La Maddalena


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L’Italia nella NATO e il Piano Marshall - Pane del governo a cura di T. Abate e F. Nardini

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L'Italia si presenta alla politica americana sotto una molteplicità di aspetti tutti in qualche modo significativi: come paese di confine nell'Europa meridionale dell'ipotizzato schieramento difensivo 'atlantico-mediterraneo' così come la Norvegia lo sarebbe stato dell'Europa settentrionale; come componente insostituibile, quale che fosse l'attuale debolezza del governo, la fragilità e la scarsa compattezza dello stato della società italiani, della civiltà occidentale e pertanto dello schieramento internazionale che voleva costruire a sua difesa; come paese prominente nel Mediterraneo, di un settore geografico, cioè, nel quale gli Stati Uniti si erano impegnati prima che altrove ad opporsi all'espansione sovietica e all'affermazione del comunismo; e infine come campo di esperimento classico di una democrazia ristrutturata sotto tutela ed influenza americana, che era diventato un punto d'onore (oltre che un intento primario nell'ambito della 'guerra fredda'). In questo senso le elezioni del 18 aprile rappresentano l'apice di questa fase della politica italiana verso l'Italia postfascista, articolata, oltre che su un sostegno economico che dura ormai da quasi cinque anni, sulla promessa della difesa militare dell'Italia uscita dallo status di potenza vinta e sull'appoggio esteso, multiforme e deciso ai partiti politici di democrazia occidentale.

Non a caso l'impegno americano in quelle elezioni è stato pittorescamente descritto con l'espressione "Taking off the gloves": un'impresa, cioè, in cui 'ci si era levati i guanti ". Il momento specifico della considerazione del governo americano per la situazione dell'Italia cade fra l'inizio del 1947 e l'inizio del 1949, quando, con la firma del trattato del Nord Atlantico (4 aprile 1949) l'Italia entrò a pieno titolo nel novero dell'alleanza strategica chiamata a fronteggiare, prima politicamente e poi militarmente - se necessario con la forza - l'espansione del comunismo verso occidente. "Questa più precisa linea di politica italiana degli Stati Uniti portò l'America ad assumere precisi impegni militari in Italia prima che in ogni paese firmatario dell'alleanza del 4 aprile 1949". Ma c'era anche l'aiuto economico, sostanziale, che poteva essere usato come deterrente anticomunista: il Piano Marshall.

"Nella speranza degli artefici della politica america - chiarisce Barié - il Piano Marshall aveva, come si sa, significato alternativo alla necessità di intervenire militarmente per difendere l'Europa. Nel caso italiano, però, questo valore alternativo generale era in qualche modo ridotto in partenza dall'impegno dichiarato di difendere il paese da attacchi esterni. La fragilità della democrazia nel periodo indicato, la vicinanza della più inquietante e battagliera nazione comunista al di fuori (ma in questo periodo ancora sotto la guida) dell'Unione Sovietica, la Jugoslavia di Tito; la collocazione della penisola e delle isole italiane nell'area strategicamente vitale del Mediterraneo; le responsabilità assunte dagli americani in più di quattro anni di occupazione, stanno alle spalle della dichiarazione del presidente Truman del 13 dicembre 1947 che impegna gli Stati Uniti a prendere in considerazione le misure più opportune da adottare per il mantenimento della pace e della sicurezza in Italia".

Secondo Ennio Di Nolfo, il Piano Marshall individua il momento culminate "della rielaborazione degli obbiettivi della politica estera americana, dinanzi alla scoperta di una realtà diversa da quella attesa durante la guerra contro la Germania". Sempre secondo l'autore, la coscienza dell'esistenza di questo problema raggiunge il suo culmine negli anni fra il 1947 e 1950, che è anche il momento in cui matura la constatazione dello scontro inevitabile fra le superpotenze, ossia "le esigenze di questo scontro, il formarsi delle regole che determinano la natura del sistema bipolare (e) tendono a condizionare tutta la vita internazionale, imponendosi alle esigenze particolari dei singoli soggetti minori o agli aspetti periferici della politica estera delle singole superpotenze".

Tutto questo quadro in rapido movimento portò a definire, ad esempio, un documento del 'War State Navy Coordinating Committee' di questo tenore: "La sicurezza degli Stati Uniti è l'interesse fondamentale al quale l'aiuto da parte degli Stati Uniti a Paesi stranieri deve servire. Gli Stati Uniti hanno oggi bisogno di amici nel mondo e in particolare debbono preoccuparsi che altre nazioni non passino sotto l'influenza di alcuna nazione ostile".

Una tale esigenza, dobbiamo dire, calza perfettamente con le successive prese di posizioni del governo italiano indirizzate a tenere sotto stretto controllo ogni esuberanza da parte socialcomunista, fosse essa a livello politico che sindacale, specialmente nei luoghi di lavoro e nelle strutture controllate direttamente dal governo, com'era il caso dell'Arsenale Militare della Maddalena.

