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Tomaso Zonza
Dal punto di vista istituzionale, la comunità maddalenina è nata circa 240 anni orsono a seguito dell'occupazione militare dell'arcipelago da parte delle armi di Carlo Emanuele III di Savoia, re di Sardegna. La povera preesistente colonia di pastori della Corsica sottana si trasformò in pochi anni in una florida colonia militare, arrivando a quasi decuplicare la popolazione, che trovò soprattutto nel servizio nella marina del re una nuova e molto più remunerativa risorsa economica.
La vita militare, ed in particolare quella di bordo con le sue regole più rigide ma anche con la più forte coesione di gruppo, parve immediatamente congeniale ai giovani isolani. Nati sotto il dominio della Repubblica di Genova, i ragazzi maddalenini e caprerini degli anni 60 e 70 del XVIII secolo vissero la loro gioventù con la contaminazione dei marinai imbarcati nel felucone San Gavino. Questo, con base a Cala Gavetta e sotto il comando di Francesco Maria De Nobili, corso di Nonza, aveva il duplice compito nei mari delle Bocche, di repressione del contrabbando e di dissuasione delle mire di assalto e di preda dei barbareschi.
Da ragazzi seguirono con curiosità e poi con attenzione le imprese dell'equipaggio del San Gavino e della gondola di supporto comandata dal cannoniere-muratore Domenico Porra, nome di guerra San Domenico, con le prime prede anticontrabbando ed i primi scontri con gli sciabecchi barbareschi. Videro i loro padri imbarcarsi come volontari di rinforzo in occasione di allarmi contro "i turchi". Esultarono dei successi contro di essi e riconobbero la munificenza del re che premiava in denaro i volontari. In particolare si trattò di due prede barbaresche che risultarono molto remunerative. La prima fu fatta nelle acque tra Soffi e Mortorio il 12 novembre 1772 a danno di 21 "barbari", di cui 3 rimasero uccisi e 4 fuggirono a nuoto e dati per annegati. La preda consistette nei 14 prigionieri che furono condotti "schiavi" ad Alghero, e nella galeotta barbaresca. Questa, opportunamente equipaggiata di 32 uomini e materiali di guerra e di navigazione, fu accorpata al regio armamento e rimessa in corso dopo la benedizione del cappellano col nuovo nome di Santa Maria Maddalena. La seconda preda, nei primi di novembre 1774, fruttò una galeotta tunisina, 24 prigionieri ed una discreta somma di denaro. In questa occasione si ebbe il primo contributo di sangue isolano sotto la bandiera sarda con due giovani feriti nel combattimento: Matteo Cogliolo e Francesco Ornano. Matteo se la cavò bene, mentre Francesco, appena ventenne, morì il 4 novembre, a seguito delle ferite riportate in quel combattimento a cui aveva partecipato come volontario, lasciando nella disperazione la madre Francesca Zicavo, già vedova di Giovanni Battista.
I sopravissuti ebbero un premio in denaro, Matteo Cogliolo ebbe in più una sorta di indennizzo di 50 £ di Piemonte (oltre 3 volte di più del premio ordinario) per la ferita. La vedova Ornano ricevette, a sua volta, 250 £ di Piemonte ed il vitalizio di una razione quotidiana di pane.
La tutela della vedova ed il riconoscimento della ferita al sopravvissuto furono particolarmente apprezzati da una comunità abituata ad un regime di mera sussistenza, e rafforzò nei giovani e nelle famiglie l'orientamento ad intraprendere la vita militare. Gli isolani, comunque, in un primo tempo fecero i preziosi, e quando De Nobili propose loro l'arruolamento, per completare l'organico del San Gavino rimesso in sesto, dovette superare una vera e propria vertenza salariale di mezzo scudo al mese. I primi 6 marinai maddalenini furono arruolati, a fine primavera 1773, con l'assenso della corte torinese, per 3 scudi e mezzo al mese, invece che i 3 scudi proposti.
