La Maddalena


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L'incanto del mare, il suo mistero e la sua trasparenza sono segni riconoscibili della Sardegna e delle sue isole. L'antico sandalo di Ichnusa, uscito dalle acque ai tempi della creazione dell'universo, è circondato da isole minori. Al sud e al nord. A est e a ovest.

La Maddalena è la punta estrema nel nord est della Sardegna, l'unico centro abitato delle sette isole principali e di una ventina di isolotti che formano l'arcipelago omonimo. Un poco sotto la Corsica, separate dalla linea di confine delle bocche di Bonifacio, ci sono Caprera, Santo Stefano, Budelli, Razzoli, Spargi, Santa Maria e La Maddalena. Il mare è la pietra, insenature e linee di sabbia, le rocce rosse e rosa dove Michelangelo Antonioni realizzò, nel 1964, il suo Deserto rosso.

Isola di solitudini, di «lastre di granito, tavole di pietra e fenditure antiche» create e modellate, animate quasi, dal vento.

Dice il poeta Gian Carlo Tusceri nella lingua materna corso-gallurese: buffa, soffia, u punenti/mari di prua.

Il vento che nasce dal nulla e al nulla ritorna. Il maestrale e il grecale che si formano nel maelstrom di Bonifacio e in quella tempesta nuovamente si confondono dopo aver dato vita e tradizione, storia e mito a un'isola, alle isole granitiche di questo arcipelago che appare e rientra per circa 200 chilometri di costa. Qui, a La Maddalena, è il mare a dormire, il Mediterraneo che conobbe Ulisse e l'acqua di vita/l'acqua di morte illuminata dalle bombe del pescatore di frodo Squarciò, il personaggio di Franco Solinas trasportato poi sullo schermo da Gillo Pontecorvo.

La lunga strada azzurra e le stratificazioni, le sedimentazioni del tempo. Il verde intenso della macchia mediterranea, il cisto e il corbezzolo, solcato dal giallo delle ginestre e dal viola delle rose selvatiche.

A Spargi e Santo Stefano sono state rinvenute tracce dell'apparire dell'uomo su queste isole dopo l'era del Pleistocene, quando le acque si ritirarono ed emersero rocce polimorfe contenenti in sé le devastazioni e le trasformazioni del diluvio. Anche questo racconta l'arcipelago: di quando Odisseo, inseguendo «virtute e conoscenza» arrivò in queste isole.

Sostiene lo storico Berard che la terra abitata dai Lestrigoni, i cannibali da cui Ulisse riesce a fuggire, si trovava nei pressi di Palau, proprio di fronte a Santo Stefano. Questo nel tempo del mito.

Lo studioso Renzo De Martino dice invece, in un suo bel libro su La Maddalena, il cui nome più remoto è Ilva, che negli anni 1956-58, una spedizione dell'università di Cagliari, guidata dal professor Osvaldo Baldacci, ha riportato alla luce, sempre a Santo Stefano, un insediamento di età neolitica, databile tra il 2500 e il 2000 a. C.

In una grotta di tufo sono stati rinvenuti oggetti di granito, porfido, quarzo, ossidiana del Monte Arci e persino avanzi di cibo, resti di uccelli, pesci, mammiferi e di prolagus, grosso topo senza coda, che secondo l'archeologo Giovanni Lilliu faceva parte dell'alimentazione dell'uomo primitivo.

Nel Museo Romano sono esposte anfore vinarie, olearie, e altri reperti, recuperati in scavi archeologici e ricerche subacque, che testimoniano della presenza romana nelle isole dell'arcipelago. Una presenza militare. I soldati romani, siamo in un periodo che va dal 70 a. C. al 200 circa, erano dislocati lungo la costa per proteggere l'isola dai pirati. Ai pirati di epoca romana succederanno, nei secoli bui del Medioevo, i pisani, i genovesi e soprattutto i saraceni.

Dice ancora De Martino che la più funesta spedizione armata fu quella compiuta intorno al 1015 - 1016 da Mujahid el Amiri, poi sconfitto da una flotta pisano-genovese in una battaglia navale che costò molte vite. Da allora le isole furono abbandonate e solo a Caprera, a iniziare dal sedicesimo secolo, si stabilì un gruppo di pastori.

La gente si concentrò tutta a La Maddalena. Segno ancora visibile di quel tempo di rapina e d'assedio, ripetuto per secoli e secoli, il timore del moro e l'avvistamento delle vele nemiche, è la torre di vedetta chiamata «Guardia Vecchia», dove fu tenuto prigioniero Vincenzo Sulis, in seguito al fallimento dei moti antifeudali e antipiemontesi di Giommaria Angioj. Il 1793 fu un anno cruciale per tutta la Sardegna, che visse dal nord al sud la paura dello sbarco francese, la paura che la rivoluzione del 1789 potesse penetrare nel cuore antico dell'isola e delle isole. Per l'immaginario popolare i giacobini erano la materializzazione del diavolo. Animu patriotos a sa gherra, fu il motto. Guerra contro l'invasore francese che voleva impossessarsi dei porti, delle miniere e delle ricchezze.

