La Maddalena


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Natura Park a cura di T. Gamboni

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La Patella ferruginea

E' caratterizzata morfologicamente da coste molto pronunciate, è una specie intertidale, erbivora, che vive attaccata al substrato, come i rappresentanti di tutta la famiglia. La conchiglia ha un margine dentellato e una forma regolarmente conica. La cavità interna della conchiglia è di colore bianco madreperlaceo con talvolta un riflesso bluastro, con margine esterno bordato di nero; esternamente presenta un colore rosso chiaro, maculato di bruno e avente linee ferruginose concentriche. La radula presenta più file (docoglossa), il piede è senza appendici. Può raggiungere le dimensioni di 10 cm di diametro e, si racconta che in passato, siano state rinvenute conchiglie aventi dimensioni vicino ai 14 cm. L’ Habitat della P. ferruginea è nella zona tra il mediolitorale superiore ed il sopralitorale, soprattutto su substrati rocciosi di tipo granitico calcareo. Presenta un’ecologia associata ad ambienti ben ossigenati, non inquinati e che mostrano idrodinamismo elevato, prediligendo zone con forti correnti. La P. ferruginea è in genere poco mobile, i movimenti osservabili sono in funzione di due importanti necessità: la respirazione e l’alimentazione. I movimenti respiratori consistono in un leggero sollevamento della conchiglia dal substrato e in un cambiamento di orientamento della stessa rispetto al piede che rimane immobile. Tutto ciò avviene quando la conchiglia è bagnata dalle onde, in seguito la patella si abbassa di nuovo a livello della roccia per aderire saldamente ad essa. La P. ferruginea può spostarsi dal suo “sito” per qualche metro per alimentarsi, lasciando sul substrato un’impronta ovale simile ad un aureola di colore biancastro, del diametro esatto della conchiglia, dovuta allo sviluppo di corallinacee incrostanti. E’ presente in tutto il territorio del Parco Nazionale, con un buon numero di esemplari, dove sono state osservate le due varietà lamarcki e rouxi già descritte da Payrandeau nel 1826. La Direttiva Habitat 92/43/EEC inserisce nella Lista Rossa la P. ferruginea, classificandola tra i macroinvertebrati a maggior rischio di estinzione, ne è quindi vietata la raccolta, la collezione, e il possesso. È ritenuta un invertebrato marino fra i più minacciati del Mediterraneo che necessita di protezione rigorosa.


Pinna Nobilis

Comunemente nota come “nacchera”, “gnacchera” o “pinna comune”, questo grande bivalve può raggiungere le dimensioni di 80-100 cm; vive in fondali sabbiosi o sabbio-fangosi ma anche di tipo detritico; le pinne hanno conchiglia equivalve e cerniera priva di denti, in genere sono sepolte nel sedimento per uno o due terzi della loro lunghezza, ma la percentuale di conchiglia nascosta sotto la sabbia è molto variabile ed è legata alle condizioni e alla morfologia del luogo. Si rinvengono a stretto contatto con le praterie di Posidonia oceanica, da pochi metri sino a 30-40 metri di profondità. Come tanti molluschi marini produce dei filamenti con i quali si ancora al fondo del mare. Questi fili, sottili e robusti, costituiscono il materiale detto bisso, utilizzato in passato specialmente in Sardegna per la tessitura di preziosi indumenti dai colori cangianti. A seguito della tutela della specie la lavorazione del bisso marino è quasi scomparsa del tutto. Per nutrirsi e respirare pompa l’acqua nella cavità del mantello mediante un sifone inalante e poi la espelle attraverso uno esalante. Le valve hanno il margine posteriore arrotondato e presentano una ventina di coste radiali con scaglie a forma di canali. Il colore è bruno con scaglie più chiare; l’interno è bruno e lucente con la parte anteriore madreperlacea. Al suo interno ospita, talvolta in simbiosi, crostacei decapodi, come Pontonia pinnophylax e Pinnotheres pinnotheres (piccoli gamberetti e granchietti). È una specie minacciata dalla raccolta per il collezionismo (anche per la presenza occasionale di piccole perline irregolari di colore arancio, di nessun valore commerciale) e, purtroppo, anche nei nostri fondali del Parco, viene sistematicamente depredata e danneggiata. La Pinna nobilis è inserita nella lista rossa della Direttiva CITES 92/43/CEE (Direttiva Habitat) dell’Unione Europea e nei successivi aggiornamenti Direttiva 2006/105/CE, elencata nell’Allegato IV - Specie animali e vegetali di interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa.

