La Maddalena


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Le vicende politiche

Libri e ricerche > Baldacci - Lilliu 1961

Un quasi totale silenzio avvolge la vita dell'arcipelago durante il Medio Evo. Le isole rimangono tagliate fuori dalla scia della storia generale e locale e da luogo di deportazione diventano luogo di eremitaggio.

Con deliberazione comunicata il 12 ottobre 1243 ai Priori et fratibus Sanctae Marie inter insulas de Budellis, papa Innocenzo IV stabiliva che quel gruppo di eremiti seguisse la regola dell'Ordine di S. Benedetto. Dionigi Scano, al quale si deve la più recente pubblicazione del documento, così scrive: "Il convento di Santa Maria da Budelli, collocato in un isolotto deserto e senza risorse, più vicino a Bonifacio che non a Civita, alla cui diocesi apparteneva, era in origine un eremitaggio. Con questa bolla il pontefica Innocenzo IV lo mise sotto l'osservanza della regola di San Benedetto. Col tempo venne ad acquistare un'influenza, della quale sono prove evidenti gli incarichi affidati dalm pontefice ai suoi priori e le donazioni a loro elargite da Adelasia di Torres, influenza che si siega colla vicinanza del monastero alla Corsica e alla Sardegna. Il castello di Bonifacio finì per attrarre la loro attività a agli ultimi del 1238 li troviamo quivi stabiliti con chiesa e convento, sempre alla dipendenza della diocesi di Civita".

Lo Scano accenna ad un momento di notorietà storica del convento delle Isole Budelli, quando, dopo il divorzio tra Enzo, figlio di Federici II, re di Sardegna e Adelasia di Torres, la fazione sarda ghibellina chiese ed ottenne perdono dal Pontefice tramite priore benedettino delle Isole Budelli. Infatti, dal Laterano, in data 23 ottobre 1243, il pontefice autorizza il suddetto priore ad assolvere dalla scomunica i prtigiani di re Enzo che "nunc ad mandatum Ecclesie plene redire desiderent".

La mediazione dovette condurre a risultati soddisfacenti per ambedue le parti, se Adelasia di Torres donò al convento la "Villa di Surache",e Innocenzo IV concesse ampi privilegi di autonomia amministrativa e giurisdizionale. In data 19 giugno 1246 identici privilegi furono concessi al monastero di Sancto Angelo in Porcaria, cioè - secondo quanto abbiamo detto - ad un convento sito a La Madddalena. Dallo Scano si può ricavare l'errata nozione che almeno il celebre convento di Budelli, sia stato presto abbandonato. Invece si dovette trattare di un ampliamento verso Bonifacio, seguito pure al benessere materiale che si era andato consolidando con le donazioni di Adelasia e col favore del pontefice. E' consentita questa ipotesi dal fatto che le Rationes decimarum - che lo Scano non poteva conoscere all'epoca della redazione del Codice - per gli anni 1341, 1342 e dal 1346 al 1350, danno precisa notizia e del priore de Budellis e del priore Porquarie. Di questi centri di eremitaggio, che a motivo della loro posizione periferica, potevano anche esercitare una sicura protezione nei confronti dei fuorisciti politici, non abbiamo per ora altra documentazione. Il Sella, che ha redatto una carta geografica relativa al riconoscimento della ubicazione delle località citate nelle Rationes decimarum indica il priorato di Budelli nell'isola di Budelli. In realtà i documenti dicono inter insulas de Budellis e accennano evidentemente all'isola oggi detta di Santa Maria, dove la casa rurale ivi esistente presenta talune particolarità (porte interne ad arco; notevole spessore dei muri non adeguato alla costruzione attuale; volta), che la potrebbero far ritenere come una piccola parte conservata dell'antico convento. Lo stesso nome dell'isola, oltre che la maggiore bellezza e feracità, sono elementi che inducono ad ubicare qui, e non a Budelli, il convento benedettino.

Non è improbabile che il convento di Sant'Angelo nell'isola di Porcaria fosse ubicato a Cala Chiesa, ove sono presenti acqua potabile e buon terreno agrario. Lo stesso toponimo favorisce l'ipotesi di una simile localizzazione, con la convergenza di non casuali sepolcreti venuti in luce anche recentemente.

