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Turismo
Gli elementi che compongo e animano l’arcipelago fanno sì che questo possa essere meta degli appassionati delle più disparate discipline sportive. Il vento, vero protagonista delle isole, offre ai visitatori la possibilità di dedicarsi a vari sport acquatici. Dal 1967 il centro velico di Caprera (C.V.C.), addestra intere generazioni di amanti della vela. Il mare e tutti i suoi tesori vengono svelati grazie alla professionalità degli istruttori dei centri diving, che danno l’opportunità di immergersi nelle acque cristalline delle isole, per poter ammirare i suggestivi paesaggi marini del parco. La vegetazione composta dalle piante tipiche della macchia mediterranea può essere attraversata a piedi dagli amanti del trekking, a cavallo o in mountain-bike. La pietra, sviluppata in alte pareti di granito modellato dal maestrale, costituisce il supporto ideale per tutti coloro che praticano il free climbing.
Diportisti e regatanti trovano qui uno straordinario scenario naturale e un mare che ha pochi paragoni. Sardegna e Corsica sono separate da un braccio di mare, le Bocche di Bonifacio, che consentono di passare dal Mediterraneo occidentale al Tirreno senza dover circumnavigare le due isole prospicienti. Un passaggio solo all’apparenza facile dove i venti del terzo e del quarto quadrante accelerano enfatizzando il moto ondoso sino a creare condizioni che possono rendere difficile la navigazione.
Le burrasche sono sempre dietro l’angolo. Scogli affioranti, strozzature tra isole e isolotti fanno il resto ora che si naviga con GPS e lo hanno fatto in passato, quando si governava a vista. Stilare un elenco delle imbarcazioni affondate a partire dalla notte dei tempi è impossibile. I relitti antichi e moderni che dormono sui fondali dell'arcipelago sono spesso nascosti e protetti dalle posidonie. Parlano per loro i frammenti di anfore olearie, contenitori di grano e olive, le ancore in piombo e ferro, quel che rimane dei carichi più diversi.
Sono state individuate colonne semilavorate davanti a Porto Cervo, lastre di marmo all’Isola delle Bisce. Il rovescio della medaglia è un secondo paradiso, quello dei subacquei. Uno scenario mobile ben lontano dall’essere completamente esplorato, capace di riservare sorprese a ogni immersione. Una decina i relitti moderni.
Tra questi Clan Ogilvie- si presume trattarsi di una fregata inglese che prende il nome da un clan scozzese, ricoperto di gorgonie rosse, su un fondale di oltre 40 metri. Due scafi di fronte a Santo Stefano, dove si svolgono le regate del Louis Vuitton Trophy, giacciono a cinquanta metri, resti, forse, di un sommergibile inglese e di una torpediniera. Ad est di Spargi è stato individuato un trasporto di munizioni e a Punta Marginetto de La Maddalena, c’è un motore d’aereo. Alla Secca dei Monaci, la sala macchine di uno steamer e ciò che resta dello scafo collassato.
Quella dei relitti è un libro ancora tutto da scrivere. Il 10 aprile ‘43 nella rada di Mezzo Schifo, tra La Maddalena e Palau, l'incrociatore “Trieste”, di 13.540 tonnellate, veniva attaccato da 32 Flying Fortress in volo a cinquemila metri di quota. Colpito sotto la linea di galleggiamento, affondava sul lato di dritta. Morirono almeno 67 uomini. Molti i dispersi.
La sabbia ha protetto dalla distruzione la famosa “Nave di Spargi” affondata nel II Secolo a.C. vicino alla Secca Corsara, durante una tempesta nei pressi dello scoglio più alto della Secca Corsara e, inabissandosi rapidamente, con ogni probabilità toccò sulle rocce prima di posarsi sul fondo sabbioso a circa 18 metri di profondità. 150 tonnellate di stazza, lunga 35 metri e larga 8: aveva robuste costole di rovere di cm 10 x 10, fasciame in pino dello spessore di 36 cm, connesso longitudinalmente da tasselli con chiodi di rame rivestiti di piombo. Sopra il fasciame, i fianchi erano coperti da una lamina di piombo tenuta con chiodi di rame infissi a 4,5 cm uno dall'altro, in file alterne.
La poppa era rivestita con una lastra di bronzo da 3 mm. La trovò nel 1939 il palombaro Lazzarino Mazza che recuperò alcune anfore presto disperse tra i collezionisti. Nel 1957 il giornalista Gianni Roghi, seguendo la scia di leggende spesso contrastanti, la individuò. La grande nave romana trasportava un carico di anfore olearie, vinarie, suppellettili in ceramica.
Buona parte del carico è ora esposto al Museo Navale de La Maddalena (purtroppo chiuso in questi giorni per ristrutturazione), dedicato all’archeologo ligure Nino Lamboglia, direttore del Centro sperimentale di archeologia subacquea, che pianificò una campagna d’immersioni sul relitto, con autorespiratori, rilievo fotografico, planimetria. Gli aspiratori raccolsero un frammento di cranio, probabilmente appartenuto a un soldato romano, su cui sono ancora presenti tracce dell’elmo bronzeo che indossava. Cosa resta ora, sul fondo? Una parte del carico e l’intero relitto, ancora in buone condizioni dopo oltre ventuno secoli. Il lungo inciso si sofferma su un soloaspetto dell’immersione nell’arcipelago della Maddalena. La straordinaria varietà di flora e fauna marina rende impagabile ogni immersione.
E non mancano sull’isola i centri specializzati per la ricarica delle bombole, la vendita di accessori, le visite guidate, anche notturne, sui relitti.
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