Per mezzo scudo in più i maddalenini divennero marinai del re. Nell'immediato ci guadagnarono i giovani isolani, ma in prospettiva ci guadagnò soprattutto la Marina Sarda, immettendo nei suoi ranghi uomini che diedero fortuna e lustro a quella marina preunitaria prima ed unitaria poi.
In una comunità nata e cresciuta nella cultura militare, frutto della simbiosi tra elementi militari e civili nella sua vita quotidiana, e del ruolo trainante e dominante che l'assetto militare ha avuto su quello civile, nella sua economia e nella sua struttura sociale, i valori ed i simboli militari sono diventati simboli e valori dell'intera comunità isolana. È per ciò che il "Pantheon" della comunità maddalenina è costituito interamente da militari elevati agli onori della memoria collettiva per le loro azioni di guerra. Il simbolo della medaglia al valor militare assurge, quindi, al massimo livello della considerazione sociale, in quanto massimo livello del riconoscimento dell'attività militare espressa dal decorato.
La commemorazione di Tomaso Zonza appare l'occasione migliore per rinnovare la memoria di quegli uomini che hanno avuto, con la decorazione della medaglia d'oro al valor militare, il riconoscimento della qualità della loro attività nel servizio del Paese, nelle situazioni di maggior pericolo e criticità per le istituzioni e per le persone. Si ripropone, quindi, la memoria dei personaggi contemporanei di Tomaso Zonza, di quell'epoca e di quel contesto storico, dei primi cinquanta anni della comunità maddalenina, in cui egli stesso servì nella Regia Marina Sarda. Si tratta di personaggi e vicende che sono stati oggetto di celebrazioni non sempre rigorose, troppo spesso inficiate di strumentalità politiche ed ideologiche, e sempre esposti approssimativamente e con errori ripetuti, che attendono da tempo di essere raccontati con verità e documentazione.
La storiografia della Restaurazione avviò una ricerca minuziosa su "Napoleone sconosciuto", andando a frugare nelle pieghe del personaggio e della sua biografia giovanile. Si scoprì così la sua partecipazione alla campagna del febbraio 1793, di "contrattacco" alla Maddalena, ed il suo esito disastroso. Nacque così il mito dell'umile nocchiere sardo che sconfisse Napoleone. L'oggetto del mito, Domenico Millelire, morì senza avere consapevolezza dell'operazione strumentale che si sarebbe imbastita sulla sua persona. Personaggio schivo e modesto, al contrario del suo fratello maggiore Agostino, esuberante ed intraprendente, la sua fortuna e la sua carriera se la fece con la generosità e la intrepidezza che mise in tutte le azioni a cui partecipò, a partire dalle giornate del '93.
Successivamente, tutta la produzione di storia militare, quasi esclusivamente prodotta da compilatori piuttosto che da storici, fu acriticamente strumentale e di sostegno alla posizione di politica estera di segno anti-francese, su cui fu ridisegnato lo strumento militare italiano. Ne conseguì l'esaltazione della vittoria maddalenina contro la Francia, e contro Napoleone suo interprete massimo, e quindi la costruzione dell'esclusività della decorazione di Domenico Millelire quale prima medaglia d'oro della Marina Italiana. Di questa operazione non soffrì la memoria di Tomaso Zonza, il cui valore e i relativi premi in decorazioni furono sempre riconosciuti, in quanto ebbero la fortuna di non compromettere l'esclusività del "Nocchiere anti-Napoleone".