L'intervento di soccorso economico prese avvio nel 1947. Lo stesso George Marshall, ideatore del faraonico piano di aiuti all'Europa, in un discorso pronunciato all'università di Harvard il 5 giugno di quell'anno, invitò gli stati europei appena usciti dalla guerra ad accordarsi su di un programma di ricostruzione economica che gli Stati Uniti si dichiaravano pronti ad appoggiare e finanziare.

L'offerta americana fu accolta ed esaminata dai ministri degli esteri di sedici paesi dell'Europa occidentale (tra cui l'Italia) in una conferenza che si tenne a Parigi il 12 luglio 1947.

A seguito di tale conferenza fu elaborato il programma delle richieste sulla cui base il congresso americano approvò, il 2 aprile 1948, il 'Piano Marshall', ovvero il piano di riconversione economica.

Il 16 aprile 1948 gli stati europei partecipanti a questo piano sottoscrissero il trattato per la cooperazione. In base all'accordo gli aiuti per la ripresa economica dell'Europa sarebbero dovuti essere assegnati dal 1948 al 1952: continuarono tuttavia oltre tale data, pur se in misura ridotta. Non era una novità: gli stati europei avevano ricevuto aiuti americani anche anteriormente al 1948 sotto varie forme.

Nel piano Marshall ogni governo disponeva a titolo gratuito dell'86% dell'aiuto americano concesso; il rimanente 14% era concesso a titolo di prestito. Inoltre ogni governo doveva costituire un 'fondo di contropartita' nella propria moneta nazionale. Questo fondo, in cui doveva essere versato il ricavato dalla vendita delle merci ottenute gratuitamente, doveva essere utilizzato per la ripresa e lo sviluppo economico del paese.

L'ente italiano incaricato dei prelievi fu il CIR (Comitato Interministeriale per la Ricostruzione) cui era affidato il compito di coordinare tutto ciò che concerneva tali aiuti. Dal 3 aprile 1948 al 30 giugno 1953 furono erogati all'Italia, in base al Piano, 1.578 milioni di dollari: tale somma contribuì in particolare all'assestamento del disavanzo della bilancia commerciale italiana e di quella dei pagamenti.

Considerando che il dollaro, era quotato attorno alle 600 lire italiane, il volume di denaro che raggiunse l'Italia attraverso il piano Marshall può essere valutato attorno ai 9,4 miliardi di lire di allora. Una cifra enorme che il governo nazionale spartì fra i vari ministeri preposti alla ricostruzione, un governo nazionale che sin dal maggio del 1947 aveva fatto a meno dell'apporto della componente socialcomunista licenziandola nel secondo governo De Gasperi.

Anche il Vaticano, con la forza della capillarità ecclesiale, spingeva in quegli anni affinché le componenti socialcomuniste locali fossero messe in minoranza o, comunque, limitate o private della forza di attrazione e di convincimento che essi esercitavano sulle masse. Questo fenomeno di 'attenzione' delle massime gerarchie ecclesiastiche alle dinamiche sociali che gli anni '50 stavano portando alla ribalta si pose anche, in un certo senso, in alternativa alla politica di centrismo portata avanti da Alcide De Gasperi che era, indubbiamente, dal punto di vista della dialettica politica, un figlio del Vaticano. "Nella chiesa cattolica sembrarono prevalere tendenze reazionarie, e ciò non rimase senza conseguenze nella politica interna italiana. L'eclissi di Alcide De Gasperi aveva lasciato libero il passo alle forze clericali e integraliste all'interno del mondo cattolico. Negli anni successivi al '52, anche grazie al declino fisico di papa Pio XII, un gruppo di cardinali conservatori della Curia, fra i quali il più loquace, se non il più importante, era Alfredo Ottaviani, prese il sopravvento in Vaticano e usò pesantemente il proprio potere in Italia e in Francia".

Per comprendere come si esprimeva, anche a livello di sola intimidazione, la strategia anticomunista del governo, e com'erano capillari le informazioni che pervenivano al ministero degli Interni, riportiamo un episodio accaduto a Mario Birardi, che, alla fine del 1950 fu chiamato alle armi. Il futuro sindaco andò a Taranto e dopo fu imbarcato come saldatore sull'incrociatore 'Andrea Doria', nave ammiraglia della flotta italiana. Evidentemente il suo credo politico era conosciuto perché poco dopo aver messo piede sulla nave fu ricevuto dal vicecomandante, in un primo momento gli propose di fare suo il segretario particolare, poi, saputo dal Ministero che era comunista fece di tutto per farlo sbarcare. Birardi, nel giro di un mese, fu trasferito all'isola di Favignana in provincia di Trapani. Qui giunto vi trovò ad accoglierlo un maresciallo originario di Marino (Roma) con cui ebbe poi un rapporto amichevole e cameratesco che lo mise in condizione di passare il resto della naja senza eccessive difficoltà, se non fosse stato per via della lontananza da casa.

