La Maddalena


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L’ultima offensiva - Pane del governo a cura di T. Abate e F. Nardini

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Ed arrivò anche il 22 dicembre 1956. In questo giorno si venera Santa Francesca Cabrini, la tutrice di tutti quegli italiani poveri e derelitti che all'inizio del Novecento lasciarono il 'fondo' della Penisola per sfuggire alla miseria e per cercare un tozzo di pane negli Stati Uniti d'America, paese all'apparenza ospitale, che chiedeva manodopera a basso costo per le sue fabbriche in piena espansione e che macinava 'carne da lavoro'.

Era, per destinata sorte, l'ottavo giorno prima della fine dell'anno, prima cioè della scadenza del contratto da rinnovare, per gli operai e per i salariati civili del Ministero della Difesa, a La Maddalena. Il 'rinnovo' come si sapeva, avveniva ogni sei mesi. Il terzo giorno prima del Santo Natale, la festa religiosa e consumistica che fa intenerire il cuore degli uomini. Degli uomini e non dei militari. Degli uomini e non dei governanti che non fecero caso alle ricorrenze e alle condizioni adatte per comminare sanzioni politiche mascherate da atti dovuti, indispensabili e appropriati.

Quel giorno alcuni salariati del Ministero della Difesa ricevettero la solita lettera firmata dal direttore dell'Arsenale Militare: poche, stringate parole che servivano a trasmettere la decisione irrevocabile del mancato rinnovo del contratto di lavoro. "Si comunica che è stato determinato di non rinnovare nei riguardi della S.V. il contratto semestrale di lavoro. Pertanto la S.V. cesserà dal giorno 1 gennaio 1957 dal prestare servizio alle dipendenze dell'Amministrazione. Firmato. Il Tenente Colonnello G.M. Direttore Raimondo Marras". Era come un malinconico ritornello, che furono costretti ad ascoltare e ad assimilare quelle undici persone per le quali era stato composto.

Al danno si aggiunse la beffa. Pietro Balzano, che, come vedremo fu uno degli operai licenziati, un modello di virtù, di professionalità e di dedizione al lavoro, in una lettera scritta ai rappresentati territoriali del suo sindacato - la CGIL - confessò in seguito: "fui costretto a presentare domanda di sfollamento volontario, che mi fu accordato, in data 29-12- 1956".

Don Salvatore Capula, quel giorno nel quale si annunciava un nuovo dramma collettivo per la comunità isolana, vergò di pugno la consueta nota nel suo diario: "Licenziamento di 11 operai dal cantiere Marina - scrisse il sacerdote con linguaggio a uso degli addetti al telegrafo - Porcu S., Licheri Virg., Pinna E., Marras G. , Cappadona A., Frettard L., Murgia G., Morganti P., Brundu Salv., Balzano P., Serra Ant. Vengono a raccomandarsi il sig. Morganti , il sig. Murgia, poi il sig. Marras , il sig. Pinna … e il sig. Brundu".

L'elenco stilato dal parroco che, com'era già accaduto in occasione dei licenziamenti del 24 giugno 1952, aveva ricevuto in anticipo la notizia del provvedimento adottato sul piano operativo dalla direzione dell'Arsenale, coincide con quello dattiloscritto e conservato da Tonino Conti, dipendente effettivo dello stabilimento militare e sindacalista della CISL, vicino spiritualmente, come accadeva alla maggior parte dei cattolici locali, al prete originario di Castelsardo .

Conti, che si adoperò tenacemente per cambiare la sorte di quegli undici padri di famiglia individuati quali bersagli da colpire, scrisse, a macchina, su un foglio minuscolo, facile da conservare nel taschino della giacca questi appunti: "In data odierna sono stati licenziati i seguenti salariati:

1. Porcu Sestilio (Idraulico).
2. Licheri Virgilio (Meccanico).
3. Pinna Enzo ( Fonditore).
4. Marras Giuseppe (Tornitore) poi riassunto.
5. Cappadona Antonio (Motorista).
6. Frettard Luigi (Magazziniere).
7. Murgia Giovanni (Tornitore) poi riassunto.
8. Morganti Pilade (Tornitore) poi riassunto.
9. Brundu Salvatore (Operaio di artiglieria)
10. Balzano Pietro (Tornitore)
11. Serra Antonio (Impiegato)

La Maddalena, 22 dicembre 1956

Il 25 dicembre, giorno in cui si celebra il Santo Natale, su 'L'Unità' fu pubblicata la notizia dei nuovi licenziamenti nell'Arsenale militare de La Maddalena. L'organo del Partito Comunista Italiano fu l'unico giornale attraverso il quale fu diffusa la notizia di quanto era accaduto in questa periferia estrema dell'impero, dove risiedevano alcuni "pericolosi agitatori" o anche "demagoghi asserviti al nemico della patria italiana".
L'articolo riprese un comunicato trasmesso dalla Camera del Lavoro di Sassari.

Si leggeva: "La segreteria della Camera confederale provinciale del lavoro di Sassari si è riunita d'urgenza alla notizia che il 22 c.m. presso l'Arsenale militare di La Maddalena è stato improvvisamente licenziato un gruppo di operai.

In particolare, sul grave provvedimento che pone nel lastrico operai di alta qualifica professionale generalmente stimati e la cui anzianità di servizio varia da un minimo di 14 a un massimo di 27 anni, va denunciato che al di là dell'ambigua motivazione del 'non rinnovo di contratto ', si nasconde la deliberata volontà di limitare al massimo la libertà di organizzazione dei lavoratori all'interno dell'Arsenale.

Il provvedimento, infatti, ha carattere discriminatorio in quanto colpisce non soltanto dirigenti sindacali aderenti alla CGIL, ma componenti della commissione interna recentemente eletta di cui si vuole annullare la funzione essenziale democratica in aperto dispregio degli stessi accordi in materia.

