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Mancata cremazione di Garibaldi tratto da www.gallurainformazione.it

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“Siamo nel luogo dove Garibaldi desiderava essere cremato”. Non ha dubbi Anna Tola, scrittrice e biografa dell’Eroe, quando mostra il basamento circolare di granito, del diametro di circa sei metri, che lui avrebbe fatto costruire a Caprera, per accogliere il rogo che l’avrebbe dovuto cremare. “Siamo a 300 passi dalla sua casa, sulla sinistra, questo luogo è delimitato da un muretto che lui ben definisce, da un’asta di ferro e una rete di un lettino che in una sua lettera menziona”, prosegue Anna Tola. Il luogo è “posto lontano dagli ulivi e dall’orto. E poi di qua si vede la Corsica e quindi Nizza …”. È emozionata Anna Tola mentre mostra quelle che ritiene le prove visibili di quanto sostiene. Tutto attorno è silenzio, l’aria, sospesa, sembra in ascolto. “Questo è un posto un po’ magico, si respira, si sente. Qui Lui aleggia …”.



“Durante il mio percorso di biografa di Garibaldi ho sempre privilegiato la ricerca storica. La mia testardaggine insita nel Dna sardo mi ha aiutata a trovare innumerevoli inediti che distinguono i miei libri. Così è stato anche per Caprera. In dieci anni di permanenza, nelle mie solite passeggiate lungo i suoi sentieri mi sono sempre interessata ai luoghi cari a Garibaldi come quello destinato alla sua cremazione, e lo cercavo attraverso i numerosi scritti testamentari fatti dall’Eroe. Seguendo le sue direttive mi trovavo sempre di fronte ad un muro di sterpaglie talmente fitte, impossibili da penetrare. Finalmente dopo vari tentativi, qualche metro più su o più giù del viale adornato da maestosi oleandri, tre anni fa trovai il posto da lui prescelto con tutti gli elementi da lui descritti. Provai una sensazione indescrivibile non solo per il luogo ma soprattutto per come la natura l’aveva tenuto nascosto e protetto alla vista dell’uomo per 130 anni. Sterpaglie, rovi, e la macchia mediterranea non lasciavano penetrare neanche i raggi del sole. Infatti il pavimento di granito incastonato e disgiunto era a sua volta ricoperto di uno strato di lichene umido, di color grigio, chiaro, simile alla bambagia, habitat ideale per zanzare e altri insetti. Il tutto mi trasmetteva un senso di disagio e di tristezza. Domenica 4 settembre 2011 come era mia abitudine tornai a visitare ‘Gli orti di Garibaldi’, una sosta al lavatoio, un’occhiata al pozzo, una panoramica all’oliveto fino ad arrivare al solito riferimento, l’albero del pane, che mi permetteva di trovare il varco per accedere al luogo del mancato rogo, mancato perché, come sappiamo, Garibaldi è stato imbalsamato contrariamente alla sua volontà. Grande è stato il mio disappunto nel vedere il posto violato, ripulito dalle sterpaglie ma non adeguatamente protetto.

Anna Tola

Caprera. Garibaldi: “Voglio essere bruciato”