La pressione si esercitava, ovviamente, sul personale militare della Difesa che, dietro l'apparente giustificazione dell'imparzialità dei comportamenti di fronte agli eventi politici nazionali, era costretto a subire limitazioni severe alla propria libertà, sia di espressione del pensiero sia di movimento.

In un'informativa fatta pervenire allo Stato Maggiore, il ministro Randolfo Pacciardi, dichiarava: "In occasione di pubblici comizi, specialmente nella Capitale, è stata riscontrata la presenza di militari delle varie armi, che si uniscono alla folla per ascoltare la parola degli oratori. Al militare, in relazione ai compiti che ad esso sono affidati nel supremo interesse della difesa del Paese, non si addice, sia pure con la sola presenza, la partecipazione a competizioni di parte; la sua astensione dalle manifestazioni stesse, lungi dall'essere definita come insensibilità politica per le correnti programmatiche dell'opinione pubblica, rappresenterà per contro la migliore garanzia del loro normale esplicarsi in virtù appunto della solida compagine delle Forze Armate che, al di sopra delle persone, vigilano, imparziali custodi, sull'integrità della Patria. I Comandanti tutti, compenetrati dell'importanza di quanto segnalato e dello spirito che anima le osservazioni mosse, svolgano opportuna opera persuasiva al fine di evitare che i propri dipendenti, sia pure con la sola presenza a comizi o simili manifestazioni, diano la sensazione di perdere di vista il fine superiore al quale giurano fedeltà e che i fini tutti congiunge".

Un modo elegante e 'patriottico' per tarpare le ali ad ogni libertà intellettuale, singola o di gruppo, dei cittadini in uniforme, che corrispondeva esattamente al clima del momento.

Prima di quelli effettuati nel giugno del 1952, di cui parleremo diffusamente nel prossimo capitolo, si erano avuti altri licenziamenti negli stabilimenti militari de La Maddalena che, però, erano stati effettuati seguendo criteri diversi. Famosa fu la 'regola del tre' secondo cui tre persone legate da stretto vincolo di parentela non potevano contemporaneamente restare alle dipendenze di un ente pubblico. Furono quindi raccolte tutte le informazioni possibili sulle situazioni familiari dei dipendenti e, in seguito, inviate le lettere di licenziamento. E' però curioso notare come, anche in quell'applicazione, finirono per essere coinvolti elementi di sinistra o simpatizzanti di sinistra. Su quel sistema di cernita del personale lavorante da avviare al congedo possediamo qualche informazione interessante. All'interno di Marimist (acronimo di Officina Mista Arsenale Militare), esisteva una commissione detta dei 'Licenziamenti e delle Assunzioni' che dipendeva direttamente dal direttore dello stabilimento. In una relazione riferita all'anno 1949 sono riassunti i passaggi attraverso i quali si era arrivati alla determinazione del licenziamento di alcuni dipendenti che rientravano nella 'regola del tre', o che erano di condizioni giudicate abbienti:

1. Marimist: decide che si devono licenziare sei operai e la commissione "li sceglie fra quelli più abbienti (verbale n. 24). Scopo di questo licenziamento è quello di poter assumere altrettanti salariati rientrati dal servizio di leva, i cui posti, lasciati vacanti all'atto del richiamo alle armi, erano già stati occupati.
2. Marisardegna: prima di decidere in merito vuol sapere in quale data sono avvenute le riassunzioni dei Salariati già licenziati per obblighi di leva nonché delle vedove di guerra e personale M.M.. Desidera inoltre conoscere quali vacanze si sono verificate a partire da quella data.
3. Marimist: fornisce le notizie richieste e comunica che non occorre più licenziare i 6 operai di cui al verbale n. 24.
4. Marinaff Roma: ricevuta notizia, di quanto contenuto nel verbale n. 24, dal Sindacato Naz. Dipendenti civili della Marina sez. La Maddalena e chiede a Marisardegna gli elementi per la risposta, facendo notare che col dp. B/8587 del 17/10/48 di Marsegrege si conferma la necessità di licenziare gli abbienti e il divieto di rimpiazzare i posti dei richiamati alle armi.
5. Marisardegna: fornisce a Marinaff gli elementi per la risposta e nello stesso tempo chiede a Marimist La Maddalena e al nucleo P.M. la situazione patrimoniale di tutti i dipendenti operai allo scopo di licenziare quelli che non hanno necessità di lavoro. Inoltre chiede, con lettera al nucleo P.M. la situazione patrimoniale di 4 operai fra quelli proposti per il licenziamento con verbale n. 24 più un altro mai citato prima.
6. Nucleo P.M.: fornisce le notizie richieste da Marisardegna circa i 5 nominativi indicati. Per tutti gli altri operai di Marimist dice che ha in corso ricerche e quanto prima comunicherà i risultati.
7. Marimist: scrive al comando Carabinieri La Maddalena e per conos. a Marisardegna chiedendo l'elenco della situazione patrimoniale dei dipendenti operai da inviare a Marisardegna.
8. Marisardegna: prende tutta la pratica e la manda a noi, dicendo che è nostra competenza risolverla in quanto Marimist è passata alle nostre dipendenze dal 10/2/49. Desidera però conoscere gli ulteriori sviluppi".

