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Guerra > Settembre 1943
La Maddalena si è trovata spesso coinvolta in avvenimenti storici rilevanti: nel febbraio 1793, in piena Rivoluzione Francese, subì il tentativo di occupazione delle truppe franco-corse e "conobbe" Napoleone; nel 1804 ospitò la flotta dl Nelson che attendeva l'uscita delle navi francesi per la battaglia decisiva; dal 1857 Garibaldi a Caprera con il suo impegno nel Risorgimento; nell'agosto 1945 ospitò Mussolini prigioniero subito dopo la caduta del fascismo; i giorni seguenti l'8 settembre 1945 vide i primi episodi di quella che sarebbe diventata la guerra dl Liberazione Nazionale. Malgrado i maddalenini non siano mai stati protagonisti di tutti questi fatti che anzi hanno subito perché voluti da altri, malgrado non abbiano mal avuto coscienza della"grande" storia nella quale la loro, in dimensioni ridotte, si collocava, pure non sono mai stati solo passivi spettatori. I difensori del 1793, gli amici di Garibaldi, gli uomini che hanno partecipato a molti fatti del Risorgimento, quelli che hanno avuto un ruolo nel settembre 1945: tutti hanno saputo ritagliare.
Tanti piccoli frammenti dallo scenario generale, interpretandoli dignitosamente. Ma, mentre per gli avvenimenti del'7OO e dell''8OO diverse rievocazioni hanno restituito dignità al maddalenini, quelli del settembre 1945 sono stati finora esaminati nell'ambito degli avvenimenti regionali o nazionali. Perciò la nostra ricostruzione dei fatti non vuole proiettarsi verso l'esterno, ma ripiegarsi il più possibile verso l'interno riportando e segnalando anche quelle piccole cose generalmente giudicate inutili, che pero, in una ricerca come questa, sono importanti perche riguardano la comunità.
I PROTAGONISTI
I Tedeschi
Il generale Carl Hans Lungerhausen, al comando della 90° divisione corazzata, di stanza in Sardegna, forte di 250 carri armati Tiger e Panther, e di 50.000 uomini [secondo il generale Basso], che testi meno implicati emotivamente portano a 15.000. E descritto da Basso come "una brava persona e soprattutto buon soldato" dotato di buona qualità di carattere che non lo facevano assomigliare a "altri antipatici e presuntuosi comandanti tedeschi". Il comando della divisione era stato avvistato da Lungerhausen in un bosco di querce situato tra Gollinas e Gonnostramatza [in provincia di Cagliari], non lontano da Bortigali, dove Basso aveva il suo quartier generale. Il comandante Uneusi sottocapo di stato maggiore per le relazioni tra la marina germanica e Marisardegna, di stanza a La Maddalena fino al 10 settembre.
Il colonnello Ranlae, vero organizzatore del colpo di mano che rese i Tedeschi padroni di La Maddalena il 9 settembre; conosceva bene l'arcipelago, per averlo visitato prima di questa data, e tutte le postazioni di fuoco.
Le forze Tedesche nell'estuario prima dell'8 settembre erano costituite da diversi nuclei, non quantificabili precisamente, dislocati presso alcune batterie; un distaccamento attendato nella zona della Trinita, un deposito siluri a Villamarina con 6-8 uomini, "un numeroso reparto accasermato a Guardia Vecchia che faceva servizio al semaforo e alla stazione meteorologica al comando di un tenente di vascello", una stazione radio in via Passino, un deposito viveri e carburante all'Ospedale Garibaldi a Due Strade, due batterie [Stresa e Greta) sulla costa sarda, quattro motozattere, una motosilurante, due dragamine, due moto barconi [tutti armati con cannoncini e armi automatiche], una motocisterna in riparazione all'arsenale.
Gli Italiani
Il generale Antonio Basso, (Ufficiale di carriera, valoroso combattente della prima guerra mondiale, terminata la guerra venne nominato direttore generale dell’Artiglieria col compito di ammodernarne le dotazioni. Nel 1940 fu nominato comandante della Regione militare della Sardegna; raggiunta la nuova sede, lavoro` alacremente per adeguarne le difese. Sorpreso dall’armistizio, tratto` con il comandante germanico, generale Lungerhausen, l’evacuazione pacifica delle truppe tedesche dalla Sardegna. Nel novembre del 1943 fu trasferito a Napoli con un nuovo incarico ma nel 1944, accusato di omessa esecuzione di ordini, proprio in conseguenza del suo comportamento in occasione dell’armistizio, fu destituito, arrestato e nel 1946processato. Il processo si risolvette pero` con l’assoluzione. Su quegli episodi il generale scrisse un opuscolo, L’armistizio del settembre 1943 in Sardegna, 1947, e un articolo, L’azione del comando militare della Sardegna dopo l’armistizio del settembre 1943, ‘‘La Nuova Sardegna’’, 1947.) comandante delle Forze Armate della Sardegna, cioè di 128.000 uomini compresi nelle divisioni "Sabauda" (nel cagliaritano), "Bari" (presso Paulilatino), "Calabria" (nella zona di Sassari), "Nembo" (nella zona di Sanluri), il raggruppamento motocorazzato "Scalabrino" (presso la zona logistica a sud di Olbia - Monti, con depositi viveri, armi e munizioni), due divisioni costiere, una brigata autonoma costiera. Dipendevano inoltre dal gen. Basso i comandi della marina e dell'aviazione, quindi anche tutta la struttura dell'Estuario di La Maddalena. Qui e a Caprera erano dislocati due battaglioni costieri. Il secondo battaglione del 59° reggimento fanteria, presente qui all'inizio della guerra, era stato trasferito interamente, sostituito dal 591° Battaglione costiero, ma, data l'indisponibilità del suo comandante, Bartolomeo Fronteddu, ad assumere l'incarico di amministrare alcuni possedimenti dell'esercito nella piazzaforte (Fronteddu aveva seccamente dichiarato di essere venuto qua a fare la guerra, non l'amministratore), fu lasciato in loco un piccolo distaccamento del 59°, agli ordini del tenente Antonio Guccini, al quale fu affidata l'amministrazione di alcuni beni immobili nonché la funzione di "ufficio cambio", per consentire ai soldati in transito da e per la Corsica di rifornirsi di lire o franchi, e di "comando tappa". A settembre 1945 il comandante del 591 ° era Antonio Rota.
A La Maddalena operava la 5 legione MILMART (Milizia Artiglieria Marittima), comandata dal console Leonetto Cola, con sede all'Artiglieria, in via Regina Margherita. La Milmart (specialità della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) fu adottata il 1° dicembre 1958: nell'ambit0 della Marina aveva compiti di difesa antinave e antiaerea e dipendeva dallo Stato Maggiore attraverso i Comandi Militari Marittimi, soprattutto per custodia, manutenzione e efficienza dei mezzi; procedeva con una certa autonomia al reclutamento, addestramento e impiego del personale; dipendeva dal Comando Generale della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale per gli aspetti organici, disciplinari e amministrativi. Nell'ambito della Legione il comando DICAT (Difesa Contraerea Territoriale), con sede protetta a Sasso Rosso e il Comando FAM (Fronte a Mare) a Guardia Vecchia.