Al contrario ne furono succubi almeno tre personaggi, di cui due maddalenini ed un capo cannoniere di Villafranca, da sempre e sino alla fine in servizio nelle acque dell'arcipelago. Agostino Millelire, Laghè e Cesare Zonza ebbero a loro volta il massimo riconoscimento di valore militare, con la decorazione della medaglia d'oro, ne fruirono i relativi benefici economici, godettero tra i contemporanei dell'apprezzamento sociale e militare per il loro valore, ma la storia sinora non lo ha loro riconosciuto definitivamente. La scelta di esaltare l'impresa di Domenico Millelire che sconfisse Napoleone ha finito con il mortificare gli altri avvenimenti e gli altri decorati che facevano perdere la primazia a Domenico Millelire. Agostino Millelire e Laghè, infatti, se riconosciuti sarebbero stati i primi decorati di medaglia d'oro della Marina, documentati già nel 1787.
Cesare Zonza, decorato di medaglia d'oro per i fatti del gennaio 1794, se riconosciuto sarebbe stato il primo dopo il "Regolamento per il distintivo d'onore" stabilito da Vittorio Amedeo III il 21 maggio 1793. Come noto Domenico ebbe il riconoscimento e ricevette la medaglia nell'aprile di quello stesso anno, non rientrando nel nuovo "Regolamento", e ricevendo quindi la medaglia secondo le regole per cui ne furono insigniti i decorati del 1787.
Piuttosto che rivisitare i testi pasticciati e già noti, e replicare gli errori ed i falsi già elaborati, è stato ritenuto più utile, una volta tanto, far parlare i documenti storici originali mostrandoli in riproduzione, per fare di loro gli autentici e veritieri testimoni dei fatti e delle persone.
Cronologia degli avvenimenti.
15 aprile 1787
La mezza galera Beata Margherita contro uno sciabecco barbaresco presso l'isola di Spargi.
In successione cronologica, si presenta per primo il documento relativo ai fatti del 15 aprile 1787, che fruttò il riconoscimento della medaglia d'oro ad Agostino Millelire ed a Laghè. Quel mattino la mezza galera Beata Margherita, sotto il comando del cavalier Matton di Benevel, uscì da Cala Gavetta con una gondola di servizio per un sopralluogo di routine a ponente. In vista di Spargi osservò una scialuppa che, staccatasi da uno sciabecco con bandiera genovese che stava alla fonda poco lontano, tentava di prender terra nell'isola. Alla vista del vascello sardo, la scialuppa desistette e rientrò verso lo sciabecco, suscitando il sospetto di Matton che si apprestò ad andare a riconoscere lo sciabecco. Questo manovrò per prendere il largo, contemporaneamente ammainò la bandiera genovese ed issò quella turca. Mentre la gondola rientrò di fretta verso La Maddalena per attivare il soccorso dell'altra mezza galera, la Santa Barbara, Matton iniziò l'inseguimento della nave barbaresca per ingaggiare con essa battaglia. La relazione racconta lo svolgimento dei fatti con ricchezza dei particolari tattici utilizzati da entrambi i contendenti per avere il favore della posizione d'attacco. Più volte lo sciabecco imbrogliò le proprie vele per fermarsi e mostrare la fiancata per la bordata dei suoi dieci pezzi di cannone. Altrettante volte con destrezza rimetteva le vele e riprendeva la sua fuga verso la Corsica. Alle nove del mattino la Beata Margherita riuscì a giungere a portata di cannone, e Matton, dopo avere ricevuto con l'equipaggio l'assoluzione da parte del cappellano di bordo, avviò il combattimento vero e proprio con un primo assalto di otto cannonate. Lo sciabecco accettò il combattimento, si pose di traverso e sparò due bordate con i suoi pezzi. Matton decise di prendere l'iniziativa dell'abbordaggio, e per tre volte riuscì a piantare lo sperone della propria nave nella poppa del barbaresco, che per altrettante volte riuscì a sganciarsi. Ma alla terza volta fu possibile strappare la bandiera di poppa al nemico, che fu portata trionfalmente per tutta la mezza galera al grido di "viva il Re".