Delle informazioni rese dal Nucleo P.M. (Polizia Militare) ne citiamo una, diretta a Marisardegna, in cui si trascrivono le condizioni patrimoniali di un dipendente, Virgilio Licheri, da noi intervistato, che ci ha informato su questo episodio. Le informative finivano a Marisardegna che, a sua volta, le inviava alla Direzione Arsenale e al Ministero, per le operazioni di competenza. Una di queste fu ricevuta a Marisardegna il giorno 26 marzo 1949 (protocollo d'arrivo n. 238) ed aveva il seguente tenore: "Prosecuzione foglio n. 8/611 del 10 marzo c.a. Il dipendente Nucleo di Polizia Militare ha esperito gli accertamenti in merito alla situazione patrimoniale degli operai di Marimist La Maddalena. Trasmetto in allegato singole informazioni relative ai salariati:
a) - che risultano proprietari di beni immobili; b) - che svolgono oltre al lavoro presso Marimist La Maddalena, altre attività con mezzi propri; c - che hanno altre persone dello stesso nucleo familiare impiegate presso la predetta Officina Lavori. Richiamo l'attenzione di codesto Comando sulle disposizioni contenute nel paragrafo 3 lettera
b) del dispaccio n. 1582 in data 25 marzo 1947 del soppresso Marisosta, confermato da Marisegrege col dispaccio n. B8587 del 17 ottobre 1948 - paragrafo 3°". La firma in calce è quella del comandante di Marisardegna, contrammiraglio Luigi Cei Martini . Come si può constatare le disposizioni applicate il 24 giugno 1952 e il 22 dicembre 1956 ebbero precedenti illustri.


La primavera isolana

In una situazione di grande contrapposizione ideologica, che sovente sconfinava nella contrapposizione personale, come alcuni episodi dimostrarono subito dopo le elezioni, con una sinistra che stava guadagnando consenso in modo netto specialmente fra le maestranze dell'Arsenale - l'unica fonte di reddito certa per una comunità uscita sconvolta dalle distruzioni della guerra e dal lungo periodo di occupazione angloamericana - si arrivò alle elezioni amministrative del 26 maggio 1952.

Era innegabile la spinta che, partendo dalle classi più umili della città, raggiungeva tutti coloro che erano impegnati nel terziario statale. La fascia di popolazione che viveva grazie al salario fornito dal Ministero della Difesa, reclamava, anche in modo confuso e retorico, la fine di una condizione di evidente difficoltà economica, chiedendo una politica marcatamente sociale che, durante il quinquennio dell'amministrazione Merella, era stata completamente disattesa.

Si dice, con la sapienza d'oggi, che il sindaco Giuseppino Merella, eletto nel 1947 in sostituzione di Elindo Balata, sia stato per tanti anni il portaordini della sacrestia, ovvero la staffetta tra il palazzo comunale, la sacrestia e di nuovo il palazzo comunale. Certamente il cattolicissimo maresciallo dei carabinieri in pensione fu un uomo ligio ai dettami della parrocchia, se questo atteggiamento lo esaminiamo dal punto di vista cattolico tradizionalista, ossia tenendo in debita considerazione la veste che don Salvatore Capula stava cucendo addosso all'istituzione ecclesiastica rispetto alla città, con metodo e coraggio.

Nelle aspirazioni del sacerdote la parrocchia sarebbe dovuta diventare il centro propulsore della vita associativa e culturale dell'Isola, il volàno delle iniziative di controllo sociale e d'aiuto economico e spirituale.

L'E.C.A., l'ente comunale di assistenza, se opportunamente gestito, poteva fornire un bacino di consensi pressoché inesauribile, almeno per quell'epoca, in cui non esistevano i cosiddetti ammortizzatori sociali, ed era, nella realtà, una cambiale in bianco da potersi spendere con successo in evenienze amministrative. Era nata così l'idea tutta parrocchiale, ad esempio, di utilizzare lo spazio che si era creato con l'eliminazione del vecchio cimitero per realizzare una grande opera di utilità 'cattolica', la cosiddetta 'Opera Pia', anch'essa funzionale al progetto socio-politico del parroco.

L'opera, d'innegabile contenuto sociale, iniziata nel marzo del 1951, non fu mai portata a compimento nonostante la forte volontà con cui don Capula si impegnò per parecchi anni. Progettata per accogliere un grande oratorio, un centro culturale, un teatro, delle strutture funzionali ai fini parrocchiali, è ancora lì a dimostrare l'esistenza di un disegno grandioso mai realizzato.