L'Angius nel secolo scorso faceva cenno delle"rovine d'una antica chiesa nella cosi detta cala di Chiesa, dove non si sa in quai tempi sia esistita la popolazione, che da certi indizi pare esservi stata".
Nel 1283, avrebbe soggiornato nel versante meridionale de La Maddalena, a Cala di Chiesa, l'ammiraglio Rosso Buscarino comandante di 16 galere pisane e qui rifugiatosi perchè incalzato dall'ammiraglio Tommaso Spinola, comandante di 28 galere genovesi. In tale circostanza sarebbe stata eretta una torre di vedetta a Guardia Vecchia e costruita una chiesetta presso la cala che ne avrebbe desunto la denominazione. Notizie, queste, che ricavo dallo Spano-Della Marmora, le quali però non sarebbero attendibili.

La chiesa di Budelli risulta officiata ancora nel secolo XVI, perchè dal 1445 sono registrate talune donazioni in danaro, depositato presso il Banco di San Giorgio a Genova. La chiesa di Budelli era divenuta una succursale di S. Maria Maggiore di Bonifacio. Dopo il 1584 essa fu distrutta dai Turchi.

In realtà l'arcipelago dal secolo XVI cade nella più completa dimenticanza perchè viene abbandonato a causa dei pirati, che stazionavano spesso nelle isole dei Budelli e Cecca di Morto. Triste risuona l'elenco del Fara, il quale conferma che le isole allora erano deserte.

Verso i primi anni del secolo XVII, la scoperta di banchi corallini effettuata da un certo Porta, richiama l'interesse degli amministratori sull'arcipelago. Ma, come poi siano andate le cose, non sappiamo. Altre notizie sulla raccolta del corallo si hanno da documentazioni relative agli anni 1693, 1694 e 1711; non si desume tuttavia che questo cespite economico fosse tale da conferire alle isole, non dico una certa importanza, ma almeno un certo interesse.

Dal punto di vista politico l'arcipelago era terra di nessuno, e vi esercitavano indipendenti diritti amministrativi sia sardi che corsi. In realtà le isole erano date per deserte o disabitate; siamo però sicuri che almeno dalla metà del secolo XVII - dall'anno 1683 - erano stati battezzati a Bonifacio bambini nati nelle isole de La Maddalena e di Caprera. Questo fenomeno denunzia un insediamento che - sebbene temporaneo, come vedremo meglio in seguito - faceva rientrare l'arcipelago nell'orbita economico-amministrativa di Bonifacio e cioè dei Genevosi, i quali ne deducevano un diritto consuetudinario di proprietà e di padronanza politica. Infatti, quando a favore di Giacomo Antonio Carboni, console spagnolo in Corsica, furono concesse in usufrutto le Isole Intermedie dalla Giunta Patrimoniale, la Repubblica di Genova aveva imprigionato il Carboni costringendolo a rinunziare ad ogni eventuale diritto. Fu certamente un atto di molta energia perchè la concessione era stata confermata da Carlo III d'Austria, con l'aggiunta di altri benefici elencati nella Carta Reale del 10 novembre 1711.

In seguito alla prima guerra di successione e al famoso tentativo del Cardinale Alberoni, mediante il trattato di Londra, la Sardegna fu politicamente unita al Piemonte, con titolo regio nella corona di Vittorio Emanuele II di Savoia. Siamo nel 1720,e , nonostante le cruente vicende e le numerose spartizioni che per circa due decenni hanno travagliato l'Europa, l'arcipelago rimane, di fatto e di diritto, terra di nessuno.