Papilio hospiton Guénée 1839

La farfalla della ferula è un endemismo della Sardegna e della Corsica, protetta dal CITES (convenzione sul commercio internazionale delle specie animali e vegetali in via di estinzione), ed è seriamente minacciata dagli insetticidi e dagli incendi. L’adulto è molto simile al macaone, dal quale si distingue solo per piccoli particolari quali: colore più scuro, disegno delle linee nere differente, forma e colore delle macchie dell’angolo interno delle ali posteriori di forma diversa. Dove abbonda la Ferula communis, della quale si nutre, si trova l’habitat ideale per le larve; si può rinvenire anche nei prati e nelle radure fino a 1600 mt di quota. Predilige le zone montane ma non disdegna il livello del mare. Nel territorio del Parco, durante il periodo che va da marzo a giugno, è facile incontrarla in prossimità delle vecchie fortificazioni con i suoi sfarfallamenti. “Ad ali aperte, il Papilio hospiton, misura 6-8 cm; esse sono colorate di un bel giallo zolfo con macchiettatura nera, triangolari le anteriori con bordo uniforme; le posteriori hanno forma arrotondata, dentellata sui bordi e sono fornite di una piccola appendice caudale. Un’elegante banda nera si svolge lungo l’intera fascia dei tre quarti e posteriormente è impreziosita da una serie di macchie tondeggianti blu zaffiro e da due macchiette rosse parzialmente orlate di blu, speculari rispetto alla linea del dorso”. Caprera Natura (1993) G. Cesaraccio La specie è inserita nella Lista rossa IUCN che è stata istituita nel 1948 e rappresenta il più ampio database di informazioni sullo stato di conservazione delle specie terrestri.

Orchidea Lattea

È una pianta erbacea, alta 10-20 cm, con fusto eretto, cilindrico, verde chiaro nella parte inferiore, porporino in quella superiore. Il nome del genere deriva dal greco orchis=testicolo per la forma dei rizotuberi che ricordano gli organi seminali maschili. Il nome specifico deriva dal latino lacteus (latteo), con riferimento del colore dominante del fiore. Presenta una infiorescenza a spiga cilindrica, piuttosto densa (10-30 fiori). I tepali sono bianchi, saldati a formare un casco, con nervature longitudinali rosse all’interno e verdognole all’esterno. Il labello è trilobato con margine dentellato e fondo da bianco a rosa, picchiettato di rosso purpureo; il lobo mediano è più lungo dei laterali ed è leggermente ginocchiato alla base. Lo sperone è conico, rivolto in basso. Questa stupenda piccola orchidea primaticcia è presente nei pratelli nel cisteto dove vegeta associata ad esemplari di Orchis longicornu ed Orchis papilonacea; si rinviene in luoghi aridi e sassosi, anche se con difficoltà, per le dimensioni molto ridotte e per la rarità della specie nel territorio del Parco. L’impollinazione di questa specie è entomofila, ad opera di imenotteri e la fioritura avviene da Febbraio ad Aprile.

Thalasseus sandvicensis, Latham 1787


Il beccapesci è una sterna medio-grande di 37-43 cm, con un’apertura alare di 85-97 cm con la parte superiore grigia, il ventre bianco, il becco nero con la punta gialla; ha una cresta irsuta nera che diventa meno estesa in inverno con una piccola corona bianca. Riconoscibile da un gabbiano per leali più sottili e a falce che sbatte più profondamente, per le zampe più corte e per il becco più lungo ed il ciuffo nero sulla nuca, che conferiscono una silhouette particolare anche per una sterna. E’ difficile confonderlo anche dalle altre sterne della stessa specie che sono presenti nel territorio del Parco Nazionale. Nidifica in colonie sul terreno presso l’acqua, il nido si presenta come una conca profonda con o senza materiale vegetale. Depone una sola covata di 2 uova incubate da entrambi i sessi, i piccoli sono allevati dalla coppia. I pulcini vengono nutriti con pesciolini catturati con spettacolari tuffi in mare. Anche dopo aver messo le piume, i piccoli stanno con i genitori e, come quelli della sterna maggiore, continuano a reclamare il cibo. Per tutte le sterne, il pesce, è alla base della sua alimentazione, ma questo viene anche usato come offerta alla femmina nella fase del corteggiamento. Il beccapesci è stato descritto in origine dall’ornitologo John Latham nel 1787 come Sterna sandvicensis, successivamente Boie nel 1822 lo trasferisce al suo attuale genere di Thalasseus a seguito di studi che ne hanno confermato la specie. L’attuale nome deriva dal greco Thalassa (mare) e sandvicensis si riferisce a Sandwich Kent località tipo della Gran Bretagna. A differenza della Sterna hirundo il beccapesci è meno aggressivo e si lascia avvicinare; è facile incontrarlo nel periodo autunnale in gruppi di 5 -10 esemplari su scogli o boe intento a riposare, è migrante, sverna in Africa è un uccello soprattutto di passo e nidifica localmente in Italia. Se ne vedono sempre di meno, ma non è considerata comunque una specie a rischio, anche se rispetto ad altri uccelli ne è vietata la caccia.