Il vento della sinistra, il vento dell'Est, spirava ancora forte e a La Maddalena: l'agguerrito nucleo 'socialcomunista' non aveva certo intenzione di mollare la presa e lottava perché si procedesse quanto prima sulla strada delle riforme sociali. Anzi i militanti socialisti e comunisti dell'isola iniziarono a prendere coscienza della sconfitta del 1946 e della 'batosta' del 1948. Erano disonori che potevano essere vendicati con una condotta politica più accorta e più tattica.

Occorreva prendersi una rivincita su tutti coloro che intendevano, in un modo o nell'altro, mettersi al riparo dal vento e far tornare La Maddalena al rango di comunità quieta e sottomessa alle direttive di imbonitori più o meno lontani, e sicuramente poco interessati, a cancellare un passato fatto sì di benessere, ma anche e soprattutto di condizionamenti.

Prendevano o riprendevano corpo la coscienza di classe, la difesa del posto di lavoro, la lotta per il miglioramento e l'adeguamento dei salari, l'impegno per la realizzazione di opere sociali, lo slancio per le riforme istituzionali, l'obbligo di disegnare una nuova città più moderna.

Insomma maturavano quegli ideali che in altre parte d'Italia avevano trovato solide affermazioni.

Per realizzare il sogno, alle sinistre maddalenine occorreva superare due ostacoli, apparentemente insormontabili: dare vita ad un'alleanza politica capace di battere la Democrazia Cristiana e sfuggire alla tendenza del governo italiano a seguire quello statunitense che intendeva mettere i 'rossi' fuori gioco ovunque con le buone o con le cattive maniere. La prova dei fatti avrebbe dimostrato nel giro di un anno che certi ostacoli, allora, erano davvero insuperabili, anzi che era pericolosissimo tentare anche semplicemente di superarli.

Battere la Democrazia Cristiana! Nella sezione del partito comunista e in quella del partito socialista le speranze erano comunque accese. Queste speranze erano rinfocolate anche dalle notizie di mobilitazione che arrivavano da altre parti d'Italia. Ma l'impresa era di quelle che fanno tremare le vene dei polsi. Alle ultime elezioni politiche, quelle del 18 aprile 1948, lo 'scudocrociato', da solo, aveva ottenuto il 55,9% dei voti!

Una maggioranza assoluta che sarebbe stato davvero difficile, quasi impossibile, strapparle, se ricordiamo come procedeva l'organizzazione che don Salvatore Capula stava dando alla parrocchia. Il solerte e perspicace parroco aveva chiamato da tempo a raccolta tutti i suoi più fidati collaboratori, e, attraverso lunghe riunioni e lunghe discussioni che fungevano per lui da cartine di tornasole per arrivare a scegliere le persone più adatte a finalizzare il suo disegno di 'evangelizzazione', aveva affinato dei metodi alquanto moderni per raggiungere capillarmente la popolazione e studiare da vicino i bisogni religiosi, ma soprattutto materiali, di ogni cittadino. Aveva approntato schede che egli curava ed aggiornava costantemente, in cui rilevava tutte le sfumature politiche di un nucleo familiare, dal capofamiglia, alla moglie, ai figli, ai nipoti.

Alcuni giudizi, su famiglie notoriamente 'rosse', erano lapidariamente di chiusura, ma nella maggior parte dei casi il giudizio lasciava aperta la possibilità di un incontro futuro, di un ammorbidimento delle rispettive posizioni sino ad arrivare ad una soluzione soddisfacente per entrambe le parti. Un approccio che il parroco riusciva a portare a compimento attraverso l'ineluttabilità delle proprie incombenze che toccavano la sfera privata: le nascite, le morti, i matrimoni, i battesimi, ecc..

Con questo sistema, e con quello delle Basi Missionarie dell'Azione Cattolica disseminate strategicamente in ogni quartiere della città, don Capula aveva praticamente sotto controllo la dinamica sociale e, ovviamente, quella politica. In parecchi casi, occorre dirlo per verità storica, queste 'unità caritatevoli' furono in grado di alleviare delle situazioni di degrado che la povertà degli anni rendeva inevitabili.

L'inserimento nell'organizzazione cattolica di attivisti pratici dei luoghi e delle persone, a conoscenza dei veri bisogni della gente, favoriva l'aiuto materiale - il piatto di pasta fatto inviare senza troppi clamori alla famiglia che aveva urgente bisogno di smarcare una cena e di riempire lo stomaco di tre o quattro zitéddhi affamati, qualche conticino della spesa che si stava allungando troppo, fatto chiudere dal sacrestano inviato presso il droghiere, l'indicazione a un imprenditore del nome di un giovane ragazzo disoccupato - creava fiducia ed era il primo gradino per realizzare sovente legami indissolubili con la parrocchia, su cui ovviamente si poteva contare ad occhi chiusi.