L'interessamento immediato politico-amministrativo del regno sardo all'arcipelago cominciò nel 1728, anno in cui il marchese di Cortanze, Vicerè di Sardegna, "scrisse al Re....prponendo al superiore governo che si intimasse ai Bonifacini delle isole di riconoscere la sovranità di S. M. Sarda mediante la corresponsione di un tenue affitto. Nel caso che l'intimazione non avesse avuto effetto, si sarebbe dovuto ricorrere alla forza servendosi delle galere cheannualmente dalla base di Villafranca si portavano in Sardegna per compiere la perlustrazione dele coste e allontanare la minaccia delle incursioni barbaresche" Il Re rispose in data 5 ottobre "consigliando un atteggiamento di prudenza: approvava non solo il disegno di far sentire la presenza di navi sarde nei paraggi dello stretto di Bonifacio, in modo che vi fosse impedito il contrabbando, ma anche quello di indurre i pastori corsi al pagamento del canone; era invece alieno ad ogni dimostrazione di forza che potesse creare delle complicazioni con la repubblica di Genova; in tutti i casi era necessario che si facessero diligenti ricerche per rintracciare eventali titoli di sovranità su quelle isole".

Gli atti del 1728 documentano una situazione di disagio nei confini settentrionali della Gallura, considerati come porta aperta al contrabbando; situazione che un buon piemontese non poteva tollerare. Tuttavia sono da notare due fatti:

1 - la saggezza con cui il governo centrale manovra la questione, in vista di complicazioni non desiderate con la vicina Repubblica;
2 - la questione giuridica della sovranità sulle isole. Questione alla quale sin da allora si cercò, invano, di dare una risposta rovistando gli archivi della Sardegna.

Comunque si volle procedere egualmente a comunicare agli interessati le condizioni stabilite dal governo sardo per poter utilizzare le isole e nel 1729 compaiono le galere della Marina sarda. Ma non si ritenne opportuna una presa di posizione. Finalmente nel giugno 1730 un rappresentante del governo potè metter piede nell'arcipelago, e comunicare agli interessati che dovevan richiedere il permesso per utilizzare le isole e che eran perciò tenuti a pagare un canone. I pastori nicchiarono rispondendo che avrebbero dovuto informare i loro padroni; il delegato sardo rientrò in Sardegna, e per un pò di tempo ogni cosa ufficialmente fu messa a tacere.

Il Comandante Della Chiusa si recò nell'estate 1736 nell'arcipelago con due galere, e stilò una realazione molto simile a quella di un esploratore di terre sino allora estremamente selvagge.

La questione dell'affermazione di fatto della sovranità del Regno di Sardegna sull'arcipelago dovette essere riamndata a causa delle guerre che infierivano nel Continente. Da esse la Repubblica di Genova uscì malconcia e sufficentemente dissestata, con la sanguinosa eredità di una nuova ribellione in Corsica capeggiata da Pasquale Paoli, che era ovviamente favorevole ad ogni nemico di Genova.

Nel 1767 si ritenne giunta l'opportunità per concludere con occupazione militare dell'arcipelago, la cavillosa questione della sovranità, "Essendo maturo il tempo di mandar ad effetto la ben nota spedizione per le Isole Intermedie ....", come scriveva il conte d'Hayes al sig. Vassallo Allione di Brondel, all'inizio delle istruzioni per l'occupazione delle isole. L'occupazione avvenne senza resistenza alcuna nè da parte delle truppe della Repubblica di Genova nè dei locali.

Alle ore 11 del 14 ottobre 1767 salparono da Longosardo il "Regio Pinco, altro carico di truppa, le due Regie Cialope, quella di San Carlo, quella di San Vittorio e la Gondola, che aveva arrestato, carica di buoi, il Pinco". Alle ore 13, la flottiglia giungeva nella cala di Villamarina nell'isola di S.Stefano, dove veniva effettuato il primo sbarco. poi la scialuppa San Carlo, rimorchiando la gondola carica di truppa, fece rotta per Cala Francese e qui furono sbarcati 40 soldati col compito di raggiungere Guardia Vecchia. Il resto della flottiglia si diresse a Cala di Chiesa, effettuando lo sbarco secondo il previsto. Anche da questa cala le truppe si diressero verso Guardia Vecchia, ove avvenne il congiungimento con l'altra colonna alle 17.30 dello stesso giorno. Una salve di fucili salutava l'alzabandiera, che confermava la sovranità del regno Sardo sull'arcipelago.