Il simbolo della Milmart sul berretto era costituito da due cannoni incrociati con fascio littorio. L'ammiraglio di divisione Bruno Brivonesi, responsabile del Comando Militare Marittimo Autonomo in Sardegna, con sede a La Maddalena, era la più alta autorità della Marina in Sardegna, dipendente pero, gerarchicamente, per quanto atteneva alla difesa dell'isola, dal generale Basso. L'ammiraglio Aristotele Bona, comandante della Piazza Marittima di La Maddalena, fu, di fatto, la controfigura di Brivonesi, per tutto il periodo considerate, data la sua posizione di sottordine.
Il tenente di vascello Carlo Avegno era comandante della Base Navale. Di idee dichiaratamente monarchiche, diventato subito popolare per l'atteggiamento di cordialità col quale trattava i subordinati: essi commentavano piacevolmente sorpresi il fatto che il loro Comandante desse passaggi con la sua macchina a operai che si recavano all'arsenale a piedi e nutrivano nei suoi confronti una certa stima. Il direttore dei lavori dell'arsenale militare era il Colonnello G.N. Giovanni Battista Ferracciolo. I Regi Carabinieri erano rappresentati da:
- una stazione di Carabinieri della Marina presso l'arsenale, con caserma a Moneta, comandati dal maresciallo maggiore Antonio Ledda;
- la Tenenza di La Maddalena comandata dal tenente Salvatore Genco con caserma a Cala Gavetta, dalla quale dipendevano oltre alla stazione di La Maddalena, quelle di Palau e S. Teresa;
- la Polizia Militare comandata dal capitano Emilio Marras, con sede al I Comando Marina.
A Faravelli erano accasermati i sommergibili del 7° GRUPSOM, comandati dal capitano Pasquilacci.
Dopo il bombardamento del 1O aprile Io sfollamento immediato, obbligatorio, aveva allontanato tutti gli abitanti di La Maddalena che non fossero impegnati nel funzionamento o nella difesa della base militare o nei servizi civili indispensabili. La maggior parte delle famiglie erano partite in fretta, nei giorni immediatamente seguenti, con mezzi organizzati con grande tempestività; già l'11 aprile il commissario Rocca chiedeva, con telegramma, alle Strade Ferrate Sarde, treni straordinari per il trasferimento dei profughi e l'aumento dei vagoni dei convogli normali. Le tristi carovane si avviavano verso destini incerti e case sconosciute, molti trovarono accoglienze buone, rapporti di grande solidarietà nei paesi ospiti, ma altri affrontarono situazioni di profondo disagio, dovute soprattutto alla dilagante povertà. Lo stesso commissario Rocca dovette più volte intervenire per garantire agli esuli almeno i diritti determinati dalla loro situazione. Il 7 giugno '45 doveva ancora ricorrere al Podestà di Tempio per denunciare che le frazioni di Bassacutena e S. Pasquale rifiutavano il pagamento del sussidio dovuto agli sfollati.
Qualche decina di famiglie preferì, ricorrendo a dichiarazioni compiacenti delle autorità, restare nell'isola, allontanandosi pero dal centro abitato e andando cosi ad occupare le poche case rurali esistenti, soprattutto a nord della città, oltre il cimitero. Ad Abbatoggia e a Vena Longa erano acquartierate due compagnie; la prima, di mitraglieri da posizione, occupava, per il comando, parte della casa Ornano e, per la truppa, edificio situato nella zona pianeggiante, all'inizio del sentiero che sale alle abitazioni, La seconda fruiva della casa [ancora Ornano) di punta della Gatta (attuale Locanda del Mirto) per la cucina, mentre i soldati erano sistemati in tende nella campagna retrostante. Entrambe si trovavano circondate da famiglie di civili con le quali, naturalmente, si creava un rapporto di solidarietà e anche di amicizia. I soldati, lontani dai loro affetti familiari, con piacere giocavano con i bambini, cedevano loro una parte del rancio, e non si adiravano poi tanto quando qualcuno di loro cacciava con la fionda le colombe del prezioso "allevamento". La fame, questo spettro ancora oggi dominante nei ricordi delle persone che ci hanno parlato di quel tempo, giustificava tutto, ora si pub sorridere al ricordo del pane con i vermi cotti, della brodaglia delle mense nella quale galleggiavano insetti, delle scorpacciate di mandorle e fichidindia con le loro spiacevoli conseguenze, dei furtarelli nei piccoli orti che qualcuno si ostinava a curare pur sapendo che non sarebbe arrivato a gustare i frutti del suo lavoro, delle galline custodite gelosamente a casa e controllate a vista per evitare la perdita delle uova.
Tutto ciò era corollario di una situazione di sfascio che vedeva, su un piano più alto, la ormai cronica mancanza di carburante, di armamenti, di mezzi da trasporto idonei, cose delle quali i comandi si lamentavano inutilmente.
In città pochissime erano le donne, quasi tutte molto giovani, impiegate come "militarizzate", presso la sede decentrata della Base Navale 0 negli Uffici pubblici (Comune e Poste) che raggiungevano, a piedi o in bicicletta, attraversando la città deserta; m0lte non riuscirono mai a superare il senso di imbarazzo e di paura derivato dal trovarsi spesso sole per strade frequentate solo da militari. Per lunghi mesi, infatti, le case abbandonate in fretta, rimasero chiuse, le vie deserte non risuonavano più di giochi di bambini o voci di donne, gli uomini restavano quasi tutta la giornata nei posti di lavoro, militari e militarizzati fruivano delle mense di servizio dove le magre razioni non facevano altro che acuire, soprattutto nei giovani, l'abisso della fame. Quando, per qualche giorno, saltuariamente, potevano recarsi presso le famiglie sfollate, riuscivano a trovare, con gli affetti familiari, sprazzi di una vita quasi normale e con sempre maggiore tristezza ritornavano alla poco allegra situazione maddalenina.