La segreteria della CGIL esprime la sua viva protesta rilevando l'arbitrarietà dei licenziamenti e sottolinea le gravi responsabilità e sottolinea le gravi responsabilità del Ministero della Difesa che, per bocca dello stesso ministro Taviani in occasione di una visita nell'isola effettuata mesi fa ebbe a dichiarare che l'Arsenale Militare avrebbe subito nel corso dell'anno un notevole sviluppo con incremento della manodopera, nel pieno rispetto, inoltre, dei diritti dei lavoratori, e delle loro istituzioni, quali la Commissione interna. Infine la segreteria della CGIL, mentre solidarizza pienamente con gli operai ingiustamente licenziati e con le loro famiglie, fa appello a tutti i lavoratori affinché mantengano vivo il fermento unitario a difesa dei loro legittimi diritti".

Lo stesso comunicato fu poi ripetuto nell'edizione nazionale de 'L'Unità' del 28 dicembre.
'L'Unità' fu l'unico giornale che espose quei tristi fatti. La stampa regionale, semplicemente, li ignorò.

Non vi è traccia, né su 'La Nuova Sardegna', né su 'L'Unione Sarda', né su 'Il Corriere dell'Isola' che rappresentavano l'informazione in Sardegna, neppure della presa di posizione, in Consiglio Regionale, degli autorevoli esponenti comunisti Nino Manca, Girolamo Sotgiu e Giovanni Maria Cherchi i quali presentarono, sull'argomento, un'interpellanza in cui affermarono di essere a conoscenza del fatto che erano stati licenziati dal cantiere navale de La Maddalena alcuni operai , e che tra loro vi erano dirigenti sindacali e membri della C.I.

I consiglieri regionali del PCI interpellarono il Presidente della Giunta, Giuseppe Brotzu e l' assessore al lavoro, Agostino Cerioni (DC) per saper se non avessero ravvisato, in quel singolare licenziamento, la violazione di un impegno preso a suo tempo dall'onorevole Presidente della Giunta davanti all'intero Consiglio Regionale.

Gli interpellanti chiesero, inoltre, che fosse stata data assicurazione sull'azione che la Giunta intendeva intraprendere presso gli enti e le autorità responsabili perché fossero ritirati quei provvedimenti che avevano prodotto tanto dolore in coloro che ne erano stati fatti oggetto, tanto da rassicurare e da rasserenare i lavoratori e le loro famiglie, "buttati così drasticamente sul lastrico".

"Il licenziamento fu comunicato, come era consuetudine, otto giorni prima della scadenza del contratto - racconta Tonino Conti, già direttore della Scuola Allievi Operai - Alle maestranze era sottoposto un contratto semestrale o annuale rinnovabile. Sotto le feste di Natale. Immaginatevi la condizione emotiva di coloro che ricevevano le lettere. Le persone che erano indicate nelle liste di proscrizione vennero convocate a Porta Ponente, dieci minuti prima della fine della giornata lavorativa, trattenuti in direzione, in attesa che i compagni di lavoro rientrassero a casa. Solo quando l'Arsenale era vuoto e non vi era più nessuno dentro le officine, ai malcapitati fu annunciata la 'lieta' novella: licenziati. La cautela fu dovuta, forse al timore di sommovimenti e di proteste. Due carabinieri scortarono gli ormai ex-dipendenti sino all'uscita".

Era accaduto, ancora una volta, che i licenziamenti fossero stati accompagnati da lettere di diffida immotivate e da ammonizioni di diversa natura, senza alcuna ragione plausibile.

Fu come un film di seconda, terza, … centesima visione. Con un finale che ormai non destava più alcuna sorpresa.

E' sempre Tonino Conti a riportare alla memoria un episodio che, pensandolo oggi, ha dell'incredibile. Nel corso del 1952, un capo gruppo anziano in servizio presso l'autoreparto, un certo Dadea, in odore di socialismo, ricevette una diffida immotivata. Il direttore dell'Arsenale, Giuseppe Bianca, gli fece fare un anticamera di due ore e quando lo ricevette, di fronte alla richiesta avanzata dal sottoposto riguardo per conoscere le ragioni per cui aveva ricevuto il richiamo, l'ufficiale scoppiò in una sonora risata. Un atteggiamento irrispettoso nei confronti di un padre di famiglia che aveva sempre compiuto il proprio dovere.

"La notte dell'antivigilia di Natale partii per Roma, diretto al Ministero della Difesa. Venni ricevuto il giorno ventiquattro dall'Ammiraglio Eugenio Henke, che allora ricopriva l'incarico di Capo di Gabinetto del Ministro.

L'alto ufficiale, ascoltò con attenzione le mie proteste, mi lasciò sfogare: non aveva diritto, il Ministro della Difesa, in nome della fedeltà di alleato nei confronti degli americani, di mettere sul lastrico tutti quei padri di famiglia, alcuni dei quali erano operai modello, dediti al lavoro, altamente qualificati e stimati dagli stessi superiori. Pietro Balzano non si allontanava mai dal tornio, non spegneva mai le macchine, neppure durante la pausa pranzo e consumava il pasto nella gamella. Erano state colpite persone leali, alcune delle quali non avevano neppure la tempra dei sovversivi, anche se votavano per il PCI o al limite ne frequentavano la sezione".

Il sindacalista portava in tasca due lettere che gli aveva consegnato il parroco prima di imbarcarsi sulla nave in partenza per Civitavecchia. Don Capula, nell'affidargliele, aveva rivolto al suo emissario d'assoluta fiducia una raccomandazione: "usale se ti dovesse tornare utile". Due lettere, di cui una indirizzata al Presidente del Consiglio Antonio Segni e l'altra al sottosegretario alla Difesa, Giovanni Bovetti, conoscente di 'monsignore'.

"Non le utilizzai. Non ce ne fu bisogno - riferisce Conti - Sottolineo questo passaggio per fugare ogni dubbio che può essersi insinuato all'epoca circa le responsabilità del parroco nei licenziamenti. Henke mi mostro alcuni documenti riservati. Erano i rapporti delle forze di polizia sui sospettati di attività sediziosa, i temuti 'comunisti'.

