La Maddalena


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Luigi Simone - il sosia di Garibaldi a cura di Antonello Tedde

Maddalenini

Nell'atto di morte presente nell'Archivio dell'anagrafe comunale (Registro dei Morti anno 1928- n. 32), risulta che Giacomo SIMONE, nacque a La Maddalena il 3 maggio 1838, da Gian Pietro (agricoltore) e Serra Maria Giuseppina, benestante, si coniugò a La Maddalena con Demuro Maria, di Salvatore, spirò nell'isola all'età di 90 anni, il 26 aprile 1928, nell'abitazione sita in Regione Moneta (zona Vaticano - Case operaie). Di professione bracciante, (vedi Archivio Anagrafe comunale, Atto di nascita del figlio Salvatore, Registro Nascite anno 1868, ove fra l'altro emerge la coeva residenza in strada Sant'Andrea, attuale via comprendente il tratto Piazza Verdi - Piazza Toselli) consacrò parte della sua vita a Caprera alle dipendenze di Garibaldi, come recita l'epitaffio della sua lapide al cimitero, curandone il bestiame, vacche, capre e pecore, e producendo burro e formaggi.

Il bracciante amico di Garibaldi che partecipò al piano organizzato dal Generale per poter sortire da Caprera eludendo il blocco navale dell'ìsola predisposto nel 1867 dal Regio Governo.

Fra i tanti avvenimenti legati alla vita del Generale durante la sua permanenza a Caprera, un episodio desta particolare attenzione e stupore e riguarda esattamente la sua nota fuga dall'isola predisposta la sera del 14 ottobre del 1867, accadimento che dovrà portare Garibaldi, nei successivi giorni, aiutato dagli amici maddalenini e galluresi, a salpare il 17 ottobre da Porto Brandinchi, a sud di Olbia presso Porto San Paolo, e proseguire quindi verso la costa toscana con le successive vicende che lo vedranno alla testa della nota Spedizione garibaldina su Roma con il suo infelice epilogo nella giornata del 3 novembre, una domenica, nella disfatta di Mentana per opera delle truppe francesi di Napoleone III dotate per la prima volta dei nuovi fucili a retrocarica "Chassepots" .

Nel quadro di questa pagina del nostro Risorgimento, descritta ed esaminata più volte da numerosi storici, una notizia inedita, interessa la nostra comunità e concerne il personaggio che si prestò, travestendosi con le fattezze dell'Eroe, all'interno di un piano studiato e preordinato sin nei minimi particolari, per ingannare ed eludere il ferreo controllo del governo sabaudo, guidato allora dal primo ministro Urbano Rattazzi, diretto ad impedire i possibili tentativi di Garibaldi, rivolti allo storico obbiettivo di tutta la sua esistenza, ossia liberare Roma dal servaggio dello Stato Pontificio e proclamarla capitale d'Italia.

Sulla precisazione di tale persona che mascherandosi, aiutò il generale nella riuscita del piano di fuga, si sono nel tempo, succedute alcune versioni.

Una prima, avvalorata dal noto studioso e biografo di Garibaldi, Gustavo Sacerdote, il quale nel suo volume associa tale figura a quella di Luigi Gusmaroli, mantovano ex prete ed uno dei Mille di Marsala, molto somigliante al Generale, il quale, dopo aver seguito il Generale a Caprera lavorandovi come muratore, visse e mise famiglia a la Maddalena morendovi nel 1872. Una seconda versione indica tale figura in quella di Giovanni Froscianti , garibaldino presente nell'isola come segretario insieme a Giovanni Basso, ex frate carmelitano, anch'esso dei Mille; la testimonianza ci viene da un intervista fatta nel 1932 a La Maddalena all'isolano Pietro Ferracciolo, allora vegliardo 93enne, il quale figlio di un pastore di Caprera, trascorse la sua gioventù nella familiarità di Giuseppe Garibaldi, questi dichiaro che nella circostanza fu il Froscianti, capelli color rame, stessa barba e statura del Generale, ad offrirsi quale sosia per ingannare i militari addetti alla sorveglianza. Il Ferracciolo qualificava nell'intervista il Froscianti come contadino, particolare che di seguito conforterà le vicende riportate.

Infatti alle due predette conosciute versioni, ne va aggiunta una terza tramandata da ricordi orali, presenti nell'isola maddalenina, in particolare dalla famiglie Coppa - Paderi e Vallarino, nella quale emerge la tesi che il sosia sia stato un pastore-bracciante maddalenino di nome Giacomo SIMONE .

Tale reminiscenza ha avuto un preciso riscontro in un memoriale inedito scritto da un garibaldino livornese Andrea Carlo Pacini , in cui si comprova indirettamente la tesi che il sosia sia stato proprio il predetto pastore, che per lunghi anni rimase al servizio di Garibaldi.