Garibaldi dopo la sua morte fu prima imbalsamato e poi seppellito. L’imbalsamatura è stato l’esatto contrario di ciò che lui voleva per sé post mortem. E lo aveva scritto più volte. A cominciare dalla lettera che da Caprera il 26 settembre 1877 inviò al dottor Giambattista Prandina, medico milanese, suo amico: “Sulla strada che da questa casa conduce verso tra¬montana alla marina, alla distanza di circa 300 passi a sinistra vi è una depressione del terreno limitata da un muro. In quel canto si formerà una catasta di legna di due metri, con legna di agaccio, lentisco, mirto e di altra legna aromatica. Sulla catasta si poserà un lettino di ferro e su questo la bara scoperta con dentro gli avanzi adorni della camicia rossa. Un pugno di ceneri saranno conservate in un’urna qualunque e poste nel sepolcro che conserva le ceneri delle mie bambine Rosa ed Anita. Vostro sempre G. Garibaldi”. Come anche nel suo testamento politico: “Dopo la mia morte, raccomando ai miei figli ed ai miei amici di bruciare il mio cadave¬re (credo di avere il diritto di poterne disporre, avendo propugnato tutta la mia vita il di¬ritto dell’uomo), e di raccogliere un po’ delle mie ceneri in una bottiglia di cristallo che collo¬cheranno sotto il ginepro (di Fenicia) favorito, a sinistra della strada che scende al lavatoio”. La stessa cosa scrisse, a Caprera, il 2 luglio 1881, a meno d’un anno dalla sua morte: “1°) Essendo assoluta mia volontà di aver il mio cadavere cremato, io lascio le disposizioni seguenti: 2°) Il mio cadavere sarà cremato al punto da me scelto e marcato con un’asta di ferro portante un ingranaggio alla parte superiore, ove si appoggeranno i piedi del feretro. 3°) La testa del feretro si appoggerà sul muro a tramonta¬na dell’asta. E la testa come i piedi del feretro, saranno assicurati da catenelle di ferro. 4°) Il mio cadavere nel feretro, ossia lettino di ferro, avrà il volto scoperto, e vestito con la camicia rossa.5°) Al sindaco si parteciperà la mia morte quando il mio cadavere sarà incenerito completamente. 6°) Molta legna per il rogo. G. Garibaldi”. Nel suo testamento, redatto due mesi dopo, il 17 settembre del 1881, Garibaldi scrisse ancora: “Avendo, per testamento, determinato la cremazione del mio cadavere, incarico mia moglie dell’eseguimento di tale volontà – con legna di Caprera – e pria di dare avviso a chicchessia della notizia della mia morte. Ove morisse essa prima di essa, io farò lo stesso per essa. Verrà costruita una piccola urna di granito, che racchiuderà le ceneri di lei e le mie. L’urna sarà collocata sul muro dietro il sarcofago delle nostre bambine e sotto l’acacia che lo domina”. Al momento della sua morte, il 2 giugno 1882, tutto doveva essere pronto come lui stesso aveva predisposto. Il luogo individuato, il basamento, gli ‘accessori’ al rito … Le cose, come tutti sappiamo, andarono diversamente. Al termine di un summit tra i ministri Crispi, Zanardelli, i figli Menotti e Ricciotti, il genero Stefano Canzio marito di Teresita, il medico e amico Albanese, Alberto Mario e Domenico Curatolo, fu deciso di non cremare il corpo di Garibaldi ma addirittura di imbalsamarlo. Cremare? In effetti neanche lui voleva esserlo. Desiderava infatti d’essere bruciato. In una lettera all’amico medico Fazzari egli aveva infatti scritto: “Voglio essere bruciato: bruciato e non cremato capite bene. In quei forni che si chiamano Crematoi non ci voglio andare. Voglio esser bruciato come Pompeo, all’aria aperta”. E su questo scrisse anche una poesia: “Se morrò lontano portatemi/a Caprera/e vestitemi di rosso/e sul rogo alto/fatto d’acacie/che ardono come l’ulivo/là non cremato/ma bruciato il mio corpo/con la faccia/rivolta al sole/al soffio aperto dei cieli/Come Pompeo/. Secondo le ricerche di Anna Tola quello mostrato nella foto è il luogo da lui prescelto, dove aveva fatto costruire il basamento di granito che avrebbe dovuto accogliere la pira che per ore ed ore avrebbe dovuto bruciare per carbonizzare prima e consumare poi il suo corpo, fino a ridurlo in cenere.

Perché un ‘falso’ luogo della ‘cremazione’ negata?