Sono stati loro, mi disse, a svolgere le indagini e a stilare i rapporti pervenuti dagli organi preposti In maniera superficiale e subdola, aggiunsi io, e dietro suggerimento di qualche delatore. Per ciò che riguardava i rapporti stilati dalla polizia militare, rilevai che, nel momento in cui, per dovere d'ufficio i militari fossero stati chiamati a compilare un rendiconto, sarebbe stato conveniente se si fossero passati una mano sulla coscienza e avessero scritto la verità. Questo ho spiegato all'ammiraglio Henke. Non si poteva raccontare che Pilade Morganti era una cellula eversiva del Partito Comunista. Era la panzana più grossolana che si potesse proferire".

L'ammiraglio che sarebbe, in seguito, salito agli onori delle cronache per essere risultato implicato nelle trame del tentato golpe militare denominato 'La Rosa dei Venti', affermò che i rapporti non potevano essere modificati, ma assicurò che avrebbe fatto quanto possibile presso il ministro Taviani, per far revocare i licenziamenti. Congedò il sindacalista, il quale si considerò soddisfatto del risultato ottenuto durante la missione a Roma, ma i fatti dimostrarono che l'opera di persuasione non andò a buon fine.

Soltanto tre persone ottennero la riassunzione. Furono alcuni di quelli che andarono da don Salvatore Capula 'a raccomandarsi', come testimoniò nel suo memoriale l'allora poco più che cinquantenne sacerdote.

"Fui aiutato da una zia che era superiora in un convento di Nuoro - spiega Giovanni Murgia, comunista della prima ora, ma pronto a sacrificare gli ideali di fronte alla constatazione della realtà, dura, della mancanza di alternative occupazionali rispetto all'offerta che proveniva dallo Stato, e lui, giovane operaio, era fra quelli che 'tenevano famiglia '- Lei conosceva vescovi e cardinali, era in confidenza con donna Laura Segni, la moglie di Antonio. Era omaggiata dai parlamentari nuoresi Giuseppe Maxia e Salvatore Mannironi. Chiesi aiuto a mia zia e rientrai a lavorare sotto la Marina Militare. Andai da don Capula, su sua sollecitazione: il parroco era legato alla Marina e agli onorevoli ai quali la superiora si era raccomandata".

Dopo questi ulteriori licenziamenti, all'interno delle officine si riprodusse, di nuovo automaticamente, il clima di paura e di sospetto che aveva caratterizzato gli eventi di quattro anni addietro e che il tempo incominciava solo parzialmente a lenire.

Gli operai avevano, da un lato, perduto la fiducia reciproca e dall'altro cercavano i delatori per fargliela loro pagare. La conseguenza di quello stato permanente di sospetto portava ad evitare ogni discorso, ogni accenno sul proprio punto di vista, che richiamasse alla politica o che potesse urtare la suscettibilità dei militari. Un clima nuovamente da caccia alle streghe, che causò, fra l'altro, ad alcuni operai anche delle patologie gravi di natura psicologica e ad altri costò la separazione dalla moglie e dai figli.

"La 'caccia ai sovversivi ' non si concluse con i licenziamenti del '56 ma proseguì negli anni successivi - continua la testimonianza di Tonino Conti. - Usavano due sistemi spicci per escludere i 'comunisti', quasi tutti adolescenti, che si affacciavano alla vita.

O venivano esclusi alla visita medica: i dottori dell'ospedale militare diagnosticavano malattie che i colleghi civili non riscontravano.

Oppure, i loro nomi venivano depennati dalle graduatorie, direttamente al Ministero, oltrepassando la Direzione della Scuola e quella dell'Arsenale. I carabinieri stilavano il loro rapporto, dopo aver raccolto le generalità degli aspiranti allievi inviate dal Ministero".

Per confermare il suo assunto Conti cita un nuovo episodio: il direttore dell'Arsenale Roberto Covatta (siamo negli anni Sessanta) telefonò adirato al Ministero perché due vincitori di concorso per la Scuola Allievi Operai, quindicenni, sospettati di comunismo erano stati esclusi dal corso di formazione, benché fossero fra i più diligenti e meritevoli .

"Sono comunisti", gli fu detto al Ministero. Ma quali comunisti, due imberbi di 15 anni! I ragazzi, venti giorni dopo furono riammessi.

Durante il 1957 don Capula si recò a Fregene (Roma), a casa del ministro della Difesa Emilio Taviani. Sembrerebbe che l'influente uomo politico, nel vederlo arrivare, avesse esclamato: "Nessuno ferma i preti". E che don Capula gli abbia risposto. "I preti possiedono un gregge e hanno il dovere di custodirlo e di proteggerlo".

Quel colloquio fu determinate per frenare un'ulteriore ondata massiccia di licenziamenti.

In realtà ci furono altri licenziamenti. Il 22 giugno del 1957 furono raggiunti dalla famosa lettera contenente l'annuncio del non rinnovo del contratto di lavoro da parte del Ministero della Difesa altri due operai: Tullio Cantini e Domenico Cuneo, entrambi militanti socialisti. Il racconto di quell'ulteriore licenziamento ci è fornita dalla voce diretta di uno dei protagonisti. "Subimmo l'umiliazione patita dai nostri colleghi sei mesi o cinque anni prima - ha affermato Cantini - Mi convocarono presso la direzione, ad attendermi trovai il maresciallo dei carabinieri Quesada, che apparteneva al SIOS Marina, ed il direttore dell'Arsenale Porzio. Mi fu comunicato che otto giorni dopo il mio rapporto di lavoro alle dipendenze del Ministero della Difesa sarebbe dovuto cessare. Era stato deciso di non rinnovarmi il contratto che aveva durata semestrale".

Tullio Cantini fu riassunto dopo 42 giorni, al contrario di Cuneo che non fu più richiamato nello stabilimento militare.