Per superare le restrizioni decretate si doveva ricorrere a comportamenti incoscienti o azzardati: una ragazza sfollata (Franca V.), alla quale non era consentito rientrare per raggiungere il padre e il nonno attraverso tranquillamente il mare, da Barca Brujata, su un canotto, vestita da soldato, rischiando per se stessa e per chi l'acc0mpagnava. Un giovane operaio (Tonino C.) assegnato alla nave appoggio Pacinotti ancorata alle Saline, stanco di passare il suo tempo a bordo o, nei momenti di liberta, girando per stazzi a scambiare sigarette greche con roba da mangiare, decise di abbandonare il suo p0sto per rientrare a La Maddalena e, giunto qui, di ricorrere ai buoni uffici di un'amica, segretaria del comandante della base navale, per rientrare in arsenale: non si era reso conto di poter essere giudicato e condannato per diserzione Il bombardamento del 10 aprile aveva, dopo tre anni di guerra, mostrato che la tanto lodata base che pareva intoccabile, era fragile in realtà, che il nemico poteva arrivare indisturbato, distruggere ed uccidere. Le poderose fortificazioni, con le migliaia di uomini impegnate non erano servite a difendersi in pochi minuti, 500 tonnellate di bombe avevano distrutto buona parte dell'arsenale militare, affondato il Trieste, seriamente danneggiato il Gorizia e, soprattutto, provocato circa 200 morti. La paura, che tino al 10 aprile era stata quasi inesistente, era diventata abituale compagna che gli allarmi frequenti contribuivano a tenere ben desta, creando una nuova coscienza la Base non incuteva timore agli Alleati e, dopo quella prova del 10 aprile, bisognava attendersene altre. Fino ad allora un atteggiamento di superiorità aveva contraddistinto i rapporti tra i maddalenini e quei cagliaritani trasferiti dalla loro città in seguito ai bombardamenti di febbraio; essi, che avevano provato la terribile esperienza, scattavano al primo segnale di allarme, gridavano, qualcuno sveniva, suscitando l'ilarità di chi si sentiva intoccabile. Dopo il 10 aprile l'esperienza era ormai comune: in tutti lo stesso terrore che si ripresentasse con l'allarme non più seguito dal volo innocuo di un ricognitore inseguito dall'inutile contraerea, ma da bombardamenti, distruzione, morte. Maggio fu segnato da tre di questi terribili momenti.
E un altro sentimento si faceva strada nei ragionamenti che nei posti di lavoro, nei rifugi, nelle mense, gli uomini facevano fra loro che le offese di febbraio e marzo a Cagliari, di aprile e maggio a La Maddalena potevano significare la volontà degli Alleati di operare uno sbarco sulle coste sarde; il che avrebbe significato per La Maddalena la certezza di scontri sanguinosi. Le notizie di cattura, da parte dei servizi di vigilanza dei battaglioni costieri sardi, di diversi commandos alleati sbarcati nottetempo, parevano avvalorare questi sospetti, cosi come l'arrivo di alcuni prigionieri inglesi alla caserma Regina Elena; era comparsa all'improvviso una particolare carta topografica, stampata su un quadrato, di seta impermeabilizzata e gommata ai bordi, che rappresentava su un lato le coste sarde. Qualcuno azzardava che potevano essere tutte manovre dei servizi di intelligence per far credere che si stesse preparando per la Sardegna l'invasione che invece doveva avvenire altrove, ma la maggior parte vedeva, nell'improvviso accentuarsi, per numero e gravita, dei bombardamenti, una preparazione degli Alleati con la distruzione preventiva di obiettivi militari importanti delle zone da occupare. Del resto le notizie che filtravano dagli ufficiali superiori non facevano che confermare tali ipotesi.
Qualche giorno dopo lo sbarco in Sicilia, due dei prigionieri custoditi a Regina Elena erano riusciti a fuggire inerpicandosi sulla collina alle spalle degli edifici militari, erano fortunosamente arrivati a Piticchia dove, impossessatisi di una barca, avevano preso il mare cercando di allontanarsi. Ripresi e riportati in caserma, erano stati picchiati e maltrattati da alcuni soldati agli ordini di un ufficiale maddalenino sul quale fu aperta un'inchiesta per il trattamento inflitto l0r0. Tutto ciò avveniva intorno al 15 luglio, durante il congedo del tenente Guccini. Nella speranza di capire meglio i fatti nazionali, sempre più numerosi erano ormai gli ascoltatori di Radio Londra, che si riunivano la sera, intorno ai pochi apparecchi disponibili, segretamente, per sentire, a volume bassissimo, le notizie a volte strabilianti che il bollettino ufficiale, ascoltato sui posti di lavoro in piedi come chiedeva il regolamento, nascondeva o camuffava. Si discuteva fra amici cerci, senza mai esprimere opinioni troppo accese di fronte a un pubblico che poteva nascondere qualche nemico, anche se, in una realtà piccola come la nostra, si era abbastanza sicuri di conoscere perfettamente e classificare quasi tutti i fascisti accesi, intolleranti, gli opportunisti; quelli che preferivano tenere gelosamente custoditi i loro pareri e apparentemente professavano una residua fede nel regime; molti giovani operai che, con orecchie attente e sincero entusiasmo, seguivano i discorsi e le idee di alcuni "vecchi" comunisti, quelli, numerosi, che non aspettavano altro che la fine del dramma, sorretti dalla speranza del ritorno a una normalità di vita che prescindeva da scelte politiche; un gruppetto di antifascisti, generalmente stimati, alcuni dei quali massoni, che venivano tutti tenuti d'occhio dal Regime, non per prevenire azioni di disturbo difficilmente pensabili o ipotizzabili in una piazzaforte come questa, ma per umiliarne le idee. A uno di loro era stato messo a soqquadro il piccolo negozio in via XX Settembre, un altro, più focoso, aveva subito un processo per aver affibbiato un calcio ad un "graduat0" della milizia; i più sfortunati, guarda caso i più umili, avevano anche sopportato purghe e manganellate. Tutto ciò era momentaneamente sopito di fronte all'incalzare delle notizie esterne, ma creava un sostrato ben presente che emergeva nelle discussioni di quei mesi. In questo clima gli importanti avvenimenti nazionali di quell'estate portavano speranze o alimentavano timori: la caduta di Mussolini poteva significare la fine della guerra? Il suo improvviso arrivo come prigioniero, il 7 agosto, e la sua altrettanto improvvisa partenza il 27 dallo stesso mese avevano suscitato curiosità e riportato alla memoria le occasioni di alma visita quando tutto pareva andare meglio.
Ma ora quali conseguenze si potevano prevedere? Gli ordini di servizio emessi il 5 agosto e diramati in tutte le postazioni abolivano il "saluto romano e gli emblemi del passato regime", ma sospendevano contemporaneamente tutte le licenze, anche agli operai militarizzati, "tranne che per motivi eccezionali da vagliarsi col massimo rigore e in base a sicura documentazione". E la Milmart, da Mussolini voluta e organizzata, con la sua particolare composizione, avrebbe accettato la caduta del suo capo? L'ammiraglio Brivonesi per primo non si fidava di quel personale; egli aveva notizia che nei locali della mensa FAM di Guardia Vecchia gli ufficiali della Milmart intavolavano discussioni sul regime fascista invitando i militari a portarsi a casa, alla fine del conflitto, che molti ritenevano prossimo, "fucili e bombe a mano per prepararsi a ripristinare il passato regime". Inoltre da informazioni riservate provenienti da alcuni elementi dell'esercito Brivonesi sapeva che al comando DICAT gli ufficiali MILMART facevano riunioni fra loro, coordinati dal seniore Ferrari, il quale mostrava grande accordo con il tenente di vascello della marina Tedesca del semaforo di Guardia Vecchia e con altri due ufficiali germanici addetti direttamente al comando FAM. Un elemento fondamentale che non poteva essere trascurato nei discorsi a qualsiasi livello era l'atteggiamento dei tedeschi che, nell'arcipelago, occupavano diverse postazioni presso le batterie e, in città, alcuni caseggiati come l'Ospedale Garibaldi, adibito a magazzino di scorte alimentari e carburante e la casa della famiglia Fucigna, in via Passino, dove sette o otto soldati con un apparecchio radio portatile, assicuravano le comunicazioni fra i presidi dislocati nell'arcipelago e il comando di Lungerhausen. Si sapeva che anche fra loro c'erano alcuni contrari al regime di Hitler, ma erano austriaci, rari e forse isolati dai loro stessi camerati, e costituivano più una curiosità che un punto di riferimento.