I propositi del governo nei confronti de La Maddalena, o meglio della sinistra maddalenina, non erano per altro affatto diversi da quelli che si andavano delineando altrove e rispondevano a un disegno di oscura repressione che faceva il paio, negli Stati Uniti, con la crociata anticomunista portata avanti dal senatore Joseph McCarthy e che in quel torno di tempo, stava raggiungendo estremi parossistici. In Italia il testimone della crociata anticomunista era stato raccolto da tutto il governo De Gasperi, e, in particolar modo, da Randolfo Pacciardi, un uomo sulla cui visione politica non è stata ancor detta l'ultima parola, ex partigiano, ex repubblicano, ex tutto, e strenuo persecutore, ahimé proprio da ministro della Difesa, degli elementi 'rossi' all'interno degli stabilimenti di lavoro dipendenti dal dicastero, fra cui appunto, ricadeva l'Arsenale di Moneta.

Per battere la DC sul fronte interno i 'socialcomunisti' avevano bisogno di un'alleanza forte e la trovarono nella 'Lista Cittadina', una versione edulcorata della fratellanza massonica, che raggruppava sì parecchi fratelli ma anche gente più o meno comune, diciamo così, unita in una sorta di alleanza anticlericale, che portava gli aderenti ad essere critici nei confronti della sacrestia e, certamente a non avallare, politicamente parlando, l'opera fervente del parroco, tutta tesa a ristabilire a La Maddalena - terra di socialisti, comunisti e massoni, nonché di adepti protestanti evangelici - la predominanza della chiesa cattolica su ogni altra confessione e, forse, non erano nemmeno simpatizzanti della sinistra, ma si rendevano conto che soltanto con un'alleanza di questo genere si poteva mandare in minoranza la Democrazia Cristiana e tentare, magari, di frenare le attività di una sacrestia sempre meglio attrezzata alla lotta.

La borghesia isolana, o una gran parte di essa, memore del ruolo dirigenziale svolto almeno sino allo scoppio della guerra, tentava attraverso un connubio davvero speciale, di riconquistare spazi perduti e celermente occupati dal consenso diffuso del nuovo partito del popolo, la Democrazia Cristiana.

Nacque così, e per qualche tempo difficoltosamente sopravvisse ai contraccolpi inevitabili, un'alleanza strana ma efficace, capace di relegare lo 'scudocrociato' all'opposizione e di inaugurare la pur breve, brevissima, stagione della maggioranza laica e di sinistra.

Ma chi erano le persone che avevano organizzato la 'Lista Cittadina' e dato il consenso all'alleanza? Per la massima parte possiamo affermare senz'ombra di dubbio che si trattava di uomini della più facoltosa borghesia locale, commercianti, possidenti, imprenditori, liberi professionisti. Giuseppe Deligia, allora giovane virgulto della Democrazia Cristiana, così ne parla: "credo che ad un certo momento sia venuta la voglia all'elettore di cambiare per mettere questi isolani, perché erano degli isolani, era la Lista Cittadina, questi incravattati che contavano.

Allora la lista civica con questi personaggi ha avuto presa sull'elettorato, ossia se si mette in lista, non so, un Chirico, un Tanca, un Farese, un Berretta, persone che hanno terreni, danno feste, sono a capo di qualche ufficio importante… . Ma, dico, massoneria, può essere, ma non mi sovviene niente".

Il 26 maggio 1952 i responsi delle urne avrebbero decretato che la Democrazia Cristiana, nonostante la sua forza intrinseca, nonostante fosse il partito di maggioranza relativa, nonostante si appoggiasse alla valida organizzazione della parrocchia, si poteva battere, ed era stata battuta da un'alleanza composta da socialcomunisti e civici, della 'Lista Cittadina': insieme, insediavano al palazzo ben 20 consiglieri su 30 disponibili.

Una vittoria che aveva del clamoroso.

Per i comunisti, l'aria che si respirava non era delle più favorevoli, quindi. Ben presto giunsero i tempi bui. Augusto Morelli, compagno di lotta di Mario Birardi, dirigente di spicco del PCI in Gallura, più volte consigliere comunale - a Tempio Pausania e a La Maddalena - e provinciale a Sassari - insieme con altri 15 colleghi, presso il cantiere navale militare di Moneta, fu estromesso dal posto di lavoro, non gli venne rinnovato il contratto, senza un valido motivo.

La sua sola colpa era quella di militare in un partito politico che non perseguiva gli ideali che andavano affermandosi nel mondo occidentale, quello filo-atlantico e legato alla linea imposta dagli Stati Uniti d'America. Il comunismo era l'errore da correggere, il nemico da combattere.

Il grande lavoro di propaganda, la grande pressione che il gruppo di 'Avanguardia Garibaldina ' esercitava sui giovani e sulle maestranze arsenalizie si tradusse nell'imponente vittoria che il fronte social comunista, sostenuto dalla massoneria, ottenne alle elezioni amministrative del 1952.