Rospo Smeraldino

Il rospo smeraldino maschio è più piccolo del rospo comune, infatti misura 6-8 cm, arrivando ad un massimo di 10 cm., le femmine invece, sono più grandi: possono raggiungere i 14 cm, ma di solito misurano 8-10 cm. “Ha corpo tozzo e verrucoso, occhi prominenti; il dorso è grigio o verdastro con macchie irregolarmente distribuite, di colore verde smeraldo, e meno frequentemente con piccole pennellate aranciate sui tubercoli; le parti inferiori sono invece bianco-grigiastre” (Caprera Natura G.Cesaraccio). Dopo il letargo invernale, con l’approssimarsi della primavera, inizia la stagione degli accoppiamenti: il periodo riproduttivo inizia più tardi di quello del rospo comune ed ha l’apice in aprile e maggio, con variazioni a seconda della latitudine e della temperatura. I rospi si recano vicino ai luoghi di riproduzione verso l’inizio di marzo (solitamente vicino a corsi d’acqua, pozze o stagni). La femmina depone in acqua un cordone gelatinoso di circa 13.000 uova, che vengono fecondate dal maschio. Queste uova poi si schiuderanno, liberando i girini. Il rospo smeraldino si nutre di insetti e piccoli invertebrati e vive essenzialmente in luoghi aridi e sassosi, tra le macerie dei vecchi forti militari; la sua presenza è stata segnalata in quasi tutte le isole e isolotti del Parco Nazionale. E’ protetto a livello Comunitario essendo incluso nell’allegato II della Convenzione di Berna e nell’allegato IV della Direttiva Habitat (specie che richiedono una protezione rigorosa).

Arum Pictum Gigaro sardo-corso Fam. Araceae

L’Arum è una pianta erbacea perenne, appartenente alla famiglia delle Araceae con la caratteristica infiorescenza a spata, alta dai 30 ai 50 cm. La forma biologica prevalente è quella geofita rizomatosa o anche “geofita tuberosa”, ossia sono piante perenni erbacee che portano le gemme in posizione sotterranea. Durante la stagione avversa non presentano organi aerei e le gemme si trovano in organi sotterranei chiamati rizomi/tuberi (un fusto sotterraneo dal quale, ogni anno, si dipartono radici e fusti aerei). Il nome scientifico del genere (Arum) deriva dal greco “aron” (ma anche, secondo altre etimologie, dall’ebraico “ar”); in entrambi i casi questi due termini significano “calore” e si riferisce al fatto che queste piante quando sono in piena fioritura emettono calore (caratteristica particolare del genere). “Foglie grandi, in parte assenti alla fioritura, ovato-lanceolate, più o meno cordate alla base, verdi scure e bordate da una sottile fascia violacea. Piccioli lunghi poco più dello scapo. Infiorescenza emanante un fetido odore, con spata lanceolata rosso-violacea, cupa internamente e spadice lungo 8-12 cm, poco più della metà della spata, con appendice clavata nero-violacea più scura della spata; Infruttescenza con numerose bacche rosso-aranciate a maturità, contenenti 2-6 semi”. (Quaderni Naturalistici G. Cesaraccio) La si rinviene in luoghi dove sono presenti ruderi di vecchie fortificazioni, case abbandonate ma anche tra la fitta vegetazione delle isole. La fioritura avviene da settembre a novembre. E’ un paleoendemismo sardo-corso, presente anche nelle isole Baleari e nell’arcipelago Toscano, precisamente nell’isola di Montecristo.


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