Tra figlie e padri c’è sempre un rapporto particolare ma tra la figlia Clelia e il padre Garibaldi è risaputo che questo rapporto fosse speciale, particolarmente da parte di lei che seguì, curò e fece compagnia all’anziano genitore sino alla fine. Quale cuore di figlia non può non soffrire, anche a distanza di anni, il mancato rispetto di un desiderio del proprio padre? Un desiderio oltretutto, una volontà manifestata più volte, probabilmente a voce anche a lei, o lei presente, oltre che in scritti redatti di suo pugno, letti e riletti dopo la sua morte? Forse per questo motivo l’ultima familiare diretta e depositaria orale della volontà di Garibaldi – che era quella di non marcire con i vermi sotto terra ma di essere cremato, anzi bruciato – ha volto tenere gelosamente nascosto il luogo dove si sarebbero dovute ‘consumare’ le volontà paterne, il luogo ‘sacro’ della sua memoria tradita, il luogo del silenzio, della meditazione, del ricordo, del rispetto. Un luogo intimamente privato, di famiglia, separato, ritagliato e lontano dagli altri, frequentati da ‘orde’ di pellegrini vocianti, riecheggianti di discorsi commemorativi di politici e politicanti, di suoni di tromba e fanfare, e sventolanti di bandiere e stendardi. A meno che, e qui l’ipotesi si fa inquietante, Clelia proprio perché riteneva quel luogo ‘sacro’, potrebbe averlo tenuto strettamente riservato magari per celebravi i riti massonici…
Chiediamo ad Anna Tola, scrittrice e biografa di Garibaldi, che ha recentemente indicato il luogo ‘vero’ dove l’Eroe aveva chiesto d’essere bruciato (il termine cremazione è usato impropriamente), il motivo per il quale fino ad ora si é ritenuto fosse invece un altro quello prescelto, sotto il famoso pino.
“Effettivamente lungo il vialetto che dal parcheggio conduce alla biglietteria della casa-museo, sulla destra, sino al 1980 vi era un’epigrafe su legno posta davanti ad un pino marittimo che segnalava il luogo dove Garibaldi desiderava essere cremato. Dopo il 1980 il cartello di legno, logorato dal tempo, si è spezzato in due parti, e i custodi Signori Puzzu e Corda lo hanno levato. Dalla Soprintendenza di Sassari era arrivata la promessa che sarebbe stata sostituita con un’ epigrafe in granito ma fortunatamente si sono dimenticati. Meglio così poiché questa storia non ha fondamento scientifico documentale”.
Ma allora, come andarono le cose?
“Un tempo le barche attraccavano nel porticciolo ora chiamato Cala Garibaldi (ormai distrutto dalle tempeste e dalla risacca, solo pochi massi di granito mantengono la memoria), da lì i visitatori salivano lungo il viale, dove è visibile ancora l’antica entrata senza cancello, fino a giungere alla casa dell’Eroe. Questo viale era diviso dagli orti e dall’oliveto, ed il muretto nascondeva agli occhi dei pellegrini il vero luogo destinato alla cremazione, tenuto gelosamente nascosto dalla figlia Clelia sino alla sua morte avvenuta il 2 febbraio 1959, a 92 anni. Da allora a oggi ci ha pensato la natura a preservarlo dagli sguardi dei curiosi, solo poche persone l’avranno senz’altro visto: chi andava in cerca di funghi ignorando cosa fosse, o chi come me, conoscendo i suoi scritti, era alla ricerca del luogo”.
Perché quel pino marittimo e quel cartello ‘falso’?
“Testimoni oculari narrano nei loro scritti come moltissime persone in visita alla casa di Garibaldi, armati di forbicine furtivamente tagliassero pezzi di stoffa dalle poltrone, dai copriletti, qualsiasi cosa pur di portarsi a casa un suo ricordo; altri visitatori vagavano nei dintorni raccogliendo sassi di granito e strappando rami d’ulivo. Infatti, ancora oggi, in alcune sedi di associazioni di Mutuo Soccorso questi oggetti sono incorniciati ed esposti in ricordo del pellegrinaggio a Caprera. Di conseguenza la moglie, Francesca Armosino, si è trovata nelle condizioni di limitare la zona, per far rispettare la sua vita privata e quella dei figli e proteggere la sacralità del vero luogo m scelto dal marito per la pira omerica, facendo credere così che quel pino, ‘posto a levante’, fosse invece il luogo da lui prescelto, un sito suggestivo, ideale per sacralizzare le solenni cerimonie e raccogliere nell’ampio spazio di terreno sterrato centinaia di visitatori, tenendoli raccolti affinché non di disperdessero nei dintorni. Alla morte della madre, la figlia Clelia, indubbiamente d’accordo con la Marina Militare, allora custode del Compendio Garibaldino, fece predisporre il cartello come dimostrano le foto del 1905 e del 1935. Seguendo la volontà materna, Clelia, continuò ad indicare lo stesso luogo a chi chiedeva di conoscere dove suo padre voleva essere bruciato. Che era invece quest’altro, ripeto, tenuto gelosamente nascosto da Clelia sino alle sua morte”.
Sì, però perché proprio sotto quel pino marittimo?
“Attraverso le foto dell’epoca, in alcune panoramiche è ben visibile la presenza del pino, unico esemplare in tutta la zona circondata da macchia mediterranea: cespugli di cisto, di lentischio, alberelli di euforbia arborescente, di ilatro e corbezzolo. Questo pino, piantato da Garibaldi, tra massi di granito vicino ad una stradina sterrata, era il posto ideale per soddisfare la curiosità del visitatore e tenerli così lontani dalla vita privata di Clelia e dai luoghi sacri a suo padre. Per Clelia questo angolo era comunque un caro ricordo sia per i versi poetici fatti scolpire dall’eroe sul granito e per il pino piantato dallo stesso. Quest’albero è ritratto in una foto dell’epoca, dove in ordine appaiono: Guglielmina moglie del custode, donna Clelia, Clelia Gonella, Capo Impagliazzo, fedele custode di casa Garibaldi a Caprera dal 1934 al 1972 anno della sua morte. Questa foto è stata pubblicata dallo scrittore e giornalista maddalenino Giovanni Presutti in Garibaldi a Caprera, Cagliari Leoni Ed.1982”.
Anna Tola lei ha parlato di fonti documentali, quali sono?
“Fonte di primaria importanza sono gli innumerevoli scritti di Garibaldi raccolti nell’Epistolario dell’Edizione Nazionale a cura dell’Istituto del Risorgimento, i primi 10 volumi, editi nel 1973 al 1977 comprendono le lettere fino al primo semestre del 1866. Per gli anni dal 1886 al 1882 è ancora utile l’Epistolario curato da E. E. Ximenes Milano 1885. Testi accessibili agli addetti agli studi, non di facile divulgazione che si possono consultare in alcune importanti biblioteche”.


Claudio Ronchi

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