Un'azione di protezione veniva effettuata dalla scialuppa San Vittorio compiendo il periplo de La Maddalena. La navigazione fu cosi rapida e senza ostacoli di sorta, che l'equipaggio giunse in tempo a Cala di Chiesa per collaborare allo sbarco del grosso della spedizione. Il 15 si ancorò nella Cala di Villamarina il "Regio Filuccone procedente da Terranova (Olbia)". Su questo 40 soldati si imbarcarono la mattina del 16 per prender possesso dell'isola di Caprera. Mentre si attestavano sulle posizioni ritenute più importanti, si udì un colpo di cannone sparato per falso allarme dal Pinco e successivamente un altro colpo sparato dal Filuccone. Il piccolo gruppo ritornò subito sulla costa e, reimbarcatosi, prese terra a La Maddalena. Il giorno successivo la piccola guarnigione fu di nuovo mandata a Caprera, portando cosi a compimento il piano operativo. Il contrattempo era stato causato dall'avvistamento di una Galera genovese e di due bastimenti latini vhe veleggiavano presso la costa della Corsica. L'allarme cessò quando si potè constatare che la nave da guerra era di scorta ai due bastimenti che provvedevano a rifornire Bonifacio. La eventuale reazione armata della Repubblica non si era quindi verificata; ma Genova non poteva rassegnarsi a perdere senza protesta quelle isole che i propri sudditi colonizzavano da anni. Infatti il Cancelliere di Bonifacio si era recato a La Maddalena alcuni giorni prima dell'occupazione sarda con una Galera ed aveva lasciato ai sudditi una lettera da consegnare al comandante delle truppe di occupazione ed una bandiera della Repubblica di Genova. Gli isolani, pur facendo atto di obbedienza, consegnarono al maggiore La Rocchetta la missiva, che è una rinnovata dichiarazione della vsovranità di Genova sulle isole, e nel contempo una formale protesta per l'occupazione militare.

Peraltro si può notare come sia Torino che Genova volessero mantenere circoscritto l'incidente lontano dalle proprie frontiere. Non può destare meraviglia, in un'atmosfera di questo genere, se il primo saluto estero alla nuova bandiera innalzata a Guardia Vecchia, sia stato dato da una salva di cannoni di una nave di Pasquale Paoli, ribelle alla Repubblica di Genova.

Compiuta l'occupazione, si attese con alacre diligenza a fortificare le località militarmente importanti dell'arcipelago e a costruire gli alloggiamenti per la truppa, forte di quasi cento unità. In tal modo l'arcipelago cominciò ad assumere una funzione specifica nella difesa settentrionale della Sardegna, ed espletò sin dall'inizio il compito di base-appoggio militare e mercantile. Le fortificazioni cominciarono a rendere più ardui i colpi di mano dei Turchi, i quali spesso si servivano delle isole Razzoli come porto-rifugio.

Nel 1765 i corsari di una galeotta tunisina avevano preso a Santo Stefano e condotto schiavi a Tunisi, Simon Giovanni Ornano; Giovanni Marco, padre e figlio; Pasquale Millelire.

A qual punto fossero cambiate le cose è dimostrato dall'azione svoltasi nel novembre 1774, quando il felucone sabaudo San Gavino, con a bordo pure degli isolani, catturò nelle prossime acque una galeotta con 24 tunisini. Per le ferite riportate morì il ventenne Francesco Ornano, primo maddalenino caduto in combattimento per la bandiera del Regno di Sardegna.

Un'altra azione si svolse il 15 aprile 1787 contro uno sciabecco tunisino, che però riuscì a sottrarsi all'arembaggio riparando nelle acque territoriali della Corsica.

Le instaurate condizioni di sicurezza, favorirono il popolamento della costa, presso Cala Gavetta, ove cominciò a svilupparsi il primo centro abitato, con adeguata organizzazione economica ed amministrativa. L'itinerante popolazione di ieri, dopo l'occupazione, è diventata una collettività con tutte le prerogative e le attribuzioni di uomini liberi. E' evidente quindi che, su tale base, sorgesse un riconoscente attaccamento alla dinastia sabauda, e che un assoluto lealismo si sostituisse agli atteggiamenti di giustificabile in certezza e diffidenza dei primi anni di occupazione.