Il 12 gennaio 1957 Mario Birardi, presentò un ordine del giorno al presidente dell'amministrazione provinciale. Il consigliere provinciale del PCI così espose la domanda: "Il Consiglio provinciale, appreso che l'autorità militare ha proceduto al licenziamento di undici operai dell'Arsenale di La Maddalena; rilevato che detti operai per giudizio unanime della cittadinanza di quel centro sono professionalmente tra i più qualificati per cui godono e godevano della stima generale tra le maestranze e la popolazione tutta, tanto che diversi di questi erano stati per lunghi anni investiti di responsabilità nella commissione interna e nei sindacati; osservato che dal provvedimento non sono stati esclusi neppure quanti, servendo la patria in guerra, avevano riportato menomazioni fisiche e ferite; constatato che questo ultimo licenziamento aggrava le già precarie condizioni di vita del centro di La Maddalena, constatate dalla grande commissione consiliare nominata a suo tempo in seguito a voto solenne pronunciato da questo stesso Consiglio Provinciale e con quel voto contrasta; sensibile alla grave situazione di disagio nella quale gli undici operai e le loro famiglie sono venuti a trovarsi dopo lunghi anni di fedele e onesto servizio prestato; nel deplorare il provvedimento ingiusto e inopportuno, stante la particolare situazione esistente in generale in tutta l'isola, per difficoltà di natura economica e sociale, chiede che il Ministero competente riesamini la decisione e provveda alla immediata riassunzione dei licenziati; impegna la Giunta a compiere ogni azione possibile perché, con la riammissione al lavoro degli undici operai, il problema della rinascita di La Maddalena venga affrontato da chi di dovere con sollecitudine".

Birardi espose il suo ordine del giorno nel corso della riunione del consiglio convocata il successivo 9 febbraio, cimentandosi in un duello 'rusticano' con il rivale Sebastiano Asara, autore anche lui di una mozione sui licenziamenti dell'Arsenale, di contenuto nettamente contrario rispetto a quella presentata dall'esponente comunista.

Il duello fu combattuto: l'aula consiliare del Palazzo Sciuti funse da campo di battaglia.

Mario Birardi uscì soccombente e fu tacciato di populismo da una stampa forse sin troppo filogovernativa e troppo accondiscendente verso i detentori del potere. Un comunista, in un suo intervento pubblico non poteva sottrarsi dal fare riferimento alla libertà, alla democrazia, alla bassa manovra compiuta ai danni del proletariato. Era la terminologia in uso ai militanti del PCI e di tutti i partiti marxisti-leninisti del mondo.
Ebbene, il giovane consigliere, non si sottrasse dall'accusa di aver "impostato il suo discorso sui soliti motivi di critica demagogica".

Asara fece rilevare a Birardi che il suo o.d.g. era "superato dagli avvenimenti e falsato dal tono eminentemente politico che lo stesso consigliere comunista ha data alla sua illustrazione".

Per giunta, tre degli undici operai licenziati erano stati riassunti, cinque assunti ex-novo e altre tre 'reclute' ingaggiate per colmare parzialmente il vuoto lasciato dagli esonerati.

Il consigliere DC non concordava con il suo avversario politico neppure quando sosteneva che la situazione venutasi a creare al cantiere navale determinava l'aggravio delle condizioni socio-economiche de La Maddalena, perché, per la loro sostituzione, l'amministrazione militare già stava provvedendo. E poi, non rientrava nelle attribuzioni e nei diritti del Consiglio Provinciale "sindacare l'operato della Marina che ha vedute e necessità esulanti dai 'secondi fini' cui si vorrebbe far risalire il provvedimento".

Sembrava essere trascorso un secolo da quando, di fronte a una circostanza simile, la classe lavoratrice e i propri rappresentanti erano riusciti a ottenere una solidarietà diffusa e assoluta. Invece quei fatti erano accaduti solo quattro anni prima, a La Maddalena vi era un'amministrazione laica e di sinistra, i comunisti conservavano una loro 'dignità elettorale' e Stalin era ancora un riferimento teorico e dottrinario indiscusso.

Nel 1956, le denunce krusceviane, che avevano reso noto il nefando uso del culto della personalità durante la dittatura stalinista in Unione Sovietica, dettero fiato ai detrattori, d'ogni livello: "Circa la rinascita di La Maddalena auspicata dal consigliere Birardi, col solito tono polemico ed elettoralistico, il consigliere Asara osserva che la rinascita è in atto da molto tempo e che molti problemi di questo importante centro sono stati affrontati ed in parte risolti, fra i quali l'istituzione delle navi traghetto, la progettazione della diga, la costruzione della strada panoramica, del villaggio del pescatore ecc. Conclude che di fronte a questa realtà dei fatti e soprattutto per il suo contenuto politico non può condividere l'ordine del giorno Birardi e chiede dunque che il Consiglio, respingendo lo stesso, approvi quello da lui presentato".

Birardi propose di istituire una commissione incaricata di prendere contatti diretti con il Presidente del Consiglio Antonio Segni, Asara agitando una lettera, cercò di dimostrare che Segni si era già adoperato per risolvere il caso.

Il Presidente della Giunta provinciale, pur dichiarando che il problema del licenziamento degli operai era particolarmente sentito, affermò che il consiglio non disponeva di elementi per poter criticare l'operato dell'Ente militare che era pienamente autonomo nel decidere 'a casa propria'.

In conclusione, l'o.d.g. Asara, che "faceva voti per la rinascita di La Maddalena", era rispondente alle vedute della Provincia stessa e, apportandovi alcune modifiche, poteva essere approvato.

E così avvenne: l'o.d.g. Asara fu accolto con 15 voti favorevoli e 4 contrari. L'o.d.g. Birardi, posto anche quello ai voti, fu respinto.
I tempi erano cambiati. Davvero.

L'anno 1956 si chiudeva almeno con una nota positiva: la realizzazione delle strutture della nuova Scuola Allievi Operai all'interno dell'Arsenale e l'avvio del primo dei nuovi corsi. In un clima di rinnovata speranza si aprirono, il 15 ottobre 1956, le porte a 25 ragazzi che avevano avuto la licenza di scuola media.

