamenti nel cantiere navale per tutto il periodo della guerra, perché molti di questi vi lavorava già nel periodo bellico fra il 1940 e il 1943. Fino alla fine della guerra hanno lavorato negli stabilimenti sotto il pericolo continuo dei bombardamenti. E bombardamenti vi sono stati infatti più volte nel 1943, come lei, onorevole, sa bene. Ma essi sono rimasti ai loro posti di lavoro, non hanno disertato le loro officine, hanno continuato a prestare la loro opera durante tutto il periodo della guerra, anche quando non erano convinti della necessità della guerra fatta dal fascismo.
Inoltre c'è un altro fatto molto importante: questi sono uomini stimati dalla popolazione. Infatti due di questi licenziati sono stati eletti recentemente al consiglio comunale. Questo vuol dire che il popolo li stima, ha fiducia di loro, li elegge. Essi fanno parte della maggioranza che ha vinto nelle recenti elezioni comunali con uno schieramento sotto la bandiera della rinascita di questa cittadina: sono quindi persone che il popolo conosce, ne apprezza la dirittura e l'onestà, ha in essi fiducia, li elegge al comune, alle direzioni sindacali, alle commissioni interne, cariche alle quali, come si sa, si accede per libere elezioni, democraticamente.
Questi uomini hanno contribuito ad orientare la popolazione della Maddalena in senso democratico e repubblicano. Onorevole ministro, ella sa che nel referendum istituzionale del 1946 le votazioni della Maddalena non hanno dato un brillante successo alle forze repubblicane. Ma alle elezioni del 1952 è risultato che la maggioranza della popolazione è sicuramente repubblicana. Anche se questi operai oggi licenziati non sono aderenti al partito repubblicano, tutti però hanno una fede repubblicana, sono decisi a lottare e a battersi per la Repubblica. Essi sono stati eletti al consiglio comunale; questo dimostra che la situazione politica di La Maddalena è cambiata dal 1946 ad oggi. E ciò una buona parte è opera di questi modesti ed onesti lavoratori, che con la loro attività e con il loro esempio hanno mostrato alla popolazione di La Maddalena che si può avere fiducia nel futuro della repubblica italiana.
Oggi La Maddalena ha un sindaco socialista, repubblicano. Questo è il cambiamento che è avvenuto a La Maddalena. E lei vuol colpire questi uomini che hanno contribuito a diffondere nella popolazione di La Maddalena, la fede repubblicana, la fiducia nella Repubblica! Io penso a Garibaldi, dal suo avello nella vicina isola di Caprera, avrà esultato questa vittoria democratica, repubblicana delle forze popolari di La Maddalena. Non comprendo perché lei, invece, dovrebbe punire questi lavoratori onesti che hanno lavorato onestamente per tanto tempo nell'arsenale militare e che hanno una così ferma e profonda fede repubblicana".
Il parlamentare sassarese, sorvolando sulla dicotomia che si era prodotta in seno alla comunità maddalenina, a livello politico, pose in rilievo l'effetto, sul piano emozionale, che la notizia di questi licenziamenti aveva causato: la popolazione de La Maddalena era addolorata.
Ma il dolore fu, principalmente, di quei padri che il giorno dopo non avrebbero potuto sfamare i propri figli in tenera età., di quei ragazzi che, orfani di padre, rappresentavano l'unico mezzo di sostentamento per la famiglia. "Tutta la massa operaia ha protestato"- sottolineava Luigi Polano - Telegrammi sono pervenuti a tutti i parlamentari sardi dai sindacati dell'arsenale, sia aderenti alla C.G.I.L., che alla C.I.S.L.. Ordini del giorno di protesta sono stati votati da assemblee sindacali.".
La vicenda di dolore, in altri termini, aveva compiuto un salto di livello: l'Arsenale e la piazza si erano trasformate in agone politico.
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