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Caprera
A pensarci bene, non è per niente un'americanata e per di più estiva la scelta dell'emittente Usa Nbc di assegnare il titolo di spiaggia più sexy del mondo all'isola di Caprera, uno degli angoli più suggestivi del bacino del Mediterraneo, fortunatamente salvato, grazie al Parco, dalla "valorizzazione turistica", sintagma preferito da tanti geometri, assessori e sindaci di centri costieri, deturpati da colate di cemento e sui cui arenili si affacciano file di villette dall'incongruo stile simil nuragico. L'isola di Garibaldi - poche decine di chilometri quadrati di paradiso selvaggio e incontaminato - è in compagnia di "perle" di fama planetaria quali Salvador de Bahia, Cuisine Island nelle Seychelles, Kuta Beach a Bali, Kaanapali Beach a Maui, nelle Hawaii, Similan Islands in Tailandia, l'atollo Motu Tane, nella Polinesia francese. Gli americani, si sa, sono abituati ad un linguaggio essenziale, privo di orpelli e abbellimenti retorici: con l'aggettivo sexy intendevano dire affascinante, attraente, eccitante, seducente, persino erotica e sensuale. Tutti aggettivi che - diciamocelo - sarebbero inappropriati oggi per luoghi di cui, anche per colpa nostra - voglio dire di noi sardi - si fa fatica a ricordare la struggente bellezza, se si è avuta la fortuna di conoscerli com'erano. Basta ricordare la mitica Liscia Ruja, in Costa Smeralda, la più bella spiaggia della Sardegna, un sogno di candida sabbia e acqua trasparente. Insieme a Petra niedda e Petra bianca - toponimi ormai irrimediabilmente perduti nel grande calderone del boom turistico - rappresentava, fino a non molto tempo fa, qualcosa di molto vicino ad un paradiso, pervaso dai profumi di una macchia mediterranea fittissima, dove si apriva a fatica qualche sentiero segnato dal passaggio delle agili caprette galluresi.
Oggi vi si spingono protervi fuoristrada, incuneati tra macchioni di mirto, di lentischio, di lavanda che hanno ormai perduto i profumi che ammaliano a Caprera. Si fatica persino a riconoscerli quei luoghi trasformati dalla fantasia godereccia dei ricchi alla ricerca dell'ultimo lembo di paradiso che noi abbiamo perduto e che nessuno e niente ci restituirà, neppure la famosa "tassa sul lusso". Luoghi impudicamente deturpati da residences, villette e villoni, alcuni dei quali esibiscono artistiche pietre scolpite dal vento e dall'acqua, rubate al tempo geologico per adornare giardini e mura di cinta.
Impossibile trovare un'ansa miracolosamente deserta e dove non si aggirino torme di fotografi vip-watching appostati alla ricerca dello scoop da sparare sulle bibbie del gossip. Eva tremila, Chi, Novella 2000 e innumerevoli altri giornali alimentati da figure del sottobosco televisivo - veline, tornisti & simili, quasi tutti appartenenti alla "scuderia" (scuderia!) di Lele Mora. Persino i colori del mare non sembrano più gli stessi tra gommoni, moto d'acqua, motoscafi, yacht, barche a vela, natanti di impressionanti dimensioni. Dove, come abbiamo appreso dalle poco edificanti cronache dello scandalo battezzato "vallettopoli", i ricchi e potenti organizzano feste e festini, animati da "ragazze immagine".
Una "vita smeralda" che sembra ben poco sexy. Quello che trasmette è, in verità, l'idea di un sesso più rappresentato che vissuto, come svuotato della sua carnalità, consegnato ad una teatralità fatua e torva. Paesaggi e ambienti sono ormai ridotti ad un puro e semplice fondale, privo d'identità, di storia, di ethos. Nient'altro che lo sfondo di feste e festini, location di "eventi" organizzati da Briatore e Lele Mora. Un luogo (anzi un "non luogo") di consumo turistico, impoverita cassa di risonanza di eventi intessuti altrove (basta vedere il risalto nella grande stampa della vita smeralda di Gianpiero Fiorani, ospite di Mora).
Insomma, una risultante geografica temporale, un puro scenario di sole e di mare da cartolina, in cui la natura non sembra neppure ispirare una nuova dimensione dell'eros, o esprimere la "misteriosa vita dello spirito", per dirla con le parole usate da D.H. Lawrence per descrivere la Sardegna nel 1921, un'altra era geologica.
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