Nel merito, si riferisce nel testo del Pacini, della narrazione fatta dal garibaldino Andrea Sgarallino, noto patriota livornese che con Stefano Canzio, genero di Garibaldi ed Antonio Viggiani giovane volontario maddalenino, procurarono a Livorno, grazie all'aiuto economico del banchiere fiorentino Adriano Lemmi, amico del Generale, la paranza a vela "San Francesco", che servirà poi a trasportare Garibaldi ed i suoi fidi dalla Sardegna verso il continente, il quale livornese riportava, su resoconto del Generale, che questi ingegnandosi sui preparativi della fuga, "..chiamò un pastore che aveva la sua taglia fisica e che portava barba e capigliatura molto simili alla sua, che aveva 30 anni di meno e di pelo decisamente corvino..".

Nella testimonianza si narra che alla figlia di Garibaldi, Teresita "..bastò un oretta e acqua ossigenata per far divenire il pastore una perfetta controfigura di Garibaldi e ci mise solo mezzora ed una tintura nera per far ringiovanire il padre di vent'anni.. " .

Da quel momento gli ufficiali piemontesi, con i cannocchiali puntati sulla casa del Generale, scrutando l'andirivieni del falso generale, erano sicuri e tranquilli della sua presenza a Caprera.

Nella fuga da Caprera infatti, descritta in tanti libri ad iniziare dalle Memorie scritte dalla mano dell'Eroe, emerge l'importanza decisiva dello stratagemma del sosia che, camuffato nelle sembianze di Garibaldi, aveva il compito di trarre in inganno i militari preposti all'attivazione del meticoloso blocco navale, composto da ben nove navi da guerra e varie piccole imbarcazioni, che cingeva tutt'intorno le isole di Caprera e di La Maddalena. Tale espediente, ideato dal Generale, doveva fuorviare il controllo strettissimo sulla sua persona, attuato sia tramite l'uso di binocoli dal bordo delle regie navi che tramite visite periodiche alla casa dell'Eroe, dissimulando la sua presenza nella casa, mediante il passeggio all'aperto sulla prospiciente terrazza della stessa, andirivieni inscenato dal falso Garibaldi, nel frattempo che il Generale disponeva l'esecuzione dei piani della fuga.

Tale inedita narrazione, che si soffermava sui modi e sul tempo utilizzato per i travestimenti, ha dei riscontri che ne attestano la sua veridicità. In essa sono citati sia tutti i personaggi che effettivamente parteciparono al fatto, fra cui il segretario personale di Garibaldi, Giovanni Basso, il capitano marittimo Giuseppe Cuneo maddalenino, il grande amico Pietro Susini, il giovane Maurizio attendente di Garibaldi, la vedova inglese Clara Collins, che ospitò nella propria casa dirimpettante Caprera, Garibaldi nella prima notte della fuga, sia sono precisate tutte le varie fasi dell'avvenimento.

Inoltre il dettaglio dello specifico mascheramento dello stesso Garibaldi è confermato anche da un altro noto storiografo del Generale, Achille Bizzoni che lo cita nel proprio libro "Garibaldi nella sua epopea".

Il dato determinate sull'età del sosia, escluderebbe quindi i due personaggi sinora collegati all'episodio del travestimento, infatti sia Gusmaroli che Froscianti erano nati nel 1811 e fra l'altro da veri patrioti risultavano più idonei ed esperti del pastore a collaborare operativamente nell'esecuzione del piano, come Garibaldi stesso menziona nelle sue "Memorie", mentre invece accredita e comprova la versione correlata alla figura del giovane pastore dell'Eroe, allora infatti poco più che ventinovenne.

Sul motivo del silenzio ufficiale riguardo la complicità negli eventi del pastore maddalenino Giacomo SIMONE, esso potrebbe giustificarsi nel probabile scrupolo di Garibaldi di poter esporre il giovane isolano a possibili procedimenti giudiziari da parte delle autorità preposte, giacché comunque le circostanze dell'accadimento prefiguravano la violazione degli ordini ministeriali preordinati dal governo, che prevedevano il massimo controllo sul Generale nell'isola.

Su tutta la vicenda e sugli eventi ad essa concatenati, Garibaldi scriverà in seguito all'amico Benedetto Cairoli, patriota garibaldino, divenuto poi Primo ministro sotto re Umberto I, le seguenti appassionate parole: "Di tante rischiate imprese che ho tentato in vita mia, la più ardua e la più bella, e di cui sentirò un certo vanto finché campi, è codesta mia fuga da Caprera".






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