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Per alcuni studiosi in Gallura il contrabbando è stata un’attività commerciale che si è sviluppata accanto all’agricoltura e alla pastorizia. Una opportunità aggiuntiva di lavoro insomma, che si integra e si mescola con le altre non solo per la valenza economica, ma anche in termini di costume, fino a farne oggetto di tradizione storica. Un esempio ed un’esperienza di cooperazione. Una sorta di gioco d’azzardo favorita da un vistoso dato geografico, la vicinanza tra Sardegna e Corsica separate, o meglio unite, da un braccio di mare che si può attraversare in un paio d’ore. Nei ricordi degli anziani, nelle coscienze vive del popolo, nell’immaginario collettivo le figure dei contrabbandieri sono avvolte da un alone di eroicità, quasi fossero gli alfieri di un nuovo spirito imprenditoriale e di una affermazione di libertà, di fronte alla rapacità e all’ingiustizia di un fisco che non tiene conto dei diritti pastorali. Perciò gli scontri a fuoco tra gabellieri o dragoni e contrabbandieri sono al tempo drammatici e farseschi. Ovviamente a rendersi ridicoli sono i rappresentanti della legge che hanno sempre la peggio e, gambe all’aria, si danno a fughe poco dignitose quando devono fronteggiare gli intrepidi pastori e quegli avventurosi che, per poter disporre di un giusto guadagno dal proprio lavoro, sono costretti a ricorrere, armi alla mano, a comportamenti considerati illeciti. I luoghi degli scontri sono i siti convenuti tra galluresi e corsi per lo scambio illegale delle merci: Vignola, La Gruzitta, Tinnari, Porto Pozzo, Porto Liscia, Cannigione. Dalla Corsica arrivano caffè, zucchero, tabacco, polvere da sparo ed armi, legnami, abiti, biancheria; dalla Sardegna partono vino, formaggio, bestiame vivo, pellami, granaglie, legumi. Dove erano coste solitarie ora vivono, in villaggi orientati al turismo, i discendenti di quei pastori che raccontando le imprese dei loro avi li mostrano fieri e coraggiosi fino alla temerarietà che si fa beffe del pericolo. Mentre i poveri gendarmi sono sempre tremebondi, spesso umiliati e ridicolizzati. Le descrizioni sono ancora oggi talmente ricche di particolari che tradiscono le aggiunte che nel tempo vengono continuamente confezionate a discrezione del narratore: “…All’incirca duecento anni fa sette uomini al calar del sole erano impegnati silenziosamente a scaricare, da un battello giunto dalla Corsica, sacchi di merce furtivamente contrabbandata e a caricarla sui cavalli che poi, per vie segrete, dovevano portarla a destinazione. Intercettati da un manipolo di dragoni, che avevano stabilito un posto di blocco, e fatti segno a colpi d’arma da fuoco, poiché non avevano idea del numero dei rappresentanti della legge che li contrastavano, si dispersero abbandonando i cavalli con il loro prezioso carico. Riavutisi dalla sorpresa e nuovamente raggruppatisi, non sopportavano che fosse stata loro sottratta la mercanzia. Pertanto rapidamente reclutarono rinforzi tra i pastori fidati del luogo e si appostarono nei pressi di un guado che i militari avrebbero dovuto passare, avendo come scopo dell’agguato il solo recupero della roba. Appena il plotoncino delle guardie giunse a tiro di schioppo, in rapida successione partirono i colpi. I tiratori abilissimi intendevano solo spaventare gli avversari, così la prima pallottola urtò la sella del comandante provocandone una rovinosa caduta da cavallo. Questi prontamente rialzatosi si diede ad una fuga ignominiosa, abbandonando sul campo i suoi e perdendo il berretto con i fregi del grado. Un secondo militare seguì l’esempio del capo e, smontato da cavallo, si dileguò, non prima che una pallottola gli facesse saltare il tacco dello stivale. Il terzo colpo centrò la fiaschetta della polvere da sparo che un milite teneva appesa lungo il