I contatti che i tedeschi avevano con la popolazione erano molto limitati, prima di tutto dalla difficoltà di comunicazione rappresentata dalla lingua, ma anche da una certa paura che quella gente ordinata, fredda, difficile ai contatti umani suscitava. Eppure in occasioni di lavori di riparazioni ai loro mezzi essi si trovavano accanto gli operai dell'arsenale, molti dei quali giovanissimi, solo allora, a volte, pareva nascere un rapporto che rassomigliava all'amicizia e, accorgendosi della fame che i nostri operai dovevano sopportare, qualcuno di loro allungava un po' delle provviste relativamente abbondanti delle quali fruivano.
I giovani soldati delle motozattere tedesche facevano il bagno a Cala Gavetta dove erano ormeggiati i loro mezzi e a mare era naturale che la loro quasi innata riservatezza si sciogliesse con i coetanei maddalenini nei giochi abituali. Talvolta, quando qualche ragazzo isolano esagerava o non capiva che i giochi dovevano considerarsi finiti, visto che la lingua non veniva in soccorso per le necessarie spiegazioni, qualcuno dalla motozattera adoperava la spingarda e, con getti d'acqua ben indirizzati, sopperiva a inviti e parole, riportando ad un clima più congeniale il rapporto momentaneamente rilassato.
A Santo Stefano i pochi tedeschi a guardia del deposito siluri dividevano con altrettanti marinai italiani, il piazzale di Villamarina e la tavola per la mensa. Forse a causa dell'isolamento che spingeva a contatti ravvicinati, i rapporti erano buoni anche con le due sole famiglie abitanti l'isola, quelle di Battista Serra e del capocava Marcello Molinari tanto che, quando dopo il bombardamento del 10 aprile questi dovettero sfollare a Monti Canu, i Serra affidarono la custodia del podere e della casa ai marinai italiani, o di stanza al casotto approdo cavi, mentre Molinari lasciò orto e galline ai tedeschi, più tranquillo per questo affidamento perche sperava che, essendo più forniti di vettovaglie, avrebbero utilizzato le uova, ma risparmiato le preziose galline. I rapporti ufficiali fra i due alleati erano tenuti a La Maddalena dal colonnello Uneus, ufficiale di collegamento presso l'Ammiragliato che dipendeva dal comandante della 90° brigata. Apparentemente nulla era cambiato dopo il 25 luglio, ma il comando tedesco di Lungerhausen non doveva essere tranquillo sull'atteggiamento degli italiani, pur senza far apparire sospetti di tradimento, aveva cercato di garantirsi un controllo sulle batterie dello Stretto di Bonifacio e dell'Arcipelago, chiedendo di inviare presso ognuna di esse, "tre o quattro militari che fungessero da interpreti nelle richieste di fuoco che eventualmente avrebbero potuto fare unità germaniche impegnate nella lotta antisbarco". Il generale Basso aveva negato il permesso. All'inizio di settembre, dopo la firma segreta dell'armistizi0, negli Stati Maggiori si mise in moto quel meccanismo che avrebbe dovuto portare a un cambiamento di fronte degli italiani fino a quel momento alleati dei tedeschi, preparandoli a passare al fianco degli angloamericani. Fu dappertutto, come ben si sa, un caos, determinato dall'inadeguatezza dei piani allestiti dagli Stati Maggiori e, soprattutto, delle diverse situazioni locali che spesso sfuggivano alle previsioni sulle quali ordini e direttive erano preparati. A questo si aggiunga, per quanto riguarda La Maddalena, che la Base Marittima dipendeva dal Comando delle Forze Armate della Sardegna agli ordini del Gen. Basso, che doveva coordinare tutte le azioni sul territorio regionale, ma che, nei giorni cruciali del settembre '45, il rapporto diretto dell'Ammiragliato con lo Stato Maggiore della Marina creò sovrapposizioni di ordini diversi aggiungendo disordine a disordine, contraddizione a contraddizione. Il 5 settembre '45 il gen. Basso riceveva il tenente Colonnello dello Stato Maggiore Donato Eberlin latore della Memoria 44, foglio scritto a macchina, senza intestazione ne firma che il generale doveva leggere e restituire dopo aver preso appunti, ma non copiato integralmente. La memoria presentava per la prima volta, la possibilità di un cambiamento nei rapporti con i tedeschi che da amici e alleati, sarebbero potuto diventare nemici. Negli appunti stilati dal Basso si prendeva in considerazione la possibilità che i tedeschi facessero atti ostili contro organi di governo, tendenti a ripristinare il regime fascista; in tal caso si doveva far di tutto per "far fuori tutte le truppe tedesche esistenti (dalla Sardegna); successivamente tenersi pronti per altro incarico; cercare di eliminare i collegamenti e distruggere mezzi aeronautici e depositi carburante. Nessun accenno all'armistizi0 che si stava trattando. Questo probabile cambiamento di fronte comportava difficoltà obiettive, visto che la "Memoria 44" doveva restare segreta e che quindi non si sapeva bene come preparare ufficiali e soldati a "un atteggiamento ostile e aggressivo nei confronti di truppe fino a quel momento alleate con le quali si era lavorato in accordo all'unico preminente scopo della difesa dell'isola".
Il 6 settembre Basso convocò tutti i comandanti presenti in Sardegna per dare comunicazione delle novità, ci furono manifestazioni di sorpresa e discussioni, ma, non essendo indicati i tempi entro i quali si sarebbero dovute attuare le indicazioni previste, tutti si lasciarono con la sensazione che ci sarebbe state un periodo di preparazione utile. Il 7 l'Ammiraglio Brivonesi era chiamato a Roma, come il sue collega comandante dell'aeronautica, presse il Cape di State Maggiore probabilmente per gli stessi motivi già illustrati nella riunione del 6, con le stesse incertezze. Al ritorno da Roma, la sera dell'8 alle 20, 15, senza avere il tempo sperato per affrontare con calma la nuova situazione, Brivonesi apprese, finalmente chiara, la notizia dell'armistizio. Ciò che era stata prospettata come possibile diventava ora una realtà difficilissima da controllare, non sole per i motivi di diffidenza nei confronti della Milmart, per la mancanza del tempo necessario per allontanare i tedeschi dai punti chiave, ma soprattutto perché Brivonesi sapeva bene di non poter contare su una forza mobile sufficiente infatti la truppa di marina presente nel locale deposito, era fermata da personale raccogliticcio, scarsamente addestrate, senza armi. Queste, spedite una prima volta il 6 luglio, non erano mai arrivate perche il piroscafo Tripoli che le trasportava era state affondate da un sommergibile inglese a largo di Capraia. La seconda spedizione era arrivata il giorno 8 settembre e la distribuzione non era ancora terminata al momento dell'annuncio dell'armistizio. Per di più la grande forza rappresentata dai due battaglioni costieri, disseminati interne a Maddalena e Caprera per prevenire possibili sbarchi anglo-americani, era praticamente inutilizzabile in caso di difesa da concentrare in punti determinati: forse a causa di queste perplessità manifestate da Brivonesi, per il giorno 9 era previsto l'arrivo di un altro battaglione costiere da utilizzare come massa di manovra mobile, evitando di sguarnire le ceste.