Un colpo di vento favorevole ai turchi capovolse la situazione, permettendo loro di trovarsi in posizione d'attacco. Dallo sciabecco volarono i rampini d'abbordaggio, che per tre volte furono respinti dai sardi. Il tutto si svolse in un inferno di scariche di moschetteria e di mitraglia, e nei momenti di affiancamento dei due bastimenti si andò a sciabolate reciproche. In un momento di pausa lo sciabecco riuscì a guadagnare il largo rifugiandosi nelle acque corse, interdette ai nostri, abbandonando la scialuppa che fu preda della mezza galera. Con scafo, alberatura, vele e sartiame mal ridotti, la Beata Margherita rientrò con diciassette feriti ed un morto: un sergente del Reggimento Monferrato imbarcato. La relazione del cavalier Matton fu particolarmente elogiativa per Agostino Millelire di cui testualmente diceva "dans le nombre des blesses il y avoit le pilote qui malgrè une assez forte blessure a l'avant bras n'a jamais quitté le poste dirigeant toujour la rotte de la Beate Marguerite et donnant constamment des peuvres d'une valeur peu commune".
La Corte torinese apprezzò particolarmente il fatto, e Vittorio Amedeo III, con una propria Regia Provvisione datata 22 maggio 1787 ed emanata dal Castello della Veneria, elargì promozioni, riconoscimenti in denaro e decorazioni.
DOCUMENTO N. 1
Regia Provvisione datato Castello della Veneria
22 maggio 1787. Archivio di Stato di Cagliari
A conferma dell'effettiva assegnazione delle medaglie, abbiamo anche il resoconto fatto dal viceré alla Corte, il 6 luglio dello stesso anno, dell'avvenuta cerimonia di consegna delle medaglie. Il ritardo fu causato dal fatto che nave ed equipaggio avevano dovuto scontare la quarantena obbligatoria per il contatto avuto con sospetti di contagio. "[…] al ritorno della mezza galera la Beata Margherita si diede intiera esecuzione al prescritto del regio viglietto dei 22 maggio che ha colmato di giubilo e riconoscenza tutto l'equipaggio […] e soltanto non si è potuto rimettere una delle medaglie al marinaro che strappò dal bordo dello sciabecco nemico il bastone d'insegna colla bandiera, sia perché crede il sig. cav. Matton che vari vi abbiano cooperato nell'attacco, come perché il soggetto che poi raccolse nel mare la bandiera e a cui potrebbe forse spettare detta medaglia è un maltese, il quale dopo essere stato ammesso cogli altri a libera pratica è partito per Malta". Ancor più precisamente, per ciò che riguarda Agostino Millelire, abbiamo un dispaccio del febbraio 1788 alla Corte in cui il viceré perorava per lo stesso la causa del grado di piloto effettivo. A sostegno della raccomandazione si notava che: "tiene appesa al petto la medaglia d'oro".
Allo stato attuale delle ricerche è questa la prima occasione documentata di assegnazione di medaglie al valore militare per azioni di combattimento, e si pone a questo punto il problema del riconoscimento. Dei 4 decorati di medaglia d'argento, il sotto comito dal nome di guerra Lo Spasso corrispondeva all'isolano Salvatore Ornano, e la medaglia d'argento non consegnata in quell'occasione andò ad un altro maddalenino per un'azione antibarbaresca che si svolse solo dopo pochi mesi.
