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Le reazioni in città e la difesa dell’Arsenale - Pane del governo a cura di T. Abate e F. Nardini

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I 'rossi' stavano da una parte, i 'bianchi', prossimi al parroco e sfamati con il pane del governo, dall'altra parte della barricata, quella che usciva vittoriosa.

Il consiglio comunale, il primo a maggioranza di sinistra nella breve storia della rinascita democratica - un'esperienza non si ripeterà mai più in avvenire - "rendendosi interprete del turbamento che pervade la popolazione", riunitosi il 1° luglio, votò all'unanimità un ordine del giorno impostato in questi termini: 'Il consiglio comunale di La Maddalena, riunitosi in assemblea straordinaria, venuto a conoscenza dei gravi provvedimenti di licenziamento relativi a 16 operai dipendenti della sezione arsenale della marina militare, mentre ravvisa un tentativo di liquidazione dell'arsenale con grave pregiudizio per la vita economica e sociale dell'Isola, eleva una vibrante protesta nei confronti delle autorità responsabili, solidarizza a nome di tutta la cittadinanza con gli operai licenziati e con le loro famiglie e dà mandato alla Giunta comunale per svolgere e prendere tutte le iniziative e contatti necessari tendenti alla risoluzione di questo grave problema".

Il consiglio comunale stabilì anche di inviare a Roma una delegazione composta del vicesindaco Luigi Papandrea e dai consiglieri Augusto Morelli e Mario Filinesi, per poter esporre la situazione al Ministro della Difesa.

"Essendosi la delegazione, giunta a Roma rivolta a me, come ad altri parlamentari sardi, per aiutarla ad essere ricevuta al Ministero - aggiunse Polano durante il suo intervento - io dal canto mio ho cercato ieri di poter introdurre questa delegazione, sia presso i sottosegretari, che presso di lei. I sottosegretari mi hanno mandato da lei; ma da lei, signor ministro, non ho avuto l'onore di ricevere finora una risposta alla mia richiesta scritta di colloquio!.

In occasione di questi licenziamenti si pone anche e soprattutto il problema del destino dell'arsenale di La Maddalena, già altre volte trattato in quest'aula. Noi abbiamo chiesto al Governo tre anni addietro di dire quali sono le sue intenzioni intorno all'avvenire di un così importante stabilimento industriale qual è il cantiere navale di La Maddalena.

Che cosa intende fare il Governo di questo cantiere? Nell'ordine del giorno votato dal Consiglio comunale si esprime il timore che questi licenziamenti, oltre che per le ragioni che appaiono evidenti di persecuzione di carattere politico-sindacale, possano anche essere un inizio di smobilitazione del cantiere stesso.

La questione, dicevo, preoccupa molto l'opinione pubblica della Sardegna, perché il cantiere navale di La Maddalena rappresenta nell'isola un'attività economica importante. In esso vi sono stati occupati fino a 700-800 e forse più lavoratori. E' la più grande impresa di tipo industriale nel nord della Sardegna. Questa impresa industriale ha sempre avuto un peso abbastanza considerevole nell'economia sarda soprattutto nell'immediato suo retroterra. Cioè nella Gallura, che è la fornitrice di tutti i generi di prima necessità necessari alla vita di quella popolazione. La Maddalena è una cittadina che andò nel passato sviluppandosi fondamentalmente come base navale, con continua presenza in porto di navi da guerra e di forti contingenti militari, nonché del lavoro del cantiere navale.

Questi contingenti militari non ci sono più; però vi è l'attrezzatura dell'Arsenale, che può ancora rappresentare una speranza di vita, di attività anche se attenuata, per la popolazione maddalenina e per l'economia del nord della Sardegna. In questi ultimi anni il cantiere navale ha vivacchiato. Dalla fine della guerra il cantiere navale compie lavori di riparazione per la marina militare e lavori vari per enti diversi. Attualmente vi lavorano circa 600 dipendenti tra operai, impiegati di ruolo e non di ruolo. Vi è stata una diminuzione nel personale e negli impiegati. Dal 1949 un centinaio di operai sono stati o dismessi per richiesta volontaria di licenziamento o trasferiti ad altra sede.

