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Scavi archeologici

Libri e ricerche > Baldacci - Lilliu 1961

Nel luogo di Abatòggia ("l'Abbeveratoio"), lungo il sentiero che scende tra eriche, cisti e lentischi alla spiggetta sabbiosa e dunasa di Stagno Torto, fra le rocce granitiche notai l'apertura d'un anfratto naturale, volta a est, a ridosso dal vento di ponente. Nel territorio superficiale potei osservare resti di molluschi marini, carboni e altri segni di dimora umana, recente all'apparenza; ma antico mi sembrò un oggetto di diorite, poligonale, spezzato da un lato, spianato su una faccia e per il resto levigato, che potrebbe essere un macinello di tipo primitivo. Un saggio nel terreno nerastro del riparo, dello spessore di oltre 20 centimetri, potrebbe offrire qualche risultato; resta, poi, da esplorare la massima parte dell'accidentato suolo dell'isola, forse non priva di sorprese.

A Santo Stefano, presso la cala di Villamarina, non lungi da una sorgente di ottima acqua, su un gradino di roccia granitica dominante la sottoposta cala da cui dista un centinaio di metri si affaccia, con esposizione sud-sud ovest, la bocca d'un riparo sotto roccia che denomino di Cala di Villamarina, per non aver esso nome più distinto.

Si tratta di uno dei tanti piccoli anfratti che perforano le nude e scoscese rupi dei versanti orientale e meridionale dell'isolotto, chiamati con voce locale "tavvoni" o "perchia" e usati non di rado, ancor oggi, come luoghi di rifugio e di lavoro degli operai addetti alle cave di granito, specialmente coltivate intorno a Cala di Villamarina.

Non si esclude che in alcuni di questi ripari, ed in altri oggi abbandonati o nascosti fra gli sterpi e le macchie, si possano trovare tracce della dimora dell'uomo preromano, come in quello da noi saggiato con risultati positivi. Ciò dicesi anche perchè segni della presenza di genti neolitiche io ho osservato pure sulla riva del mare, nelle accidentate piccole insenature del margine orientale di Cala di Villamarina, nei pressi delle balze rocciose, perforate da "tavvoni", che si protendono, pittorescamente, nella Punta di Villamarina. Si tratta d'un frammentino di ceramica e di tre lamette d'ossidiana opaca, del tipo di quelle rinvenute nel lembo del riparo esplorato, e, dunque, da riferirsi all'uomo neolitico che frequentò quella scogliera, nella zona che offriva più opportune condizioni di vita, per essere a ridosso dal vento dominante, provveduta d'acqua sorgiva, con un buon rifugio per le fragili imbarcazioni di quei lontani tempi, in vista della costa sarda da cui giungevano i principali fiotti di cultura.

Il riparo sotto roccia, fatto oggetto dello scavo, si presenta in forma di vano di figura irregolare, col profilo delle pareti a sporgenze e rientranze e quello del tetto a tratti angolare a tratti convesso, di sezione semicircolare, con altezza varia; davanti all'ingresso è protetto da una cerchia di grossi spuntoni rocciosi che ampliavano la sede dello spazio utile ai bisogni della gente che vi trovò dimora. All'imbocco, configurato a sezione di tenda, l'"abri" è largo m 3,90, alto da m 2 a 2,70, si restringe poi, circa a metà della sua profondità che è di m 2,50 sulla mezzeria, a m 2 per allargarsi nuovamente nella parte fondale a m3 e quivi diramarsi a brevi sacche per cui filtra luce ed aria dall'esterno; l'altezza, nel mezzo del riparo, è di m 1,20, dal che risulta la scomodità dell'ambiente e si può dedurre che la frequentazione di esso saltuaria, limitata alla brutta stagione o a giorni di tempo inclemente.

E' nella parte centrale del vano, col suolo roccioso inclinato da ovest-nord ovest a est-sud est, che è stato eseguito il saggio di scavo, ristretto a una lente ellitica di deposito archeologico di m 1X1,50 circa, della profondità media di m 0,43 (a sinistra m 0,15, al centro m 0,36, a destra m 0,60). Nella zona posteriore e in quella anteriore dell'angusto spazio sono state lasciate intatte piccole zolle per un eventuale scavo di controllo; tuttavia la gran parte del deposito è stata asportata con la debita cura, e forma l'argomento di questa relazione. (Ho saputo, di recente, che il lembo riservato per saggi di controllo, è stato manomesso da ignoti, nella ricerca del solito tesoro; ironia della sorte sulla povertà dei primitivi abitanti del riparo!)

Il riempimento, per la pendenza del pavimento di base da sinistra a destra, formava una sacca contenuta prevalentemente dal centro alla parete destra del vano, mentre nella parte sinistra si assotigliava in un leggero straterello. Per tutta l'estensione il riempimento presentava, in superfice, una copertura di terriccio granitico granuloso, di colr giallastro chiaro, di 20 cm circa di spessore, dovuto in parte ad infiltrazioni da fuori e, per lo più, al disfacimento, per azione meteorica, delle superfici delle pareti e del tetto del riparo. Al disotto di questo straterello, nel quale sulla sinistra si raccolse qualche lametta d'ossidiana, il lembo culturale vero e proprio, di 40 cm di profondità massima, appariva con un terriccio nerastro per processo di umificazione di radici di piante insinuatesi nella zolla del vano, e conteneva, per tutto lo spessore, elementi d'industria, litica e ceramica, e resti di pasto, senza traccia alcuna di cenere e carboni. Si tratta, dunque, d'uno strato omogeneo, di minima potenza, in cui tutto appartiene ad una stessa età e segna un'unica breve dimora di poche persone. Può ricordarsi, ferme restando l'unitarietà e la coerenza per tutto lo sviluppo del sedimento archeologico, che i molluschi apparivano più frequenti e numerosi tra 20 e 30 cm di profondità sotto il velo granitico di copertura, diminuendo, ma non cessando, verso la base del deposito; e che a -0,40 cm, il terreno era variato da una grossa lastra, da lastrine e da piccoli sassi in granito, sotto cui continuava però il terriccio nero fino a -0,60 cm, cioè fino al suolo roccioso naturale.

Gli oggetti si raccolsero per tutta l'estensione del lembo culturale, molto frantumati, sopratutto quelli di terracotta, ma anche quelli in pietra, segnatamente gli utensili di ossidiana, non così gli altri di materia meno fragile. La rottura degli oggettini litici è da spegarsi non come dovuta a residuo di lavorazione di manufatti finiti tratti da nuclei, ma si deve invece pensare a strumentini spezzati per esser stati usati. Infatti, la rottura è antica, perchè il deposito non presentava segni d'esser stato sconvolto in tempi posteriori a quelli della prima dimora. Il velo granitico lo aveva conservato fino al nostro saggio.


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