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Il palazzo municipale fu costruito tra il 1903 ed 1906 nello spazio allora chiamato "Piazza degli Olmi" a fianco al mercato civico. Nell'atrio comunale una lapide murale ricorda la lettera di Giuseppe Garibaldi scritta il 23 novembre 1849 al sindaco di La Maddalena Nicolao Susini.
Nel gennaio del 1905, dopo dieci anni di gestazione caratterizzati da comprensibili difficoltà, da decisioni che parevano definitive, da revoche, ripensamenti e varianti, i grandi portoni si aprivano per accogliere Consiglieri e Sindaco giustamente fieri della nuova casa comunale, della sua funzionalità, della sua eleganza.
Fin dal 1894 il Sindaco Zicavo, mettendo l'accento sull'inadeguatezza del Municipio, che egli stesso definiva "ristretto , incomodo e si dirà anche indecente" proponeva una soluzione a portata di mano: usare l'area di un edificio acquistato in via Vittorio Emanuele integrandolo con un terreno attiguo acquisibile attraverso un esproprio concordato.
Forse si sarebbe giunti a questa conclusione se non fosse intervenuto il solito cambiamento di amministrazione, con l0avvento di un personaggio, Giuseppe Volpe, aspramente critico nei confronti della precedente giunta; per principio a ragion veduta le si opponeva annullando di fatto le iniziative assunte e quindi, pur riconoscendo la necessità di un edificio Comunale consono alle necessità del paese, ne procrastinava la realizzazione.
Nella primavera del 1896 una nuova proposta veniva discussa animatamente in consiglio e nei capannelli che si formavano nelle piazze e lungo il Molo: il consigliere angelo Perugia aveva presentato un progetto per utilizzare come palazzo Comunale, previa aggiunta di un piano, l'edificio destinato al mercato: questo, logicamente, sarebbe stato spostato. Dove? si chiedevano gli oppositori; come si poteva distruggere ciò che era stato costruito appena due anni prima? come si poteva prendere in considerazione l'insana idea di porre il mercato nella casa donata da l'Ammiraglio Battista Millelire in via Vittorio Emanuele? Vero era che il donatore aveva espresso la precisa volontà che essa fosse adibita ad uso pubblico, pena la restituzione ai suoi eredi; ma poteva funzionare un mercato stretto, senza spazi esterni, con la vendita del pesce che da sola spaventava gli abitanti della via? Certamente no; e infatti il progetto fu bocciato dagli organismi di controllo e si dovette ripartire da zero.
Qualcuno avanzò una proposta che gia alcuni privati andavano concretizzando, cioè reperire nuove aree con riempimenti a mare, facendo avanzare la linea di costa. Giuseppe Volpe aveva chiesto la zona alla fine di viale Italia a nome della Società di Mutuo Soccorso XX Settembre; Andrea Raffo quella alle spalle del Mercato. L'amministrazione Comunale presieduta dal Sindaco Culiolo, manifestando parere favorevole alla prima richiesta, si oppose a quella di Raffo perché vide, nello spazio reale e in quello ottenibile con i riempimenti, prospettive impensabili: non solo la condotta fognaria per eliminare lo scandaloso problema della vadina centrale, non solo una piazza retrostante il mercato per alleggerire le operazioni di carico e scarico, ma anche soprattutto, la possibilità di realizzare la Casa Comunale e, pensando in grande chiese alle autorità marittima l'acquisizione di tutti gli arenili non utilizzati dal demanio statale.
Fu, però un commissario governativo a sciogliere gli indugi affidando ad un ingegnere di Sassari, Giuseppe Franchetti, il compito di progettare l'edificio: con la rapidità che normalmente contraddistingue le azioni dei commissari, in un mese e mezzo il progetto fu pronto per l'appalto. a la cosa no fu indolore: per: per ottenere il benestare del Ministero della Guerra, che poteva opporsi, il Commissario Valle decise una transazione avversata ferocemente, fino al quel momento, dalle precedenti amministrazioni: si trattava della disputa, che andava avanti ormai da tempo, sulla proprietà della grande spianata di fronte al Quartiere (il complesso noto anche come Artiglieria), dove vi era un pozzo pubblico chiamato anche la fontana del Re, e dove l'amministrazione aveva progettato di costruire il nuovo edificio scolastico. Valle rinunciò ad ogni pretesa di possesso da parte del Comune limitandosi a "fare voti" perché fosse consentito alla popolazione l'accesso alla fontane e perché fosse riconosciuta come pubblica la via che costeggiava la spianata a sud.