Il cantiere navale di La Maddalena è però un importante complesso industriale, come ho già detto, il quale potrebbe lavorare in pieno, potrebbe avere un impiego completo delle sue attrezzature, poiché ha degli impianti meccanici moderni ed una maestranza altamente qualificata.

A questo proposito mi risulta che il direttore dello stabilimento ha sempre dichiarato ai dirigenti sindacali, in diverse occasioni, di essere soddisfatto del personale, che lavora molto e bene. Anche recentemente, dopo i licenziamenti, ha confermato questo indizio, dichiarando inoltre, in una relazione mandata - a quanto mi risulta - al Ministero, di aver fatto presente che, il personale qualificato, anche se lavorava molto a lungo, non era sufficiente per l'utilizzazione del cantiere e che era necessario assumere altro personale.

Sicché, non si dovrebbe trattare di licenziamenti, tra i quali vi è una parte di questa maestranza qualificata che ha lavorato sempre molto bene: ma si dovrebbe invece trattare di nuove assunzioni di personale qualificato. Il cantiere navale di La Maddalena vale decine di miliardi, è un patrimonio del popolo italiano, con attrezzature elettromeccaniche di primissimo ordine. Esso può e deve essere utilizzato in pieno nell'interesse dell'economia nazionale. E se le esigenze della marina militare non bastano al pieno utilizzo del cantiere, si dovrebbero trovare altre vie di utilizzazione. Il rimodernamento dei cantieri permetterebbe, per esempio, di usarne gli impianti per la costruzione e la riparazione di attrezzature agricole, nonché per la costruzione o riparazione di vagoni ferroviari, di locomotive, ecc. Si pensi che il materiale ferroviario della Sardegna viene ora avviato nel continente, quando necessita di grandi riparazioni. Evidentemente, se fosse possibile avviarlo a La Maddalena, è probabile che si risparmierebbe una notevole spesa e si apporterebbe un contributo alla rinascita industriale della Sardegna tutta. Inoltre, costruendo un bacino di carenaggio, il cantiere potrebbe servire anche alle necessità della marina mercantile con la conseguente possibilità di offrire impiego a numerosi lavoratori.

La Maddalena, sviluppatasi economicamente come base militare per la marina da guerra, ha ricevuto un durissimo colpo a seguito della smobilitazione determinata dalle vicende belliche. E' quindi assolutamente necessario operare nel cantiere quella trasformazione che lo rendano atto a compiere lavorazioni che non siano strettamente destinate alla marina militare.

Io mi sono reso interprete, signor ministro, delle preoccupazioni della popolazione di La Maddalena, espresse anche nell'ordine del giorno del consiglio comunale. Nella mia veste di rappresentante anche di quella popolazione io chiedo che siano sospesi i provvedimenti di licenziamento e restituiti al lavoro quegli operai che hanno sempre lavorato onestamente. I licenziamenti non sono giustificati da nessuna ragione, meno che meno da necessità di carattere finanziario, come hanno dimostrato i colleghi che mi hanno preceduto".

La sezione del PCI, a La Maddalena, fece stampare alcune centinaia di volantini che furono distribuiti nella città in difesa di coloro che, da un momento all'altro è il caso di dire, avevano perso il posto di lavoro.

Ma quello che fu rilevato da tutti fu che da quel momento in poi i rapporti politici, civili e personali ne risultarono disgregati. Sorse un'atmosfera di paura, un senso d'insicurezza, ma anche uno spirito di sospetto reciproco che cambiò per sempre il clima della cittadina 'dove tutti si conoscevano' che era prima del fattaccio. "S'instaurò un regime di polizia, di delazioni" ricorda oggi Augusto Morelli, e Mario Filinesi aggiunge che "anche i compagni a volte evitavano di parlarci, cambiavano strada quando ci vedevano arrivare, per non farsi vedere in comunella. Ognuno temeva per la propria sorte, per il proprio tozzo di pane, nessuno volle più iscriversi al sindacato o entrare nella commissione interna". Il rapporto di forza all'interno della stessa Commissione Interna mutò decisamente a vantaggio dei moderati e divenne di 2 rappresentanti a 9 per la CISL, esattamente il contrario di quello che accadeva prima del famigerato 24 giugno.