Critico nei confronti del parroco, appare l'ex sindaco e assessore provinciale Pasquale Serra, democristiano 'moroteo', avversario di don Capula: "Lui ha vissuto la politica all'insegna dell'anticomunismo: il comunismo era il Male. I comunisti per lui erano sempre il Male, per altri e per me rappresentavano l'Errore. Da questa fondamentale posizione si comprendevano gli eccessi, la responsabilità sui licenziamenti dei dipendenti rossi dell'Arsenale e il suo fanatismo verso la base Usa a discapito di qualunque interesse verso la città. Implacabile e scorretto con gli avversari, e con comportamenti di cui il clero locale ha sentito il dovere di chiedere agli isolani il perdono dall'altare".

Il 17 gennaio si era riunito, a La Maddalena, il Consiglio Comunale.

Si trattava del penultimo prima delle dimissioni del sindaco e del previsto rinnovo della assemblea cittadina.

In apertura di seduta, il sindaco Pietro Ornano aveva invitato tutti i consiglieri presenti, prima di iniziare a discutere sugli argomenti iscritti nell'ordine del giorno, a commemorare, nella prima occasione utile, il collega Marco Antonio Bargone, membro del gruppo DC, massone, e artefice dell'esperienza della 'Lista Cittadina' nel 1952, deceduto nel mese di ottobre dell'anno prima.

Alla ripresa dei lavori, dopo 15 minuti di sospensione in onore del defunto uomo politico, il capo dell'amministrazione si era occupato dell'interrogazione che gli era stata rivolta dal consigliere anziano di maggioranza Aldo Chirico, che da tempo era entrato in rotta di collisione con il partito con cui era stato eletto, e che non perdeva occasione per mettere in difficoltà sindaco e giunta.

Questa volta il medico-giornalista si lamentava perché i funzionari del Comune a cui si era rivolto non gli avevano dato soddisfazione nella sua richiesta di poter prendere visione di alcuni atti che riguardavano i consumi di luce e di acqua dell'Hotel Excelsior, inaugurato da qualche mese, con la 'benedizione' dell'amministrazione comunale, e dell'Albergo Esit, il cui gestore era lo stesso Chirico. Al quale era stato opposto un rifiuto, di fronte a una pretesa che non avrebbe potuto accampare, neppure rivestendo la carica di consigliere comunale, perché egli non aveva alcun diritto di controllare l'attività di quegli esercizi pubblici a cui si riferiva, o almeno dell'Excelsior, senza entrare in conflitto di interessi.

Di questo si argomentava in consiglio comunale: di bieche ripicche e di discutibili diritti negati, di contatori di luce e d'acqua, di agevolazioni nei pagamenti, mentre tutto intorno la città si impoveriva e la dinamica sociale si caratterizzava nella ricerca dei mezzi e dei mezzucci, da parte di chi aveva avuto la fortuna di leggere qualche libro in più degli altri, per forzare la mano e conquistare posizioni su posizioni.

Fu presentata un'altra interrogazione era stata indirizzata al sindaco dai gruppi di minoranza PCI e PSI, a cui si era aggiunto il solito Aldo Chirico. Si rimproverava al sindaco Ornano e ai suoi collaboratori di non tenere in alcuna considerazione le critiche, i suggerimenti e i rilievi che, nella più perfetta buona fede e nell'interesse della collettività, venivano mosse dai rappresentanti delle forze di opposizione.

"Mai codesta giunta ha informato i sottoscritti di alcun problema cittadino, sia nella fase di studio, che di sviluppo, e ne é ultima prova la gita a Roma di tutta la Giunta senza, non solo il parere del Consiglio, ma senza nemmeno tenerlo informato né prima, né dopo l'arrivo. (…) codesta Giunta indice riunioni di Consiglio, molto poche invero e appena nei limiti della legge, alle ore otto del mattino col preciso proposito di evitare l'afflusso del pubblico, a quell'ora al lavoro, onde la cittadinanza rimanga all'oscuro delle critiche dell'opposizione".

Il giudizio espresso su Pietro Ornano era drastico: un sindaco autoritario e dispotico.

Le minoranze interrogavano la maggioranza sui motivi per i quali a questioni di ordinaria gestione fosse dato il carattere di urgenza: gli onorari a un professionista che aveva prestato i suoi servigi al comune, la liquidazione delle indennità di viaggio al sindaco e a tutti gli assessori, recatisi a Roma per essere ricevuti in udienza dal Presidente del Consiglio Antonio Segni, il contributo di centomila lire alla Pro Loco … . Qual'era la fretta di ratificare queste delibere di Giunta?.
Erano, tutti, atti incalzanti, inderogabili e importanti. Almeno a parere del sindaco.

Per inciso, le questioni discusse durante la riunione tenuta presso la Presidenza del Consiglio erano sempre "gli annosi problemi che interessavano la città di La Maddalena", sviscerati in seno alla Commissione Speciale di Rinascita e nelle diverse sedute consiliari, conosciuti da ogni amministratore. Per questo motivo non era indispensabile informare l'intera assemblea municipale sulle ragioni del viaggio nella capitale per leggere e ripetere il 'cahier de doléance' isolano. "E' stato invitato nella partecipazione il Consigliere provinciale professor Sebastiano Asara, unico di La Maddalena, il quale grande apporto ha arrecato all'amministrazione con la grande illustrazione dei problemi cittadini, dei quali si é particolarmente interessato, quale membro della Commissione Provinciale di Rinascita.

I frutti della missione a Roma sono stati ricevuti in tempo minore di quanto in realtà previsto, (vedasi finanziamento - 450 milioni - diga ponte); approvazione progetto edificio scolastico Due Strade da parte del Ministro dei Lavori Pubblici, on. Romita, progetto che già trovasi presso l'Intendenza di Finanza, che dovrà inoltrarlo quanto prima a questo Comune; istituzione Istituto Magistrale Statale in La Maddalena in sostituzione dell'attuale Istituto Magistrale Comunale, per il quale nel dare comunicazione che per il corrente anno non era possibile per l'oneroso stanziamento di fondi da parte dell'onorevole Ministro del Tesoro, al riguardo si è avuta formale promessa che detta istituzione sarà tenuta in particolare evidenza per il prossimo anno scolastico; stanziamento di 110 milioni per la strada panoramica, per la quale é già stato sollecitato l'appalto…": il Sindaco era rientrato a casa con una valigia carica di doni .