Nell'apparente calma regnante a La Maddalena la sera dell'8, quando ancora la notizia dell'armistizio non aveva sconvolto gli assetti degli alleati italo - germanici e gli animi con speranze e paure, un piccolo episodio fece apparire il mutamente dei sentimenti dei soldati tedeschi allertati dalla possibilità di qualche sostanziale cambiamento nei loro confronti. A Cala Gavetta, deve tutte sembrava precedere come sempre, un soldato imbarcato su una motozattera tedesca e delle ragazze maddalenino, Piero S., erano usciti su un canotto per pescare presse le Scoglio Bianco di Santo Stefano. Sembrava una serata tranquilla; il tedesco non sapeva salpare la lenza e, quando sentiva il tocco, la tirava arretrando sugli scogli e provocando cosi l'ilarità bonaria del compagno. Ad un tratto la pace fu interrotta da un colpo di arma da fuoco e i due tornarono velocemente indietro. A Cala Gavetta un rimorchiatore in manovra per attraccare alla banchina di ponente si era avvicinato troppo alle motozattere tedesche e da questa era partite un colpo, forse di avvertimento. Si era trattato di un incidente, che tradiva pero un umore non usuali e, infatti, il clima era teso. I tedeschi manifestavano nervosismo, trafficavano a bordo attenti, spostando cassette di munizioni: l'aria cameratesca che Piero e altri come lui avevano conosciuto nel passato si era dissolta. La mobilitazione era iniziata e duro anche di notte con spostamenti di truppe ai quali non si diede la dovuta importanza. Brivonesi affermo in seguito che "movimenti compiuti dai militari tedeschi durante la notte, che sembrava avessero lo scopo di preparare un'eventuale evacuazione, avevano invece mascherate un rafforzamento dei reparti" e nessuno se ne era accorto di quelli che avrebbero dovuto vegliare.
L'annuncio dell'armistizio aveva colto tutti di sorpresa e suscitato opposte reazioni di gioia e preoccupazione. I militari in libera uscita, scambiandosi la notizia, si contagiavano l'allegria vedendo già in un prossimo futuro il ritorno definitivo a casa. In via Vittorio Emanuele dei venditori occasionali di uva dimenticavano per un momento la necessita del guadagno e distribuivano i pochi grappoli a quei ragazzi festanti in divisa. Gli operai impegnati in lavori esterni appresero la notizia prima di tornare a casa; Tonino C. era alla mensa dell'Ospedale Vecchio insieme al padre e a un capooperaio; il suo entusiasmo giovanile precorreva i tempi come se l'armistizio avesse ormai annunciato la pace e il ritorno alla normalità, mentre il padre, e come lui i più anziani, rimasero pensierosi, capendo, pur nella loro ignoranza di strategie guerresche o di sottigliezze diplomatiche, che non solo la soluzione non era a portata di mano, ma che tutto diventava più difficile. Ci si chiedeva quale sarebbe stata la reazione dei tedeschi, ben sapendo che l'intreccio delle posizioni a La Maddalena e la presenza della divisione corazzata di Lungerhausen in Sardegna, avrebbero potuto avere conseguenze disastrose nelle quali loro, i civili, militarizzati e no, avrebbero potuto essere schiacciati. Non c'era pero da fare altro che aspettare. Nella notte tra l'8 e il 9 il generale Lungerhausen, dopo una blanda quanto inutile offerta a Basso di mantener fede alla vecchia alleanza, gli aveva comunicato l'intenzione di abbandonare al più presto la Sardegna per passare in Corsica e Basso, vedendo in questa decisione la possibilità di sbarazzarsi, senza colpo ferire, dello scomodo alleato, che poteva diventare pericolosissimo nemico, acconsenti, mettendo a disposizione del trasferimento l'itinerario Oristano - Macomer - Ozieri - Tempio; da questa città i tedeschi avrebbero dovuto raggiungere i due imbarchi di Palau e S. Teresa. Nella notte stessa, con spostamenti rapidi di piccoli reparti, ben protetti da carri armati, essi iniziarono l'esodo. Nello stesso tempo a Bastia, per assicurarsi il controllo del traffico marittimo, attaccarono il porto e le navi italiane lì ormeggiate la mattina del 9 la brigata tedesca in Corsica controllava le due zone indispensabili per garantire il passaggio delle truppe: Bonifacio, per accogliere e smistare la 90° divisione proveniente dalla Sardegna, e la zona esterna di Bastia per l'imbarco verso il nord Italia. Ma per essere sicuri che la manovra di trasferimento non subisse pericolose reazioni nel punto nevralgico di fondamentale importanza delle Bocche di Bonifacio, era necessario a Lungerhausen assicurarsi il controllo delle batterie dell'Estuario esse, infatti, avrebbero potuto spazzar via i mezzi navali tedeschi carichi di truppe e armamenti che dovevano assolutamente passare in Corsica e di qui in continente, per non rimanere inutilmente intrappolati nelle due isole.