"Molti anni dopo, sotto Natale, ritornai a La Maddalena e incontrai un vecchio amico democristiano nella piazza della chiesa - racconta ancora Augusto Morelli - Egli si avvicinò e mi disse: 'Augusto, ce l'hai con me?','No, risposi io, 'per quale ragione ce la dovrei avere con te?'. Lui: 'credevo che tu mi avessi attribuito la responsabilità del tuo licenziamento dall'Arsenale', poi aggiunse 'io so che la sera del 24 giugno, quando sei stato licenziato, alcuni notabili democristiani brindarono nella sacrestia. Io non ero fra loro, perché ho abbandonato prima la riunione prima della fine '.

Mario Filinesi addirittura fu arrestato negli Stati Uniti. Dopo il licenziamento era andato a navigare, imbarcandosi sulle petroliere in quanto aveva il libretto di navigazione ed aveva trasferito la sua residenza a Genova. A La Maddalena c'era la polizia politica che evidentemente aveva informato quella americana che era andata a bordo dove era imbarcato Mario e lo aveva arrestato.

Il comandante della nave, siccome conosceva bene Filinesi che da parecchi anni lavorava con lui, si meravigliò e addirittura i poliziotti americani che dovevano controllarlo gli permettevano di muoversi liberamente dappertutto perché si erano resi che era un bravo uomo, d'onestà specchiata, e un padre di famiglia.

C'era un regime di polizia e di delazioni. L'impressione da noi avuta in quegli anni era questa: che tutto partiva dalla sacrestia. I rapporti con i vari enti militari l'avevano loro mica noi. Nei primi licenziamenti, evidentemente per confondere le idee, avevano messo nella lista anche dei personaggi vicini al mondo cattolico.

Il povero Francesi Sechi 'Pallò', ad esempio, cosa ne sapeva del comunismo, di politica? Dovevano mascherare: 'Pallò' era davvero un bonaccione. La sacrestia ha avuto un ruolo, ha saputo colpire, però doveva camuffare, quindi ha messo in mezzo anche dei 'semplici'. Nello stesso tempo, ha colpito me, Luigi Cappadona, Mario Filinesi, Egidio Cossu. Hanno messo in mezzo anche dei poveri cristi solo per imbrogliare le carte.

Sono stati colpiti anche dipendenti di altri atri arsenali ed è successo quello che è successo qui.
Hanno licenziato dirigenti politici e sindacali, rappresentanze di commissioni, circa 2200 persone.

In Sardegna si sono avuti dei licenziamenti qui e qualcuno a Cagliari.
C'è stato, in seguito, un intervento a livello nazionale della CGIL e del PCI.
Nella battaglia in nostra difesa Alessandro Natta e Renzo Laconi sono intervenuti in prima persona. Palmiro Togliatti era il leader del gruppo parlamentare comunista alla Camera, però chi svolgeva le funzioni di presidente, chi lo coordinava, era il sardo Laconi. Era intervenuto, come detto, anche Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della CGIL in prima persona pur non essendo venuto mai a La Maddalena.

Dopo il 1952, ho cominciato a fare politica attivamente, ho svolto tre mandati da consigliere comunale a Tempio, poi tre da consigliere provinciale, a Sassari. Sono stato eletto segretario di federazione in Gallura nel 1959, su incarico di Giorgio Amendola, responsabile organizzativo del partito, sono stato dirigente provinciale della CGIL, in diverse epoche, e presidente dell'ospedale di Tempio dal 1978 al 1982.

Nel 1952 è stato licenziato anche Pietrino Del Giudice. Lui era invalido di guerra, e nel momento in cui il direttore Bianca ci comunicava il licenziamento gli si rivolse dicendo 'guardi, io sono un invalido di guerra", ma io lo zittii subito dicendo 'cosa tratti di questa cosa, è una questione personale'. Del Giudice aprì poi un chiosco al mercato per vendere frutta e verdura: tutte le mattine riceveva la visita delle guardie municipali che gli mettevano 1000 lire di multa perché avvolgeva, dicevano, la frutta con la carta del giornale. E mille oggi e mille domani e dopodomani, lo costrinsero a lasciare l'attività. Ecco, questo era il clima.

