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Guerra > Tragico epilogo del Roma
La "Roma" era la nave piu' moderna, orgoglio della nostra Marina. Salpo' l' 8 settembre ' 43 e fu affondata dai missili tedeschi. La corazzata navigo' una sola estate Ordini contraddittori: l' ammiraglio Bergamini sperava di affrontare gli inglesi. Voleva riparare in Spagna piuttosto che arrendersi. Ma presso La Maddalena arrivo' la Luftwaffe... Otto settembre 1943, ore 10. Il ministro della Marina del governo Badoglio, ammiraglio De Courten, telefona al Feldmaresciallo Kesselring: la flotta italiana uscira' in mare contro il grande convoglio americano diretto a Salerno. L' armistizio e' gia' stato firmato da cinque giorni, De Courten sa benissimo che la flotta italiana non si muovera' ed anzi dovra' consegnarsi agli Alleati. Probabilmente anche Kesselring, se non tutto, sa molto di quanto accadra' . Ma entrambi fingono, stanno al gioco delle parti e fino all' ora X sono tenuti a mostrare di credere ciascuno alle bugie dell' altro. Otto settembre 1943, ore 19.40. L' ammiraglio Bergamini, comandante della flotta, viene a sapere del messaggio di Badoglio letto alla radio che l' Italia ha firmato l' armistizio. A lui, massima autorita' della Marina, nessuno ha detto nulla. Solo una telefonata dell' impagabile De Courten, il quale dopo aver mentito con Kesselring, ha pensato di completare l' opera avvertendolo di prepararsi all' ultima battaglia, quella che decidera' il destino della flotta e probabilmente dell' Italia. Contro chi? Ma e' chiaro: contro il convoglio americano dell' ammiraglio Hewitt, che con le sue sei corazzate scortate dalle portaerei e dai caccia si sta dirigendo su Salerno. L' ammiraglio Bergamini non aspettava altro. Da mesi le sue navi arrugginivano a La Spezia e a Genova, sembrava che con la scusa della mancanza di carburante si cercasse deliberatamente di evitare di scontrarsi con gli inglesi (e forse era vero). Gia' ai tempi della battaglia di Punta Stilo, quando stava per salpare con la corazzata "Vittorio Veneto" di cui era al comando, un radiogramma di Supermarina lo aveva bloccato inspiegabilmente: "Non uscire. Ripeto: non uscire". Per lui, una guerra senza mai incontrare il nemico; ed ora, finalmente, quando da cinque mesi era al comando della flotta, la prospettiva tanto attesa. Battersi. Bergamini riesce a superare lo sbalordimento per non essere stato informato dell' armistizio e quindi di non essere stato messo in condizioni di farvi fronte tempestivamente. Ma pensa che la telefonata antimeridiana di De Courten trovi ora riscontro negli avvenimenti, che quell' ordine di prepararsi all' ultima battaglia significhi che e' giunto il momento del redde rationem. Tuttavia, realisticamente, si rende conto che quell' ultima battaglia ha scarsissime probabilita' di successo, se dovra' essere combattuta contro la superiore flotta americana di Hewitt davanti a Salerno. Ma tant' e' . Come si dice in momenti del genere, o vincere o morire. Comunque, mentre fa scaldare le macchine della corazzata "Roma" e delle altre navi al suo comando, meglio chiedere conferma a Roma. Bergamini tenta di mettersi in contatto con Supermarina, inutilmente: tutti spariti. Alla fine, ecco al telefono proprio De Courten, quello dell' ultima battaglia: e proprio da lui Bergamini viene informato che il programma e' cambiato, bisogna ottemperare alle clausole d' armistizio e consegnare la flotta a Malta. E occorre partire subito, prima d' un intervento dei tedeschi per impedirlo. L' ammiraglio resta per qualche secondo muto, per la sorpresa prima, per l' indignazione poi, infine per la rabbia. Arrendersi senza combattere? Consegnarsi al nemico? Lui non obbedira' , non dara' alcun ordine di salpare, fara' invece affondare le sue navi: come fecero i tedeschi nel novembre 1918, quando le condizioni di armistizio li obbligarono a consegnare la loro flotta agli inglesi, ma sei mesi dopo la autoaffondarono nella rada di Scapa Flow, dove era all' ancora. De Courten impegna tutta la sua dialettica e la sua autorita' per dimostrare a Bergamini che, obbedendo, fara' il bene dell' Italia perche' si dimostrera' che (una volta tanto) si tiene fede alla parola data e gli Alleati apprezzeranno e saranno riconoscenti. Bergamini non si smuove, vanno avanti un pezzo, poi De Courten gioca la carta decisiva per un marinaio fedele alla bandiera: il re stesso gli ha detto: "Fate sapere a Bergamini che si tratta di un mio ordine personale". Allora bisogna obbedire, l' ammiraglio lascera' La Spezia con la flotta e dirigera' , secondo le istruzioni di De Courten, sulla Maddalena, dove dovrebbe riparare anche la famiglia reale. A lasciare La Spezia, Bergamini acconsente. A puntare sulla Maddalena, anche. A proseguire di la' per Malta e consegnarsi agli inglesi, resta da vedere. Per il momento, convoca gli altri ufficiali a rapporto a bordo della "Roma", li prega di informare i marinai dell' "immenso sacrificio" che viene chiesto loro e