La Maddalena, difesa da alcune centinaia di uomini, fu bombardata dalla Puntarella di Santo Stefano dall'artiglieria francese, comandata allora da un giovane Napoleone Bonaparte. Più di mille bombe caddero sull'isola incendiando case e battelli. L'assedio fu interrotto, il 24 febbraio, dal nocchiere maddalenino Domenico Millelire che da Punta Tegge rispose al fuoco nemico, sparando bordate su bordate contro la fregata Fauvette.

I francesi furono costretti a togliere l'assedio e lasciarono sul campo armi e prigionieri. L'impresa di Domenico Millelire, decorato con la medaglia d'oro, la prima della Marina italiana, è entrata a far parte di quella leggenda resistenziale che riguarda, per molte epoche storiche e latitudini, non solo la gente dell'arcipelago ma la Sardegna intera.

Luogo di eroi e di personaggi, La Maddalena. Come l'ammiraglio inglese Nelson che stazionò nella rada dell'isola dal 1803 al 1804 e che dall'isola partì, il 19 gennaio 1905, per andare incontro al suo destino conclusosi a Trafalgar - ma fu della sua flotta la vittoria - il 21 ottobre di quello stesso anno.

Nelson che, dicono vecchie storie, visse una storia d'amore con la bella Emma Leoni e che donò candelabri e un crocifisso d'argento al parroco de La Maddalena. Il personaggio più rappresentativo è comunque Garibaldi, l'eroe dei due mondi, venuto in esilio a Caprera, dopo la sconfitta di Mentana.

Un esilio durato più di dieci anni e che forma da solo una leggenda di armi e d'amore nel mito di un'isola pure attraversato da navigatori, poeti e avventurieri, tutti segnati dal potere e dalla solitudine o, se si vuole, dalla solitudine del potere. Così è stato per altri oscuri. Così anche per Garibaldi, morto il 2 giugno del 1882.

La sua tomba a Caprera, e la vecchia casa fatta diventare Museo, sono un punto di riferimento per la gente del luogo e per i turisti, per i curiosi e per gli indifferenti ma anche per chi continua a ritenere che «l'odio contro la menzogna e la tirannide» non debba avere mai fine.


Singolare destino quello dei maddalenini, di questo antico villaggio di pescatori collocato nell'estremità di un'isola che per cultura e tradizione ha sempre rifiutato il mare, insieme la continuazione di questa resistenza e la mediazione, l'apertura a genti diverse. Loro, i maddalenini, conoscono il mare e il mare li riconosce anche se, dicono, «u mari è moddhu e nun si cunnosci»; viene meno quando meno te l'aspetti.

Gli eroi e gli oscuri hanno costruito la civiltà maddalenina.

Il passaggio dell'uomo sono anche le vie strette del centro cittadino di Cala Gavetta che somigliano ai carrugi genovesi e i palazzi umbertini del primo Novecento.

Oggi La Maddalena conta circa 12 mila abitanti a cui si aggiungono gli oltre tremila statunitensi tra marinai e loro familiari. Il mare racconta quest'altra storia, di sottomarini a propulsione nucleare che si appoggiano alla nave arsenale ormeggiata al molo Nato di Santo Stefano. La base americana a La Maddalena è sorta nel 1972, in seguito agli accordi bilaterali tra Italia e Usa per le operazioni alleate nel Mediterraneo.

Una presenza a volte inquietante, spesso contestata, fino a quando non è stato realizzato un sistema di monitoraggio per controllare la radioattività. All'interno dell'isola, la comunità americana vive in un proprio spazio dove c'è tutto: scuola, biblioteca, un centro medico, campi da gioco, un rock center e altri circoli.

Il mare di Odisseo e dei pirati, di Domenico Millelire e di Nelson, di Garibaldi e dei banditi che fuggivano verso la Corsica, dei maddalenini di oggi e degli americani, contiene molte altre storie che emergono in superficie o che sedimentano nei fondali di corallo, il regno delle murene, delle cernie e delle meduse.

Storie che la memoria dell'acqua continua a tramandare. Storie che dicono delle galee aragonesi che vennero prima e dopo le veloci navi corsare dei saraceni e di quella battaglia, iniziata l'8 settembre del 1943, tra italiani e tedeschi, costata molti morti.

Anche allora fu il mare a fare da sfondo, elemento indispensabile per chi cadde per la libertà. Tutto chiudono queste acque e tutto continuano a raccontare.

Buffa u punenti/mari di prua, canta il poeta.
Da indintru a pèrchia
Dall'interno della fenditura
non si vedono macchie di cisto
e uccelli pigliamosche
il tempo finito e l'eternità
u tempu e l'eternu
si danno battaglia
testa a testa
e brucia lontana
una fetta di cielo
a grecale
e sono questi i colori
che segnano gli anni
battendo con un bastone
sui sentimenti intuvunnati
nascosti in buco della roccia.

È il vento che continua ad erodere e lasciare tracce, a nascere e perire dentro il mare.

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