In particolare hanno colpito dirigenti politici, dirigenti sindacali e membri della commissione interna. Passati un paio di mesi la direzione CGIL nazionale ci fece sapere che avremmo dovuto farci rilasciare un attestato della nostra abilità professionale.

Io sono stato il primo in assoluto ad essere licenziato il 24 giugno 1952. Ebbi la nascita di mia figlia pochi giorni dopo, il 9 luglio.

Ci sono stati dei casi in cui le famiglie si sono divise, perché il 'capo' non ha trovato più un lavoro e in cui i disoccupati incolpevoli sono impazziti perché le mogli spesso gli rinfacciavano che l'indigenza non sarebbe arrivata se non avessero fatto attività politica. Non c'erano allora gli ammortizzatori sociali di oggi, né la cassa integrazione guadagni, corta o lunga che sia. Dal giorno dopo il licenziamento mi impegnai a svolgere attività di mobilitazione.

Noi 'cacciati' non abbiamo avuto nemmeno la possibilità di rientrare in officina, e allora ci siamo riuniti nella sezione del PCI, in Via XX Settembre ed abbiamo iniziato le attività, investendo il gruppo consiliare del partito, la CGIL provinciale e nazionale.

A Roma, Di Vittorio ottenne che ci fossero assegnati ulteriori sei mesi di paga oltre l'assegno di liquidazione. Abbiamo iniziato un lavoro che è durato 22 anni.

Nel 1974, infatti, hanno riconosciuto l'errore e ci hanno ripagato con la quiescenza. No, non ci aspettavamo una riassunzione e qui attribuisco una colpa al sindacato, che decise lui per noi tentando la strada della riassunzione, fatto che determinò anche una rottura, perché i sindacalisti non erano autorizzati ad agire di testa propria senza consultarci. La Marina Militare non si sarebbe mai data la zappa sui piedi riassumendoci. Dopo quei licenziamenti in Arsenale subentrò la paura. La libertà d'opinione ne subì le logiche conseguenze. Gli iscritti al sindacato di sinistra. che prima erano circa 900, scesero a poco più di 100. Nessuno voleva più accettare incarichi nella Commissione Interna, né nei sindacati, né incarichi pubblici. La vita democratica, nel suo insieme subì una dura battuta d'arresto e la chiesa divenne, attraverso i suoi uomini, il vero centro dell'attività amministrativa".

16 luglio 1952. Al ritorno da Roma

Il 16 luglio, alle ore di 18, nella sala delle adunanze del palazzo municipale, sede consueta, ebbe luogo la riunione del consiglio comunale. Era stato convocato quattro giorni prima, in sessione straordinaria, dal sindaco Salvatore Vincentelli, per informare sui risultati ottenuti dalla delegazione recatasi a Roma, a perorare la causa dei dipendenti dell'Arsenale allontanati dal servizio e per ottenere dal ministro della difesa Randolfo Pacciardi la revoca dei licenziamenti.

L'assemblea civica era al gran completo, come avveniva nelle occasioni importanti. All'appello nominale del presidente, che era lo stesso sindaco, non rispose, perché assente, il solo consigliere democristiano Sebastiano Asara.

In apertura di seduta, l'esponente del Partito Monarchico, Giuseppe Sforazzini, consigliere di opposizione, ottenuta la parola, chiese che fosse riferito al consiglio quale fosse stato l'esito dell'azione svolta dalla delegazione comunale che aveva compiuto la trasferta romana, aveva partecipato alla seduta del parlamento nella quale era stato discusso l'argomento dei licenziamenti e aveva cercato di far recedere dalla sue ferree posizioni il ministro della Difesa.

L'assessore anziano Luigi Papandrea, che aveva guidato la rappresentanza isolana, fece sapere che nonostante le lettere di raccomandazione che aveva fatto recapitare al ministro Pacciardi e al deputato sardo Francesco Chieffi (DC), non era stato ottenuto alcun risultato: qualche parlamentare della Democrazia Cristiana, da lui interpellato, aveva risposto di non potersi interessare della faccenda.