Il generale Basso non aveva valutato questa possibilità quando Lungerhausen gli aveva comunicato i suoi progetti, Brivonesi, che aveva ricevuto da Basso l'ordine di non contrastare il passaggio dei tedeschi verso la Corsica, e invece, dallo Stato Maggiore della Marina, quello di "fare ogni sforzo per sottrarre mezzi bellici ai tedeschi", non prevedendo anch'egli la situazione veriticatasi il 9 mattina, aveva dato nella notte disposizione a tutti i militari di restare consegnati ai loro rispettivi posti, consentendone l'uscita solo per motivi urgenti. In mattinata (ore 10,20) chiedeva "a tutte le opere" di non contrastare sbarchi angloamericani. A queste disposizioni ne era seguita un'altra riservata, inviata al comando DICAT, dopo aver allontanato l'operatore addetto (ore 1 1,55) il Capo di Stato Maggiore di Marisardegna, Bondi, inviava al Seniore Binaghi il fonogramma; "tutte le batterie che possono battere con tiro diretto aut indiretto batterie germaniche Creta e Stresa rispettivamente ubicate in XT 20.5-AN 5 e XT 2- AN 2O si approntino immediatamente per intervenire all'ordine aut d'iniziativa nel caso che predette batterie germaniche iniziassero per prime le ostilità. Comunicate urgenza obiettivi prescelti relazione vostre possibilità et esistenza munizionamento idoneo alt richiesta o necessita intervento pub essere immediata. Le due corvette Danaide e Minerva, stazionanti a Cala Capra e alle Saline furono spostate nella rada antistante la città e messe in stato di allerta, dovevano ' 'sparare solo se attaccate e stare pronte a impedire l'uscita da La Maddalena a motozattere tedesche che sono in porto, qualora ciò venga ordinato dal Comando marina con un telegramma convenzionale. L'ultimo fonogramma diramato prima dell'invasione tedesca chiedeva; "tutte le batterie esercitino rigoroso controllo tutte vie accesso medesimo et impediscano accesso ai non autorizzati ricorrendo eventualmente forza alt. Tutte armi automatiche pesanti leggere et portatili siano armate giorno et notte alt". Da questi ordini emanati nella notte e nelle prime ore del 9 settembre fino alle 12,10 sembra evidente che ci si aspettasse qualche intervento germanico sulle batterie, o qualche azione di fuoco delle postazioni Stresa e Greta o l'uscita delle motozattere dalla rada. Ma se davvero c'era fondato sospetto che i tedeschi potessero entrare in azione come si spiega l'assoluta paralisi generale? Soprattutto quella delle due corvette, tanto più che dalla Danaide erano stati notati i movimenti inusuali dei mezzi tedeschi e non ne era sfuggita l'intenzione ostile, ma si era perso tempo cercando di raggiungere l'Ammiragliato con il motoscafo di bordo, quando era ben evidente che non si sarebbe arrivati in tempo, invece di utilizzare altri sistemi di segnalazione 0 intervenire d'iniziativa. invece le due navi rimasero a guardare nella loro voluta impotenza. Più tardi i comandanti giustificheranno la loro scelta spiegando che nessuna azione di fuoco prevista per un loro intervento si era verificata, ma non si può dire che non avessero perfettamente capito la gravita di ciò che stava succedendo pur senza sparatorie. D'altra parte se era ragionevole aspettarsi un'azione tedesca, le misure precauzionali prese risultavano assolutamente insufficienti soprattutto perché niente veniva predisposto nell'eventualità di uh attacco dall'interno, da quelle forze, cioè, "consistenti" per definizione stessa di Brivonesi, già presenti a La Maddalena in condizioni privilegiate per dislocazione e conoscenza dei luoghi. Dopo aver organizzato il suo "piano di difesa", Brivonesi si reco al Circolo, dove aveva convocate tutti gli ufficiali per metterli al corrente della nuova imbarazzante situazione. Il suo discorso, criticato pei aspramente dal tenente medico Giovanni Maria Dettori, non conteneva evidentemente appelli immediati alle armi per cacciare i tedeschi come alcuni avrebbero desiderate, ma raccomandazioni all'ubbidienza e alla disciplina e un "attestato di benemerenza alla milizia come sempre disciplinata e fedele". Dettori nella sua memoria da un'impietosa definizione dei due più alti ufficiali di La Maddalena dicendo che "dall'unione dei due ammiragli presenti non potesse decentemente ricavarsene un buon caporale di giornata. Il giudizio é crudele, ma condiviso da altri protagonisti degli avvenimenti di quell'anno. L'Ammiraglio Brivonesi non godeva di buona fama e lo si accusava di scarse capacita; tutti a La Maddalena sapevano che un importante convoglio diretto in Africa era state affondato, si diceva, per sua colpa 0 negligenza e, pur se i particolari non erano precisi, il fatto era reale. In effetti, nella notte fra l'8 e il 9 novembre 1941 un convoglio di sette piroscafi italiani diretto in Libia, scortati da alcune navi al comando di Brivonesi, fu distrutto in pochi minuti da quattro navi leggere inglesi munite di radar che avevano ben sfruttate la loro superiorità tecnica. L'accusa era pesante: non aver saputo difendere il convoglio abbandonante al fuoco nemico, per cui Brivonesi subì un'indagine durante otto mesi, che avrebbe potute portare, in case di riconoscimento di colpevolezza, alla pena di morte.
Si faceva addirittura dell'ironia sul fatto che, avendo perso contatto con le navi del convoglio, egli avesse sparate dei proiettili illuminanti, facilitando il compito agli inglesi. In realtà era state sollevato da ogni responsabilità, non però dalla cattiva fama. Ma, al contrario di chi non esitò a parlare di tradimento per i fatti di settembre, ricordando anche la circostanza che il 1O aprile, durante il terribile bombardamento, egli si trovava fuori sede, lo stesso Dettori, che non può certo essere considerate partigiano dell'ammiraglio, precisava: 'chi scrive é fermamente persuaso che nello svolgimento dei fatti non abbia giocato per nulla un tradimento e una connivenza coi tedeschi da parte di nessuno dei capi". Al contrario degli italiani i tedeschi si erano preparati minuziosamente all'eventualità di attaccare gli ex alleati o di difendersi e, in ogni case, avevano predisposto da qualche tempo la possibile occupazione di La Maddalena. Il responsabile del piano era il colonnello Ranke, che era venuto in precedenza nell'arcipelago dove si era trattenuto alcuni giorni con lo scopo dichiarato di studiare la nostra organizzazione difensiva. Fu proprio lui a guidare poi l'occupazione. Inoltre i reparti d'assalto sbarcati il 9 "che consistevano in un battaglione arditi Alpenjager, erano comandati da ufficiali venuti pochi giorni prima a visitare il Comando Marina tedesco di La Maddalena e in quell'0ccasione avevano girato l'isola"; la parte fondamentale dell'operazi0ne era affidata a quei graduati che, per lunga permanenza a La Maddalena, conoscevano bene i luoghi, gli armamenti, le dislocazioni dei servizi. Non fu difficile quindi ai tedeschi operare rapidamente, diventando, in poche decine di minuti, arbitri della situazione; alle 11,45 Brivonesi al Circolo Marina aveva iniziato il suo discorso, alle 12,25, appena tornato all'ammiragliat0 si era reso conto di essere praticamente prigioniero. Il comandante Uneus gli comunico che il palazzo era presidiato dai suoi uomini cosi come tutti gli altri punti strategici: la sede protetta del Comando Marina, situata nelle immediate vicinanze, il semaforo di Guardia Vecchia, la stazione RT di isola Chiesa, il Commissariato, il Circolo con tutti gli ufficiali che, riuniti poco prima da Brivonesi, erano rimasti per il pranzo, i comandi FAM e DICAT di Guardia Vecchia e Sasso Rosso; all'ospedale militare un gruppo di soldati, guidati da un ufficiale medico, aveva "chiesto di usare una parte dell'ospedale stesso per i loro feriti".