Nel mese di ottobre 1898 il progetto per la Casa Comunale era pronto per andare in gara, l'ubicazione scelta quella della costa e est del mercato. A questo punto fu presentata una nuova proposta, originale e sensata, ma forse fuori tempo da parte del consigliere Carlo Ajassa: egli criticò la scelta fatta evidenziando problemi reali (l'eccessiva vicinanza del mercato con le esalazioni provenienti dalla zona di vendita del pesce, la presenza di insetti, il restringimento della piazza) e altri forse esagerati quali le enormi spese, che a suo parere sarebbero state necessarie con la fondazione dell'edificio con uno scavo di quindici metri per raggiungere la roccia sottostate al fango della cala. Mostrava, poi, tutti benefici della ubicazione da lui proposta in piazza XXIII Febbraio sul lato ovest del palazzo Zicavo (oggi Banco di Sardegna).
Enormi i vantaggi: ai servizi gia concentrati nell'area (dogana, dazio, esattoria, società di navigazione) si sarebbero aggiunti gli uffici comunali, quelli della pretura e della conciliazione, e quelli delle Poste e Telegrafi richiamati dalla sede di piazza Ranedda. Cala Gavetta, che ospitava, lungo le sue banchine, anche la caserma dei Carabinieri, la Finanza e la Capitaneria, avrebbe costituito un vero polo completo della città. Ajass credeva molto nella sua proposta e la perorò, come sua abitudine, anche con un piccolo pamphlet distribuito a sue sue spese;ma la nuova amministrazione, nella quale aveva preso posto Zicavo, trovando già pronto il progetto Franchetti e condividendolo, optò per mandarlo in appalto, provocando le ire di Ajassa che presentò le dimissioni dalla carica di condigliere. Il costruttore Muntoni, al quale era stata affidata la realizzazione del palazzo, non ebbe vita facile: continui ripensamenti e moltissime varianti introdotte dal rispetto al progetto originario, lo misero in difficoltà e lo costrinsero a rinunciare all'appalto e ad accontentarsi di un'indennità pari all'uno per cento del valore inizialmente stabilito. In effetti il progetto era stato stravolto e occorreva ripresentarlo con le trasformazione nel frattempo maturate e con quelle nel frattempo ipotizzate: stavolta fu l'ingegnere comunale Ugazzi a farsene carico, dapprima con una semplice variante (che avrebbe consentito di riprendere la costruzione anche se con una nuova asta), poi con un progetto nuovo: tutto ciò rappresento la sospensione delle attività dal1900 al 1903.
Finalmente, nell'agosto di quell'anno, i lavori, affidati ad Andrea Raffo, potevano riprendere, eseguiti con celerità tanto che, nel mese di aprile del 1904 si poteva festeggiare l'avvenuta copertura del tetto: seguendo l'uso locale, committenti e operai partecipavano ad un pranzo pagato, logicamente, dall'amministrazione. Nel mese di dicembre di quell'anno la consegna dell'intero edificio anche se mancavano i balconi e le balaustrate di marmo che non erano ancora arrivate dal continente e sarebbero state posizionate successivamente: febbrilmente, nello stesso mese di dicembre si disdiceva il contratto con Tomaso Volpe, nei cui locali di via Principe di Napoli erano stati ospitati gli uffici comunali negli ultimi anni, si firmava il vantaggiosi accordo con il Ministero delle Poste e Telegrafi per la cessione in affitto per 1.500 lire annue, dell'intero piano terreno del nuovo palazzo, previe trasformazioni da effettuare nel più breve tempo possibile. Il 1905 vedeva, finalmente la bella opera compiuta e inaugurata e gli amministratori fieri di poter mostrare, sul fronte a mare della città, un'opera che stava al passo coi tempi e reggeva ampiamente il confronto con quelle realizzate poco più in là, dal Genio Militare.