A questo punto il sindaco fece sapere al consiglio di essersi rivolto al Prefetto di Sassari, presentandogli, nella sua cruda realtà, la situazione de La Maddalena, pregandolo di tenerla presente. Il Prefetto aveva promesso il proprio interessamento, "sia pure in forma larvata".

Donato Pedroni, capogruppo consiliare della Democrazia Cristiana, nel suo intervento dai banchi della minoranza, assunse le difese del 'Sindacato Libero', la futura CISL, i cui rappresentanti, in seno alle maestranze dell'Arsenale, avevano agito indipendentemente dalla Camera del Lavoro, perché erano stati tacciati di servilismo verso i dirigenti dello stabilimento militare. "I sindacalisti avevano proposto di inviare a Roma una commissione composta di estranei ai due sindacati - dichiarò Pedroni - ma la proposta non venne accolta perché gli aderenti alla CGIL puntavano su un'azione di piazza".

Renzo Larco, predecessore di Vincentelli, rilevò che, di fronte alla situazione angosciosa della città, sulla quale pesava la minaccia di ulteriori licenziamenti, si sarebbe dovuta compiere "un'azione concorde per salvare La Maddalena e per valorizzare il complesso industriale".

Intervenne, infine, il sindaco ricordando che, in un altro caso simile, verificatosi qualche anno prima - forse si riferiva ai licenziamenti legati alla presenza di più membri dello stesso nucleo familiare alle dipendenze della Marina, la famosa 'regola del tre' - fu costituito un comitato cittadino "che si rese benemerito per l'attività svolta".

Il nuovo comitato avrebbe dovuto essere formato da persone estranee all'amministrazione comunale. "Una volta costituito il comitato - affermò Vincentelli - l'amministrazione comunale non solo non può ignorarlo, ma ha l'obbligo di appoggiarlo validamente. Si augura che il promotore del comitato si faccia avanti e inizi senz'altro il lavoro".

La commissione, che il volenteroso sindaco intendeva promuovere, non si organizzò mai. La traballante maggioranza, di cui era a capo il geometra socialista, non ebbe lunga vita. Com'era costume, nella prassi politico-amministrativa locale, il tema aggregante, sulla cui evoluzione tutti all'apparenza si erano trovati d'accordo - la garanzia del futuro per quelle persone che avevano perduto il posto di lavoro e la continuità della principale fonte di reddito -, si esaurì nello spazio di una seduta di consiglio comunale. Le sinistre, incalzate dalla DC, che stava promovendo la sua campagna acquisti tra gli esponenti di destra e della lista civica, sostenute dalla vittoria del 'cartello laico-socialcomunista' alle amministrative del 25 maggio, perdettero progressivamente terreno e la coesione si deteriorò rapidamente. Si ritornò, ben presto, alla politica spicciola, minuta e provinciale. La 'primavera maddalenina' fu stagione assai breve e figlia di un'utopia.

La libertà di dire la verità.

Esaurito l'argomento licenziamenti, la riunione del consiglio comunale del 16 luglio 1952 ripropose il consueto teatrino isolano.

Natale Berretta, parlando a nome dell'intero gruppo della 'Lista Cittadina', diede la stura ad un dibattito, articolato e decisamente lungo, al centro del quale stavano i preliminari della decisione di sostituire Renzo Larco, sindaco che aveva aperto il mandato amministrativo e che era stato espresso dai 'civici' - liberali e massoneria, in buona sostanza - con Salvatore Vicentelli, "persona degna dell'alto compito affidatogli", ma socialista.

"Il nostro gruppo si compiace per l'avvenuta nomina del geometra Vincentelli a Sindaco - chiosò Berretta - al quale offriamo il nostro incondizionato appoggio. Intendo escludere totalmente il signor Vicentelli dalla, sia pur lieve, responsabilità sulla procedura usata per l'elezione del Sindaco in quanto conosciamo la sua modestia e la sua riluttanza ad accogliere decisioni che abbiano la pur minima parvenza dell'illegalità. Quanto vengo esponendo non deve suonare offesa a chicchessia, poiché in regime democratico il fulcro di ogni azione deve essere: libertà di dire la verità a ogni costo. Perciò mi sia concesso di precisare agli egregi colleghi, al pubblico e, soprattutto, ai nostri elettori che la nostra linea di condotta é stata e sarà sempre coerente con i principi e con le condizioni affermate pubblicamente nel periodo pre-elettorale.