Il lavoro di preparazione della campagna elettorale non fu agevole. La DC e l'Azione cattolica disponevano di un'organizzazione capace di fronteggiare qualsiasi forza avversaria.

"Feci un comizio in piazza - raccontava Donato Pedroni, uomo di spicco dell'agguerrita compagine scudocrociata e pugnace sindacalista cattolico, prematuramente scomparso - Fu il primo comizio che fece un giovane dell'Azione Cattolica, il sottoscritto, e nella piazza vicina vi era Enrico Berlinguer che faceva il congresso. Allora era il delegato del Partito comunista…".

Nondimeno, in tutta la Sardegna, il PCI, che conduceva la propria lotta autonomista, contrapponendosi in maniera netta alla Democrazia Cristiana, simbolo del centralismo autoritario e dello Stato 'romanocentrico', organizzò in maniera capillare la tornata elettorale .

Giovanni Lay, consigliere regionale e dirigente nazionale del Partito, intervenendo a una riunione del comitato sardo, tenuta pochi giorni prima della presentazione delle candidature a livello locale, compì una puntuale disamina sulla situazione politica generale e distribuì i suoi suggerimenti ai compagni che si apprestavano a condurre la difficile campagna per le lezioni comunali: "Le liste per le elezioni amministrative avranno un contrassegno unico: unità delle forze democratiche intorno all'unità della classe operaia. Dobbiamo muoverci con intelligenza, presentando buone liste in ogni comune. Dobbiamo fare la propaganda parlando a tutti con chiarezza, per impedire che le forze scontente e deluse dalla politica della Dc riversino i loro voti nei partiti di destra.

Siamo abbastanza forti, ma manca quasi del tutto il Psd'az ed è debole anche il Partito socialista: dobbiamo supplire a queste assenze facendo bene e rapidamente il nostro lavoro di preparazione delle liste e dei programmi elettorali, da elaborare e discutere in assemblee popolari.

La campagna di reclutamento é compito permanente del Partito, che deve fare proselitismo tutto l'anno. Bisogna colmare i vuoti lasciati da chi muore o da chi parte, da quelli che si ritirano per debolezza, che cedono alle intimidazioni e al ricatto: a Nuoro 12 compagni non hanno rinnovato la tessera per paura di essere licenziati".

Una maggioranza laica e di sinistra

"Perdemmo le elezioni: una lista civica si era organizzata e la DC era uscita in minoranza…. Eravamo il gruppo di maggioranza relativa…. Siccome c'era l'accorpamento, questa lista civica, insieme ai socialcomunisti vinse le elezioni", spiegò Pedroni, il candidato che il parroco, senza farne troppo mistero, avrebbe sostenuto per la carica di sindaco, se l'elettorato non avesse voltato le spalle alla, sino ad allora, rassicurante Democrazia Cristiana.

Il 27 maggio, giorno immediatamente successivo a quello delle elezioni, il sindaco uscente Giuseppino Merella si affrettò a convocare il nuovo consiglio comunale, a maggioranza laica e sbilanciata nettamente a sinistra, per la convalida degli eletti e per la nomina del sindaco e della giunta municipale. Nel consesso civico, che si riunì il 3 giugno, sedevano tanti 'uomini nuovi'.

Rappresentavano le diverse componenti della eterogenea società isolana. La buona borghesia, quella che esprimeva il ceto imprenditoriale, agiato e industrioso, faceva esplicito riferimento alla 'Lista Cittadina'. Gli operai dell'Arsenale, quelli che all'interno dello stabilimento avevano maturato una coscienza di classe e aderivano ai partiti di sinistra, con il loro voto disciplinato erano riusciti a eleggere i riconosciuti leader di sezione o i sindacalisti distintisi nella commissione interna.

Entravano in consiglio anche l'ex podestà fascista Aldo Chirico e l'esponente monarchico Giuseppe Sforazzini, uomini di vedute dichiaratamente 'nostalgiche'. I partecipanti al progetto della 'Lista Cittadina', appartenevano, tutti o quasi, alla 'Fratellanza Massonica' della storica loggia maddalenina fondata da Giuseppe Garibaldi e a lui intitolata. Era massone il sindaco in pectore Renzo Larco (Iscrizione n. 28405) che era stato affiliato il 15 febbraio 1909. Erano 'fratelli' anche Luigi Papandrea, cognato del Gran Maestro Angelo Mordini, Marco Antonio Bargone, Giovanni Farese e Giacomo Origoni.

Con grande sorpresa, considerato il divario di censo e le visoni politiche di base diametralmente opposte, i borghesi e gli operai, i conservatori e gli innovatori, avevano stretto un solido patto di alleanza che servì, non solo a far perdere repentinamente le elezioni al gruppo della 'sacrestia', condotto dietro le quinte da don Salvatore Capula, ma a far convertire i maddalenini, seppure per un periodo molto breve, al facile messaggio della democrazia che premia gli interessi di massa e i desideri collettivi, lasciandosi guidare dalle 'elites '. Illusione legittima, ma precaria e transitoria.