L'importante era conseguire i risultati, poco interessava se le minoranze consiliari non erano messe al corrente degli impegni che assumeva la Giunta, se le sinistre o Aldo Chirico, solitario paladino dei diritti confutati ai consiglieri emarginati, si indignavano e protestavano: il fine ultimo era quello di portare a casa il successo, adoperando ogni strumento che fosse risultato utile.

Neppure della visita a La Maddalena del Presidente della Regione Brotzu, il sindaco aveva ritenuto conveniente rendere edotti i suoi oppositori e questa sua mancanza di riguardo, i comunisti, i socialisti e il dissidente ex-podestà, gliela rinfacciarono ripetutamente. Il sindaco " non ha sentito il preciso dovere, in ossequio alle più elementari norme della prassi democratica e amministrativa, di informare i consiglieri, almeno sull'esito dei colloqui, ai quali, al contrario, hanno preso parte elementi estranei all'amministrazione (Il consigliere provinciale Sebastiano Asara e gli esponenti locali della DC, n.d.a.). Considerato questo ennesimo atto di faziosità politica e di disprezzo dei rappresentanti della minoranza segnaliamo con una nota al prefetto la mancanza di sensibilità amministrativa da parte dell'attuale Giunta che ha sempre sfrontatamente calpestato i diritti delle minoranze e dell'opposizione esplicitamente sanciti dalla legge.

Le minoranze erano escluse dal gioco, mentre le decisioni si assumevano di volata, spesso, prima che in comune, nella sezione della Democrazia Cristiana. La gente era ignara di quanto accadeva e per sapere qualcosa dei progetti di rinascita dell'Isola era costretta a leggere sui giornali gli interventi degli editorialisti di turno [34]. Questo sostenevano gli avversari di Pietro Ornano, da destra e da sinistra. Il sindaco continuava a replicare che non era opportuno, per ragioni d'efficienza e di speditezza nelle decisioni, coinvolgere sempre e comunque un consesso civico che conosceva a menadito le questioni che si trattavano in provincia, in regione, presso il governo nazionale.
La vicenda dei dipendenti civili del Ministero della Difesa, ancora una volta, sarebbe stata liquidata come un dettaglio trascurabile, senza nessun rilevo politico e senza alcuna implicazione di carattere sociale, se un rappresentante di quella minoranza, così tanto lasciata da parte, non avesse presentato una mozione d'ordine in Consiglio.

Gavino Demuro, indipendente di sinistra, lesse il seguente testo e pretese che fosse votato in aula: "Il Consiglio Comunale riunito in seduta plenaria e dolorosamente preoccupato della grave situazione determinatasi in città, in seguito ai licenziamenti avvenuti di recente per 10 operai e un impiegato, tutti indistintamente conosciuti ed apprezzati, per le loro qualità professionali e morali, come ottimi cittadini, in relazione anche delle esplicite dichiarazioni fatte in pubblico dai deputati, sottosegretari e ministri del partito politico che detiene il potere e rappresenta il governo impegna il Sindaco e la Giunta ad associarsi alle azioni che su iniziativa di sindaci di altre città, della stampa e delle organizzazioni sindacali, intendono provocare la revoca del licenziamento e l'abolizione dell'antidemocratica formula del contratto a termine per la tranquillità e la certezza del lavoro continuato. Sindaco e Giunta siano altresì impegnati all'attuazione immediata dei problemi specificatamente indicati nel Piano di Rinascita menzionato da autorità centrali e nazionali e che ha tuttavia consentito che l'anno decorso sia stato chiuso con un provvedimento inumano e tragico, che ha lasciato, negli strati più ampi della popolazione di questo centro, nuova sfiducia e ansia futura e non auspici di benessere e di progresso".

La mozione proposta passò alla votazione e in quel momento fu scritta una delle pagine più tristi della storia de La Maddalena. Perché quel documento con cui veniva suggerito di offrire solidarietà a cittadini che la meritavano, tutta, fu respinto inesorabilmente e senza alcun imbarazzo, dalla maggior parte dei consiglieri: votarono in 14 contro la 'mozione Demuro', solo in 9 favorevolmente e 1 si astenne, su 24 presenti. A parziale attenuazione della gravità dell'episodio furono da annotare le parole pronunciate, subito dopo il voto, da Pietro Ornano: "Indipendentemente dall'esito negativo della votazione, sento il preciso dovere di esporre succintamente i fatti verificatisi in seguito di detto licenziamento. Affermo che da parte dell'Amministrazione vi é stato tutto l'interessamento che il caso comportava. Alla presenza, infatti, del rappresentante della CISL, si sono interessati autorevoli parlamentari e lo stesso rappresentate della CISL ha affermato di orientarsi secondo le decisioni prese dalla Giunta municipale.

L'interessamento, é evidente, vi é stato ed é stata svolta anche un'azione serena al fine della eventuale riassunzione. Degli 11 operai licenziati, 3 sono stati subito riassunti. Ai fini dell'economia cittadina, é da rilevare che altre 5 persone sono state assunte. Nell'assicurare che, anche se bocciata, la mozione presentata verrà considerata e tenuta in particolare evidenza come calda raccomandazione, rimprovero al gruppo di minoranza di avere avuto il torto di fare affiggere subito un manifesto contro il Governo, quando proprio da parte del Governo, tramite il tempestivo interessamento di questa Amministrazione, si stanno prendendo i necessari provvedimenti. Una sì fatta azione é dispiaciuta, ovviamente, a questa Amministrazione la quale, piaccia o no, è col Governo" . Il sindaco, in quest'occasione era stato di una chiarezza disarmante: preoccupazione e partecipazione sì, ma con giudizio, perché La Maddalena non poteva porsi contro il Governo, elargitore di benefici e fonte di economia.