Abbiamo accettato di far parte della lista cittadina: perché fummo invitati dagli autori della lista stessa; perché la lista era prettamente apolitica e aveva il compito di inserirsi come forza equilibratrice fra le varie tendenze; per sfatare la leggenda che i maddalenini erano incapaci ad amministrare il loro comune.

Accettammo la candidatura al di fuori d'ogni colore politico e soltanto come maddalenini perché desideravamo ardentemente portare un efficace contributo alla rinascita della nostra isola per dimostrarci degni eredi di un ricco patrimonio morale lasciato dai nostri avi che ben operarono per lo sviluppo di questo comune.

Fatti e non chiacchiere testimoniano ancor oggi la saggia amministrazione di quell'epoca remota e non dimenticata".

Un discorso in cui era lanciato un chiaro messaggio ai compagni di cordata, comunisti e socialisti che, dopo le dimissioni di Renzo Larco, avevano disatteso l'impegno assunto in campagna elettorale: il sindaco, sempre e comunque, sarebbe dovuto essere in quota 'civica'. Nel PCI e nel PSI, invece, si sosteneva che era impossibile rispettare il patto perché si era constatata la sussistenza di un clima di discordia e di crisi all'interno del gruppo della 'Lista Cittadina'.

Le dimissioni di Larco avevano colto di sorpresa i fautori della sua elezione a sindaco. Alcuni di loro avevano insistito per farlo recedere. Poiché l'anziano giornalista del Corriere della Sera e del Giornale d'Italia, si mostrava intransigente, fu convocata una riunione dei sette 'civici' a casa sua. Inizialmente, fu stabilito che il futuro sindaco dovesse essere scelto sulla base dei voti di preferenza, perciò fu pronunciato il nome di Natale Berretta. Questi oppose un netto rifiuto. Così, segui l'accordo unanime di proporre Marco Antonio Bargone, legato anch'egli alla Massoneria. Questo nominativo non fu accettato dai comunisti e dai socialisti, per ragioni che Berretta sosteneva di ignorare. I 'compagni' pretesero che fosse proposta una rosa di tre papabili. Siccome restavano tre consiglieri, la scelta sarebbe dovuta ricadere su uno di questi. Cominciarono i veti incrociati. "E se era normale il diritto dei social-comunisti di sanzionare una nostra scelta - continuò Berretta - altrettanto normale era per noi sanzionare la loro. Questo procedimento poteva esaurirsi con l'esame reciproco di tutti i nominativi nel giro di 24 ore. Soltanto nel caso che fra i nominativi della lista cittadina non si fosse trovato un elemento eleggibile a sindaco, allora e solo in quel caso, era giustificata l'inadempienza dei patti firmati dai responsabili dei partiti comunista e socialista.

Se è vero che la minoranza ha manifestato la sua netta ostilità per la lista cittadina perché con i suoi 920 voti le ha causato la sconfitta, è altrettanto vero che il gruppo social-comunista non ha dato lo stesso valore e considerazione al collegamento che le ha procurato la vittoria. Se il gruppo social-comunista voleva, con lo stesso suffragio dato al signor Vincentelli, poteva eleggere alla carica di Sindaco il signor Papandrea. Se ciò non é stato realizzato, evidentemente, il nominativo da loro prescelto non era di totale gradimento di coloro che hanno votato per l'elezione del sindaco.

Questo l'evolversi dei fatti. Respingiamo, quindi, gli espressi, puerili apprezzamenti e le discussioni fatte in merito. Ritenendoci degni di assolvere alle cariche per cui fummo eletti, intendiamo rispettare e fare rispettare la nostra personalità, dichiarando esplicitamente, soprattutto ai nostri elettori, che non abbandoneremo gli impegni assunti, non trasgredendo ai principi per cui scendemmo in lizza, innanzitutto perché non intendiamo tradire la fiducia che essi hanno riposto in noi nell'eleggerci, secondariamente per operare saggiamente in seno alla nuova amministrazione. Altrettanto impegno assumiamo dinanzi al popolo, invitando maggioranza e minoranza a una fraterna distensione d'animi. Abbiamo molto da lavorare e non potremmo più perderci in alterchi e quisquilie perché innanzitutto va sanato il bilancio e la nostra opera dovrà essere soprattutto a beneficio della collettività, perché una volta eletti, gli amministratori dovranno convincersi che essi non sono gli amministratori dei loro elettori e dei propri partiti, ma di tutti i cittadini. Allontaniamo, dunque, da questa aula le diverse tonalità politiche e i cittadini di ogni strato sociale ci diano tutti la loro collaborazione per il bene della comunità. Noi offriamo al popolo le nostre fatiche, con l'augurio di operare per un migliore avvenire della nostra bella e amata isola".