Alcune testimonianze mettono in evidenza la rapidità dell'operazione tedesca, ma anche l'assoluta impreparazione degli Italiani che non seppero né valutare correttamente la situazione, ne seguire una linea di condotta coerente. Dice Ammiraglio Brivonesi "Nel momento in cui il comandante Uneus era entrato nel mio ufficio era presente il maggiore Barsotti, Sottocapo di Stato Maggiore di Marisardegna per le questioni militari e ufficiale di collegamento con il comando delle Forze Armate della Sardegna". Questo ufficiale superiore stava telefonando proprio in quel momento col comando della Brigata Costiera di Tempio a proposito del battaglione di fanteria il cui arrivo era stato programmato per il pomeriggio. Per Brivonesi l'arrivo di Uneus fu un fulmine a ciel sereno; ebbe solo la prontezza, rendendosi conto della gravità della situazione, di far passare il tedesco in un altro ufficio per consentire a Barsotti di continuare la telefonata avvertendo Tempio. Alla Sede Protetta del comando DICAT di Sasso Rosso il Comandante, primo seniore Zanetti, annotava "Mentre verso le 12,55 si apprende da una telefonata della Centrale che il Comando Marina é stato occupato da truppe tedesche, vengo chiamato all'imbocc0 della Sede protetta dal personale di guardia, verso cui stava dirigendo un ufficiale tedesco accompagnato da un sottufficiale e seguito da un plotone armato". L'ufficiale tedesco chiede di presidiare l'opera e di controllare tutte le comunicazioni. Fatta presente l'impossibilita di aderire a tale richiesta l'ufficiale tedesco si ritira lasciando la sua truppa fuori dall'opera, ma nelle sue adiacenze.
Dalia caserma Regina Elena il piantone vide soldati stranieri sbarcare all'isola Chiesa con la chiara intenzione di occuparla e si precipito ad avvertire il comandante del distaccamento che gli americani erano arrivati. Il tenente Guccini, meravigliato per la notizia, accorso al portone, vide subito che si trattava di tedeschi e telefono al Comando Marina per avvertire e ricevere ordini. La risposta non lascio dubbi era in tedesco; il cuore della base era occupato.
Alle spalle di Punta Chiara la caserma del Dragaggio, sloggiati i militari italiani, fu impegnata dai tedeschi che, cosi, controllavano una delle zone nevralgiche il Circolo Ufficiali, Marifari, il Dragaggio, l'Ufficio Porto, tutto nel raggio di poche decine di metri. Durante l'avanzata i militari italiani incontrati per strada venivano sistematicamente fermati e disarmati: per primi, verso le 4 dei mattini ben 25 fanti e un ufficiale del 592 ° battaglione costiero a S. Teresa, nella zona della Rena Bianca, vicinissima al porto, poi, nella mattinata, un milite di Monte Altura incontrato a Ponte Liscia, ma tali notizie, date in ritardo o forse non interpretate nella loro gravita dal comando DICAT, non servirono a far capire il precipitare degli eventi. Fu poi la volta di due carabinieri a La Maddalena, che rientravano in caserma da un controllo alla banchina commerciale. Il "pattuglione" misto di carabinieri e marinai, in servizio quel giorno, evito di subire la stessa sorte perche, trovandosi in via Principe Amedeo e avendo sentito ciò che stava accadendo, preferì rifugiarsi alla caserma CREM e di qui fu assegnato a Forte Camicia. Per il momento nessun militare poteva uscire liberamente dalle strutture presidiate; il Comandante Ferracciolo, per andare dal circolo ufficiali all'ammiragliato e poi in arsenale, fu accompagnato da un ufficiale tedesco e quindi messo in condizioni di non poter dare ordini. Un fattorino del telegrafo civile, Alfio D.G., fu fermato e minacciato col fucile puntato all'uscita dal cancello di Punta Chiara, perché la sua divisa, simile a quella dell'esercito, lo aveva fatto scambiare per un militare che tentava di uscire dalla zona occupata. Solo l'intervento di un mare che masticava qualche parola di tedesche, Paolo S., chiarì l'equivoco.
Intanto le due corvette Danaide e Minerva salparono abbandonando al suo destino la base, dirigendosi, per ordine di Supermarina, verso Porto Ferraio, seguite poco dope dal sommergibile Corridoni; un buon punto di forza della difesa italiana spariva cosi dalla scena. Ma non tutti rimasero inerti di fronte a quell'occupazione di un pugno di uomini che tenevano in scacco forze tante superiori; alla batteria della Trinita i tedeschi presentatisi per chiederne la resa, furono accolti con scariche di moschetto, disarmati e tenuti prigionieri, quelli che, con un autocarro si dirigevano verso l'arsenale, furono bloccati dal fuoco delle mitragliere di Forte Camicia agli ordini del sottotenente Veronesi, due ufficiali dei servizi avevano provocate l'azione forzando la mano al comandante della caserma CREM che rifiutava di accondiscendere alle loro richieste, privo com'era di disposizioni dall'alto e, facendo sfondare la porta del locale delle armi, ne avevano provvisto un gruppo di giovani che, saliti verso Forte Camicia, avevano iniziato con i tedeschi un conflitto a fuoco. Anche se i due ufficiali non vengono identificati chiaramente, sembra evidente, dal confronto con le testimonianze orali, che si tratti del tenente medico Dettori e del capitano di porto Cesare Ramponi, anche perche i due furono puniti disciplinarmente da Brivonesi nei giorni seguenti. Forno Giuseppe e Murtas Gesuino, morirono nello scontro, dimostrando, secondo Dettori, "che la loro dignità era immensamente più grande di quella dei loro ammiragli perché forse nel subcosciente la voce della patria disse che il (loro) sacrificio era necessario affinché qualcosa di pure potesse germogliare dal mare di fango e di vergogna". Anche a Palau, l'aiutante maggiore del battaglione costiero, capitano Cecco, alla notizia che il suo superiore Colonnello Marchitto era stato fermato a La Maddalena, aveva reagito con gli stessi spicci sistemi dei tedeschi ordinando di bloccarne alcuni: ne era seguito un conflitto localizzato con lancio di bombe a mano per fortuna privo di gravi conseguenze.
Ferracciolo ne predisponeva la difesa rinforzando i muri più deboli o accessibili e disponendo il rimorchiatore Porto Quiete, armato di un cannone, presso il molo carbone in modo da poter, in caso di necessità, battere la strada dell'ospedale e, cosa che poi sarebbe successa, 1'isola Chiesa. Un operaio comunista, Costante Castelli, offriva a Ferracciolo la diretta collaborazione sua e di altri, pronti, come lui, a prendere le armi. Probabilmente in questa stessa occasione, ma la data non è certa, i lavoratori della cooperativa scaricatori di carbone, che operava per l'arsenale nelle operazioni di carico e scarico e nella pulizia delle sentine dei piroscafi, furono incaricati di portare fusti di benzina su rimorchiatori e pontoni in mode che, in caso di resa a un tentativo di occupazione, questi potessero essere incendiati; (non bisogna dimenticare che in arsenale c'era una motocisterna tedesca in riparazione e quindi poteva essere giustificato il timore di un'azione di forza per riprenderla). In queste ore incerte, drammatiche, vennero a mancare anche i collegamenti della DICAT con i punti di avvistamento. Solo capo Tinnari annunciava l'avvicinarsi di una formazione navale che da ponente dirigeva verso l'imbocco delle strette di Bonifacio e successivamente invertiva la rotta. Era la flotta italiana che, in un primo tempo, aveva ricevuto la disposizione di entrare in rada a La Maddalena dope aver abbandonate i porti di terraferma e poi l'ordine di dirigersi verso Bonifacio.