Stavolta, il 19 agosto dello stesso 1787, fu la Santa Barbara al comando del cavalier Vittorio Porcile che si imbatté nelle acque di Carloforte con una galeotta tunisina. Nonostante la disparità di forza a favore della mezza galera sarda, i barbareschi opposero una fiera resistenza. Ne seguì un aspro combattimento all'arma bianca che il cavalier Porcile racconta nella sua relazione in termini molto accalorati. Il momento risolutivo fu così illustrato: "Le do l'abbordaggio e procuro di farla trattenere col rizzone. In questo frattempo quattro marinari più arditi sonosi lanciati dentro colle sciabole in mano per impadronirsene. La mezza galera era abbrivata dal vento fresco, quella ci cade sotto l'ala del posticcio di prora sinistro. I turchi intimoriti si danno alla banda ed ecco in un tratto la galeotta sossopra rovesciata. Al rizzone se le strappa la maglia cui era legata e la galeotta intanto si allarga. In questo mentre il rais coraggioso vede il marinaro di questo regio legno Pietro Paolo Panzano per nome di guerra L'Azardo, uscire di sott'acqua colla sciabla in bocca e gli vibra un colpo di tagar in capo, questi ancorché sbalordito e coperto di sangue gliene restituisce un altro attraverso del collo, e l'obbliga a gittar in mare le sue armi, contenendo anche gli altri quali si resero senza ostacolo". Il certificato del chirurgo di bordo attestò per il marinaro di 1a classe l'Azardo una "ferita trasversale alla testa alla parte inferiore dell'ossa parietale della parte sinistra".
Anche in questa occasione ci furono ricompense in denaro e promozioni, ed inoltre "S.M. volendo contemporaneamente contraddistinguere - come testualmente recitava il Dispaccio di Corte al viceré del 29 settembre 1787 - quello dei suddetti quattro marinari denominato l'Azardo che dopo d'essere stato ferito sul capo dal rais mentr'era nel mare, ebbe la gloria di vendicarsene con dargli un colpo di sciabola attraverso il collo, si è la medesima degnato di decorarlo della medaglia che era destinata al marinaro che strappò lo stendardo da bordo del sciabecco nel combatto che ebbe colla Beata Margherita". Il povero Panzano-Azardo morì poco dopo per gli esiti della ferita, e la medaglia d'argento "alla memoria" fu consegnata alla famiglia.
22/25 febbraio 1793. Difesa dall'attacco dei gallo-corsi alle isole.
I fatti di questa circostanza sono generalmente e sufficientemente noti, e quindi è possibile non riproporli. Risulta invece pasticciata la questione delle ricompense e delle decorazioni, per una ricostruzione viziata da una negligenza di ricerca documentaria che ha fatto scrivere anche delle grossolane falsità. Non ci fu mai un Regio Decreto (R.D.) con quella motivazione che sempre si legge nelle storielle che si riferiscono al conferimento della medaglia d'oro al nocchiere Domenico Millelire. La decorazione ed i benefici economici relativi furono semplicemente annunciati col Dispaccio Reale al viceré Balbiano del 3 aprile 1793, che qui si riproduce, nelle parti che interessano le vicende maddalenine.
DOCUMENTO N. 2
Dispaccio Reale datato Torino 3 aprile 1793. Archivio di Stato di Cagliari.
La medaglia d'oro fu consegnata al nocchiere Domenico, ma il beneficio economico fu per errore assegnato al fratello Agostino. Individuato lo sbaglio fu rifatto il provvedimento a favore di Domenico, che però ebbe la sgradita sorpresa di vederselo decurtare, dalle 300 Lire di Piemonte previste dal Dispaccio, a sole 200. I tempi per scoprire l'errore e le lungaggini burocratiche portarono la definizione del provvedimento economico solo il 7 gennaio 1794. Di questo atto siamo in grado di proporre la riproduzione del documento della Commissione reale all'Ufficio del Soldo. Oltre la questione della medaglia d'oro a Domenico, appare utile notare, a proposito di tale documento, che il timoniere Zonza decorato della medaglia d'argento è da intendersi Cesare, "patrone" della gondola Sultana. Fu Cesare, infatti, a supportare per il trasporto per mare dei pezzi Domenico Millelire e Mauran, e lo stesso Cesare guidò il manipolo che a Caprera evitò la discesa a terra dei franco-corsi. Sempre Cesare fu protagonista nella circostanza di cui si parla in seguito. La verifica dell'identità dello Zonza beneficiario della medaglia d'argento in questa circostanza la si ottiene anche da successivi documenti, relativi alla corrispondenza tra Cagliari e Torino, in cui le due Segreterie definiscono nei mesi successivi una promozione del timoniere Cesare Zonza al grado di secondo nocchiere.