Inutilmente, i comunisti Pietro Balzano, operaio licenziato, prima ancora che militante politico, e Mariolino Luongo, cercarono di reagire ad una situazione che assumeva contorni grotteschi. Furono fatti tacere. Di più: il sindaco, dopo avere richiamato all'ordine ripetutamente Balzano e Luongo, "continuando il predetto signor Balzano a parlare in maniera piuttosto forte e irruente, al fine di evitare incidenti in aula, sospende la seduta per motivi di ordine pubblico ed abbandona l'aula, Si fa constatare che sono esattamente le ore 11,20".

L'ora della vergogna. Come si usa dire: 'cornuti e mazziati'.

Il 4 febbraio successivo il deputato socialista Mario Berlinguer, presentò un'interpellanza al Ministro della Difesa "sui licenziamenti nel cantiere navale di La Maddalena determinati da motivi politici in danno di operai fra i più qualificati e apprezzati, alcuni dei quali padri di famiglia". I giornali ignorarono l'argomento.

Il deputato comunista Luigi Polano, che quattro anni prima era stato protagonista di un intervento brillante e carico di sofferenza alla Camera dei Deputati, si ripeté nel suo ruolo di patrocinatore della causa degli operai maddalenini, verso il governo nazionale, questa volta , per mezzo di una richiesta ufficiale di spiegazioni al ministro Paolo Emilio Taviani.

Venti anni d'attesa.

Gran parte di coloro che furono cacciati dal posto di lavoro nel 1952 e nel 1956 attesero invano di essere riassunti presso lo stabilimento militare. Naturalmente già dopo pochi mesi la speranza di una riassunzione era precocemente svanita, ma alcuni come Pietro Del Giudice, ebbero la costanza di inviare lettere su lettere dirette al ministro della Difesa proclamando l'ingiustizia e reclamando un risarcimento, o, almeno, una riassunzione, che però non avvenne.

Si dovette arrivare al 1971 perché quei licenziamenti fossero riportati in primo piano, e posti sotto la giusta luce storica, grazie al dettato dell'articolo 1 della legge n. 214, da cui prese avvio tutta la normativa successiva per il riconoscimento dei diritti dei dipendenti discriminati delle aziende pubbliche e, in seguito, anche di quelle private.

Scorrendo il testo della legge promulgata il 31 marzo del 1971 si ha la sensazione che solo le ripetute azioni condotte da vari esponenti della sinistra italiana, di concerto con l'attività sindacale della CGIL, e in particolare del comitato di lotta appositamente costituito, abbiano determinato l'avvio della procedura di revisione di quegli eventi. Senza questo intervento di solidarietà, attuato con sistema lobbistico, probabilmente alcune delle pagine più nere della storia della Repubblica sarebbero cadute nel dimenticatoio, in modo da aggiungere il danno alla beffa, già consumata a suo tempo, per tutti coloro che erano incorsi nei procedimenti di epurazione. Era la conclusione di una lunga e dura lotta durata oltre venti anni. L'articolo 1, infatti, dichiarava che il beneficio era applicato "agli impiegati ed operai di ruolo del Ministero della Difesa che, nel periodo 1° gennaio 1950-31 dicembre 1959, cessarono dal servizio per mancato rinnovo del contratto di lavoro [a costoro] è concesso dall'entrata in vigore della presente legge un trattamento di pensione pari a quello che sarebbe loro spettato qualora, fino alla data anzidetta, ovvero sino a quella del compimento dei limiti massimi di età (…) avessero ininterrottamente continuato a prestare servizio presso il Ministero della Difesa nella posizione di ruolo corrispondente a quella ricoperta all'atto della cessazione del servizio presso il Ministero medesimo tenendo conto della normale progressione, giuridica ed economica"

Tramite l'applicazione di quella normativa tutti i dipendenti che avevano subito il licenziamento del giugno 1952 e del dicembre 1956 furono rimessi in ruolo, ricostruita - naturalmente ai soli fini pensionistici - una carriera virtuale, accreditando i circa venti anni, o sedici nel caso, che erano trascorsi dal giorno dell'interruzione del rapporto per non rinnovo del contratto di lavoro.

Era ora. Circa settemila 'discriminati politici', retaggio di un'epoca d'oscure trame che ha attraversato circa venti anni della nostra storia, e dei cui legami sotterranei fra mondo politico e amministrativo si sa ancora troppo poco e male, si vedevano riconosciuto il diritto ad essere considerati oggetto di una persecuzione ideologica e teleologica e riportati nella giusta dimensione di lavoratori.

In seguito all'emanazione della legge n. 214 s'iniziarono a stilare degli elenchi di ex operai ed impiegati che avevano subito l'interruzione del lavoro per non rinnovo del contratto o perché costretti all'esodo volontario.

Occorreva ora passare all'azione per dare ai lavoratori la dignità del riconoscimento del diritto alla pensione, di un congruo indennizzo per i torti patiti, e la possibilità di andare in quiescenza usufruendo anche dei contributi del periodo ricostruito. Tutto questo è approdato non molti anni fa, in una proposta di legge vagliata dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica, nella seduta di mercoledì 24 gennaio 2001.

Quest'ultima proposta sfociò poi in un disegno congiunto Camera-Senato e, infine, nella legge 26 febbraio 2001, n. 30.

Naturalmente la decisione parlamentare fu accolta in maniera divergente dagli schieramenti politici. In un articolo apparso su 'Il Giornale' dell'11 gennaio di quell'anno si parlava addirittura di "pensioni in regalo ai licenziati del Pci", ignorando o tentando di ignorare in modo lampante tutto ciò che era accaduto nei tristi anni della foga maccartista in Italia. Per il foglio della destra la norma definiva "un abbuono ai contributi dei funzionari di partito fra il '46 e il '66" per cui "il costo dell'operazione è stimato in 54 miliardi di lire e intanto la corsa alla pensione facile continua".