Subì in quelle ore l'attacco tedesco e l'affondamento della Roma. Al comando DICAT, deve evidentemente si ignorava tutto ciò, registrarono soltanto: "Si udì a intervalli tuonare il cannone". Nel pomeriggio Brivonesi e Uneus raggiungevano un accordo. Il primo si impegnava "a non compiere atti ostili contro le truppe tedesche" in transito per la Corsica a condizioni che questi mantenessero invariate le occupazioni già effettuate e non attaccassero ancora. Inoltre veniva lasciate libero il traffico a mare fra S. Teresa e Bonifacio con impegno a non intervenire da parte delle batterie dell'estuario mentre il traffico fra La Maddalena e Palau doveva essere limitato a piccole imbarcazioni con la precisazione: "per piccoli natanti si intendono le imbarcazioni di tonnellaggio inferiore alle motozattere". Questo accordo aveva insite delle premesse pericolose, foriere di sviluppi imprevedibili. Infatti, l'impegno preso da Brivonesi era, a sua insaputa, di fatto reso nullo da Supermarina che aveva in precedenza ordinato al Vivaldi e al Da Noli " di distruggere tutte le unità che avessero. Da S. Stefano la postazione di mitragliere da 20 sparò contro una motozattera che vi si dirigeva. Intanto, pur senza forzare la mano, i tedeschi avevano rafforzato le loro posizioni all'esterno con due posti di blocco sulle strade di accesso all'Estuario, cioè al bivio Palau - Olbia e al ponte Liscia; a La Maddalena avevano disposto gruppi con mitragliere tutt'int0rn0 alla città e al suo interno per proteggere la zona per loro più importante la banchina da Punta Chiara alla capitaneria di porto. Perciò tutte le strade di uscita erano controllate; a Ferrovecchio (l'incrocio attuale fra la via Indipendenza e via ammiraglio Mirabello) e presso il canneto della "vadina" di Cala Chiesa; in via Passino, dove avevano la stazione radio; in piazza Comando; sulla scalinata di via Villa Glori; al Cimitero Vecchio; dietro il palazzo scolastico nei terreni di Basso e dell'ammiraglio Spanu; in via Ilva all'altezza di piazza Zebù; in via Garibaldi nello slargo presso via Nizza, a Cala Gavetta allo sbocco di via Vittorio Emanuele; di fronte alla caserma dei carabinieri, minacciata anche da due dragamine armati di mitra e cannoncini. Da questo momento (le prime ore del pomeriggio del 9 anche gli operai che transitavano davanti a queste postazioni venivano fermati e perquisiti. Come spesso avvenne in quei giorni l'interruzione dei collegamenti non permise un'informazione completa a tutte batterie di ciò che stava accadendo. Cosi alla caserma sommergibilisti di Faravelli si apprese la notizia da alcuni militari che passavano di corsa di fronte al portone; il personale di Nido d'Aquila, compresi gli operai delle officine di artiglieria trasferite dopo il 10 aprile, seppe dell'occupazione dal capo operaio Cuffini che, recatosi a Moneta per il pranzo, ritornava verso le 2,50 pomeridiane raccontando ciò che aveva sentito e visto con i propri occhi; gli operai, che pur non avendo nessun obbligo di combattere, discussero fra loro e decisero quindi, coordinati da Cuffini, di armarsi per ostacolare eventuali attacchi tedeschi. Sembra evidente, anche se non documentato, l'accordo del comandante della batteria, Valentini.
Un binario con due tavole fu passato attraverso il fossato per trasferire sul pendio verso l'esterno una mitragliera; un'altra fu disposta su un camion davanti al cancello, per sbarrare il piazzale antistante l'accesso. E inizio l'attesa. L'arsenale militare, pur privato dopo il 10 aprile di alcune officine, costituiva un obiettivo importante per i tedeschi e quindi il colonnello incentrate nell'attraversare l'Estuario per raggiungere la squadra". E l'ordine non era stato revocato dopo l'autorizzazione data dal comando di La Maddalena a lasciar passare liberamente i tedeschi. D'altra parte Brivonesi, non solo, uniformandosi alla volontà di Basso, si impegnava a lasciar libero il traffico a mare, ma accettava le occupazioni già effettuate con una naturalezza che aveva tutta l'apparenza della capitolazione: nessuna contrattazione favorevole alle forze italiane e quindi un consequenziale riconoscimento di debolezza o di scarsa volontà di reagire. I tedeschi seppero far buon uso di questo atteggiamento e Brivonesi, presso i suoi, perdeva ancora di credibilità. Mentre l'impreparazione da parte italiana provocava iniziative parziali e confuse costringendo l'ammiraglio a inseguire gli avvenimenti, non a determinarli, i tedeschi avevano elaborato la loro tattica razionalmente e cercavano di ottenere a piccoli passi, ma con decisione, ciò che serviva loro non attaccarono in quei giorni nessuna postazione, ma si presentarono di fronte a molte chiedendone la consegna, giocando sulla disorganizzazione delle comunicazioni (non per niente uno dei primi atti era stata l'occupazione della stazione RT di Isola Chiesa e di quella dei cavi telefonici della marina a Palau), e sull'appoggio ideologico e pratico di molti militari Milmart. Così il 9 mattina provarono con la caserma dei carabinieri di S. Teresa, poi, a La Maddalena, con i comandi DICAT e FAM, con la Trinita, da Guardia Vecchia, probabilmente dal FAM, fecero telefonare a forte Camicia intimando al comandante Veronesi la resa. E' evidente l'importanza strategica attribuita a questa postazione che già aveva dimostrato, nella tarda mattinata, di poter disturbare isola Chiesa e il movimento dei natanti nella zona circostante. Là dove ricevevano un rifiuto, avevano evidentemente l'ordine di non insistere, ma, anche in questi casi, presidiavano l'opera dall'esterno assicurandosene il controllo. Il 9 sera avevano chieste e ottenute l'occupazione della polveriera di Stintino, a Palau, e, soprattutto, l'evacuazione della batteria di Barrage da parte dei marinai che, con il loro comandante, sottotenente Rosetta, isolati e senza ordini, si trasferirono a Capo d'Orso. Non è facile, in base ai documenti analizzati, capire il perché di questa cessione senza reazioni, ma quel che pare certo è che non si può parlare di diserzione e di fuga di fronte al nemico visto che, da Capo d'Orso essi avevano inutilmente cercato di mettersi in comunicazione con il comando del gruppo sud a Santo Stefano per relazionare sull'accaduto; a La Maddalena la notizia arrivo solo il giorno 11 alle ore 21,50, attraverso una comunicazione indiretta da Monte Altura, quando già altre tre batterie della costa sarda erano cadute, senza colpo ferire, in mano tedesca. Gli ordini di Brivonesi del 9 sera, ripetuti nei giorni seguenti, di non fare uso delle armi da ambo i lati, venivano cosi rispettati ma con conseguenze tragiche. La situazione era paradossale: Almers il 10 portava a Brivonesi notizia dell'accordo avvenuto fra Lungerhausen e Basso in base al quale le batterie già occupate dai tedeschi dovevano rimanere in loro mani, e Brivonesi non sapeva neanche che tale situazione si era già verificata e ne chiedeva precipitosamente conferma al suo superiore.
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