DOCUMENTO N. 3
Ufficio Generale del Soldo. Provvedimento economico datato Torino 7 gennaio 1794. Museo Navale di La Spezia.
21 maggio 1793. "Regolamento per il distintivo d'onore".
Nella corrispondenza tra Torino e Cagliari si rileva che nel dopoguerra tra Regno sardo piemontese e Francia repubblicana, sia in Sardegna con gli episodi di Cagliari, Carloforte e Maddalena che nelle Alpi, fu necessario definire una nuova regolamentazione per l'erogazione delle decorazioni ai bassi ufficiali ed alla truppa. Se ne sentiva il bisogno per una serie di ambiguità che si erano riscontrate sino ad allora. Nel testo che si riproduce nella solita appendice, tratto dalla raccolta ufficiale del Regno, si trova la conferma che la data della emanazione del "Regolamento" è successiva a quella della assegnazione delle medaglie dell'inverno precedente. Si nota, altresì, che i verbi sono tutti volti al futuro: "Consisterà il distintivo[…]. Saranno premiate le azioni[…]. Azioni di segnalato valore saranno riputate quelle[…]. Sarà riservato alle azioni personali[…]". È per ciò che le medaglie a quella data già assegnate, pur rimanendo intatto il loro massimo significato di riconoscimento di valore eroico, non rientravano nella regolamentazione successivamente definita da questo nuovo atto normativo. Questo "Regolamento", quindi, è da intendersi quale intervento di razionalizzazione a quel momento storico della pratica, già esistente presso tutte le istituzioni militari del mondo ed in qualsiasi epoca, di riconoscere il valore militare con apposite decorazioni. Non può, comunque, essere inteso quale atto istitutivo per la prima volta della decorazione al valore militare.
DOCUMENTO N. 4
"Regolamento per il distintivo d'onore" datato Torino 21 maggio 1793. Archivio di Stato di Cagliari.
Dal punto di vista esclusivamente formale le prime medaglie, d'oro e d'argento, assegnate con il nuovo "Regolamento", sono da considerarsi, quindi, quelle riconosciute per una circostanza dei primissimi giorni del 1794.
- 3 gennaio 1794. Combattimento contro i barbareschi nelle acque delle Bocche di Bonifacio.
È stato uno degli episodi più importanti nella storia del contrasto ai barbareschi, sia per l'entità delle forze in campo che per la dinamica dello scontro, ma anche per le conseguenze. Entrambe le mezze galere sarde, con le due galeotte ed una gondola di supporto, nelle acque di nord ovest dell'arcipelago, ebbero uno scontro violento con cannoneggiamento reciproco ed assalti d'abbordaggio con due grossi sciabecchi barbareschi. Lo sciabecco più grande di ben 18 cannoni e 100 uomini d'equipaggio, l'altro di 12 cannoni e 96 uomini. L'armamento navale sardo era al comando di De Chevillard, che era anche comandante della Beata Margherita, mentre Vittorio Porcile comandava la Santa Barbara. Il grande sciabecco fu predato, ma il piccolo per sottrarlo alla cattura fu fatto esplodere, causando moltissimi feriti ed ustionati. Nel combattimento e per gli esiti delle ferite, ma soprattutto per le ustioni subite, morirono 14 sardo-piemontesi, ed un numero imprecisato di barbareschi. In un ospedale-quarantena, allestito nei vecchi magazzini dell'isola di Santo Stefano, vennero raccolti 60 feriti e grandi ustionati, sotto la cura dei chirurghi delle mezze galere e di una decina di donne maddalenine che si ritirarono in quarantena per assisterli. Qualche settimana dopo lo stesso comandante scriveva al viceré che: "abbiamo subito una grande perdita nella persona del nocchiere Lo Spasso che è appena spirato. La sua ferita era quasi guarita, ma lo aveva molto indebolito, ed in questo stato non ha potuto resistere alla febbre che lo ha assalito[…] egli fu ferito gia 7 