Il cielo liberty
A chi dovesse alzare gli occhi al soffitto, nella stanza del primo piano del palazzo comunale di La Maddalena, potrà vedere una artistica decorazione d'epoca liberty a firma 'Andrea Marchisio, 1910'. A Sassari, in quell'epoca, il prof. Andrea Marchisio (1850-1927), decoratore e pittore torinese di nascita ma sardo d'adozione, era molto conosciuto e lasciò molte sue opere nella città di Sassari dopo che vi giunse nel 1904, quando lasciò Torino dove era docente all'Accademia Albertina e dove si era fatto conoscere per dei bei ritratti per la Real Casa e per le moderne decorazioni del Teatro Regio di Torino. A Sassari divenne ben presto un autorevole rappresentante di quello che chiamasi stile 'umbertino' in architettura e liberty in decorazioni e pittura.
Decorò il palazzo Ducale, la Sala Politeama ed il Civico Teatro con motivi in stile roccocò e con svelti linearismi di sapore floreale. Conosciamo poche decorazioni parietali eseguite dal maestro Marchisio a La Maddalena, considerando quelle fatte per bel palazzo Manini-Grandona sul lungomare e quelle purtroppo cancellate negli anni '50, del catino absidale della chiesa di Santa Maria Maddalena. Chissà quante altre se ne potrebbero annoverare se si facesse un censimento puntuale delle opere del Marchisio a La Maddalena! I primi anni del Novecento all'Isola furono costellati di personalità ragguardevoli, citeremo per tutti il professor Vizzotto (colonna Garibaldi, 1907) e Chiaese, e non ultimo il prof. Marchisio. Tutti insegnarono nelle scuole cittadine calligrafia e disegno.
Il periodo umbertino isolano ci ha donato esempi di architettura garbata e solenne, come il Palazzo Scolastico (1912) ed il Municipio (1906), oltre a decorosi palazzotti privati che inorgoglirono gli isolani più attenti alla moda cittadina delle capitali del gusto. All'Isola fervevano i lavori delle grandi fortificazioni e si pensò di decorare una stanza di rappresentanza del Comune (iniziato nel 1903 ed ultimato nel 1906 su disegno dell'ingegner Cordella di Sassari e con l'ingegner Ugazzi direttore dei lavori). Bell'esempio di eclettismo umbertino, rigoroso ed imponente nel suo registro stilistico classico, trova nelle decorazione floreale della sala una sua definizione più leziosa ma mai ridondante che ha superato intatto il gusto decorativo successivo senza subire l'onta di una 'sciabolata' modernista come è accaduto in molti altri casi. La ditta Marchisio ha proseguito nell'opera del figlio di Andrea, Pietro (Torino 1885-1933) che ha lavorato come pittore e decoratore in Sardegna.
Sull'opera del prof. Marchisio a La Maddalena (Il Vento n. 81 del 15.06.2003) una serie di refusi ci inducono a riproporre una ulteriore nota chiarificatrice ed a puntate sul prof. Pietro Marchisio (1885-1933), figlio del prof. Andrea (1850-1927), il quale operò anche a La Maddalena. Una reale difficoltà ad attribuire correttamente l'opera pittorica ora al padre ora al figlio è data dal fatto che era in uso definire come prof. Marchisio sia l'uno che l'altro. Le brevi note dello scorso articolo apparse in questa rubrica del Il Vento sono state rettificate da alcuni discendenti sassaresi del maestro (prof. Pier Franco Marchisio ed altri che qui ringraziamo) che ci hanno fatto pervenire addirittura una recente tesi di laurea (1995/96) sull'opera grafica di Pietro Marchisio, discussa alla facoltà di lettere dell'Università di Cagliari dalla dott.ssa Silvia Garau con la prof.ssa Maria Grazia Scano Naitza relatrice.
L'attività del valente decoratore a La Maddalena è molto documentata e precisa e si può così riassumere. Nel 1910 dopo essersi sposato con una nuorese residente a Sassari, Pietro Marchisio si stabilisce con la moglie Matilde Rossi Cuneo a La Maddalena, dove lavora come insegnante di disegno e calligrafia nella Regia Scuola Tecnica. Nel mese di agosto istituisce presso il Cantiere Navale una nuova scuola di arti e mestieri. La notizia, scrive la Garau, viene accolta con grande entusiasmo dal sindaco Giuseppe Volpe e dal direttore della scuola tecnica il maddalenino Martino Branca, i quali assicurano all'artista l'appoggio necessario affinché possa ottenere dal Provveditore l'aula ed i finanziamenti necessari.