L'intervento di Berretta, forse un poco bizantino, figurava le condizioni nelle quali si sarebbe trovata a lavorare la giunta comunale. Il sindaco non era gradito a tutti i consiglieri che formavano la maggioranza. Alcuni di loro non si mostravano insensibili alle sirene democristiane.

A precisa domanda rivoltagli da Egidio Cossu - consigliere PCI, ma, principalmente, operaio dell'Arsenale, licenziato il 24 giugno - Berretta rispose che aveva parlato a nome suo, di Marco Antonio Bargone, di Pietro Ornano e di Giovanni Farese. Le stesse persone che contribuiranno, di lì a poco, a mandare a casa Vincentelli e compagni.

Lo stesso Farese sostituì Vincentelli, quale assessore effettivo e gli fu attribuita la delega all'azienda idroelettrica.

Un problema nazionale

L'11 luglio 1952, ai due 'fedelissimi' di monsignor Salvatore Capula, Donato Pedroni e Cesiro Impagliazzo, al loro ritorno da Roma - con buone notizie, ma soltanto a metà - non sfuggì l'articolo che un illustre inviato di guerra, sindaco de La Maddalena per soli 15 giorni e fresco dimissionario, aveva pubblicato in prima pagina, con titolo 'sparato', sul giornale con il quale collaborava dopo essere tornato a vivere nella città natale.

Renzo Larco, infatti, scrisse su 'La Nuova Sardegna', quotidiano che, all'epoca, non seguiva una linea editoriale vicina alla visione politica dei partiti di sinistra, un pezzo lungo e ben strutturato di denuncia dei licenziamenti avvenuti qualche settimana prima. Le conclusioni alle quali giunse l'ancora consigliere comunale di maggioranza, furono nette e drastiche: il licenziamento delle maestranze dell'Arsenale era un problema che avrebbe dovuto investire direttamente il governo nazionale, perché, se la Francia non avesse preteso l'applicazione rigida delle clausole "limitatrici e iugulatrici" del trattato di pace e l'Italia non avesse accettato supinamente le condizioni imposte, la base militare de La Maddalena non si sarebbe indebolita e non si sarebbe presentata mai la necessità di liquidare i dipendenti civili, seppure agitatori.

"A somiglianza di quanto è stato di recente fatto nei cantieri militari marittimi di Venezia, La Spezia, Taranto, anche dal cantiere militare marittimo di La Maddalena sono stati licenziati degli operai - si leggeva nell'attacco dell'articolo di Larco - Il provvedimento, sommamente increscioso per coloro che da esso sono stati colpiti, acquista un carattere di risentita gravità anche per il paese, in quanto accentua ulteriormente il disagio economico in cui versa la popolazione di La Maddalena, in conseguenza dell'applicazione delle clausole del Trattato di pace".

Secondo l'ex primo cittadino, in conseguenza dei provvedimenti vessatori, imposti dalla Francia, l'arcipelago delle Bocche di Bonifacio era rimasto come un'immensa scena vuota e l'isola principale era stata di colpo anemizzata. La popolazione che, prima e durante la guerra aveva raggiunto le sedicimila anime, dopo il ridimensionamento drastico delle pertinenze militari, a malapena sfiorava le diecimila unità.