fianco, bruciacchiandogli la divisa e procurandogli ustioni che scompostamente tentava di lenire correndo e battendosi sugli abiti nel tentativo di spegnerli. Gli altri, vista la mala parata, diedero di sprone e fecero correre i cavalli tanto finché non ebbero la certezza di aver messo una bella distanza tra loro e gli assalitori. I contrabbandieri soddisfatti e tra l’ilarità generale recuperarono il frutto della loro attività illegale. Tra i trofei della scaramuccia il berretto del comandante fece bella mostra di sé per un lungo periodo sulla testa di uno spaventapasseri. Il drappello sconfitto giunse a Tempio all’imbrunire del giorno successivo, con i malconci cavalleggeri che portavano impresso il segno della disfatta e, tra quelli di loro che erano stati appiedati, uno zoppicava penosamente e un altro mostrava i segni della bruciatura sul fianco che la divisa incenerita lasciava scoperto (Pirodda, 2006)…”. Numerosi episodi, che fanno certamente riferimento a fatti reali ma trasfigurati, sono raccontati da narratori popolari che esaltano le virtù della propria gente: “…Metà ‘800, baia di Vignola, una grossa imbarcazione è giunta clandestinamente dalla Corsica evitando i feluconi della Marina Sarda, che incrociano in quelle acque con base La Maddalena. Nella sua stiva un carico prezioso, gli articoli trasportati sono molti e di valore. I pastori della cussorgia sono accorsi a scaricarli quando uno di loro vede spuntare da dietro una roccia, a intervalli regolari e con un movimento rotatorio, una zucca. È un gendarme che appostato con un gruppetto di compagni aspetta il momento opportuno per fermare i briganti e sequestrare la merce. Beve tranquillamente, baciando l’imboccatura della cucurbitacea, pensando di non essere visto. Un contrabbandiere, osservatolo giusto il tempo utile a valutare il momento opportuno, prese lentamente la mira e sparò nell’istante in cui la zucca si sollevava, mandandola in frantumi con il vino residuo che ne schizzava fuori a ventaglio. Spaventatissimi e pensando di essere sotto tiro, i tutori dell’ordine abbandonarono quanto non avevano indosso e si diedero a una fuga precipitosa. Per molto tempo, nelle nostre marine, non si vide neanche l’ombra di un gendarme. Si racconta anche di quei militari che avvicinatisi incautamente ad una gondola bonifacina in accostamento alla riva, furono sorpresi dai loro compari galluresi che aspettavano nascosti dietro le rocce. Disarmati furono costretti a sbarcare la merce di contrabbando e caricarla sulle some dei cavalli Fu poi loro imposto di non muoversi se non dopo il tempo ritenuto necessario dai banditi per allontanarsi. Naturalmente obbedirono senza osare nulla, anzi, per non rischiare, rimasero quieti più del tempo indicato. Oltre i brevi racconti esiste anche un florilegio di aneddoti che si concludono con un motto di spirito. Il comandante di una guarnigione anticontrabbando sentendo colpi di arma da fuoco si avvicinò al punto di provenienza degli spari e vide alcuni pastori che, con i loro fucili, sparavano, in una gara di abilità alla mira, ad un sacchetto appoggiato su un muretto a secco. Alle spiegazioni richieste risposero che il bersaglio era un sacco di tabacco appena sbarcato da una imbarcazione contrabbandiera, anzi invitarono i militari a prenderne a volontà. Il capo drappello, temendo che la frase avesse un intento provocatorio e preoccupato di non finire al posto del sacchetto, rispose: “Grazie, ma noi non fumiamo!” E si allontanò con finta noncuranza seguito dagli altri (Pirodda, 2006)…”. Il ripetersi di tali episodi dà il senso di una situazione di grande malessere economico derivante da un diffuso e profondo malgoverno, introdotto dagli Spagnoli ma continuato senza sensibili miglioramenti anche con i Piemontesi.
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