I fatti dimostrarono che questa convenzione trasformista e di facciata non poteva durare un numero indeterminato di anni. Ma, in quella prima riunione di consiglio, sembrava essersi prodotto un cambiamento nel clima politico. Il segretario comunale, Vittorio Putzu, fece l'appello e constatò che tutti e trenta gli eletti erano presenti. Fu chiamato a presiedere l'adunanza Gian Battista Fabio, il consigliere che aveva riportato il maggior numero di voti di preferenza.

Questi rinunciò a favore del collega Donato Pedroni, investendolo, così, del ruolo di leader del gruppo democristiano. Il nuovo presidente dichiarò aperta la seduta e, dopo aver espletato le formalità di rito, relative alla proclamazione degli eletti, informò l'assemblea municipale del ricorso che era stato prodotto contro l'elezione di Aldo Chirico, candidato nella lista del MSI-Partito Monarchico e dichiaratosi indipendente, dopo essere stato premiato dagli elettori.

Chirico, originario di Tempio Pausania, medico conosciuto, valido giornalista e famoso per aver comunicato segretamente con Mussolini, durante la sua prigionia avvenuta a La Maddalena nell'agosto del 1943, si era trovato nella condizione di ineleggibilità proprio per i suoi trascorsi in camicia nera e per la carriera politica svolta sotto il regime, culminata con la nomina a podestà in un comune con popolazione superiore a diecimila abitanti, come era quello de La Maddalena, in epoca anteriore al 25 luglio del 1943, il giorno in cui era terminata l'era fascista. Il Consiglio comunale, a scrutinio segreto, votò per l'ineleggibilità di Chirico, stabilendo la sua indegnità a rappresentare il corpo elettorale.

L'escluso, surrogato con il primo dei non eletti della sua lista - Carlo Bertorino - non la prese troppo bene. Chiese la parola, e ottenutala, affermò che avrebbe rispettato la decisone del consiglio ma, che sarebbe rimasto al suo posto fintanto che la Corte di Cassazione, alla quale si sarebbe rivolto, non avesse pronunciato il giudizio definitivo. E che, se il consiglio avesse insistito nel pretendere il suo allontanamento dall'aula, egli avrebbe eseguito l'ordine solo se costretto attraverso l'intervento della forza pubblica. Seguì un dibattito serrato, a cui presero parte sia i rappresentati della maggioranza, sia quelli della minoranza.

Il socialista Salvatore Vincentelli propose di far partecipare all'elezione del sindaco anche Aldo Chirico. Fu contrastato dal compagno di partito e di gruppo, Gavino Demuro, il quale pretese e ottenne, nonostante le proteste palesi dello stesso Chirico, che l'assemblea si pronunciasse ancora una volta per decidere se il consigliere, al quale era stata negata la capacità elettorale passiva, avesse potuto esprimere un proprio consenso per eleggere il primo cittadino. Il consiglio, con una maggioranza schiacciante (20 voti a favore, 9 contrari e un astenuto), ribadì la volontà precedentemente espressa: Chirico era non eleggibile e, pertanto, non avrebbe potuto votare per nominare il sindaco. Era ritenuto ancora insufficiente il tempo trascorso da quando il discusso ex podestà rappresentava la dittatura fascista in periferia.

Un consesso democratico che si considerava figlio della Resistenza, non avrebbe potuto riconoscere a un avversario che era riuscito a sottrarsi, per buona sorte, ai rigori dell'epurazione, la prerogativa di disporre, seppure in concorso con altre persone, dei destini collettivi.

Superato l'empasse preliminare, la maggioranza di matrice social-comunista-massonica riuscì finalmente completare il progetto elaborato in campagna elettorale. Il nome del sindaco era un punto fermo dell'insolita alleanza, ed era stato deciso già alla vigilia delle elezioni. Era un nome d'eccellenza, quello del giornalista e scrittore Renzo Larco [4], che era stato posto a capo della 'Lista Cittadina'.

Furono consegnate 29 schede per l'elezione (Chirico fu escluso). Il candidato a sindaco ottenne 19 voti a favore. Dieci risultarono essere le schede bianche. Si passò quindi ad eleggere la giunta municipale. Furono nominati assessori effettivi il comunista Salvatore Magnasco (che ottenne 20 voti), i civici Luigi Papandrea e Natalino Berretta (che ottennero rispettivamente 20 e 1 voto), il socialista Salvatore Vincentelli con un successo personale di 19 voti. Per gli assessori supplenti la scelta cadde sul Marco Antonio Bargone (20 voti), consigliere civico e su Giannina Poggi (20 voti), una delle due 'compagne' elette nelle liste del PCI. E il treno partì…


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