comanda di tenersi pronti a partire. Per dove? Per Malta, come vuole la destinazione finale? Per La Maddalena, come ha disposto Supermarina, scegliendola quale punto di incontro tra le navi provenienti da La Spezia e quelle in arrivo da Genova? Difficile penetrare il pensiero di un uomo combattuto tra il dovere e il senso dell' onore d' un marinaio che rifiuta la resa, quale e' Bergamini. Sembra certo che abbia scelto un' altra soluzione, un compromesso tra la consegna e l' affondamento: puntare su un porto neutrale, in Spagna, e farsi internare con la flotta fino alla fine della guerra. Niente contro gli Alleati, dunque, ma niente a favore. Eseguira' l' ordine personale del re, non pero' fino al punto di unirsi a coloro che per tre anni ha sperato invano di combattere sul mare. L' otto settembre 1943 Bergamini aveva cinquantasei anni. Era un ammiraglio, come dicevano i Dogi della Serenissima, "di terraferma", cioe' senza tradizioni marinare. Nessun uomo di mare nella sua famiglia, suo nonno aveva combattuto sotto Garibaldi a Bezzecca, lui era nato nelle campagne dell' Emilia, a San Felice sul Panaro, provincia di Modena. La Marina l' aveva scelta per caso, avendo deciso di intraprendere la carriera militare. A sedici anni era entrato all' Accademia di Livorno, primo imbarco da guardiamarina nel 1909, poi guerra di Libia, Prima guerra mondiale, molti avanzamenti per merito. Nell' aprile 1943, quando si era trattato di sostituire l' ammiraglio Jachino al comando della flotta, il posto era toccato a lui, stimato come uno dei migliori ufficiali della nostra Marina. Ed ora, eccolo al passo piu' difficile della sua vita. Alle 2.30 di notte del 9 settembre Bergamini salpa da La Spezia con la flotta, a bordo della corazzata "Roma", nuovissima, 44.500 tonnellate di stazza, in servizio dal giugno 1942 e praticamente mai impiegata ne' uscita in mare. Lo seguono le corazzate "Vittorio Veneto" e "Italia" (ex "Littorio"), tre incrociatori leggeri, otto cacciatorpediniere e quattro torpediniere. In vista dell' Asinara, lo raggiungono i tre incrociatori leggeri partiti da Genova, al comando dell' ammiraglio Biancheri. Ma lo raggiunge anche un ordine di Supermarina: La Maddalena e' gia' stata occupata dai tedeschi, bisogna evitare di cadere nelle loro mani e cambiare rotta, dirigendo su Bona in Tunisia. La' si riceveranno altre disposizioni. Bergamini fa compiere alle sue navi una grande virata, ma niente lascia supporre che abbia mutato il segreto proposito di andare a farsi internare in Spagna. La decisione sulla scelta pero' non tardera' , e non dipendera' dalla sua volonta' , ma dal destino. Alle tre del pomeriggio si presentano sulle navi alcuni aerei di nazionalita' sconosciuta. Bergamini non fa aprire il fuoco, potrebbero essere Alleati e contro i tedeschi vi e' ordine di rispondere solo se attaccati. Fara' sparare invece poco piu' tardi, quando la Luftwaffe mandera' sulla flotta in navigazione quindici bombardieri del tipo DO 217 a sganciare una prima serie di bombe, fortunatamente finite in mare. Sono aerei provenienti dalla base di Marsiglia, agli ordini del maggiore Bernhard Jope. Alle 15.30 la seconda ondata piomba sulla squadra e una bomba colpisce la corazzata "Italia", senza produrre danni di rilievo. E' invece il momento della tragedia della "Roma". Bergamini procede zigzagando e facendo fumo, ma i tedeschi possiedono un' arma nuovissima, praticamente impiegata per la prima volta: uno strumento telecomandato, una bomba razzo, insomma un missile. Ne bastano due ed entrambi centrano l' ammiraglia. Il primo colpisce la "Roma" sotto la chiglia, il secondo . dieci minuti dopo . finisce nella santabarbara e la fa esplodere. Un boato immenso e una colonna di fumo che si alza in cielo per piu' di mille metri non lasciano dubbi. La fine della "Roma" e' giunta senza che la nave piu' moderna della nostra flotta abbia mai combattuto: la si vede spezzarsi in due tronconi fiammeggianti e colare a picco in pochi minuti. Alle 16.18 rimangono solo un gorgo e i drammatici relitti di ogni naufragio, mentre pochi superstiti saranno raccolti piu' tardi. Oltre millecinquecento morti sui 1915 dell' equipaggio: e tra i morti anche l' ammiraglio Bergamini, l' eroico ed enigmatico protagonista di quella tragedia della guerra in mare. Prendera' il comando l' ammiraglio Oliva, il piu' anziano, da bordo dell' incrociatore "Eugenio di Savoia". Anche Oliva lascia intendere di voler puntare sulla Spagna, ma lo raggiunge un ordine categorico di Supermarina con l' assicurazione che mai le navi, pur consegnandosi a Malta, saranno cedute agli Alleati (e anche questa si rivelera' una mezza bugia). Alle 8.30 del 10 settembre, la flotta vede sfilare di bordo due corazzate inglesi. Sono la "Warspite" e la "Valiant" che per mesi hanno contrastato ogni iniziativa italiana nel Mediterraneo. E con quella ammonitrice scorta le nostre navi entrano a Malta dove e' accorso anche il generale Eisenhower, che non ha voluto perdersi lo spettacolo.