anni or sono e fu decorato di una medaglia d'argento, e sebbene avesse un braccio fracassato non ha per nulla abbandonato il suo posto in quest'ultimo combattimento, anche se veniva esortato di farsi medicare mentre doveva soffrire di dolori lancinanti. Era il più anziano dei nostri bassi ufficiali, ed ora non abbiamo nessuno in grado di sostituirlo". Il provvedimento delle ricompense reca la data del 18 marzo 1795. Si tratta quindi di un atto preso ad oltre un anno dagli avvenimenti, su cui intervenivano almeno due ordini di motivi. Il primo si riferiva ad una riserva della Corte torinese sulle modalità dell'erogazione delle ricompense stesse. Con il dispaccio al viceré del 5 febbraio 1794, il ministro Di Cravanzana, dopo aver espresso la grande soddisfazione per l'esito dello scontro, puntualizzava che "in ordine alle ricompense l'esperienza delle passate circostanze della difesa del regno avendo fatta conoscere necessaria una più prudente cautela nel dispensarle, onde ovviare in seguito alle inopportune rappresentanze ed alle soverchie pretese, S.M. ha perciò sospese le sue determinazioni a questo riguardo e prima di spiegarle vuole avere sott'occhio nota specifica de' soggetti che si sono distinti, coll'indicazione de' particolari fatti di ciascuno". Il secondo ordine di motivi si riferiva alla novità occorsa il 28 aprile di quell'anno, che ha determinato la crisi politica che ha condotto alla cacciata del viceré e dei piemontesi dalla Sardegna.
Il quadro delle ricompense, per quel che riguarda le decorazioni con medaglie al valore, ha una particolare importanza perché riguarda le prime medaglie assegnate secondo il nuovo "Regolamento", ma ci interessa anche perché accredita la medaglia d'oro, sinora misconosciuta, al comandante della Sultana, che all'epoca era Cesare Zonza. Non meno importante è la indicazione della medaglia d'argento al secondo comito dal nome di guerra La Fedeltà, che altri documenti certificano trattarsi di Tomaso Zonza. Questi, successivamente, per errore di datazione sarà accreditato di una medaglia d'argento per i fatti del 1793, che invece andò a Cesare. Per la ricerca sinora eseguita nei fondi degli archivi storici, non è stato possibile individuare l'identità del timoniere La Speranza, anch'egli decorato di medaglia d'argento in questa occasione.
DOCUMENTO N. 5
Provvedimento delle ricompense datato Torino 18 marzo 1795. Archivio di Stato di Cagliari.
28 luglio 1811. Il combattimento di Capo Malfatano.
È la battaglia contro i barbareschi più nota e celebrata. La sua fama è dovuta non tanto al fatto in sé, ma soprattutto per la circostanza che si svolse nelle acque cagliaritane, e si concluse con il trionfale rientro nella capitale del Regno, alla presenza del re Vittorio Emanuele I e con l'accoglienza di tutta la corte e della popolazione. Lo scontro avvenne nei pressi di Capo Malfatano ed impegnò le due mezze galere sarde allora in servizio: Il Falco e L'Aquila, ed il lancione Sant'Efisio, al comando rispettivamente del cavalier De May, del cavalier Vittorio Porcile e del 2o nocchiere La Violetta. I bastimenti sardi salparono da Cagliari in caccia di tre bastimenti barbareschi segnalati dalle vedette. Si trattava di un felucone, una galeotta ed un legno minore che avevano a rimorchio una tartana mercantile sarda appena predata. I bastimenti intercettati cercarono la via di fuga che venne loro tagliata dalla rapida manovra dei sardi. I barbareschi, a quel punto tentarono la carta dell'attacco, determinando uno scontro tra L'Aquila ed il felucone, tra la galeotta ed Il Falco, mentre il lancione se la vedeva con la terza nave barbaresca. L'episodio centrale avvenne tra l'Aquila ed il