Ma, per fortuna, c'è stato chi ha compreso altre priorità di questa faccenda di sopraffazione politica. Nello stesso giorno, ad esempio, Il 'Sole 24 Ore' ore titolava: "Indennizzi ai vecchi perseguitati politici" ed il tono, ovviamente, era molto più concreto e qualificante. "Si tratta di un'iniziativa sicuramente nobile, che infatti sta avanzando velocemente verso l'approvazione definitiva, a larghissime maggioranze parlamentari". Così anche 'La Repubblica' e 'la Nuova Sardegna' che specificava che il provvedimento riguardava "ottanta sardi cacciati dagli arsenali negli anni '50. Il caso La Maddalena".

Epilogo

A partire dal luglio 1957 non si ebbero più licenziamenti di dipendenti civili dell'Arsenale di Moneta.

Non per questo vi è da dire che la pressione sulle organizzazioni sindacali di sinistra, sugli iscritti e sui simpatizzanti dei partiti che le sostenevano scomparve, sia a La Maddalena che altrove. Si attenuò perché stavano mutando le condizioni politiche nazionali ed internazionali, in quegli anni in cui iniziavano a cadere i primi mattoni del muro che divideva in due parti il mondo, ma non cessò. Essere di sinistra restò a lungo, specie nel meridione d'Italia, un 'certificato d'origine' che poteva portare a discriminazioni più o meno gravi, più o meno nascoste, in qualunque azienda o amministrazione pubblica.

Un valente politologo, Giorgio Galli, ha descritto, una trentina d'anni fa, l'atmosfera che si respirava in Italia negli anni '50 con queste parole: "La discriminazione più marcata di cui il Pci ha sofferto non è stata subita dal partito come istituzione. I comunisti che hanno pagato con la discriminazione il fatto di essere comunisti non sono stati né Togliatti, né Longo, né il magniloquente Pajetta, né il retorico Alicata, né l'incensato regista Luchino Visconti, né gli stimati professori universitari. I comunisti che hanno pagato con la discriminazione il fatto di essere comunisti sono stati fondamentalmente i militanti attivi del partito, quelli che erano 200.000 negli anni '50 e sono circa 80.000 oggi. A partire dal 1951-52, essi sono stati, in fabbrica, trasferiti, multati, inviati in reparti detti 'confino', licenziati. Sono stati messi al margine o non hanno fatto carriera negli uffici privati e, per un certo periodo, nella pubblica amministrazione. Persone di prim'ordine, di astrazione popolare, dotate di un alto senso di moralità individuale e di forte impegno civico e sociale, si sono sentite isolate in un ambiente ostile". Anche Eugenio Scalfari, ha sottolineato questi aspetti, cifre alla mano, riferendosi all'anno 1955: "le liste della Cgil, che ancora l'anno prima avevano raccolto il 63 per cento dei voti nella Fiat, crollarono al 36 per cento, il sindacato d'ispirazione democristiana balzò dal 10 al 40 per cento; quello d'ispirazione socialdemocratica dall'11 al 23 ".

Giorgio Napolitano, in quegli anni era un giovanissimo deputato del PCI e quei momenti di straordinaria tensione politica li ha vissuti e li ha raccontati mirabilmente nelle sue memorie: " la maggior parte di noi militanti del PCI era dominata da un senso di drammatica precarietà e perfino dall'incubo di una terza guerra mondiale" . L'attuale Presidente della Repubblica ha ricordato "l'asprezza delle battaglie sociali e politiche in cui l'opposizione di sinistra era impegnata e gli aspetti apertamente e pesantemente repressivi dell'azione di governo: non era impensabile che si potesse giungere a mettere fuori legge il PCI. C'era chi auspicava, anche all'interno della DC, che ci si orientasse verso quella soluzione estrema.

Non abbiamo difficoltà ad ammettere, dunque, che quello che è accaduto a La Maddalena nel giugno del 1952 e nel dicembre del 1956 abbia avuto ispirazione ed origine lontano dalle coste dell'Isola. Non possiamo esimerci, però, dal rimarcare che quelle ispirazioni trovarono qui un terreno fertile per attecchire e per produrre il loro effetto malefico. Né possiamo mancare di far notare che coloro che potevano, forse, porre un freno all'ingiustizia, non lo fecero o non poterono o non vollero farlo: sono cose, queste, che restano sepolte dai bisbigli, dai 'si dice', dai 'forse' o dai 'chissà'. Cose che non urlano e che, ahimé, nulla hanno a che spartire con l'esegesi della Storia. Come altrove, anche qui furono, però, i fianchi più esposti della classe operaia ad essere colpita, quella che l'ambasciata americana e la Cia, voleva vedere intrappolata nell'inazione, meglio se posta fuori del gioco, perché ritenuta portatrice di pericolo immanente e certo per la stessa sopravvivenza del mondo definito 'libero'.

Noi abbiamo riportato alla memoria delle vicende. Abbiamo fornito degli elementi di giudizio delle stesse, non abbiamo preteso di aver detto o districato l'intreccio di quei fatti, né di aver dissepolto le ossa della verità.

Le storie che abbiamo raccontato in questa ricerca sono, in ultima analisi, storie di quegli uomini e di quelle donne che hanno avuto il coraggio di tenere duro, di non concedere il proprio cervello all'ammasso, al 'tritatutto politico'; che non hanno creduto alla favola dell''orco cattivo' benché un orco ci fosse. Sono state persone capaci di elaborare e di difendere un loro ideale, giusto o sbagliato che fosse, per dare valenza e dignità al lavoro e al rispetto sociale, per vivificare il Diritto che si voleva protetto dalla Costituzione, per trasformare non tanto il mondo 'libero' ma le ingiustizie sociali e i soprusi che lo contaminavano e che avvelenavano quella libertà, sin troppo strombazzata.
Grazie al loro coraggio, quelle persone ne hanno sopportato le inevitabili conseguenze, e per questo, solo per questo, hanno oggi il diritto di essere ricordati.


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