L'occasione per esternare tali sentimenti in forma epicamente concreta fu determinata dalla guerra tra il Regno di Sardegna e la Repubblica Francese. Il 22 febbraio 1793 una squadra navale francese, salpata da Bonifacio, dopo un tentativo di sbarco a Punta Tegge, investì con le sue artiglierie l'isola di Santo Stefano, e il 23 mattina ne occupò la torre. Dalla sera del 23, i Francesi, piazzata l'artiglieria in località opportuna dell'isola, iniziarono il bombardamento de La Maddalena, che si protrasse nei giorni 24 e 25. Nella notte del 24 la corvetta Fauvette salpò da Cala di Villamarina e appoggiò uno sbarco nell'isola di Caprera, ove però i Francesi furono prontamente respinti. Identico tentativo, ripetuto l'indomani, ebbe lo stesso risultato, e forse fu determinante per consigliare agli attaccanti una rapida ritirata generale. Una documentazione abbondante consente di seguire nei suoi particolari tutte le fasi dell'assedio, reso storicamente ancor più importante per la partecipazione di Napoleone Bonaparte, allora capitano dell'artiglieria francese e luogotenente della guardi nazionale corsa. Dall'isola di Santo Stefano egli aveva diretto il bombardamento su La Maddalena, colpendo purtroppo più obiettivi civili che militari.

L'azione di difesa, condotta dal Comandante delle regie mezze galere Cav. Felice Costantini fu pronta ed energica, ed ebbe una collaborazione sagace ed eroica da parte del maddalenino Domenico Millelire.

Riepiloghiamo gli atti più salienti e decisivi. La squadra francese di 23 unità, consistenti in una corvetta, una goletta, tre feluconi, una galeotta, due polacche, due tartane e tredici gondole da trasporto il 22 febbraio 1793 si attesta tra l'isola di Spargi e la rada di Mezzo Schifo. Le batterie di Guardia Vecchia e del forte di Sant'Andrea, insieme con le artiglierie delle mezze galere bersagliano la squadra nemica, senza però riuscire ad impedire lo sbarco nell'isola di Santo Stefano. Il Cav. Costantini nella notte dal 22 al 23 fa trasportare il "più grosso cannone da 15" alla Punta Le Tegi (oggi Punta Tegge), e di lìm colpisce per quattro volte la corvetta costringendola a ripararsi nella Cala di Villamarina. In tal modo la corvetta era al sicuro dal tiro delle artiglierie maddalenine, peraltro battute da una postazione comandata da Napoleone e piazzata nell'isola di Santo Stefano. Con sagace decisione il Cav. Costantini cerca di non dare tregua alla corvetta, e forzando il blocco, riesce a far entrare in azione una batteria di due cannoni sistemata durante la notte sulla costa della Sardegna tra Capo dell'Orso e il Palau. Il fuoco iniziato il 24 mattina coglie di sorpresa i bastimenti raggruppati innanzi alla Cala di Villamarina costringendoli a trovar maggiore, sebbene sempre scarso riparo nella parte più interne della medesima. L'esito felice di questa operazione si dovette ai nocchieri Domenico millelire e al timoniere Zonza, e fu positivamente ripetuta nella notte dal 24 al 25 con sistemazione di altri due cannoni allo Stentino di Capo dell'Orso, località dalla quale la Cala di Villamarina si presentava completamente scoperta. Ma nello stesso tempo la Fauvette usciva dalla cala e si portava a Caprera per il primo vano tentativo di sbarco già accennato. Comunque la nuova batteria ebbe agio di seminare bombe e scompiglio tra i bastimenti all'ancora e di porre gli assedianti nella situazione imprevista di assediati. La situazuone era però molto grave per i Maddalenini dato il notevole contingente di forze attaccanti e per il rapido esaurirsi delle munizioni e delle scorte di vettovaglie, sebbene la popolazione non atta alle armi fosse stata evacuare già da alcuni giorni. Ma sulla sera del 25 d'improvviso cessa il fuoco da S.Stefano e la squadra navale batte in ritirata. Domenico Millelire che sorvegliava ogni mossa del nemico dalla costa sarda, arma una scialuppa con un cannone e si avvicina ai bastimenti. Ma avvistato ha ben presto addosso due feluconi, che gli scaricano le loro artiglierie. Illeso, si avvicina ancora di più, fa fuoco e spezza ad un felucone antenna e l'albero di maestra, inducendolo a ritirarsi, protetto dall'altro felucone, che segue la squadra ormai in rotta verso Porto Vecchio in Corsica.