felucone. La mezza galera speronò il felucone. Ne seguì un abbordaggio ed un corpo a corpo che portò i contendenti barbareschi a prevalere momentaneamente ed a passare sul bordo dell'Aquila, che rischiò di soccombere. Porcile benché ferito guidò il contrattacco con cui si passò sul bordo del felucone, che con la morte del rais si arrese e fu catturato. La galeotta barbaresca soccombette a favore del Falco aiutato dall'Aquila e dal lancione, che in seguito si dedicò all'inseguimento del piccolo bastimento barbaresco. Lo scontro durò oltre 4 ore con il risultato a favore dell'armamento sardo, che oltre a molti feriti soffrì anche nove caduti. Stavolta il provvedimento delle ricompense fu immediato e particolarmente generoso. Ne beneficiarono una ottantina di unità, compresi molti remiganti di grazia e forzati. Le più importanti furono le promozioni degli ufficiali e la ricca pensione di ben 600 lire di Piemonte accordata a Porcile. Anche le medaglie furono tante, tra cui spiccarono le due d'oro, assegnate al nocchiere Tomaso Zonza ed al sergente dei fucilieri Colber. Zonza ebbe accordata anche la paga ed i vantaggi da piloto senza alcuna ricompensa diretta di denaro, con la motivazione di "solita fermezza e bravura", che sembra riconoscere i meriti alla carriera. Colber ricevette anche una pensione di 36 lire di Piemonte, con la motivazione: "ferito al petto d'un colpo di palla, condotta valorosa ed intelligente". Nella nota relativa a Tomaso Zonza si legge anche che sarebbe stato decorato di medaglia d'argento nel 1793, invece che nel 1794. Un errore di datazione che creò nel tempo qualche equivoco, e che oggi appare risolto per la conoscenza che si ha dei documenti che individuano il nome di guerra La Fedeltà nella persona di Tomaso Zonza.
DOCUMENTO N. 6
Regia Provvisione datata Cagliari 27 agosto 1811. Archivio di Stato di Cagliari.
CONCLUSIONI
I primi cinquant'anni della neonata comunità maddalenina furono anni difficili. Ma anche anni esaltanti di nuova frontiera, di costruzione di una identità storica e culturale oltre la dimensione etnica. La giovane colonia militare si dovette provare sul terreno difficile dell'azione militare, sia di contrasto ai contrabbandi, che di classica opposizione al "nemico", sia franco-corso che barbaresco o turco come spesso allora si diceva. Nell'attività militare la prima generazione di giovani isolani, divenuti sudditi di S.M. sarda, trovò una vocazione sconosciuta alla generazione dei loro padri, ed una occasione di riscatto rispetto alla condizione materiale di partenza legata ad una sussistenza grama e stentata. Dovette essere esaltante per loro, che conoscevano i drammi delle incursioni dei barbareschi anche nelle loro isole, che avevano fatto schiavi i loro parenti sino agli anni '60, battere in epici scontri quei predatori di cose e di persone. Così come fu determinante per il loro futuro superare, nel 1793, la prova delle pretese dei bonifacini di rivincita sulle isole Intermedie, e quindi sui loro vecchi servi pastori. I documenti presentati raccontano l'eccellenza della loro azione individuale nelle circostanze più pericolose. Gli stessi documenti ristabiliscono la giusta equità storica tra fatti e personaggi che da tempo attendevano il corretto riconoscimento ed oggi il virtuale medagliere maddalenino si arricchisce, con l'ineccepibile prova documentale, delle decorazioni al valore sinora non riconosciute. Questa occasione celebrativa, a partire dalla figura di Tomaso Zonza, vuole richiamare una storia collettiva che accresce il sano orgoglio dei maddalenini di partecipare ad una comunità di generosi e di intrepidi, che il riconoscimento ufficiale dichiara "valorosi".