"In cinque anni la popolazione di questo centro - scrisse ancora Larco - è diminuita di un buon terzo (e si tenga conto, a meglio valutare la pericolosità di un tal fenomeno di impoverimento demografico, che il nucleo cittadino di La Maddalena si è sempre sovradistinto per un alto indice di natalità). E' evidente che La Maddalena, ridotta come è oggi ridotta, necessità di attentissime cure che facilitino e assicurino la sua rinascita. Ma con quali cure, mezzi e programmi si potrà assicurare questa ripresa economica e sociale dell'isola?".

La domanda, retorica, sottintendeva la risposta. I maddalenini, abbandonati dallo stato, visto che l'isola sembrava non essere più funzionale alle esigenze della difesa nazionale, avrebbero dovuto arrangiarsi da soli, costruirsi, mattone dopo mattone, il loro futuro, cercare in ogni modo e con ogni mezzo di provocare un mutamento radicale alla stagnante situazione di crisi.

Ma non ne sarebbero stati capaci.

L'iniziativa, assunta dall'amministrazione comunale, di inviare a Roma una commissione cittadina, per far riassorbire nell'organico del cantiere navale militare il piccolo contingente di lavoratori licenziati e per bloccare ulteriori congedi forzati, avrebbe condotto solo a sperare di ottenere, nelle migliore delle soluzioni, il "non peggioramento" della situazione di fatto.

"Si offrono sempre due metodi a chi tenti di rimediare a una situazione critica - si leggeva ancora nell'articolo dell'anziano giornalista maddalenino - appoggiarsi a basi realistiche positive; o indirizzarsi verso cure allettevoli per una loro più intima seduzione romantica. E si incominciò col dire da taluno: perché non si punta sulla creazione di un 'porto franco' a La Maddalena? Sennonché, evidentemente non aveva una chiara idea sulla funzione del 'porto franco' chi questa semplicistica soluzione volle ventilare.

E altri ha aggiunto: perché non si reclama quella trasformazione che è rappresentata ancora oggi dal residuo cantiere militare marittimo di La Maddalena, in modo da renderlo un efficiente complesso atto a riparare i carri ferroviari e le locomotive delle linee sarde, che tuttora devono essere trasportati, con dispendio di tempo e di denaro, in continente? Ma anche per questo non si è forse a sufficienza riflettuto che per riparare locomotive e carri ferroviari occorrono stabilimenti altamente specializzati; e che, certo, tutto é possibile creare e tutto si può trasformare; eppure bisogna sempre fare i conti con le leggi della convenienza e dello stretto rendimento. Altre soluzioni di ripiego e di sussidiaria integrazione dell'economia isolana sono state abbozzate. Sia lecito, tuttavia, a chi scrive, avanzare riserve sull'efficacia concreta, reale, di tutte le soluzioni fin qui delineate.

E sia lecito, altresì, a chi scrive prospettare e invocare una soluzione che assicuri una rinascita di La Maddalena perché la si vuole poggiare sulla rivalutazione delle naturali e ancora insostituibili risorse preminenti di questo ganglio strategico tirrenico mediterraneo. Non si dimentichi, innanzitutto, che le fortune di questa isola sono nate sul mare sotto il segno della Marina militare. Come La Spezia, fino al 1861, era stata una modesta cittadina costiera della estrema appendice orientale della Riviera ligure, così La Maddalena, ancora fino al 1880 restò un paesetto romito di pescatori e di oscuri commercianti".

In poche parole, i maddalenini non sarebbero stati liberi di disegnare le linee guida del loro sviluppo, non avrebbero potuto farlo non solo perché erano privi dei mezzi necessari e incapaci di affrancarsi da secolari tutele, ma anche, e soprattutto, perché l'importanza di questa micro-specificità insulare, ai fini della difesa, aveva generato una schiatta di figli placidi e indifferenti, disposti a mangiare soltanto dal piatto che loro porgeva il governo.

Una mentalità che era la mentalità tipica di coloro che maturavano la consapevolezza di essere stati baciati dalla fortuna. E non perché abitavano una terra dall'inestimabile pregio ambientale e paesaggistico. Ma perché il modello di sviluppo della loro economia era stato imposto da un'entità sovraordinata. Lo Stato aveva deciso, sempre, al posto dei maddalenini. Non avrebbe potuto, in un momento delicato, com'era quello che viveva la città nei primi anni cinquanta, sottrarsi alle sue fondamentali responsabilità.


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