L'unico intervento murale ancora esistente di quegli anni (1910) a La Maddalena di Pietro Marchisio (e non di Andrea Marchisio, come erroneamente scritto sullo scorso numero), è come abbiamo già detto nel palazzo comunale in quel cielo liberty della stanza del primo piano. Nota bene: dai documenti apprendiamo che nel moderno palazzo comunale erano state eseguite altre decorazioni ora disperse, come quella della sala consiliare e di altre stanze di rappresentanza del primo piano. Allo stesso anno risalgono le prime prove documentate nel campo della grafica applicata di cui rimangono, come sostiene la Garau, solo testimonianze scritte nelle recensioni coeve del giornale sassarese La Nuova Sardegna. Si tratta di una pergamena eseguita dal maestro alla Maddalena per il decimo anno di attività del collega alla scuola tecnica maddalenina professor Egidio Stefani, e la copertina per un libro di Giovanni Giganti, edito a Sassari ma progettato all'Isola, che si intitola 'Onde d'oblio: liriche', con l'indicazione del disegnatore (così si faceva chiamare) Pietro Marchisio nel frontespizio, posseduto solo nella Biblioteca Universitaria di Sassari. I primi mesi di permanenza a La Maddalena del Marchisio lo vedevano ben inserito e partecipe alla vita cittadina.
La sua, scrive Silvia Garau nella citata tesi di laurea (Il Vento n. 82 del 1° luglio 2003), doveva essere una presenza culturale non trascurabile nell'ambiente locale e sicuramente punto di riferimento per quel che riguardava le novità in campo artistico. Precisiamo che solo nel 1913 affrescò nella chiesa di Santa Maria Maddalena gli interni con ornati ed il catino absidale con una Sacra famiglia nella quale Gesù Bambino aiutava il padre in falegnameria (così ricordano ancora gli anziani dell'Isola), e un Gesù nell'orto del Getzemani. Ora le pitture a fresco sono state 'scialbate' con una mano di bianco e non possiamo più goderne se non per quel che i documenti e le rare foto ci tramandano. Nel 1920 il parroco canonico Antonio Vico scriveva che tutto era eseguito con somma valenzia da dettare l'ammirazione dei visitatori della chiesa. Scaduta la nomina annuale ministeriale alla Scuola Tecnica, nell'estate del 1913 il prof. Pietro Marchisio lasciò l'Isola per stabilirsi nuovamente a Sassari, con la moglie ed il figlio Leone Pietro Andrea.
Ritornerà a La Maddalena solo nel maggio del 1926, assunto come decoratore presso la sede staccata del Genio Militare e vi rimase fino al termine del contratto avvenuto nel settembre del 1928. La Maddalena ritorna dunque nella sua vita come un dolce ricordo ma i tempi sono cambiati. L'artista conosceva bene l'ambiente maddalenino e riuscì ad ottenere la commissione per le decorazioni del 'Cinema Teatro Verdi'. Si conoscono, grazie alla documentatissima tesi di laurea della dottoressa Silvia Garau, tutte le decorazioni del teatro (qui riprodotte). La lezione liberty del primo decennio del secolo si è evoluta sempre più nella grazia del lavoro del Marchisio, sempre con più eleganza, aggiornando quel suo personale gusto in quello che altrove si definirà gusto decò.Qualche critico ha obbiettato che la sua lezione decò, impregnata di cultura classico-rinascimentale, si svolse in ritardo secondo i tempi della grande Parigi.
Non bisogna dimenticare che la 'Piccola Parigi' era purtroppo molto lontana, alla periferia dell'Impero, e forse la parabola storica del modernismo era in fase di declino e altrove si stavano sperimentando altre strade più razionali e lontane dall'ordine classico. Il Teatro Verdi di La Maddalena, ubicato in piazza Umberto I, doveva essere un vero capolavoro per la sontuosità delle decorazioni tra il neo rinascimento ed il neo rococò. Purtroppo non si conoscono foto del lavoro, ma solo bozzetti, per ogni parte del teatro andato distrutto e dimenticato per sempre.
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