Il Millelire attracca a Santo Stefano, abbandonata dal nemico, e ispeziona l'isola facendo prigionieri quattro militari, che non avevano avuto il tempo di imbarcarsi tanto era stata precipitosa la decisione di rinunziare all'impresa!

La bella prova, sostenuta cosi validamente, mise in luce il valore dei maddalenini e la piena e vitale efficienza della nuova collettività. Seguirono elogi, premi e riconoscimenti al valor militare. Pure la collaborazione dei milizianoi sardi, comandati dal Cav. Don Giaime Manca Tiesi, fu fattiva e contribuì alla vittoria, sia presidiando il litorale sardo, sia provvedendo all'efficenza delle due barche che avevano colpito di sorpresa il nemico alle spalle. Per la valida opera il Cav. Manca Tiesi fu promosso col grado di colonello di fanteria.

Lo storico Marmonier pone l'iniziativa francese in relazione alle rivendicazioni dei diritti della Francia sulle Isole Intermedie, in quanto erede legale della Repubblica di Genova. Diritti sempre rivendicati dai bonifacini dopo l'occupazione piemontese. Napoleone non potè più avere la rivincita di questo smacco, che con motivata relazione, egli attribuì all'incerto comportamento del comandante della Fauvette. il ricordo triste si perdette nel vortice delle guerre continentali, tra il divampare di grandi e decisive battaglie per il destino dei popoli.

Ma La Maddalena espletava il suo ruolo di sentinella al confine, e rientrava nel quadro generale dell'offensiva antinapoleonicaeffettuata dalle squadre navali delle coalizioni. Infatti essa fu la base operativa dell'Ammiraglio Orazio Nelson, che qui soggiornò a lungo negli anni 1803 e 1804, in attesa del colpo di grazia che doveva infliggere alla fllotta francese a Trafalgar. Ho veduto nella sacrestia parrocchiale i candelieri d'argento e la lettera autografa di Nelson che accompagnava il dono, indirizzata al parroco, Sac. A. Biancareddu. L'Ammiraglio ringrazia la popolazione de La Maddalena per il trattamento usato a lui ed agli equipaggi durante la permanenza della flotta britannica nelle acque dell'arcipelago.

Il crollo napoleonico segnò la fine della importanza militare e del benessere de La Maddalena. La vita riprese impiantata sulle magre risorse locali, ma tuttavia ben radicata. Pur con la scomparsa delle cause artificiose che avevano esageratamente incrementato il numero degli abitanti e il volume dei commerci e dei traffici, creando problemi di esistenza divenuti successivamente critici, la collettività seppe riassumere dimensioni proporzionate alla nuova congiuntura economica.

Nel 1843 Carlo Alberto visitò anche La Maddalena, in un viaggio che aveva lo scopo di saldare i vincoli politici con il Piemonte e di attirare sulla persona del Re le simpatie dei sudditi.

Benefici concreti, almeno per La Maddalena, non si ottennero, e la vita si trascinò ancora alla meglio, tra le guerre di indipendenza alle quali La Maddalena diede un contributo molto efficace. La poitica italiana dell'ultimo ventennio del secolo scorso, con denunzia dei trattati economici con la Francia, condisse alla revisione delle nostre posizioni militari lungoi confini terrestri e marittimi occidentali. Di nuovo, improvvisamente, La Maddalena riassunse l'importante funzione di sentinella al confine. Il 6 marzo 1887 essa fu designata come base navale, derivando da tale funzione quella fisionomia che oggi conserva, dignitosamente. Il trasferimento dell'Ammiragliato a Cagliari avvenuto nel 1933 costituì una prima menomazione per l'attività che di riflesso espleta la popolazione civile. La smilitarizzazione delle isole in seguito al trattato di pace, ha tolto alla cittadinanza le sue principali risorse economiche, determinando un grave disagio, al quale si cerca di far fronte suscitando altre fonti di attività.


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